Lenta e inesorabile, l'estate si consumò e arrivò il giorno che precedeva l'inizio della scuola. Tutto sembrava in fermento. La giornata trascorse veloce, fra la preparazione dei libri nuovi e di tutte le altre sciocchezze che sottendono ad un giorno importante e la sera arrivò prima che potessi rendermene conto. Ti avevo aiutato a mettere la copertina ai tuoi libri, che tu sfogliavi con religiosa ammirazione, indicandomi i capitoli che ti parevano più interessanti, e poi mi ero ritirata nella mia stanza per decidere quali vestiti avrei messo.
Li osservavo, i miei vestiti nuovi, stesi fianco a fianco in truppe ordinate sul copriletto lilla.
Erano molto diversi dagli abiti che avevo indossato fino a quel momento ed erano il segno tangibile del primo grande successo della mia indipendenza: dopo uno scontro frontale con la zia, avevo ottenuto di poterli scegliere di persona e di un gusto più moderno.
Ora potevo contare su alcune paia di jeans, due paia di coloratissimi pantaloni stretti e una notevole riserva di maglioncini girocollo e camicette variopinte. Mi sarei mimetizzata alla perfezione, evitando sgradevoli attenzioni. Nel corso della lunga discussione, durata ben tre giorni, che aveva portato a quel mirabolante risultato, ero perfino riuscita ad ottenere lo stesso per te. Certo, non era stata una battaglia senza vittime o compromessi; la vittima, mio malgrado, eri stato proprio tu, trascinato di viva forza nella nostra discussione. Stavi passando per il corridoio, diretto probabilmente in giardino, fuori della portata delle nostre urla, quando io ti avevo indicato alla zia, dalla mia stanza.
"Dico, guardalo!" Le avevo ingiunto "sembra uscito da un dagherrotipo ottocentesco, gli manca giusto il colletto di celluloide! Non puoi pretendere che andiamo in giro così! Ci prendono per i fondelli anche i professori! Credi che ci piaccia sentirci ridicoli?"
"Mio figlio non si sente ridicolo vestito come lo vesto io!" Aveva vivamente protestato tua madre "diglielo, Dario!" Ti aveva apostrofato in tono autoritario.
Sgranasti gli occhi, trovandoci entrambe di fronte a te, a braccia incrociate e labbra imbronciate, chiamato ad arbitro della lite. Sapevo quanto tu detestassi il fatto di non poter scegliere come vestire, ma non mi aspettavo che ti opponessi apertamente a tua madre.
"Veramente...ecco..."
"Visto?" Nitrii trionfante in faccia alla zia "gli fanno schifo anche a lui questi vestiti da piccolo lord!"
"Be', oddio, schifo..."
"Ecco! Ecco, sei contenta?" Replicò lesta lei "a lui piacciono, come te lo deve dire?"
"Signore, ragazze, mamma...per favore!"
"E smettila di mettergli le parole in bocca! E lo vesti, e decidi come tagliargli i capelli, e decidi cosa dice...lascialo parlare!"
"Ah, va bene!" Urlò la zia, ormai fuori dalla grazia divina "parla, allora!" Ti invitò.
Ti guardasti attorno, in cerca di una via di fuga e lei ti fece un cenno con la mano, come a dirti di sbrigarti a darle ragione. Da parte mia, non lo nego, ti fissavo sfidandoti a darmi torto. Prendesti un grosso respiro e addossasti le spalle al muro.
"Papà! Papà puoi venire? Subito? Per favore?" Gridasti.
Preso fra i due fuochi, avevi deciso di chiamare i rinforzi. Un visibile sollievo ti si dipinse sul viso quando la figura massiccia di tuo padre sbucò dalle scale, venendo verso di noi con l'abituale passo ciondolante.
"Cosa cazzo è sto casino?" Chiese irritato "sono di sotto e si sente un pollaio che non ci si crede!"
Ci indicasti con la mano aperta, in un gesto di esasperazione, come a dirgli 'veditela un po' tu!' E lui si rivolse a noi con un grugnito, invitandoci a spiegarci. La zia parlava ad una velocità incredibile e nel giro di un minuto aveva esposto tutta la discusione, riuscendo perfino a punteggiarla di qualche considerazione su quanto io fossi maleducata.
"Allora se il ragazzino, qua, non parla faccio io: Sissi, è troppo grande per farsi scegliere i vestiti dalla mamma. Li sceglie lui e tu li accompagni."
"Anche io." Rimarcai truce, guardando entrambi a labbra strette.
"Niente gonne corte." Sentenziò lo zio.
"Non le voglio. Voglio i pantaloni. Mi sono stufata di rendermi ridicola."
"Pantaloni va bene. Basta che vai in giro coperta e non vestita come una...poco vestita, insomma. Tutto chiaro? A posto? L'avete finita?"
Annuii, soddisfatta del risultato e anche la zia dovette annuire a malincuore. Zio Lucio caracollò nel suo studio al piano di sotto e tu ti dileguasti, lasciandoci sole nella mia stanza.
"Vorrei proprio sapere cosa ti prende." Sussurrò la zia con aria stanca. Mi pentii di essere stata tanto brusca con lei. Con la vittoria in tasca, ero di uno stato d'animo ben più magnanimo e, sapendo bene dove battere per arrivare al suo cuore, mi avvicinai con aria modesta.
"Non voglio che ci ridano dietro, zia, tutto qui. Tutti gli altri ragazzi saranno vestiti come va di moda adesso e non voglio che pensino che noi non possiamo permetterci neanche un paio di jeans di quelli che vanno."
Sui suoi tratti si disegnò un sorriso di comprensione e allungò la mano verso di me.
"Ma tesoro, perchè non me l'hai detto subito? Non ci avevo pensato, che adesso vanno di moda i capi firmati per i giovani. Hai anche ragione, a tuo modo, poverina!" Strinse la mia mano nella sua, elargendomi il perdono, dopo quella spiegazione e rimanendo in attesa di sapere per quale motivo non le avessi spiegato fin dall'inizio la cosa in quei termini. Mi trovavo in difficoltà. La verità era che non ci avevo affatto pensato, presa com'ero dal tentativo di raggiungere il mio obiettivo.
"Sai, mi vergognavo un po', zia. Avevo paura che mi sgridassi perchè mi hai sempre insegnato a non badare alle apparenze." Era anche vero. Ripeteva spesso quella frase, salvo poi proibirmi di indossare i vestiti dell'anno precedente in pubblico, per il timore di quel che la gente avrebbe pensato. La mia affermazione fece comunque breccia, spendendo un'aria di angelica soddisfazione sulla persona snella e diritta della zia.
"È vero, è vero, ma capisco che alla tua età un pochettino di vanità venga anche fuori. Sono stata ragazza anche io. Li scegliamo assieme, dai."
Così, col giuramento solenne di non indossare minigonne, ottenni per entrambi un bottino di ragguardevoli dimensioni, la mia fetta del quale mi stava davanti, ora, attendendo che scegliessi cosa indossare in quel primo giorno di scuola.
Un sottile velo di lacrime mi appannò lo sguardo, sfumando i colori e le forme degli abiti in una visione da caleidoscopio. Sapevo che avrei dovuto concentrarmi sulla scelta, ma l'unico pensiero che girava e rigirava nella mia mente, con la monotonia di un mantra, era quello delle cinque, lunghissime ore che avrei passato lontano da te, fra sconosciuti senza volto, senza poter avere neppure la rassicurazione di saperti nello stesso edificio e dei, giorni, dei mesi, che mi fronteggiavano come una lucida parete verticale, tutti da passare in quel modo. Non ci saresti più stato tu nel banco accanto al mio, pronto a proteggermi da chiunque. Non avrei più avuto il piccolo, caldo piacere di vederti chino sul libro accanto a me.
Una stretta di angoscia mi prese nel punto fra il cuore e lo stomaco e respirai a fondo, cercando di allentarla. Avrei voluto respingere quella debolezza, farmi di marmo, per non sentirla. Sapevo che era sciocco sentire tanta tristezza per uma cosa del genere, del tutto normale sotto ogni punto di vista, ma questi pensieri non mettevano radici nel mio cuore, spazzati via dalla corrente dell'emozione che mi sopraffaceva.
Non avevo intenzione di rivolgermi a te. Non volevo e non potevo scaricare sulle tue spalle, certo già gravate dalla loro parte di peso, il carico di ciò che provavo, così mi avvicinai alla finestra e posai la fronte calda sul vetro, lascinado libero sfogo alle lacrime, per poi poter fare buon viso, una volta sfogata, di fronte a te.
La porta si aprì ed ebbi un sussulto colpevole, come se fossi stata intenta a qualcosa di vergognoso.
"Si?" Chiesi, cercando di dare un tono normale alla mia voce.
"Girati pure, guarda che sto di merda anche io." Rispondesti tu, con tono soffocato.
Mi voltai. Avevi richiuso la porta e ti ci eri appoggiato, con le spalle contro il legno. Ti passavi le mani sulla faccia, nel tentativo di calmare il tumulto interiore. Quando le abbassasti, lessi nei tuoi occhi gli stessi pensieri che si agitavano nella mia mente e mi mossi verso di te. Volevo che ne parlassimo, consolandoci a vicenda con tutta la ragionevolezza che il caso richiedeva, ma nel frattempo dovevi esserti mosso anche tu, perchè ci ritrovammo, in un attimo, abbracciati stretti in mezzo alla stanza, piangendo come bambini persi in un temporale.
La mia testa ti arrivava alla spalla, a quell'epoca, e perfino così potevo sentire il tuo povero cuore batterti in tonfi da maglio contro le ossa. Mi stringevi tanto forte da farmi male, ma non volevo che smettessi. Ti strinsi più forte anche io e rimanemmo così, senza dire nulla, per un tempo insieme infinito e troppo breve. Era tanto consolante, poter affondare il viso nel tessuto sottile della tua camicia, respirare il tuo buon odore, sentire la tua carne e le tue ossa, solide, reali, contro la mia guancia e il mio braccio. Ti ascoltavo respirare e ascoltando mi calmai, lentamente. Anche tu, pian piano, ti calmasti, rimanendo allacciato a me, il viso posato sui miei capelli, le mani sulla mia schiena, il tuo corpo sottile fra le mie braccia.
"Ce la faremo." Ti dissi a bassa voce dopo un po'. Tu annuisti senza staccarti.
"Bea? Ti ricordi quando eravamo piccoli e ti ho detto che ti volevo sposare? Te lo ricordi?"
"Certo."
"Adesso non sono più piccolo." Con un morbido movimemto della spalla mi scostasti da te, quel tanto che ti permetteva di vedermi in faccia. Eri serio e pallido, le chiazze rosse del pianto in alto sugli zigomi e gli occhi lustri. "Bea, per favore, vuoi sposarmi? Appena finiamo la scuola?"
"Lo sai che noi forse non possiamo..."
Scrollasti il capo con impazienza.
"Hai capito cosa voglio dire. Non mi serve un certificato per sposarti. Basta che tu mi dica di si. Se lo vuoi davvero. Pensaci un momento, adesso lo sai cosa vuol dire. Io ci ho pensato e non vorrei nessun'altra, anche se fosse la regina di Saba. Ma devo sapere com'è per te."
Rimasi in silenzio per un momento, più che altro per farti felice. Nel mio cuore conoscevo la risposta da sempre. Per quante difficoltà ci ponesse la legge, quella morale o quella dei codici, per quanto disprezzo ci saremmo attirati, perfino dai nostri genitori, e lo sapevo, e per quanto mi rendessi conto che i tuoi scoppi d'ira non mi avrebbero resa la vita facile, non avevo alcun dubbio. Sentivo che eravamo stati creati a quello scopo, che sarebbe stato sbagliato per me chiunque altro. Mi provocava un brivido di disgusto, l'idea di immaginarmi con un altro, come fosse una cosa schifosa.
"Si, Dario. Appena avuto il diploma, andremo via assieme. E se possiamo sposarci, ti sposerò."
"Mi dispiace, non posso neanche regalarti un anello. Sarebbe un po' dura da spiegare ai nostri."
"Lo so. Non mi serve, comunque, tranquillo."
"Aspetta! Ho un'idea!" Ti illuminasti come un fuoco d'artificio e scappasti via, lasciando la porta aperta. Rimasi ferma e diritta sui fiori stinti del tappeto, con un mezzo sorriso che mio malgrado mi stendeva le labbra, nel vederti tornare tanto vivace, e tu tornasti in un lampo, le tue lunghe falcate irregolari che rumoreggiavano in corridoio ed entrasti dalla porta con aria solenne e divertita al tempo stesso.
"Te lo ricordi questo?" Avevi qualcosa nella mano e, quando la apristi, sul tuo palmo luccicava il piccolo drago dorato che ti avevo regalato per il natale di tanti anni prima. Annuii, contagiata dal tuo entusiasmo, e dopo una breve ricerca ritrovai il piccolo angelo che tu avevi scelto per me. Te lo mostrai e i due ciondoli luccicarono piano, uno accanto all'altro, sui palmi accostati delle nostre mani.
"Ce li rimetteremo. Sarà quasi come un anello, no? Così se mi manchi, almeno ho questo e tu lo stesso."
"Ma non avevi smesso di portarlo perché ti dava un'aria effemminata?" Ti domandai con un sorriso. Ti stringesti nelle spalle, mentre tentavi di allacciarti la catenina sottile dietro la nuca.
"E allora? Non penso che la ragazza che mi piace smetterà di parlarmi per questo...o no?"
Ti sfilai dalle mani la catenina e, girato il fermaglio verso di me, lo allacciai prima di girarmi per permetterti di fare lo stesso per me.
"Direi di no. Dopotutto, credo che continuerò a parlarti."
Mi girai verso di te e tu mi sistemasti il ciondolo nello scollo della camicetta, con attenzione, come compiendo un rito.
"Hai paura per domani?" Ti chiesi.
"Ho paura per i prossimi cinque anni." Sospirasti tu. "Vieni a scegliermi i vestiti? Io non so cosa fare. Sembro sempre e comunque un grosso scemo."
"Ma smettila! Non è vero! Sei alto, ma non grosso."
"Divertente. Davvero."
"Tu aiuti me? Neanche io so bene come vestirmi."
Quando tua madre salì per chiamarci a cena, ci trovò impegnati nella cernita dei vestiti, contornati da una solenne confusione e relativamente sereni.
Il giorno successivo, col cuore che mi batteva in gola, partii da casa sulla macchina di mio padre, con le sue parole che mi suonavano nelle orecchie senza mai assumere un significato, e mi ritrovai di fronte alla facciata dell'edificio cui sare dovuta tornare, giorno dopo giorno, negli anni a venire.
Una miriade di zaini e di vestiti colorati si stendevano fra me e la porta e tutti i proprietari di quegli accecanti accessori sembravano parlare contemporaneamente, creando una cacofonia caotica.
Mi feci strada fino alle vetrate che circondavano l'ingresso e attesi il suono della campanella. Giravo attorno gli occhi, cogliendo qui una risata, là un profilo, dall'altra parte ancora una mano che sventolava una sigaretta accesa. Mi appariva tutto confuso e spezzato e mi resi conto che non stavo respirando. Presi aria a grosse boccate, cercando di non avere l'aria troppo sperduta.
Finalmente la campanella suonò e una fiumana di corpi mi trascinò all'interno; naufragai nell'atrio luminoso, dove alcuni fogli da fotocopiatrice attaccati con il nastro adesivo portavano scritti il nome della mia classe di destinazione ed una freccia. Iniziai a seguire i cartelli raffazzonati, che mi parevano fin troppo distanti, e al secondo piano, sulla destra, trovai l'aula contrassegnata dal mio anno e sezione. Una decina di ragazzi e ragazze erano già seduti ai banchi e parlavano fra loro, presentandosi con un'elegante disinvoltura che invidiai.
Diretta dal desiderio di nascondermi il più possibile, scelsi un banco di fondo, attaccato alla parete di un giallo industriale e lì mi sedetti, disposi alcune cose sul piano liscio e, costretta infine ad alzare gli occhi, iniziai a giocherellare nervosa con il ciondolo che mi avevi messo la sera prima.
Osservai i miei nuovi compagni, che continuavano ad arrivare alla spicciolata. Alcuni avevano l'aria persa almemo quanto me e questo mi diede un po' di sicurezza. C'erano decisamente più ragazze che ragazzi ed alcune, in modo evidente, si conoscevano già fra di loro. Sentivo acutamente la tua mancanza e ti pensai, seduto in una qualche aula identica a quella, ad appena qualche strada di distanza, che cercavi di darti un tono mentre tutti quegli sconosciuti ti sedevano attorno. Ebbi una fitta di preoccupazione e strinsi più forte nella mano il ciondolo.
"Posso sedermi?" Chiese una ragazza, facendo seguire l'azione alla domanda senza aspettare risposta. La guardai.
Era una ragazza alta e gradevole, con una gran cascata di lisci capelli color caramello tagliati a frangetta sulla fronte. Mi studiò per un momento, mentre io studiavo lei, con aria franca ed aperta, per poi girarsi e disporre anche lei le sue cose sul banco.
Aveva appena finito quamdo entrò un'insegnante, una donna né giovane né vecchia, rossa di capelli e straordinariamente magra.
"Io sono la professoressa Guidi, la vostra insegnante di lettere. Quando entrerò in classe, voi vi alzerete e mi darete il buongiorno. Per sedervi, aspetterete il mio permesso." Un silenzio attonito si era diffuso nella stanza al suono acuto e puntuale della sua voce. Si sentiva che era abituata a comandare. "So che probabilmente preferireste un atteggiamento più liberale, ma vi prego di ricordare che il mio compito, qui, è di trasmettervi il sapere e non di essere simpatica. Quindi pretenderò da voi rispetto e impegno, ma niente altro. Potete risparmiarvi le attestazioni di affetto per colleghi più sensibili di me a questo genere di cose." Detto questo, si sedette e iniziò a consultare il registro in silenzio.
"Principio sì giolivo ben conduce..." commentai a voce bassa. La forza dell'abitudine. Ero talmente abituata ad averti accanto e a parlare con te, ridere con te, di tutto ciò che accadeva che mi era scappato di bocca prima che mi rendessi conto che non eri lì. Un sommesso sbuffare dal naso, una sorta di risata subito soffocata, rispose al mio commento.
"Mi chiamo Federica, comunque." Mi sussurrò ancora sorridente la ragazza accanto a me. Tenendo un occhio alla professoressa, le strinsi la mano.
"Sono Beatrice, ma mi chiamano Bea."
Era la prima volta che iniziavo una nuova amicizia.
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