sabato 5 aprile 2014

Ventotto

Sono giorni e giorni che non faccio che pensare a te. Nell'aria che mi sfiora appena i capelli alitando dalla finestra,  nell'inquieta insonnia della notte, sempre troppo lunga da passare, nella carezza ruvida della stoffa che mi sfilo di dosso la sera, sei tu.
Trattengo nell'orecchio ogni tono della tua voce, del tuo respiro, del tuo ridere e del tuo pianto.
Sento la fame che ho di te crescere di giorno in giorno, di notte in notte, di ora in ora.
È troppo vuoto, lo spazio attorno a me, questo spazio di un braccio sempre deserto, che nessuno riesce a riempire, tuo da sempre e per sempre, in attesa del tuo ritorno. Questo posto è la tua casa e lo rimarrà, anche abbandonata, anche disertata, anche quando sarà distrutta, rovinata, sarà, non di meno, tua. Non me ne lamento, so che è così perchè anch'io lo voglio; solo, mi manca la mia casa, quella grande casa sicura da ogni pericolo, che è lo spazio fra le tue braccia.
Inutile negarlo o tentare vuote dissimulazioni: mi manca il tuo corpo, il piacere che mi dava, il senso di potere e di profondo amore che io stessa provavo nel darti piacere. Non c'è persona al mondo, uomo o donna, me stessa inclusa, che abbia mai conosciuto il mio corpo, ma di più ancora la mia mente,  come tu la conoscevi e credo di poter dire lo stesso anche io, del tuo. Non arriverà mai chi possa prendere il tuo posto, conquistare il tuo dominio,  perchè non esiste una così grande profondità di piacere senza un abbandono altrettanto grande, né abbandono senza fiducia, né fiducia senza conoscenza.
Mi è impossibile dimenticare il giorno, anzi, la notte, in cui la barriera di vergogna che si era sempre alzata fra noi subì la sua prima grande frattura, linerandoci da uma parte di quel pudore che ci impediva di spingerci fin dove il nostro reciproco desiderio avrebbe voluto.
Fu nel tardo autunno di quell'anno, l'ultimo della scuola media, mentre le foglie rosse gialle di ottobre perdevano ogni colore, confondendosi nel bruno del terreno gelato.

Il nuovo anno scolastico era iniziato e si trascinava stanco e privo di ogni novità. La tua abitudine a troncare ogni tipo di dialogo coi compagni iniziava a pesarci addosso come una cappa, lasciando campo ad ogni piccola rivalsa che le loro menti di unite riuscivano ad escogitare, ma senza alcun risultato. Parevi aver acquisito una tale padronanza del tuo carattere impulsivo, dopo la brutta avventura della primavera, da lasciare sbalordita perfino me.
Qualsiasi cosa ti dicessero, non reagivi affatto e le poche volte in cui qualche coraggioso aveva tentato di provocarti sul piano fisico, a te che eri il più alto della classe, ti eri limitato a respingerlo indietro, una sola spinta assestata con aria indifferente, niente affatto offesa, nel mezzo del petto. Il tuo sguardo in quei momenti era forse il deterrente migliore che potessi usare, uno sguardo schifato, a labbra strette, da chi è costretto a toccare qualcosa di sporco e molle. Desistevano tutti al primo tentativo.
Con enorme gioia di zia Sissi,  entrambi i nostri guardaroba scolastici erano stati da rifare completamente, dato che, durante l'estate, eravamo semplicemente cresciuti troppo per affrontare l'autunno con i vecchi abiti, per quanto allungati e rimaneggiati.
Sfoggiavamo dunque delle anticaglie nuove fiammanti, identiche nello stile a quelle che avevamo sempre indossato, ma più adatte a contenere, nel tuo caso, una statura degna di un quindicenne e nel mio, per mia profonda vergogna, la prodigiosa crescita di forme e protuberanze del tutto inadatte alla mia età.
Avevo chiesto e supplicato la zia di aiutarmi a scegliere abiti che nascondessero il più possibile queste imbarazzanti evoluzioni del mio corpo e, di fronte alle sue risate, avevo raddoppiato le insistenze.  Il disastroso risultato del compromesso cui eravamo pervenute era che sfoggiavo una lumga serie di palandrane da dal taglio e dalla consistenza monacali, ma con tremendi colori pastello. Mi sentivo un incubo calzato e vestito, ma ero ancora in grado di sopportarlo, purché nessuno dei nostri coetanei potesse fare commenti sul mio seno o sulla curva dei miei fianchi.
Perfino tu sembravi più pudico di quanto fossi mai stato nei confronti del tuo corpo. Non sopportavi commenti di alcun genere sulla tua rapidissima crescita e arrossivi come un papavero quando, come accadeva spesso in quelle settimane, la tua voce sembrava fare le bizze, passando dal suo solito tono ad un piano abbassamento tenorile, senza preavviso e nella stessa frase.
Le nostre partite a "novanta secondi" divennero tormentose per entrambi. Accarezzarci, baciarci, ci rendeva ancor più acutamente consapevoli di ciò che stava cambiando e sviluppammo un'attenzione morbosa al corpo dell'altro. Nemmeno per scherzo ti avventuravi nella vasta zona ignota fra le mie spalle e la mia pancia, né io ti toccavo sotto la cintura, fosse pure sul ginocchio.
Eravamo paralizzati, spaventati all'idea, credo, che anche l'altro provasse ciò che provavamo, desiderasse ciò che desideravano,  insomma, non c'era più alcun divertimento.  Eppure non riuscivamo a smettere. Come una cattiva abitudine, le nostre mani cercavano il contatto, senza che riuscissimo a contrastarne la volontà.
Ogni forma di spontaneità sembrava destinata a sparire fra noi, in quei momenti im cui ci trovavamo pelle a pelle, finché,  una notte di novembre,  mi svegliai, spaventata e affannata, da un incubo.
Dormivo sola, quella notte, come capitava spesso negli ultimi tempi. Non ricordo e, probabilmente,  non ricordavo neppure al risveglio in cosa consistesse esattamente quel brutto sogno, ma di riaddormentarmi nemmeno a discuterne, ero troppo agitata.
Mi rigirai nel letto per un tempo lunghissimo,  cercando di dormire, cercando di pensare a qualcosa di bello, sperando di sentire il tuo passo leggero avvicinarsi, quando mi dissi 'che scema che sono. Adesso prendo e vado io da lui. Fra l'altro ha anche il letto più grande.'.
Cercando di non fare alcun rumore attraversai il corridoio fino alla porta della tua stanza.
Avevo freddo, con la sola camicia da notte, vecchia e molto amata, che mi copriva, così quando arrivai non persi tempo a intrufolarmi nel letto.
Sembrò che ti avessi spaventato a morte.
"Bea! Cosa fai qui?"
"Cosa vuol dire cosa faccio? Ho freddo e ho fatto un incubo e non riuscivo a dormire. E volevo stare con te."
"Va bene. Dormi adesso."
"Darietto, ti ho spaventato? Scusa, non volevo mica."
"No, tutto a posto. Davvero. Dormi."
Mi avvicinai per abbracciarti e, con mia sorpresa, tu ti ritraesti.
"Ma cosa c'è,  ti dò fastidio?" Ti domandai piccata.
"No." Sospirasti, coprendoti il viso con le mani, in un gesto di frustrazione "no che non mi dai fastidio, lo sai. Solo, non me l'aspettavo. Tutto qui."
"E quindi? Avevi preso altri impegni?" Ti provocai.
"No, Bea. Dai, stai buona."
"Ma non posso neanche venirti vicino?"
"Preferirei di no, se non ti dispiace."
"Dario, mi fai paura, giuro."
"Uffa!" Ti girasti verso di me, seccatissimo. "Allora, cosa devo fare per farti tacere, chiacchierina?"
Colsi l'occasione al volo, approfittando del fatto che ti eri voltato e mi strinsi a te, aderendo al tuo corpo col mio. Mi fu subito chiaro quale fosse il tuo problema, ma non mi parve tanto grave. In fondo, ne avevamo già parlato e ti avevo perfino visto, così,  quando eravamo in  quarantena.
"Dario, non vorrei spaventarti, ma c'è un pipino imbizzarrito nel tuo letto." Dissi ridendo. "Era questo il mistero? Dai, sai che problema! Potevi dirmelo!"
"Si, e cosa avrei dovuto dirti? Scusa, stellina, dammi due secondi e sono da te, al momento..."
"Al momento cosa?"
Ti girasti di nuovo verso di me. Erano mesi che non vedevo la tua faccia da guai, ma non di meno non avrei potuto confondere quell'espressione con nessun'altra al mondo.
"Ti prego dimmi, ma non hai capito per davvero cosa stavo facendo o fai la scema?"
"Cosa? Facendo cosa?"
"Davvero, le ragazze non lo fanno?"
"Ma che cosa?"
"Bea, io mi stavo...toccando, ecco. Hai capito adesso?" Eri arrossito fin sulle orecchie, eppure sogghignavi ancora. "Sul serio, non avevi capito?"
Naturalmente sapevo cosa significasse, almeno a livello accademico, e neppure io ero stata del tutto immune da qualche timida sperimentazione, del tutto insoddisfacente, su me stessa, ma davvero non avevo idea di come si svolgesse, tecnicamente, la faccenda per un maschio. E non resistetti alla curiosità.
"Ma come fai?"
"In che senso?"
"Nel senso di come fai. Cosa fai?"
Ridesti piano nella penombra.
"No, sul serio, me lo stai chiedendo? Per davvero? Sei assurda!"
"Perchè? Io non ho mica capito come fate voialtri!"
"Be', ecco, io prendo il mio...come dire...coso"
"Non si chiama pipino?"
"Meglio di no. Per favore."
"Va bene, prendi il tuo coso. E poi?"
"Be', poi lo...eh, sai, lo tocco." Ridevi, piano, come se mi stessi prendendo in giro. "Dai, Bea, come fai a spiegarla una cosa così? Per favore!"
"Ma io sono curiosa! Dai, dimmelo, che ti costa?"
"Te l'ho detto! È così, sul serio! Perchè, tu come fai? Aspetta: tu lo fai?"
"Ho provato. Ma mi sa che non sono capace."
"Ma dai! Cosa vuol dire che non sei capace, tutti sono capaci!"
"E io no! E piantala di ridermi dietro!"
"Non ti rido dietro, giuro, solo che mi viene da ridere quando parlo di queste cose. Non faccio apposta. Ma spiegami bene,  in che senso non sei capace?"
"Eh, io ci provo, ma dopo un po' mi stufo."
"Ti stufi? Non ti piace?"
"A te si?"
"Si."
Tacqui. Mi sentivo un po' inadeguata, dato che non sapevo fare qualcosa di cui tutti erano capaci e non trovavo gradevole qualcosa che tu sembravi trovare, imvece, molto piacevole. Mi domandavo se dipendesse dalla normale differenza fra maschio e femmina, o se ci fosse qualcosa di sbagliato in me. Anche tu avevi usato quel silenzio per riflettere, perchè a quel pumto mi domandasti:
"Ma a cosa pensi mentre ci provi?"
"Boh? A niente."
"Ah. Ecco perchè non ci riesci. Bisogna pensare a cose...sai...che ti ispirino."
"Tu a cosa pensi?"
"A te."
Mi ritrassi, un po' imbarazzata.  Non sapevo se fosse un complimento o una cosa deprecabile.
"Ti dispiace, che pensi a te?"
"Non lo so. Dipende a cosa pensi, credo. A me come?"
"A quello che mi piacerebbe fare con te."
"E cos'è che ti piacerebbe fare con me?"
"Non posso dirtelo. Mi vergogno."
"Ti prego..."
"A volte mi immagino che sia tu a...a farlo."
"A toccarti?"
"Si."
La tua voce si era fatta piccola piccola. Davvero ti vergognavi, ma in quel momento la curiosità aveva preso il sopravvento sui miei buoni sentimenti e devo ammettere che iniziavo a sentire anche un brivido di desiderio.
"Non potrei mai farlo. Dato che non ho capito come si fa."
"Non riesco a spiegartelo, davvero, non so come..." facesti un gesto nell'aria, come ad indicare che non trovavi il modo di esprimerti.
Quale tipo di spiritello maligno abitava in me quella notte? Non provavo imbarazzo, nè, men che meno, paura di te, ma solo un terribile desiderio di spezzare i lacci di quella vergogna di piombo, che ci teneva sotto il suo giogo.
"Allora, fammi vedere."
"Ma cosa stai dicendo?" Mi chiedesti scandalizzato.
"Dai, non sarà così tremendo, no? Ti ho visto nudo tutti i giorni fino a cinque anni fa!"
"È diverso."
"Hai fifa."
"Smettila, Bea."
"Fifone. Hai paura. Ma guarda che non mordo, sai?"
"Piantala."
"Si, la pianto. Ma tu sei un fifone."
Riaffiorò il tuo sorriso malandrino.
"Va bene, allora, come vuoi. Se sei sicura..."
D'un tratto non ero affatto sicura. Era stato tutto molto divertente, fim tanto che ero convinta che non avresti mai accettato, ma l'espressione del tuo viso diceva che avevi preso la cosa sul serio.
"No, scherzavo."
"Sei tu la fifona."
"Si. Assolutamente si."
"Dammi la mano."
"No."
Mi guardasti, in attesa. La mia paura, adesso evidente,  sembrava divertirti moltissimo. Prendesti la mia mano, lentamemte, deliberatamente e la portasti sul tuo sesso.
Era liscio e gonfio e caldo.
Sussultai, sorpresa che lo avessi fatto veramente.
"Hai paura?" Non mi stavi più provocando. Era una domanda seria, la tua.
"Un pochino. Cosa devo fare?"
"Ti lascio andare, se vuoi."
"Cosa devo fare?"
"Stringimi."
Lo feci. Chiudesti gli occhi, una piccola ruga fra le sopracciglia.
"Stringimi forte."
"Dario, ho paura di farti male..."
Scuotesti la testa con fare convinto e io eseguii. Un piccolo sospiro ti scosse. La tua mano era sulla mia e mi guidò in un lento movimento, mentre la mia paura si scioglieva lasciando spazio al desiderio, alla curiosità e alla gioia. Si, ero felice. Mi rendeva felice vederti provare piacere e sapere che era merito mio. Sapere che stavo rendendo reale qualcosa che avevi immaginato in quello stesso letto, solo, tante volte.
Durò un attimo.
Pochi colpi e poi ti ritraesti precipitosamente da me, con le spalle che si contraevano appena. Ero convinta di aver sbagliato qualcosa, di averti fatto del male, ma tu mi rassicurasti subito, senza bisogno che ti dicessi nulla.
"Grazie. Grazie. Grazie."
"Be', prego. Stai bene?"
"Io, si, sto bene. Tu?"
"Bene."
Qualche minuto dopo mi abbracciavi, stringendomi come non mai, senza smettere di susssurrarmi, di tanto in tanto, i tuoi ringraziamenti.
"Smettila! Non ti ho mica salvato la vita!"
"Eh, quasi."
Stavamo finalmente prendendo sonno, con la notte ormai agli sgoccioli.

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