mercoledì 16 aprile 2014

Trentacinque

È notte fonda e non riesco a dormire. Fra i mille pensieri che spingono e sgomitano per salire alla ribalta della mia mente, pensieri su impegni, scadenze, pagamenti e problemi, non trovo un attimo di pace sufficiente per abbandonarmi al sonno.
Diventa sempre più difficile scrivere di te. Come descrivere il tuo viso, il tuo modo noncurante di passarti la sinistra fra i capelli, con le dita allargate fra le ciocche biondo chiaro, il tuo sguardo tanto intenso, quando ti concentravi su qualcosa, da sembrare un ago perforante?
Come fare a tradurre in parole il miscuglio di intelligenza, insicurezza, spirito e arroganza che caratterizzavano il tuo modo di parlare e il tuo atteggiamento, che nella nostra piccola solitudine diventava invece morbido e buffo come quello di un grande gatto pigro? Il tuo modo di parlare lento, scandito, che tutti prendevano in antipatia credendolo frutto di un qualche senso di superiorità,  un'affettazione di noia da figlio di papà,  mentre io sapevo essere il solo modo che trovavi per combattere la tua timidezza ed evitare di arrossire o rimanere in silenzio quando eri insieme agli altri ragazzi. E quanto odiavi arrossire 'come una scolaretta', come dicevi tu, quanto detestavi quel tuo incarnato latteo che sembrava fatto apposta per mostrare ogni minimo turbamento!
Non è facile, no, comprimere nello spazio claustrofobico di lettere e frasi la meravigliosa complessità di un animo umano. Volevi mostrarti forte, virile, anche a costo di essere tenuto come un prepotente ed un superbo, perchè temevi il giudizio altrui, se gli altri avessero potuto vedere la tua natura amorevole, puntigliosa e sensibile. Volevi eccellere, a costo di imbrogliare, perchè temevi che il fallimento ti avrebbe sminuito agli occhi di coloro che amavi. Nel tuo cuore, a me noto quanto il mio, eri ancora piccolo, un bambino desideroso di carezze di conferme, ma desideravi essere grande, essere 'un uomo vero', come diceva tuo padre, agli occhi del mondo.
Questo eri tu in quegli anni e non c'è parola umana che lo possa racchiudere.
Oggi, solo il silenzio accanto ad accompagnarmi in queste lunghe ore che precedono l'alba, cerco di rievocare il suono della tua voce, quando pronunciava il mio nome.
Nel mio cuore, ti chiamo, chiamo mille volte quel nome che amo e, sebbene nel profondo io sappia che solo il silenzio mi darà risposta, continuo a chiamare. Per tanto tempo, nel momento più fragile della mia vita, ho potuto chiamare quel nome con la certezza che ad ogni richiamo avrebbe risposto pronto il tuo aiuto, la tua presenza, sarebbe venuto a me come un uccello in volo il tuo abbraccio, sarebbero cadute calde d'affetto nel mio orecchio le tue parole. E, ancora, per via di quella lunga abitudine, non posso fare a meno di chiamare, pur sapendo che solo il buio sentirà i miei richiami, solo la solitudine vi risponderà. E prego nel mio cuore, nel profondo, dove vivo del mio freddo inferno personale, prego che tu venga da me. Un bacio ancora, una carezza, poterti solo stringere la mano, vederti, almeno, un'unica volta. Per vedere l'uomo che sei. Per non arrivare alla fine del mio tempo, ormai stanca di vita e di anni, portando nel cuore l'immagine di un ragazzo.

Eri un ragazzo buffo, a ben pensarci e, a tuo modo, incredibilmente bello. Arrivato ormai all'adolescenza, ti stavi proporzionando e le tue lunghe gambe da cicogna erano ben bilanciate da un busto armonioso, snello e stretto di fianchi, con un collo forte e braccia altrettanto lunghe e snelle, anche se non gracili. Il tuo viso stava finendo di perdere le fattezze infantili e mostrava dei tratti angolosi, il naso diritto e sottile, le narici piene, il mento appuntito e la fronte alta e squadrata. Il taglio dei tuoi occhi, leggermente lanceolati, con la sua dolcezza compensava gli zigomi alti e larghi e si accordava bene alla bocca sensuale, dalla piega morbida, spesso curvata in un accenno di sorriso. Ricordo che quando, durante quelle notti estive, mi guardavi a lungo e sospiravi "quanto sei bella! " non potevo fare a meno di abbassare gli occhi sulla mia figura, inventariando la statura bassa, i fianchi larghi, il seno troppo generoso e la mani paffute da bambina, e di chiedermi che mai vedessi di bello, in me. Era un mistero per me insolubile, all'epoca, il fatto che tu spesso mi facessi la tessa domanda su di te.
"Basta che io piaccia a te e tu a me." Ti rispondevo ogni volta "il resto, che importa?"
E ogni volta tu convenivi su questo punto. Era ormai un'abitudine, per noi, a metà estate, vederci nudi l'un l'altra. Nonostante le mie resistenze iniziali e nonostante la confusa paura che ancora mi ispiravi in certi momenti, non avevo mai avuto modo di chiederti di fermarti. Eri gentile con me, tenero, e per quanto avessi fretta di ottenere ciò che volevi o per quanto fossi perso dentro le tue fantasticherie, non mi facevi mai del male. Spesso le nostre ore di sperimentazione ci portavano ad avere un tale desiderio inespresso, che ci lasciava storditi e doloranti. Quando ne venivi sopraffatto, piccoli mugolii urgenti ti sfuggivano dal fondo della gola e io ti aiutavo, come avevo imparato, a trovare pace. Tu, con tuo enorme disappunto, non riuscivi a fare lo stesso con me.
Per quanto impegno e dedizione mettessi nel tentativo di darmi piacere, non riuscivi a raggiungere il tuo scopo; ti lasciava perplesso, questo stato di cose, e ti sentivi in debito, quasi in colpa, nei miei confronti.
Se avessi capito fino a che punto, avrei certamente speso più tempo nei miei tentativi di rassicurarti, ma in quelle notti afose preferivamo riderne insieme, da buoni amici.
Il ferragosto venne e passò.
Mi svegliai una mattina, con il sole che batteva già sulla finestra, e mi domandai come mai tu non mi avessi svegliata. Era quella, ancora dagli anni della scuola elementare, la nostra abitudine. Uno solo di noi, di solito tu, puntava la sveglia e poi svegliava l'altro. Era in quel modo che eravamo riusciti ad ottenere una relativa inviolabilità riguardo alle nostre camere da letto ed era senza precedenti che tu l'avessi dimenticato.
Mi alzai e mi vestii, più velocemente che potei, poi scesi in cucina per cercarti.
Dora era già al lavoro da ore e mi accolse con un sorriso e un bicchiere colmo di succo di frutta gelato. La ringraziai e le domandai di te.
"Il signorino è uscito presto, stamattina. Almeno un'ora fa. È sceso in paese."
"Ah. Ho capito." L'idea che tu fossi uscito e andato fino in paese senza nemmeno avvertirmi mi intristì. "Posso aiutarti?" Chiesi a Dora, per tenere le mani occupate. Stava tagliando e sbucciando una montagna di albicocche per farne la marmellata. Mi consegnò un grembiule ed un coltellino da frutta e mi mise al lavoro, accanto a lei, sul piano della cucina. Il sole del mattino era gradevole e una piccola corrente rinfrescante penetrava dalla porta aperta in fondo alla stanza. Dora chiacchierava gaia raccontandomi di una delle sue plurime sorelle e dei suoi apparentemente infiniti figli, distraendo i miei pensieri da percorsi più impegnativi. Mi sentivo serena, nonostante il tuo bizzarro comportamento. Rientrasti dopo una mezz'ora, col fiato corto ed una strana espressione sul viso. Avevi in mano un libro nuovo e mi parve assurda l'idea che tu ti fossi alzato presto, sceso in paese da solo e tornato dopo tutto quel tempo solo per avere un libro. Ti gurdai incuriosita, già pronta a tempestarti di domande, ma un minuscolo cenno col capo e un lampeggiare di celeste dei tuoi occhi mi avvisarono di rimandare ad un altro momento. Evidentemente era destinata a me sola, quella spiegazione.
"Cosa fate?" Domandasti affettando un'aria disinvolta. Ti lanciai una delle albicocche e tu la afferrasti al volo.
"Marmellata." Risposi concisa.
"Dopo quando hai tempo, vieni su da me?"
"Direi di si."
Dora mi congedò ben prima della fine del lavoro, avvertendo probabilmente la mia impazienza. Ero carica di curiosità,  riguardo al tuo misterioso comportamento. Salii gli scalini a due a due e piombai nella tua stanza.
"Allora? Hai trovato il graal?"
"Cosa?"
"Dove cavolo sei andato, cosa cervavi, cos'è quel libro?"
"Materiale di studio." Rispondesti con un sorriso storto.
"Come no! E io sono la regina del Perù!"
"Guarda, se non mi credi!" Rispondesti, lanciandomi il libro con precisione fra le braccia. Era una qualche pubblicazione dalla copertina di cartone morbido, su un qualche argomento di carattere vagamente documentaristico, di cui non ricordo il titolo.  Era, ad ogni modo, talmente insulso e lontano dalle tue abituali letture, da farmi inarcare un sopracciglio.
"Aprilo." Mi dicesti.
Lo aprii e ne scivolò fuori una rivista di piccolo formato. La copertina dal fondo bianco era occuppata dalla fotografia di una donna seminuda, riversa con fare languido su un mucchio di cuscini. Il titolo non mi diceva nulla, ma al di sotto una scritta in corsivo rosso cupo prometteva un approfondimento speciale su 'come farle raggiungere l'orgasmo!', così,  con tanto di punto esclamativo. La lasciai cadere come se fosse di fuoco.
"Ma tu sei malato di mente!" Gridai sussurrando "che cosa ti passa per il cervello? Gli stambecchi? Cosa vorresti farci con quella roba lì? Non è mica un manuale di istruzioni! Dove l'hai presa?"
"Eh, va bene, calmati. È solo per documentarmi. L'ho presa in edicola, comunque."
"Dario, ma è una rivista pornografica?"
"No, non proprio. Una via di mezzo, direi. Ci sono delle donne abbastanza nude, degli articoli in tema, ma niente di proprio pornografico."
"Ma perchè l'hai presa?"
"Lo sai, perchè."
"Ma io non volevo...cioè...guarda che non me ne faccio un problema."
"Va bene, ma non è giusto. E poi devo pur imparare. Se davvero vuoi sposare me...insomma, mica puoi passare la vita così, tu!"
"Ma Dario, quella roba, dove pensi di metterla dopo che l'hai letta? O anche adesso. Se la trovano..."
"In qualche modo farò. Per ora sta nel libro e il libro sullo scaffale. Dai, Bea, pensaci, che alternative avevamo? Potevo chiedere a mio padre?"
"Si, si, hai ragione. Però..."
"Cosa?"
"Posso guardarla insieme a te? Sono curiosa."
Mi sorridesti scuotendo la testa con fare esasperato.
"Ma si, tranquilla. La leggiamo assieme, oggi, poi la buttiamo via fuori da casa e finito il problema. Che tipa!"
"Chi, io?"
Mi circondasti con le braccia, guardandomi con aria divertita e irritata insieme.
"Quanti ragazzi al mondo hanno una ragazza che gli chiede di guardare certe riviste con loro? E poi mi fai la santarellina, eh?"
Mi sentii arrossire, ascoltandoti porre la faccenda sotto quella luce, ma tu mi desti un bacio affettuoso in fronte e andasti alla porta.
"Dai, scendiamo un attimo a mangiare qualcosa prima di uscire." Dicesti, porgendomi la mano, e io ti seguii.
Poco più tardi camminavamo fianco a fianco sulla via grande, i nostri passi che muovevano ombre sincrone sull'erba del ciglio, alla volta del parco della chiesa. Avevamo deciso di non andare al parco dietro la scuola, perchè, in quella stagione, era sempre pieno di ragazzi e ragazze più grandi e più piccoli di noi e cercavamo un po' di quiete per esplorare le pagine del tuo acquisto. Il piccolo parco della la chiesa, appena un fazzoletto d'erba arida adornato da un'aiuola di sassi e di una panchina, era sempre vuoto, fuorché d'inverno, quando riceveva al pomeriggio in pieno i pallidi raggi di sole.
Ci accomodammo sulla panchina solitaria, i piedi sul sedile e seduti sul culmine curvo dello schienale, spalla a spalla, e iniziammo a sfogliare quell'esotica rivista.
Le donne all'interno erano ben poco vestite e quel poco era messo più per sottolineare che per coprire la loro nudità; le loro pose erano innaturali e, ai miei occhi, quasi grottesche, ma tu le studiavi con tanto d'occhi, fingendo di leggere gli articoli faticosamente incastrati fra le foto, così vi prestai attenzione, cercando di capire cosa ti piacesse tanto, in quelle contorsioni. Sembravano voler offrire agli occhi ogni particolare della loro anatomia insieme ed avevano arie ammiccanti e labbra imbronciate. Stringendomi nelle spalle, mi misi a leggere anche io e trovai che le righe sciatte che circondavano le immagini erano false tanto quanto le pose nelle figure. Stavo appunto per dirtelo, mentre tu seguivi con gli occhi una frase particolarmente difficile da decifrare, per essere stampata in nero sullo scuro della fotografia, quando una mano grande quasi come la mia testa afferrò la rivista e ce la strappò di mano.
"Ti sembrano cose da far vedere a tua cugina, disgraziato?" Ringhiò zio Lucio, perchè di lui si trattava, alle tue spalle. Con identico movimento, saltammo giù dal nostro trespolo e ci voltammo a guardarlo. Aveva un mezzo sigaro all'angolo della bocca ed un giornale ripiegato sotto il braccio, segno evidente che, per qualche caso sfortunato, avevamo imbroccato uno di quei giorni in cui andava al caffè a fare colazione. Il caffè era ad una ventina di metri in linea d'aria e godeva di una vista perfetta e sgombra sul posto dove eravamo.
"Papà..." iniziasti tu, che tremavi di spavento di fronte alla sua aria truce. Lui aprì la rivista al centro, dove l'immagine di due donne discinte abbracciate si stagliava con colpevole nitidezza e te la avvicinò agli occchi.
"Ti sembrano cose da far vedere a tua cugina?" Ripeté, gettando poi la rivista a terra. Con un movimemto fulmineo, ti acchiappò per la collottola, come si fa coi gattini e ti diede una scrollata. Non sembrava doloroso, ma certamente era umiliante.
"Zio, non ti arrabbiare con lui! Gliel'ho chiesto io, ero tanto curiosa...è colpa mia."
"Tu zitta, che poi ne parlo con tuo padre, e vergogna. Una ragazza come te guardare certe cose..."
"Ma zio, guarda che alla fine ci soni solo delle donne vestite poco e male. Io quella roba lì la vedo ogni volta che ci cambiamo per fare ginnastica. Non so proprio perché uno debba spendere dei soldi per vederla!" Tentavo una difesa disperata,  cercando di sviare la sua attenzione da te, e parlavo più di quanto il mio coraggio mi suggerisse di fare, a vanvera, con una confidenza che, con lui, non avevo mai avuto. Tu ti stupisti di questa mia parlantina e alzasti entrambe le sopracciglia in un'espressione perplessa, che tuo padre, invece interpretò come una sorta di muta risposta al mio commento sulle immagini che avevamo visto, come se tu pensassi 'lo so ben io perché voglio vederle!'. Distolse lo sguardo da noi e fece una smorfia, sbuffando col naso. Mi resi conto che tratteneva a stento una risata.
"Adesso basta chiacchiere! A casa e di corsa e tu" disse indicandoti perentorio "fai i conti con me."
Deglutisti visibilmente e apristi la bocca per ribattere.
"O preferisci che ne parli con tua madre, dì?" Ti sfidò.
"Ti prego no! Per favore, papà. Qualsiasi altra cosa, ma..." eri pallido di preoccupazione, le macchie delle lentiggini che spiccavano più nitide che mai. Stavolta lo zio non riuscì a resistere e sogghignò con aria di scherno.
"Allora muoversi, avanti, cuor di leone, a casa di corsa e mi aspetti nel mio studio. E guai se sgarri di mezzo passo, intesi?" Annuisti senza parlare e ti incamminasti alla volta di casa. Feci per seguirti, quando la mano di tuo padre mi calò sulla spalla, occupandola per intero.
"Aspetta un attimo, vieni, devo dirti una cosa." Non aveva l'aria arrabbiata e, nonostante il tono perentorio che gli era abituale, mostrò una certa gentilezza nei miei confronti, sedendosi sulla panchina di modo che non dovessi torcere il collo per guardarlo in faccia.
"Ascolta, ragazzina, io lo so che voi due vi dite sempre tutto e che avete fatto sempre tutto insieme. Lo capisco, sai, che per voialtri questa roba qui" e toccò con la punta della scarpa la rivista che giaceva a terra "non è nient'altro che una curiosità, per ora. Però non sta bene che una ragazza parli di certa roba con suo fratello."
"Cugino, zio. Dario è mio cugino, non mio fratello."
"Giusto, giusto." Si passò una mano sugli occhi, come a snebbiarsi la vista. "Comunque non sta bene. Lo dico a te, perchè noi maschi a quell'età lì siamo...un po' più distratti su certe cose. Di queste cose qua non dovete parlare fra voi, davvero. Lo so che per te è difficile, che non vai daccordo con la Sissi, ultimamente, e che per certe cose ti servirebbe una mamma e non un papà, ma devi credermi."
Era forse la luce estiva, forse il ritrovare i suoi occhi alla mia altezza, ma per un momento mi parve di non avere davanti lo zio Lucio, ma te. Un te perso in un corpo troppo grande, terribilmente solo, un te che non capiva nulla di ciò che gli accadeva attorno e fui tentata di sedermi accanto a lui, o sul suo ginocchio, di prendergli la mano come facevo con te e spiegargli tutto quanto, spiegargli di noi due, spiegargli di quanto tempo passavano insieme papà e la zia, spiegargli i fatti senza acrimonia, senza esagerazioni, da amica. Sentii vergogna di me stessa,  perchè ciò che facevamo sembrava fatto apposta per infrangere il primo germoglio di gentilezza che vedevo sbocciare in lui. Abbassai lo sguardo, oppresa da questi pensieri, e lui l'interpretò come un gesto di sottomissione.
"Ecco, brava, così mi piaci, obbediente. Adesso a tuo cugino ci penso io, è ora che facciamo due chiacchiere anche con lui."
A quelle parole e alla minaccia implicita che contenevano, sentii spazzata via ogni traccia di simpatia che poteva essermi nata nei suoi confronti, bruciata come paglia al fuoco della mia antica paura di quello che avrebbe potuto farti, con le sue parole. Guidata dall'intuito, più che da malizia, gli presi davvero la mano, che teneva poggiata sul ginocchio, e facendo la voce piccola e tenendo a terra lo sguardo che certo mi avrebbe tradita lo pregai:
"Zio, non essere cattivo con Dario. Non voleva fare male, sono stata io a insistere. Non sgridarlo, ti prego."
Il suo sguardo mi bruciava la pelle della faccia e non osavo alzare gli occhi ad incontrarlo, perchè troppe volte aveca dato mostra di sapervi leggere fin troppo bene.
"No, non lo sgrido, piccoletta. Devo fargli un discorso da papà e basta. Ma dì, gli vuoi tanto bene tu a quel disgraziato?"
"Si chiama Dario, zio, Dario. Gliel'hai dato tu il nome, perchè non lo usi?" Non era mia intenzione usare quel tono con lui, conoscevo la rapidità e l'intensità della sua ira, ma non sopportavo il modo che aveva di parlare si te. Disgraziato, mezza tacca, se c'ero io, mezza sega, se pensava che non sentissi, fighetta, signorina. Lo odiavo, quando lo faceva, e non potei trattenermi. Annuì, stringendo le labbra, come se si fosse aspettato la mia reazione e ne fosse in qualche modo soddisfatto.
"Fila a casa. In camera tua, senza fare la cretina. Te lo rimando su prima di pranzo, tutto intero. Intesi?"
Assentii con un breve cenno del capo e mi avviai. Arrivata all'angolo, mi arrischiai a dare un'occhiata alle spalle e lo vidi ancora seduto. Si era acceso il mezzo sigaro e, con il viso volto alla luce e gli occhi chiusi, fumava. Ancora una volta mi sembrò incredibilmente solo e incredibilmente giovane, poi cambiò appena posizione e ritornò lo stesso di sempre.

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