Oggi, sulla strada verso il lavoro, mi sono imbattuta in un gruppo di ragazzi che andavano a scuola. Erano adolescenti, fra i sedici e i diciott'anni, e ho potuto osservarli con tutto l'agio, dato che per loro, come per noi alla loro età, ero invisibile. Tutti gli adulti, per loro, sono invisibili, sino a quando non decidono di fare irruzione in armi nel loro mondo e, di solito, rovinare qualcosa.
Li osservavo e notavo quanto uguali sono a come noi eravamo allora. Colorati, chiassosi, goffi eppure, a loro modo, belli. Assolutamente impreparati a tutto, ma con in tasca la convinzione di poterla fare in barba al mondo intero, di possedere una verità assoluta che tutti ignorano, o decidono di ignorare. Per il loro bene, ho sperato, ho augurato silenziosamente a ciascuno di loro, che quella convinzione possa accompagnarli il più a lungo possibile.
Erano ragazzi, e fra loro ho potuto rivedere noi stessi e quelli che diventarono i nostri amici, nei medesimi atteggiamenti, le medesime posture, gli abiti appena modificati dal corso delle mode. C'era il timido taciturno, il gregario sempre pronto ad assentire e ridere troppo forte; c'era il duetto inseparabile di amiche che ciarlavano isolate nel mezzo del gruppo e c'era, perfino, un tronfio galletto, dalle falcate troppo lunghe e dalla parlata troppo forte, con la testa buttata all'indietro per esibire una superiorità fasulla quanto la cartapesta, che mi ha ricordato da vicino te, alla sua età. Certo, era tutto diverso, moro e negligentemente abbigliato, ma aveva il tuo stesso atteggiamento, la tua folle sfida al mondo intero negli occhi. Fu nella primavera di quel primo anno che iniziasti a cambiare, a reagire, invitando l'universo intero a farsi sotto, se era ciò che cercava. Fu quella primavera che le cose cominciarono a cambiare.
Passarono i giorni e, con essi, le settimane. La mia amicizia con Federica progrediva, tanto che arrivai, poco dopo le vacanze di natale, a parlarle di te. Certamente, non potevo dirle che eri mio cugino, né il tuo nome, prevedendo che, prima o poi, avrebbe finito per conoscere, dal vero o dalla mia voce, la mia famiglia. Potevo però aprirmi, finalmente, ad un altro essere umano per raccontare quanto amore, quanta smisurata passione sentissi per te.
Eri stato tu a darmi l'idea, raccontandomi mesi prima di aver fatto lo stesso con la donna da cui ti aveva portato tuo padre, e da allora non avevo smesso di rigirarmela in testa: il pensiero di potermi concedere il piacere di parlare di te con qualcuno, di quanto tu fossi bello, di quanto tu fossi intelligente, caro, dolce e premuroso esercitava su di me un'enorme attrazione. Anche lei aveva un grande amore, un ragazzo dall'improbabile nome di Nando, conosciuto in villeggiatura e con cui si scriveva pagine e pagine di lettere ogni settimana, nella trepidante attesa delle vacanze pasquali; passavamo la ricreazione a raccontarci del palpito dei nostri cuori, trovando in questi discorsi certamente insipidi e ripetitivi un sollievo incredibile.
"Ma con questo principe azzurro c'è stato qualcosa?" Mi domandò lei un giorno, durante un'ora buca.
"Insomma. Si. Qualcosa." Le risposi imbarazzata. Non avevo alcuna intenzione di raccontarle dei nostri intrattenimenti notturni e cercai di sviare la sua attenzione. Finii, com'è ovvio, a raccontarle ogni cosa nei benché minimi dettagli, cercando una qualche sorta di consolazione nel confronto con una mia coetanea. Se da una parte temevo che mi condannasse come una poco di buono, dall'altra non potevo rinunciare a conoscere il suo parere. Al termine della mia lunga confessione, Federica fece spallucce e mi disse:
"Allora pensate di farlo presto? Io spero quest'estate..."
Mi sconvolse. Iniziò infatti la sua, di confessioni, e mi resi rapidamente conto che non solo ciò che noi facevamo non era niente di fuori della norma, io che mi credevo sprofondata nella peggiore delle iniquità, ma non era neppure particolarmente azzardato. Alcune delle cose che mi disse mi fecero arrossire, mentre prendevo mentalmente nota di ogni particolare per poterlo sperimentare su di te. Terminò il discorso ripetendo, ancora una volta, che sperava di "farlo" presto.
Questo mi lasciava perplessa. La tua campagna di persuasione continuava inesorabile ed era diventata per me una consuetudine, per quanto angosciosa, sentirmi fare la stessa domanda ogni volta che ci concedevamo qualche momento di intimità.
"Bea, per favore, facciamo l'amore? Per piacere!"
Era una frase che temevo ed insieme aspettavo. Se da parte mi sentivo spaventata all'idea, quasi pietrificata, per la verità, dall'altra mi lusingava profondamente il sentirmi tanto desiderata. Che una ragazza come me potesse desiderare di rispondere 'si' a quella richiesta, mi sembrava inverosimile.
"Ma non hai paura?" Domandai intimidita a Federica.
"E di che?" Rispose lei "se c'è tanta gente al mondo tanto male non deve essere!"
"Dicono che fa male."
"Si, lo so, ma solo un pochino. E poi solo all'inizio, no?"
Collimava perfettamente con quanto mi avevi detto tu, dopo esserti informato nel dettaglio da quella che ti ostinavi a definire 'un'esperta del settore', quindi non trovai nulla da ridire e mi chiusi in una muta riflessione, che mi occupò la mente durante le ore successive. Rientrai a casa ancora impegnata a rimuginare sulle novità e mi misi a fare i compiti sul tavolo della cucina, invece che salire in camera, sapendo che isolarmi non avrebbe aiutato la mia concentrazione.
Era un giovedì e il giovedì tu rincasavi un'ora dopo di me. Mi trovasti impelagata in una versione di greco e, dopo un rapido saluto, apristi i tuoi libri lì, rimanendo a studiare con me.
Finita la versione, continuai a svolgere il resto dei compiti che ci avevano assegnato. Ero giusto alla fine di un sofferto e alquanto confusionario esercizio di matematica, quando ti sentii gemere sconsolato.
"Cosa c'è?"
"Il compito di quel maledetto latino. Non va. Ci ho passato sopra un'ora e non c'è un filo logico. E adesso sul dizionario non c'è il verbo!"
"Dai qua, fammi vedere."
Con un gesto frustrato, respingesti verso di me quaderno e dizionario, cacciandoti le mani fra i capelli. Ero tentata di reagire allo stesso modo, quando vidi il risultato delle tue fatiche: una serie di parole slegate, che nemmeno sotto la massima coercizione potevano formare frasi di senso compiuto.
"Te la correggo io." Sospirai, impugnando la matita e mettendomi al lavoro "vieni qui che ti faccio vedere dov'è sbagliata!"
Girasti attorno al tavolo, chinandoti sullo schienale della mia sedia. Cercavo di darti un'idea su come si traducesse un testo, ma i tuoi occhi erano evidentemente attratti senza rimedio dal mio povero, tormentato quaderno di matematica.
"Guarda che la tua equazione non risulta."
"Bah, non risultano mai. È inutile tentare di rifarla, non risulterebbe lo stesso, ma in un modo diverso." Parlavo per esperienza. Ero arrivata a rifare un esercizio fino a otto volte, ottenendo otto risultati diversi, nessuno dei quali si avvicinava a quello pronosticato dal libro. Mi reimmersi nel dizionario, quando un tuo richiamo perentorio mi spaventò.
"Beatrice! Otto per quattro?"
"Come?" Mi guardasti con aria truce.
"Quanto fa otto per quattro?"
"Vent...otto?" Tentai, calcolando rapidamente.
"Ventotto!" Ululasti, prendendoti la faccia fra le mani "signore pietà! Le tabelline! No, le tabelline no!"
"Ma cosa vuoi da me?" Ribattei decisamente piccata dal tuo atteggiamento "se sei così furbo, mi spieghi com'è che non distingui un complemento oggetto dal soggetto della frase? Mi metto a urlare 'l'analisi logica!' Io? No! E allora..."
"Ma Bea, non puoi non sapere le tabelline! Ti servono! Il latino non serve a niente, porca miseria, tutti quelli che lo parlavano sono morti, hai presente?"
In quei pochi mesi mi ero presa una vera e propria cotta per il latino, il fatto di poter leggere di prima mano, come sentire dalla loro viva voce, le cose scritte da persone come Giulio Cesare o Traiano mi emozionava e mi riempiva di un senso di orgoglio e sentirti parlare in quel modo mi fece definitivamente prendere fuoco.
"Ignorante, rimbambito e ottuso per giunta e buona misura! Lo sai che per quasi mille anni è stato la lingua comume di tutte le persone del mondo, il latino? Che la gente si scriveva così? Che tre quarti di quelle cacchiate che ti fa tanto piacere studiare, comprese le teorie di questa schifo di matematica sono state formulate in latino? Ti ci entra in quella testa di legno?"
"Non sgridarmi!"
"Si che ti sgrido, se dici cavolate!"
"Smetti subito di sgridarmi!" Ripetesti, alzando la voce. Durante la mia tirata sull'importanza storica del latino mi ero alzata in piedi e ci trovammo faccia a faccia, entrambi alterati, col fiato corto. Sentivo le lacrime pungermi gli occhi, era raro che tu alzassi la voce con me, ma non volevo darti la soddisfazione di vedermi piangere. Mi guardavi con un misto di rabbia e spavento che non riuscivo ad interpretare. Sapevo solo che era pericoloso, provocarti in quel momento, e c'era una piccola parte di me che, per un qualche motivo a me del tutto ignoto, provava un impellente desiderio di toccarti.
La casa era vuota, in quel momento, tutta per noi. Dora e tua madre erano andate a ritirare non so che in una tintoria in paese ed entrambi i nostri padri erano al lavoro. Il silenzio assolito dilatò quell'istante rendendolo quasi insopportabile.
I tuoi occhi cercarono i miei ed erano ferini, duri, come non li avevo mai visti. Mi afferrasti senza alcuna delicatezza, stringendomi i capelli e il fondo della schiena e mi strattonasti verso di te. Il tuo bacio fu rabbioso, quasi doloroso da principio, ma non ebbi la forza di respingerti, anzi, le ginocchia mi si piegarono dal desiderio. Mi sentivo molle come cera calda nelle tue mani e tu mi sostenesti, adattando la stretta delle tue braccia al mio corpo e facendoti, lentamente, più dolce. Era la prima volta che mi davi un vero bacio fuori dalle nostre stanze e il mio cuore sembrava impazzito, tanto che me lo sentivo pulsare fin nelle orecchie. Piano, con garbo, ci staccammo e tu mi fissasti ancora negli occhi, continuando a teneremi stretta a te. Ero come ipnotizzata dal tuo sguardo e ancora oggi sono convinta che in quel momento, come in molti altri momenti simili che avrei vissuto, avresti potuto chiedermi qualsiasi cosa senza che io potessi negartela.
"Non litighiamo più, vuoi?" Mi chiedesti sottovoce.
Annuii.
"Allora, facciamo così: tu mi correggi latino e io ti correggo mate. E poi mettiamo tutto a posto. Va bene?"
Annuii di nuovo.
"Bea? Ci sei?"
"Che cosa mi hai fatto?" Mi scappò chiesto prima di riuscire a frenarmi. Sorridesti con aria sorniona e avvicinasti la bocca al mio orecchio, come per dirmi un segreto.
"Non me ho idea." Sussurrasti. "Ma non è mica male, no?"
Il calore del tuo soffio mi diede un brivido e mi appoggiai alla tua spalla sospirando.
"Scusa, non so cosa mi succede. Dammi un attimo, vuoi?"
"Oh, tutti gli attimi che vuoi. A me tu lo fai spesso, questo effetto, lo sai?"
"Che effetto?"
"Bea...guarda che non sono cieco."
"Va bene. Davvero ti faccio sentire così?"
"Si. Davvero."
"Dario?"
"Cosa?"
"Rifallo, dai."
Il tuo sorriso si allargò, conferendo al tuo viso l'espressione astuta che avevo imparato ad amare. Mi stringesti di nuovo e ci baciammo a lungo, appoggiati l'uno all'altra, in pieno sole, un pallido sole invernale, ma pur sempre sole, e smettemmo solo quando sentimmo la ghiaia scricchiolare sotto le ruote di un'auto in arrivo.
Quando tua madre rientrò, ci trovò seduti ad un tavolo completamente coperto di libri, composti e chini sugli studi, come nulla fosse accaduto.
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