Ricominciammo, così, a studiare insieme e il nostro umore migliorò sensibilmente, complice anche la primavera che stava arrivando. I giorni si facevano più lunghi e più assolati e i pomeriggi, strappati dalla solitudine delle stanze chiuse, più brevi e più piacevoli.
Il programma di lettere, antiche e moderne, che vi facevano seguire era molto più semplice e lento del noatro e spesso ti lasciavo studiare sui miei appunti, costringendoti a ripetere a voce alta tutto ciò che dovevi mandare a mente, mentre tu mi piantavi in testa, con la tua solita determinata pignoleria, le regole fondamentali della matematica. I tuoi voti migliorarono sensibilmente e di pari passo con l'innalzamento della media, tornò la tua voglia di scherzare e la tua serenità. Parlavi di nuovo, adesso, a casa con noi, raccontando a tavola mille piccole cose delle giornate trascorse e più tardi, con me, tutto quello che ti passava per la mente. Sembrava che finalmente le cose avessero ripreso a marciare per il verso giusto, quando, per caso, notai che avevi una lunga chiazza livida su un braccio, mentre ti arrotolavi le maniche per goderti uno dei primi veri soli di aprile.
"Cosa ti sei fatto?" Chiesi un po' preoccupata.
"Qui? Mah, niente." Mi rispondesti evitando il mio sguardo. Eravamo sui gradini di casa, seduti al sole a chiacchierare, finiti i compiti e il livido spiccava verdastro ed inconfutabile sulla tua pelle candida. Mi avvicinai e ti presi il braccio.
"A me non sembra niente. Sei caduto?"
"Mm. Si."
"Dario?"
"Cosa?"
"Lo sai che non sei capace, di raccontare le bugie. Non ti viene proprio."
"Senti, possiamo lasciare stare? Non mi va di raccontartelo e basta." Il tuo tono era gentile, il tono di una richiesta qualunque, così decisi di lasciar perdere e di parlare d'altro e lo feci, per un poco, ma l'occhio mi cadeva in continuazione su quel segno scuro, fino a che tu non te ne accorgesti e srotolasti le maniche della camicia, riabbottonandoti i polsini. Vestivi sempre così, nonostante la maggiore libertà di cui godevi, jeans, si, ma perfettamente stirati e camicie chiarissime, cin appena l'ultimo bottone slacciato sulla gola, che lasciava aprire il colletto rigido di amido come la coda di una rondine. Mi dispiaceva di averti seccato, e stavo per scusarmi con te, ma ti ti alzasti in piedi e, facendomi cenno di seguirti, rientrasti in casa.
"Vieni su, che ti spiego." Mi dicesti controvoglia iniziando a salire le scale.
Arrivati nella tua stanza, ti sedesti con un sospiro sul bordo del letto e iniziasti a raccontare.
"Sai, Bea, te l'ho già spiegato, non sono proprio il più popolare della scuola. Ci sono dei ragazzi che se la prendono sempre con me. In continuazione. Sono andato avanti per un po' in silenzio, ma poi un paio di settimane fa non ce l'ho fatta più e quamdo hanno iniziato a prendermi in giro, ho risposto. Insomma, li ho presi in giro anche io. Devo aver colpito nel segno, perchè hanno deciso di passare alle mani, quando siamo usciti. Mi sono portato a casa qualche livido io e qualche livido loro. E basta, è tutto qui. Niente di grave, no?"
Sentii la rabbia, in quegli anni della mia adolescenza una belva dal sonno leggero, che alzava la testa.
"Ti hanno picchiato?"
"Ci siamo picchiati." Mi correggesti tu "si, un paio di volte. "
"È successo più di una volta? E perché non mi hai detto niente?"
"Perchè, tu cosa ci puoi fare?"
"Io...io li prendo a calci, quegli stronzi!"
"Stai calma."
"No! Ti hanno fatto male! E poi hai parlato al plurale! 'Hanno fatto, hanno detto'. Quanti sono?"
"Due. Ma, Bea, davvero, non fa niente. Non mi hanno fatto niente. Non penserai mica che sia stato fermo a prenderle, no?"
"Ma non possono! Vengo con te! Almeno siamo pari numero!"
"Certo, come no. Bea? Lo vedi, adesso, perchè non ti ho detto niente? Lo sapevo, che avresti fatto così. A parte che sono più della mia taglia che della tua, te lo assicuro..." ti alzasti e ti avvicinasti a me, prendendomi il viso fra le mani e sollevandomelo, per costringermi a guardarti in faccia "non farò la figura di quello che si fa difendere da una ragazza. Non perchè mi vergogno di te, ma perchè li aizzerebbe, loro e quelli come loro, come una muta di cani. Lo capisci?"
No. Non lo capivo. O, meglio, lo capivo perfettamente ed ero cosciente del fatto che tu avevi ragione ed io torto, ma non volevo che fosse vero. Non potevo pensarti, solo, ad affrontare la violenza e la cattiveria degli altri, non volevo cedere all'idea di non poter intervenire. Scossi la testa furiosamente, negando le tue parole ed i miei pensieri insieme, e tu continuasti a guardarmi, paziente, aspettando che sconfiggessi me stessa e lasciassi prevalere la ragione.
"Ma perchè sono così cattivi con te?" Ti domandai alla fine.
"Non lo so. Sembra che gli dia fastidio qualunque cosa di me. Sono tutti presi da reverente ammirazione per un nostro compagno che si chiama Andrea e detestano me. Più di questo, non saprei dirti." Scrollasti le spalle sconsolato.
"Andrea quello che si dimentica i compiti in classe?" Mi avevi parlato più volte, con una certa dose di rabbiosa apprensione, di quel tal Andrea, che sembrava non fare alcuno sforzo visibile per arrivare a prendere voti altissimi e che sosteneva, addirittura, di dimenticarsi le date dei compiti in classe, che consegnava sempre perfetti ed immacolati, in quanto diceva che non gli occorresse studiare, ma solo assistere alle lezioni. Ti irritava talmente, questo suo atteggiamento indolente, che più di una volta avevi espresso il desiderio di prendere il massimo dei voti, per 'fargliela vedere'. Per il tuo modo di vedere la vita, era un insulto il concetto stesso di disprezzare o negare il duro lavoro che portava ad ottenere un risultato.
"Proprio lui. Il santissimo Vasirani, dio lo conservi, il patrono delle cause perse, quello che nessuno può criticare. Beh, forse il problema è proprio questo. Io lo critico eccome." Una vena di durezza si era insinuata nella tua voce, parlando di lui.
"Ed è uno di quelli che ti tormentano?"
"Chi? Lui? No, no, guai mai! Lui è sempre gentilissimo, educatissimo, bravissimo. Mi evita, è cortese e distaccato e si diverte a montare gli altri. Così ne esce immacolato, lui."
"Ma cosa gli hai fatto di tanto grave?"
"Niente. Ci crederesti? Ho addirittura tentato di farci amicizia. Gli ho chiesto non mi ricordo più cosa sulla sua famiglia, chi sono, dove abitano, cose così, tanto per attaccare discorso, un giorno che si parlava tutti assieme prima di ginnastica."
"E lui?"
"E luo ha fatto la faccia da santo patrono e ha risposto ad alta voce, così lo sentivano bene tutti 'non importa da che famiglia si proviene, ma quello che si è'. Lo stronzo."
"E cosa vorrebbe dire, scusami?"
"Niente! È questa la cosa più assurda, lui butta lì una frase da aforismi di non so chi e tutti 'bravo! Fantastico! Che testa!' E adesso tutti pensano che io abbia la puzza sotto il naso!"
"Ma, dico...sono tutti scemi dalle tue parti?"
Ti passasti le mani sul viso, sospirando di stanchezza e frustrazione.
"Ma che ne so, io? Non ci capisco niente!"
Ti abbracciai stretto, cercando di consolarti con la mia vicinanza, con la mia presenza, di trasmetterti attraverso il corpo tutto l'amore e tutta la compassione che provavo per te. A dispetto di qualsiasi ragionevole considerazione, se mi fossi trovata di fronte a quel tizio, l'avrei volentieri preso a pugni, senza dargli il tempo di pensare a quale nuova massima utilizzare.
"Non lo dici a nessuno, vero? Non voglio che i miei si preoccupino." Mi chiedesti, parlando fra i miei capelli. Scossi la testa cintro la tua camicia, assicurandoti il mio silenzio.
Il pensiero di quello che stavi passando continuò a girarmi in testa nei giorni successivi, mentre la vita procedeva con il solito ritmo. Non riuscivo a pensare ad altro che a cosa tu stessi facendo, cosa stessi provando, cosa ti stesse accadendo.
Rientravi ogni giorno con il treno, facendo a piedi il breve tragitto fra la tua scuola e la stazione, mentre io aspettavo l'autobus all'incrocio di fronte alla mia scuola. Quando arrivò il giovedì, in cui tu finivi un'ora dopo di me, decisi di camminare fino al tuo liceo, per farti una sorpresa. Volevo rincasare con te, per avere una mezz'ora di tempo in più da passare insieme.
Arrivai di fronte alla tua scuola con un discreto anticipo sulla campanella. Era un edificio di due piani, con grandi vetrate sulla facciata, incastrato ad angolo in uno dei grandi palazzi del quartiere. Mi sedetti su uno degli scalini e iniziai ad aspettarti, godendomi il sole tiepido ed il cielo sereno. Per un effetto ottico, la vetrata dell'ingresso si era trasformata in un eccellente specchio e, senza volere, iniziai a guardarmi, comtrollando di avere a posto i capelli, la camicetta, quel giorno bianca con cuciture e bottoni rosso vivo, e l'ampia gonna a ruota, recente vittoria della zia nell'infinita lotta per il predominio del guardaroba. Mentre ero immersa in quell'occupazione, mi ritrovai, d'improvviso, a guardare in faccia un ragazzo, dietro il mio riflesso sul vetro. Chissà da quanto tempo lui osservava me, durante la mia revisione generale, pensai imbarazzata; mi sorrise di un largo sorriso comtagioso e salutò con la mano e, proprio in quel momento, il suono della campanella di fine giornata riempì l'aria. Il ragazzo, moro e atletico, si esibì in una pantomima, mostrandomi che doveva correre in classe a prendere il suo zaino e sparì.
Una fiumandi studenti si riversò nell'atrio, riempiendolo completamente, prima di trovare sbocco attraverso le porte e poi sui gradini. Uscivano a gruppi, a coppie, correndo, camminando, chiacchierando. Tu svettavi fra loro come un papavero fra le margherite, altissimo e composto, i passi cadenzati e sempre uguali, il sole che cavava riflessi dorati dai tuoi capelli chiari. Avevi il viso serio, la tua solita espressione da scuola, che indossavi come una divisa, ma ti apristi in un sorriso vedendomi e ti affrettasti a raggiungermi, incurante della massa compatra di schiene di fronte a te, aprendoti un varco come uma nave rompighiaccio nell'antartico.
"Ciao! Cosa fai qui?"
"Mi mancavi." Scendemmo i gradini per non essere travolti e ci fermammo un minuto.
"Sei stata gentile a venirmi a prendere, è bello vederti qua. Grazie."
"Beh, prego. Sinceramente, non so perchè non l'avevo mai fatto. Potremmo rientrare imsieme tutti i giorni, sai? Ci metto dieci minuti dalla mia scuola a qui."
Annuisti entusiasta e il tuo sorriso si ampliò ancora un po', staccandoti del tutto la faccia da scuola di dosso. Il grosso degli studenti era ormai passato e usciva solo qualche ultimo ritardatario, ma erano in una decina, oltre a noi, quelli che ancora restavano a parlare davanti alla scuola. A quel pumto, un ultimo ragazzo uscì di corsa, con lo zaino tenuto in mano per le cinghie, dall'edificio e si precipitò giù per i gradini, piombando in mezzo ad un gruppo poco distante da noi, da cui provennero risate di divertimento per poi rimettersi a correre sulla strada.
"Un'altra delle sue 'deliziose spontaneità', immagino." Commentasti aspro a voce bassa.
"Chi? Quello?"
"Quello, Bea cara, era il famoso Andrea, diletto ed orgoglio del nostro istituto." La tua nocca aveva preso una piega di disprezzo, pronunciando queste parole.
"Ma io l'ho viato dietro il vetro, prima, mentre ti aspettavo."
"Si, sai, lui non deve mica stare in classe come i comuni mortali." Rispondesti, circondandomi le spalle con un braccio dped avviandoti verso la stazione.
"Mi ha salutato." Conclusi.
"Ah, davvero?" Ringhiasti, com un tono pericolosamente simile a quello di tuo padre.
"Dario?"
"Mm?"
"Lo sai che stiamo camminando per strada abbracciati come fanno i fidanzatini?"
Ti riscuotesti dalla tua fantasia, qualunque essa fosse, sul tuo compagno di classe e guardasti quasi con stupore il tuo braccio che mi circondava, il sole che creava giochi mobili di luce passando attraverso le foglie giovani degli alberi che ombreggiavano la strada e gli edifici attorno, per poi tornare a guardare me, con aria più dolce.
"Quando andremo via, sarà sempre così, sai?" Mi domandasti avvicinando la testa alla mia.
"È bello. Un giorno, magari, potremmo anche baciarci in pubnlico come fanno certe coppie per strada." Era uno dei miei sogni segreti, poterti baciare in pubblico. Non un bacio di quelli da censura, un piccolo bacio sulle labbra, un bacio da innamorati, ma alla luce del sole, all'aperto, in strada, magari, come facevano i ragazzi della nostra età.
"Ti farebbe piacere?"
Arrossii senza rispondere e tu ti fermasti in mezzo al marciapiedi, lasciando che pedoni e biciclette scorressero attorno a noi e mi regalasti un piccolissimo bacio, poco più che uno sfiorarsi delle labbra, lì, in mezo a tutti. Una vera follia, sulla strada della stazione, dove avrebbero potuto vederci altre persone del nostro paese, ma tu lo facesti ugualmente, quell'unica volta, perchè io lo desideravo. Fu il nostro unico bacio in pubblico e, ancora, quando passo su quel marciapiede non rieco a fare a memo di fermarmi per um secondo nel punto esatto in cui accadde per richoamare alla memoria la sensaziome delle tue labbra che mi sfioravano leggere, sotto quel sole di primavera, in mezzo al fiume dei passanti che non capivano quanto unico fosse quello che succedeva sotto il loro naso.
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