sabato 12 aprile 2014

Trentatre

Nei giorni successivi alla nostra riappacificazione, riuscimmo finalmente a valutare con maggiore lucidità la faccenda della scuola da scegliere.
C'erano molti fattori da valutare, nel prendere la nostra decisione; suppongo che per altri la scelta fosse influenzata soprattutto da una valutazione degli sbocchi lavorativi, degli interessi personali e dal desiderio, o dalla possibilità,  di proseguire gli studi, dopo la scuola superiore.  Per noi, tutte queste cose costituivano fattori secondari,  da valutare in un secondo tempo, se il tempo fosse rimasto. Massima importanza, invece, rivestivano le aspirazioni dei nostri genitori, assolutamente da non deludersi, pena una più stretta sorveglianza, e l'ubicazione geografica degli istituti, che dovevano essere ragionevolmente vicini. Dopo un intero fine settimana di questo genere d'indagine, eravamo spossati e scoraggiati.
Tua madre ti voleva ad ogni costo all'università, senza che, peraltro,  rivestisse per lei alcuna importanza quale tipo di studi avresti intrapreso; voleva solo vederti laureato e lasciava a te, o al fato, scegliere quale laurea perseguire.
Tuo padre, dal canto suo, voleva che tu scegliessi un tipo di studi che ti portasse ad un ruolo importante, per titolo o per denaro. Ti voleva veder fare carriera, diventare un pezzo grosso, ricco in potere o in denaro o, meglio ancora, di entrambi.
Mio padre, in questa situazione, era solo preoccupato che io scegliessi qualcosa che mi avrebbe aiutata ad avere una vita serena e felice. Mi aveva detto tante volte che qualsiasi cosa avessi scelto, avrei dovuto tenere a mente che avrebbe condizionato probabilmente tutto il mio futuro e, dopo aver discusso per molte volte con zia Sissi dell'argomento, si era trovato a convenire con lei sul fatto che qualunque scelta che mi precludesse un accesso semplice ed agevole all'università,  non avrebbe potuto che rendermi infelice. "Dopotutto" arrivò a dirmi, alla fine "quattordici anni sono troppo pochi per decidere del resto della tua vita.".
Tutto sommato la scelta diventava ardua, per non dire impossibile.
Arrivati alla decima o undicesima revisione di tutte le possibili scuole, domenica dopo pranzo, lasciasti cadere i fogli e ti sdraiasti, con un lungo sospiro irritato,  sul tappeto accanto al letto, nella tua solita posa.
"È inutile. Non ce la faremo mai a farli tutti contenti, ci rinuncio. Se almeno si mettessero daccordo, capirei. Ma così diventa un tiro alla fune!" Dicesti stizzito.
"Non è neanche quello il problema serio." Replicai io, ancora seduta al tavolino.
"Ah, no? E qual'è, secondo te?"
"Il problema è che noi non siamo in nessuna delle squadre, al momento. Siamo la fune."
"Già. Che meraviglia, vero?"
"Senti" dissi "ma se tu potessi fregartene di tutto e tutti, cosa sceglieresti?"
"Direi o lo scientifico o il tecnico da perito chimico. Tu?"
"Io o il classico o le magistrali. Mi piacciono tutti e due."
"Anche a me i miei, tutti e due. Forse di più lo scientifico."
"Senti, basta. Diciamoglielo, che ci piacciono queste e poi che decidano loro. Tanto è questo che vogliono, no? Decidere loro."
"Peggio, Bea. Vogliono che decidiamo noi, ma che decidiamo come piace a loro. Così se poi non ci piace possono dirci 'l'hai scelto tu'."
"Mi sa che hai ragione. Che schifezza."
"Ma alla fine,  tu cosa vorresti fare? Da grande, intendo, come lavoro."
"A me piacerebbe lavorare in un museo o in una di quelle biblioteche piene di libri rarissimi o vecchissimi, hai presente? Sai, catalogare i reperti, allestire le cose..."
"Sul serio?"
"Si. Perchè?"
"Ma è noioso, Bea! Pensavo che volessi una vita più avventurosa!"
"Avventurosa? Io? Ma se voglio sposare uno che tiene i libri sullo scaffale in ordine alfabetico!"
"Be', così li ritrovo subito...ma poi che c'entra, scusa? Io non posso essere avventuroso, se sono ordinato?"
"Certo. Ma guarda che poi ti si disfa tutta la piega dei pantaloni, se vai all'avventura!" Ridemmo insieme. "E tu cosa vorresti fare?"
"Vorrei essere uno scienziato.  Uno di quelli veri, che scoprono le cose, come Volta, o Marconi."
"E quella lì sarebbe una cosa eccitante, per te? Stare tutto il giorno a torturare le rane morte?"
"Ignorantona! Si, a modo suo è molto eccitante. Pensa, scoprire per primo delle cose che nessuno al mondo sa ancora..."
"E che nessuno al mondo si ricorderà,  se non esistono biblioteche né musei!" Terminai io, lanciandoti un libro. Ti presi sotto lo sterno, piano abbastanza da non farti male, ma ti appallottolasti ugualmente, simulando un terribile dolore.
"Adesso devi consolarmi! Mi hai fatto male!" Mi provocasti, con un sorriso sornione. Era deciso, avremmo comunicato le nostre scelte e ci saremmo affidati alla fortuna, o a quella forza che protegge i ragazzini, sperando che fosse in grado di aiutarci. Passammo il resto di quella domenica pomeriggio fra il tappeto e il letto, senza preoccuparci dello studio.
Ci aspettavamo dai nostri genitori una qualche specie di discorso, di concilio plenario, per la questione della scuola. Invece, il mercoledì di quella settimana, il giorno prima del tuo compleanno, tuo padre, a cena, semplicemente ti disse:
"Allora, l'hai scelta la scuola superiore?"
"Si, più o meno." Rispondesti tu in tono piano.
"Ti avviso che io e tua madre ne abbiamo parlato. Secondo noi, dovresti fare il liceo. Mettimola giù chiara: sono io che pago e io che scelgo. Ti va bene?"
"Io pensavo allo scientifico." Ribattesti serafico "per cui mi va benissimo."
Zio Lucio ebbe un grugnito soddisfatto e si volse verso la zia.
"Visto? Che non c'era bisogno di girarci tanto attorno 'e parlagli, e convincilo'...s'è convinto da solo, mio figlio, ha usato la sua testa e, perdio, l'ha usata bene."
La zia tirò su sdegnata col naso e si preparò, visibilmente, a controbattere, ma lui non gliene lasciò il tempo. Dirottò immediatamente la sua attenzione su di me e mi chiese:
"E tu? Dove pensi di andare?"
"Classico." Risposi, facendo sparire una cucchiaiata di dessert.
"Oh, ma è meraviglioso!" Cinguettò la zia "bravi, ragazzi!"
"Allora non andate a scuola insieme?" Domandò lo zio, sempre a me.
"No. Ci piacciono delle cose diverse." Risposi, senza smettere di mangiare. Con la coda dell'occhio vidi l'espressione trionfante della zia alla mia destra, che sembrava gongolare di una gioia segreta. Se per la doppia scelta liceale o per il fatto che ci saremmo separati di nostra volontà, non saprei dire.
Per quella sera, la discussione si chiuse lì. Il giorno successivo, senza che io avessi dovuto fare nulla per comunicarglielo, mio padre, che era tornato quella notte, mi fece i complimenti per la mia scelta giudiziosa e mi chiese dettagli sul motivo che mi aveva spinta a scegliere proprio quell'istituto. Imbastii una qualche scusa. Dirgli che era semplicemente la scuola che mi piaceva più vicina alla tua, sia come ubicazione che come livello di impegno, mi pareva fuori luogo.
Era il cinque giugno, il giorno del tuo quattordicesimo compleanno,  e mancavano solo due settimane all'esame.
Passammo una splendida giornata, festeggiando in famiglia, satollandoci con uno squisito pranzo speciale preparato da Dora espressamente per l'occasione e passando buona perte del pomeriggio fuori, a camminare fra i campi di erbe alte punteggiate di fiori selvatici. Fu una meravigliosa passeggiata, al termine della quale, stanchi e sudaticci, ci ritirammo nel fresco della casa.
Mancava qualche ora a cena e ci rifugiammo in camera mia insieme ad una caraffa di thè freddo e due bicchieri pieni di ghiaccio. Era bello stare lì insieme, in pace, a goderci la corrente lieve che entrava dalla finestra e il fresco della bibita, senza sentire il bisogno di parlare, soddisfatti solo dallo stare vicini.
"Lo sai che oggi sei proprio tanto bella?" Mi chiedesti, dopo una mezz'ora di amichevole silenzio. Indossavo un vestito vecchio, dell'anno precedente, bianco e giallo, un po' stinto sugli orli, e ti guardai interrogativa; poi seguii la direzione del tuo sguardo e mi accorsi che l'abito, proprio perchè era vecchio di un anno, mi stringeva sul petto, e lasciava vedere, attraverso lo scollo, una porzione di seno che l'anno precedente, semplicemente, non c'era.
"Mi stai fissando."
Annuisti lentamente, mentre sul tuo viso affiorava lentamente e inesorabilmente il sorriso che conoscevo bene, il tuo sorriso da guai.
"Sai che oggi è il mio compleanno?" Chiedesti con aria compunta, sempre con quel largo sorriso astuto sulla bocca.
"Certo che lo so. Ho anche un regalo per te. Te lo dò stasera a cena, con gli altri." Mi veniva da ridere. Non potevo farne a meno, sapevo dove volevi andare a parare.
"Ma io non voglio aspettare. Voglio il mio regalo subito, adesso."
"Vado a prendertelo?"
"Vieni qui da me. Vieni a darmi il mio regalo."
"E che regalo vorresti, di grazia?" Chiesi, ridacchiando alla tua espressione lupesca. Mi avvicinai a te e tu mi afferrasti, attirandomi con forza fra le tue braccia. Mi baciasti, lasciando scorrere le tue mani sulla pelle scoperta del mio petto e della mia gola. Quando ti staccasti dalle mie labbra, allungai la mano alle tue spalle, verso il comodino, e presi la nostra piccola clessidra di plastica. La guardasti con aria trasognata,  come fosse un manufatto sconosciuto e la prendesti, con delicatezza, dalle mie dita. Cominciasti a canterellare sottovoce, sempre con una mano sulla mia schiena.
"Tanti auguri a me...tanti auguri a me..." con un movimento repentino e preciso del polso, lanciasti la piccola clessidra attraverso la finestra aperta del terzo piano, gettandola nel piazzale di ghiaia sottostante. Ti voltasti verso di me e il tuo sorriso si accentuò, dandoti un'aria monellesca "tanti auguri felici, tanti auguri a me!" Terminasti, prima di stringermi contro di te e ricominciare a baciarmi.
Ti facevi sempre più insistente, più audace. Le tue mani scivolavano sotto il mio vestito, mi accarezzavano, mi afferravano, mi stringevano. Mi sembrava di non riuscire a respirare. Tentai di allentare la tua stretta, ma eri indifferente alle mie proteste, troppo concentrato su quello che stava succedendo.
"Dario, piano! Lasciami, mi stringi troppo forte!"
"Scusa." Rispondesti meccanicamente, allentando di poco la stretta.
"Dario, ci sei? Mi senti?"
"Mm"
"Smettila!" Ti afferrai per i capelli, costringendoti a guardarmi in faccia. "È il tuo compleanno,  è pieno giorno, fra poco viene su qualcuno a chiamarci per cena. E se ci trovano così?"
La vera ragione, nascosta sotto tutte quelle ragionevoli motivazioni,  era che mi facevi un po' paura, in quel momento. Di solito ero io a prendere l'iniziativa,  a decidere cosa fare, mentre ora eri tu ad essere preso da un momento di follia e ti sentivo tanto pieno di desiderio, tanto più forte di me, che mi spaventavi. Non sapevo che cosa volessi fare, dove ti saresti fermato o che cosa avrei dovuto fare io. I tuoi occhi tornarono lentamente a fuoco e frugarono nei miei, leggendovi la verità.
"Guarda che non ti faccio niente di male."
"Si, ma..."
"Zitta."
"Ma..."
"Ho detto: zitta."
Eravamo seduti sul bordo del letto, uno accanto all'altra, fianco a fianco. Mi spingesti dolcemente verso il materasso e mi ritrovai sdraiata, i piedi posati a terra e la schiena a contatto del lenzuolo candido.
Infilasti di nuovo le mani sotto il mio vestito, accarezzando la pelle nuda delle mie cosce, esitando appena un attimo sul tessuto delle mutandine, esplorando con le dita la curva dei fianchi.
I tuoi capelli, sfuggiti chissà come al rigoroso controllo di tua madre per qualche settimana,  ricadevano in sottili ciocche dai rifflessi metallici, nascondendo i tuoi occhi al mio sguardo. Mi baciasti il seno e la tua bocca era bollente. Stavi semisdraiato su un fianco e mi guardavi, mentre le tue mani sembravano non trovare requie, sulla mia pelle. Sospirai. Il tuo desiderio mi stava contagiando.
"Ti ricordi la notte che sei venuta da me e io mi stavo..."
"Si."
"Vuoi che lo faccia anche io? A te?"
La punta delle tue dita indugiava giocherellando sull'elastico delle mie mutandine.
"Non lo so."
"Paura?"
"Si."
"Ne hai voglia, però. Vero?" Il tuo strano sorriso da guai tornò a farsi vedere. Esitai. Non sapevo quale fosse la cosa giusta da fare. Quando era il mio corpo a decidere per me, era tutto molto semplice, ma in quel caso mi sentivo smarrita.
Mi salvò dal doverti rispondere il richiamo di mio padre, appena fuori dalla porta.
"Ragazzi! Scendete che è ora di cena!" Saltammo, letteralmente,  giù dal letto, con uno slancio da olimpionici. Il cuore mi batteva tanto forte che vedevo una miriade di pumtini luminosi accendersi a tempo con le pulsazioni. Tu ti passasti una mano sul viso, come riscuotendoti da un sogno, poi mi guardasti con aria imbarazzata.
"Me lo fai un favore? Cambiati. Quel vestito mi manda al manicomio."
Annuii, prima di iniziare a ridacchiare, fissandoti.
"Fai il favore anche tu, Dario. Calmati. Altrimenti mi sa che se ne accorgono, che non stavamo chiacchierando."
Abbassasti gli occhi al davanti dei tuoi pantaloni e iniziasti a sogghignare anche tu, scuotendo la testa.
Pochi minuti dopo, scendevamo le scale assieme, come avevamo sempre fatto, ridendo e spintonandoci, pronti a gettarci sulla cena.
Entrando in sala, sentii tuo padre dire al mio, con tono di confidenza:
"Almeno non ne hanno sofferto, di essere figli unici, a venire su assieme così, come fratello e sorella."

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