lunedì 7 aprile 2014

Ventinove

Diventasti molto più affettuoso con me, dopo quell'episodio. Spesso studiavi accanto a me, seduto vicino, e mi passavi un braccio sulle spalle o intrecciavi le tue dita alle mie, sotto il ripiano.
Passavi un sacco di tempo ad illustrarmi i tuoi interessi e le tue piccole scoperte, un linro nuovo, una piccola nozione stravagante sulla vita di qualche buffo animale dal nome impronunciabile e mille altre inezie he colpivano la tua attenzione e che tu deponevi, a mo' di tributo, a me.
Eri buffo e dolce e infinitamente caro.
Le nostre lunghe sessioni di "e se" ripresero con rinnovato vigore. Ora riguardavano qualcosa di differente, ovvero i nostri progetti. Anche parlando di questo ti accendevi, ti si illuminava lo sguardo e per ore mi raccintavi di come sarebbe stato, quando finalmente avremmo avuto l'età per andare lontano e stare insieme alla luce del giorno.
"Avremo una casa nostra, lo sai. Una casa piccola, non come questa. Giusta per noi, con anche il camino. E quamdo andremo per strada insieme, ti darò il braccio, come fa mio padre con la mamma."
"Potresti tenermi per mano? Mi piace di più."
"Certo! Quello che vuoi. E, sai, un giorno ti sposerò."
"Ma sei sicuro che possiamo? Magari le leggi sono cambiate dai tempi di re Umberto Primo, o magari possono solo i re."
"E chi se ne frega? Non abbiamo neanche lo stesso cognome e poi non ci somigliamo per niente. Voglio dire, non controlleranno mica titte le parentele di tutti quelli che si sposano, no? E poi, nel caso, possiamo sempre dire che è uno strano caso di omonimia."
"E se non possiamo sposarci?"
"Allora ti comprerò un anello d'oro, uguale a quello che si usa quamdo ci si sposa, sai, la fede. E uno anche a me. E diremo a tutti che siamo sposati. Tanto è lo stesso."
"No che non è lo stesso!"
"Si, invece, ti dico. Guarda, cosa fanno le persone sposate?"
"Mah, si amano, vivono insieme, si sono fedeli e si rispettano, da quel che ne so. E dormono insieme. E fanno le cosacce."
"Allora, vedi che siamo sposati?" Replicavi tu, ridendo.
Per molti versi lo semnravamo davvero, una coppia di vecchi sposi, tanto abituati l'umo alla presenza dell'altro da avere bisogno di poche parole e da non riuscire a stare lontani.
Sognavamo insieme del giorno in cui saremmo andati via, per iniziare, in un modo o nell'altro, ad essere agli occhi del mondo ciò che eravamo, nel cuore, già da un tempo per noi immemorabile.
"Ma tu ti ricordi com'era prima di conoscere me?" Ti chiesi un giorno.
Riflettesti a lungo prima di parlare.
"Si e no. È tutto un po' confuso. Certe cose che mi ricordo e mi ricordo nene che c'eri anche tu, la mamma dice che umvece tu nom c'eri ancora e sono io che mi confondo. Quindi non saprei. Ma mi ricordo che passavo un sacco di tempo seduto qui" dicesti indicandomi il grande tappeto accanto al tuo letto "a non fare niente, solo a stare fermo. Ascoltavo per sentire se qualcuno si muoveva in casa o se parlavano e rimanevo fermo e mi chiedevo, sai, nella mente 'ma perchè nessuno viene mai qui? Perchè vanno in tutta la casa e qui no?' Che poi ovviamente non era vero. Ma a me sembrava così. E tu, ti ricordi?"
"Quasi niente. Mi ricordo di mio papà che mi addormemtava, la sera. E che c'era un cortile fatto tutto di mattoni e quando cadevo mi sbucciavo sempre tutta, le ginocchia, le mani, un disastro. Però mi ricordo di tua madre, prima di venire a vivere qui." Replicai trionfante.
"Dai? Davvero?"
"Una volta è venuta a trovarci, ma non sapevo neanche che fosse mia zia. Si è seduta a bere il caffè con mia madre e a parlare e poi ha voluto vedermi. Mi aveva detto tante di quelle cose e tanto velocemente che mi aveva stordita. E poi mi ha detto che anche lei aveva un bambino grande come me. Ed eri tu, pensa!"
"Già. Pensa." Sembravi molto impressionato da questo mio ricordo. In fin dei conti,  era l'unico ricordo vero e proprio che avevo della mia vita prima di arrivare in quella casa, tolti quelli su mia madre. E quelli li toglievo volentieri dall'elenco.
"Vedi, io sono il solito. A te capitano mille cose e io? Niente. Io sto seduto qui da solo a chiedermi che fine abbiano fatto tutti per quattro o cinque anni, poi scendo in giardino e trovo te. Bello, però."
"Vedi? Dovresti uscire più spesso dalla tua stanza."
"Oh, non so. Ultimamente capitano um sacco di cose interessanti anche qui." Mi rispondesti scuotendo la testa, mentre un sorriso ti faceva capolino agli angoli della bocca.
Un altro giorno mi hai preso in contropiede alzando la testa da non so che libro di scuola, fissandomi gli occhi in faccia e chiedendomi:
"Bea, ma io ti piaccio?"
"Eh, si, logico, lo sai che mi piaci."
"No, che non lo so. Cioè, so che mi vuoi bene e tutto il resto, ma, tolto quello, ti piaccio?"
"Mi stai chiedendo se sei bello?"
"No. Ti sto chiedendo se ti sono simpatico, ad essere sinceri,  ma già che ci sei dimmi anche quello. Era la seconda domanda che volevo farti."
"Ma mi prendi in giro?"
"No. Sul serio. Secondo te io sono un tipo simpatico? A posto? Una persona piacevole?"
"Dario, si. Sei divertente, gentile e interessante. Mi piaci moltissimo. Ma cosa ti viene in memte, scusa, se tu non mi piacessi..."
"Potresti essere abituata a me. Sai, come dice mia mamma del suo mal di schiena 'ci sono tamto abituata che quando non ce l'ho mi sento sola'. Ma a lei mica piace il mal di schiena."
"Va bene, ma invece tua a me piaci moltissimo!"
"Grazie. Anche tu, a me. E adesso mi dici quell'altra cosa?"
"Dario, a me piaci. Tutto quanto,  dentro e fuori, sopra e sotto. Punto e basta."
"Perchè tu sei molto bella. E sarebbe triste se dovessi stare con uno brutto."
"Non sei brutto."
"Le ragazze a scuola dicono che sono brutto."
"Le ragazze a scuola sono stupide, stronze e non vedrebbero qualcosa di bello neanche se le colpisse in faccia."
"Fine, non c'è che dire." Rispondesti tu, riprendendo a studiare come se nulla fosse avvenuto.

Purtroppo, non tutte le ragazze della scuola pensavano che tu fossi brutto. Una in particolare, Milena, aveva una colossale cotta per te.
Sedeva nel banco in fondo a sinistra,  proprio sotto le finestre,  e non faceva che fissarti.
Con il passare delle settimane, iniziò a tentare di avvicinarti, di farsi notare. Trovava sempre una buona scusa per passare accanto al tuo banco o per parlarti. Si pavoneggiava, in classe, nei suoi pantaloni di jeans sempre più stretti del dovuto, cercando il modo di catturare il tuo sguardo. Inutile dire che tu non ti accorgevi assolutamente di nulla. Per quanto ti riguardava, nulla era cambiato negli abituali equilibri della nostra vita scolastica. Solo, non capivi per quale motivo ti trovassi sempre a dover scavalcare la stessa persona, quando dovevamo andare alla cattedra per prendere del materiale o quando ci trovavamo nella palestra al piano terra per fare educazione fisica.
Avrei voluto parlartene, cercare di farti vedere quello che vedevo io, ma non sapevo come affrontare l'argomento. Anche se te ne avessi parlato e anche se avessi trovato il modo di convincerti della realtà di quello che ti dicevo, cosa avrei potuto dirti? Di starci attento? Di farle capire che non la volevi? No, non ero in grado di fare una cosa del genere.
Forse, se fossi riuscita a parlartene, le cose sarebbero andate diversamente. Forse ci saremmo evitati le conseguenze che invece ci trovammo ad affrontare. Chi può saperlo?
Fatto sta che arrivò,  come doveva per forza arrivare, il giorno im cui li decise di farsi avanti con te. Era poco prima di pasqua, in un giorno di aprile che prometteva pioggia.
Milena ti si avvicinò durante la leziome di educazione fisica. Eravamo tutti in fila a fare non so quale esercizio con la palla e lei, al solito, sfoggiava un insieme di vestiti adatti a mettere in risalto ogni benché minimo particolare della sua anatomia, non esclusi gli organi interni. Quel giorno erano pantaloncini da pallavolo blu scuro, corti ed aderenti, e una maglietta giallo vivo, cui aveva tagliato collo e maniche e che le pendeva addosso restandole attaccata con la pura forza di volontà. Vedevo come gli altri maschi la guardavano, come si guarda un dolce nella vetrina del pasticcere quando si ha uma gran fame, ma lei si era intestardita con te, chissà per quale motivo. La odiavo così profondamente che avrei potuto ucciderla, anche solo per il modo in cui ti ancheggiava davanti. La zia aveva una parola ben precisa per ragazze come lei. Quel giorno, forse anche perchè io ero lontana, dalla parte opposta dello stanzone che usavamo per palestra, decise di tentare un approccio.
Si piazzò di fronte a te, sorridendo sfacciatamente, e ti parlò.
"Oh, ciao, eh?"
"Ciao." Rispondesti
"Che noia queste stupidate che ci fanno fare, è vero? Con questo caldo sarebbe meglio stare fuori, no?"
"Sta per piovere." Dicesti tu, occhieggiando le finestre in alto. La guardasti, con un sopracciglio sollevato, come chiedendole cosa mai volesse da te.
"Senti, ma non ti vedo mai in giro...solo qui a scuola. Come mai?"
"Non saprei proprio." Iniziavi a seccarti di quelle che a te sembravano chiacchiere insensate. La scrutasti dall'alto in basso, fissandola, nella speranza, credo, che se ne andasse.
"Ah, ti piace la mia maglietta? È nuovissima, sta proprio bene con questi pantaloncini, che ne dici?" Stava dando spettacolo. Vedevo il resto della classe assistere, come me, incuriositi dall'esito. Un paio dei ragazzi con gli occhi da affamati scoccarono sguardi di apprezzamento alla nuovissima maglietta.
"Mi sembra un po' volgare, come insieme." Hai troncato, riuscendo finalmente a svicolare dalla sua presenza e a dirigerti verso la coda della fila. Una buona parte della classe esplose in una risata che ricordava un ruggito, a quella tua risposta lapidaria. Le altre ragazze, che come me non nutrivano per lei alcuna simpatia, sembravano impazzite. Milena rimase per un attimo ferma, guardando ora te, che le voltavi le spalle con fare indifferente,  ora loro che la dicevano.  Arrossì di rabbia.
"Sei un grandissimo stronzo!" Ti sibilò contro. Ti voltasti appena e poi tornasti alle tue faccende, decidendo di far cadere la cosa.
"Stronzo! Maleducato! Sei un malato di mente, non ti piacciono le donne!" Senza voltare la testa né alzare la voce, rispondesti
"Le donne mi piacciono. Tu, no."
Una nuova ondata di ilarità scosse i nostri compagni. Fu questione di un attimo. Corse fino a te, ti prese per un braccio, costringendoti a girarti, e iniziò a colpirti. La respingesti, senza cattiveria, spingendola via per le spalle.
"Piantala."
Lei tornò alla carica e io iniziai ad avvicinarmi. Sapevo che non avresti mai picchiato una ragazza. D'altro canto, io non avevo questi problemi.
Non correvo, perchè non volevo farmi notare dagli insegnanti, che erano raggruppati attorno alla porta a discutere fitto di non so che questione e ancora non si erano accorti di nulla. Ero arrivata a metà strada, quando tu le desti una seconda spinta, di nuovo senza violenza, per allontanarla. Sfortuna volle che lei mettesse un piede su uno dei palloni sparpagliati sul pavimento della palestra, barcollasse all'indietro, con le braccia aperte per tentare di ritrovare l'equilibrio, e finisse per cadere sul grande cesto di metallo in cui venivano riposte le attrezzature sportive. Diede una bella botta di testa e immediatamente iniziò a starnazzare e sanguinare dai capelli.
Accorsero gli insegnanti,  accorsero le compagne,  le stesse che ridevano un attimo prima, con alte strida di orrore e compassione e, infine, accorse perfino la preside.
"Cosa è successo?" Chiese entrando con passo marziale e l'aria di voler impugnare la situazione.
"È stato lui! È stato Dario, mi ha spinta!" Piagnucolò Milena.
Tutti i compagni confermarono. Quanto a me, avrei anche spiegato volentieri qualcosa, ma mi venne intimato di tacere, col pretesto che ero di parte. La preside era un donnino biondo tinto, che portava in faccia un'aria severa ed enormi occhiali a farfalla.
Ti scrutò con sgiardo imdagatore, valutando per un attimo la tua stazza e quella della ragazza che, seduta a terra e con un asciugamano bagnato premuto sulla nuca, continuava a piagnucolare.
"È vero? Sei stato tu?" Ti chiese, guardandoti dritto in faccia.
Feci un passo nella tua direzione, guidata più dall'istinto che dalla volontà di fare qualcosa, ma lei sunito mi riprese.
"Nessuno ha chiesto il tuo intervento. Dario, ti ho fatto una domanda. Sei stato tu o no?"
Ti passasti una mano sul viso, im un gesto di infinita stanchezza.
"Si, è vero, sono stato io a spingerla." Le rispondesti lasciando cadere le spalle.
"Ma, professoressa..." dissi, iniziando a spiegare l'accaduto.
"Ti ho già detto che nessuno ha chiesto il tuo intervento. Non sono stata chiara?" Chiese voltandosi sui tacchi nella mia direzione.
"Adesso tu, Dario, vieni con me e il professor Cavazzuti." Disse poi indicando il professore di educazione fisica "e tu, Beatrice, sei avvisata: se non la smetti con questo atteggiamento ti sospendo. È chiaro? Mi aspetto di trovarti in aula, quando torno."
Mi guardasti con sguardo smarrito, accennando un si con la testa, per dirmi di fare quel che mi avevano detto. Ricambiai il tuo gesto e ti guardai allontanarti, strascicando i piedi, con i due ai tuoi fianchi, che ti scortavano come un carcerato.
Ne uscisti con una nota sul diario, la prima della tua carriera scolastica, e l'ordine di farla firmare ad entrambi i genitori.
Milena era stata portata via, dai suoi, accorsi immediatamente alla chiamata della scuola, uscendo trionfante di scena come la povera martire di un melodramma. Le avrei volentieri strofinato la faccia a terra fino a farle vedere l'incidente in palestra nella giusta prospettiva, ma l'idea di una sospensione non mi allettava affatto, perciò decisi di rimandare ad un giorno più propizio, magari quando tutti si fossero dimenticati di quanto era accaduto.
Prevedevo guai, una volta a casa, e anche tu, a giudicare dalla tua espressione. Sembravi in preda al mal di mare, pallido al punto che le tue lentiggini spiccavano marroncine e con le labbra strette.
Arrivammo fino all'incrocio con la strada grande in silenzio, poi non fui più capace di resistere.
"Che c'è scritto?"
Ti fermasti e, dopo aver frugatonello zaino, mi porgesti il diario.
"Leggi tu."
"L'alunno ha provocato un incidente nella palestra della scuola, azzuffandosi con una compagna e ferendola. Si raccomanda ai genitori di chiarire al ragazzo l'importanza di un comportamento civile ed educato. Che vaccata!" Commentai, restituendoti il diario "non c'è neanche una parola di verità. Ma tu non gli hai spiegato niente?"
"E chi mi ascolta, a me?" Chiedesti, con l'aria di qualcuno che sta per vomitare "stavolta me la vedo brutta, sai?"
"Eh, si, mi sa di si. Ma vengo cin te, glielo spiego agli zii come è andata!"
"No, meglio di no. Lasciami fare da solo."
"Ma perchè, scusa? Non è giusto, tu non hai fatto niente! È stata lei, quella vacca, a inciampare!"
"Bea, lascia stare. Se tu vieni con me e cominci a fare casini, mio padre si arrabnia ancora di più perchè mi faccio difendere da te e la mamma perchè sta sempre a dire che siamo troppo appiccicati. Lascia stare, davvero. Lascia fare a me."
Mi venne meno tutta la rabbia, a quel discorso. Come al solito, la tua logica non perdeva un colpo e avevi ragione. Così,  per evitare di essere sgridato e punito perchè qualcuno prendeva le tue parti, ti trovavi a dover essere sgridato e punito per qualcosa che non avevi fatto. Mi sembrava che fossero tutti troppo duri con te, sempre, e te lo dissi.
"È perchè io sono un uomo, credo. Mio padre dice che serve a temprarmi il carattere."
"Che vaccata." Ripetei.
"Com'è che dici tu?" Mi sorridesti a labbra strette, riprendendo a camminare "brava, ottima capacità di sintesi."
"Ma cosa pretendono da te? Cosa vogliono, Superman?"
"E io che ne so? So solo che stavolta sono dolori, in un modo o nell'altro. Sai, ho un po' paura."
"E vorrei vedere! Io al posto tuo ne avrei un bel po'. E sarei anche nera di rabbia."
"Ma a cosa serve, se mi arrabbio? Tanto sono più forti loro. Lascia stare."
Eravamo quasi a casa. Ti saresti trovato ad affrontare entrambi insieme, dato che da qualche giorno tuo padre era a casa per aspettare delle telefonate importanti che non poteva ricevere al lavoro, quindi non potevi nemmeno contare sul fatto che tua madre lo calmasse prima del confronto. Sapevo che era soprattutto lui a spaventarti, per quel modo che aveva di trattare con te, come se tu fossi una nullità, un pappamolle da formare a urlacci e brutte parole. Una mezza tacca, come ti chiamava affettuosamente lui. E a te queste umiliazioni bruciavano talmente da non lasciarti dormire la notte, quando ci si metteva di buona lena. Non ti era neanche permesso di reagire, non accettava una risposta, una lacrima, una protesta, dovevi 'tacere e prendere sotto', in buon ordine, perchè altrimenti erano guai.
Era questo che ti aspettava e io, se volevo evitarti di peggio, potevo solo starmene in disparte. Mi dispiaceva tanto per te.
"Dario!" Eravamo al cancello.
"Cosa?"
Ti buttai le braccia al collo, cercando di trasmetterti tutto il mio amore e la mia forza. Ti baciai sulla bocca, a labnra chiuse, un piccolo bacio caldo che ti tenesse compagnia.
"Per portafortuna." Ti sussurrai.
Mi accarezzasti i capelli, con un gesto dolce e amichevole, sorridendo appena.
Senza dire niente, arrivammo a casa. Nell'atrio taceva tutto e i tuoi erano già in sala, davanti al tavolo apparecchiato, che parlavano. Li guardasti per un attimo, poi, raddrizzando le spalle, entrasti, chiudendoti la porta alle spalle.

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