martedì 22 aprile 2014

Trentotto

Ricordo come un sogno quei primi mesi di liceo, o meglio, di ginnasio. Non perchè fossero particolarmente belli, non lo furono affatto, ma perchè dei sogni hanno, nel mio ricordo, la qualità frammentaria e slegata. Studiavo come una pazza, sudando sulla Grammata greca, sulle prime declinazioni, sui basamenti della letteratura e della storia, che pensavo di conoscere a menadito ed, invece, scoprii di non aver nemmeno scalfito in superficie. Già un'ora prima dell'inizio delle lezioni ero immersa nel ripasso e terminavo i compiti regolarmente dopo cena. Fra tante fatiche continuavo ad approfondire, in classe, la mia comoscenza con Federica, la compagna di banco che una sorte benigna aveva voluto affiancarmi, e mi stupivo ogni giorno di più scoprendo che potevo ridere, scherzare ed essere in accordo con qualcuno conosciuto per caso, poche settimane prima. Era una ragazza aperta, ironica e gentile, che, senza saperlo, mi aiutò moltissimo ad imparare come parlare con i miei coetanei.
Tu eri quasi più impegnato di me. Spesso l'uno o l'altro dei tuoi genitori doveva passare nella tua stanza, ben oltre l'orario in cui di solito ci davamo la buonanotte, per ingiungerti perentoriamente di 'chiudere quei maledetti libri e metterti a letto', per dirla con tuo padre.
Quasi ogni notte, poco dopo il forzato spenimento delle luci, venivi ad infilarti nel mio letto, dicendo che non potevi dormire di là, da solo con tutti i libri di testo. Dormivi poco e male e dimagrivi a vista d'occhio.
Non saprei dire quante volte al giorno ti domandassi della tua nuova scuola, cercando di farti raccontare qualcosa, se non proprio tirare fuori quel che ti stava consumando. Perchè ti stavi consumando di un qualche genere di affanno e si vedeva bene. Tu, però, preferivi non parlare e ad ogni mia domanda non avevo altra risposta che un 'tutto bene', frettolosamente biascicato, prima che scuotessi la testa e passassi ad altri argomenti.
Io, da parte mia, ti raccontavo tutto ciò che succedeva in classe e mi impegnavo a tirare fuori ogni giorno qualcosa di divertente, un qualche aneddoto che potesse farti fare almeno un sorriso. Eri affascinato dall'amicizia nascente fra me e Federica e nin ti stancavi mai di stare a sentire lunghi racconti su cosa lei avesse fatto e detto, come io le avessi risposto e mille altre piccole sciocchezze simili. Sembrava che volessi studiare, attraverso le mie parole, un fenomeno strano e incomprensibile, fino a sviscerarne ogni minimo dettaglio del funzionamento, e con ogni probabilità era davvero così: stavi cercando di capire come farti degli amici.
La notte, quando ti infilavi nel mio letto, ti stringevi a me, serrandomi sul tuo petto come un amuleto contro i tuoi incubi e mi dicevi, con voce sommessa: "parlami". Solo al suono delle mie parole, cullato da quei lunghi monologhi a bassa voce, infine, prendevi sonno; anche nel mezzo della notte, però, bastava che mi spostassi un poco, staccandomi dal tuo corpo, perchè tu ti svegliassi a mezzo per cercarmi eed abbracciarmi di nuovo.

Passarono così mesi interi e sotto i tuoi occhi si disegnarono grandi ombre scure che si allargavano fin sugli zigomi, che sporgevano più che mai. A quel punto, anche i tuoi genitori erano perecchio preoccupati e la zia cercava in ogni modo, con le moine, con le minacce, con ordini diretti, di cavarti fuori il motivo di tanta pena. Tu resistevi, stoico, a tutte le sue insistenze, mettendole da parte cin una scrollata di spalle e un reciso "lasciami stare, devo studiare".
Arrivò novembre e, con novembre, il ponte per la ricorrenza dei morti. Avremmo avuto entrambi quattro ambitissimi giorni di vacanza e già pregustavamo di passarli assieme, risprofondando nella nostra abituale simbiosi, quando tuo padre, la sera di mercoledì, ti batté sulla spalla al tavolo della cena.
"Oh, mezza tacca, prepara le tue robe che domani partiamo." Nin era una richiesta, né un invito, ma l'enunciazione di un dato di fatto. Alzasti gli occhi dal piatto con aria smarrita.
"Partiamo?"
"Si, vieni su con me dove lavoro. Stiamo un po' io e te, solo noi uomini di casa, che ti distrai un po'." Il tono era quello magnanimo del sovrano che elargisce un impensabile favore, ma l'espressione del suo volto, una volta tanto, era quella del padre preoccupato. Neanche a lui era sfuggita l'aria troppo stanca e troppo tesa, da fuggiasco, che tirava i tuoi lineamenti facendoti apparire non più grande, ma più vecchio. Sospirasti con aria stanca.
"Ma papà, veramente pensavo di fare altro in questi giorni. Cosa ci vengo a fare con te, se devi lavorare..."
"Niente discussioni, tu vieni con me. Vedrai che ci divertiamo."
Mi gardasti da sopra il tavolo, fra l'esasperato e il rassegnato, e io ti feci un piccolo sorriso di incoraggiamento. Ti avrei voluto tutto per me, non facevo che pensare a quanto sarebbe  stato bello poter passare quei giorni insieme da settimane, ma l'ultima cosa di cui avevi bisogno, in quel momento, era un litigio. Molto meglio che tu ti rassegnassi, e subito, a seguire zio Lucio nell'altra città, dove magari avresti perfino trovato davvero il modo di svagarti, piuttosto che contrastarlo apertamente, innescando uno scoppio della sua incontrollabile ira.
"Va bene." Gli rispondesti con voce sommessa, prima di chinare di nuovo la testa sulla cena. Lo zio ebbe un grugnito soddisfatto e ti lasciò in pace.
Toccò a me, nella serata, consolarti per quella che tu chiamavi 'una stupida seccatura' ed aiutarti a scegliere cosa ficcare nella borsa sportiva che ti avrebbe fatto da bagaglio e in cui tu insistevi a cercare di comprimere vestiti e libri assieme. Alla fine lasciasti a me il lavoro e ti sgogasti a camminare per la stanza, brintolando a mezza voce.
"Vieni di qua e vai di là e vieni con me e sti zitto e porca puttana non discutere. Se si comprasse un cane, così ha qualcuno che gli obbedisce come vuole lui, e mi lasciasse un po' stare?"
"Penso che voglia solo farti distrarre un po'. È preoccupato per te, Dario, sei sempre suo figlio..."
"Bella roba, adesso gli viene in mente! Dopo quindici anni! Adesso che voglio stare in pace per conto mio si mette in testa di fare il padre, di fare le scampagnate solo io e lui, i discorsi da uomo a uomo! Ma che cazzo ho da dirgli io, a lui?"
"Dario, ti calmi, per cortesia?" Ti chiesi un po' interdetta dalla furia che avvertivo nella tua voce.
"Si. Si, va bene, mi calmo. Ma continuo a dire che potteva risparmiarla sia a ma che a lui, questa stupidata." Ti sedesti sul bordo del letto, nascindendo il viso fra le mani. I tuoi nervi, già duramente provati dagli ultimi mesi, sembravano sul punto di saltare. "E poi volevo stare un po' con te." Terminasti,  senza alzare la faccia. Mi sedetti al tuo fianco, circondandoti la vita con le braccia.
"Ma andate via domani, no? C'è sempre stanotte."
Lasciasti cadere le mani in grembo e mi sorridesti.
"Si, c'è sempre stanotte." Rispondesti a bassa voce. Da qualche settimana, ormai, non andavamo oltre gli abbracci e le carezze, complice la profonda stanchezza e lo stato di prostrazione che ti pervadeva. In quel momento mi baciasti con un guizzo della tua abituale passione, quasi un'urgenza, passandomi una mano dietro la nuca per inchiodarmi a te. Quando ci staccammo, mi girava un poco la testa. Mi studiavi con occhi che brillavano di vivo interesse da sotto le ciglia bionde, valutando attentamente le mie reazioni al tuo bacio. Era un atteggiamento tanto familiare, da parte tua, che mi sembrò che i mesi di stanchezza e frustraziine che ti si erano accumulati addosso scivolassero via, come vecchi stracci cui cedesse finalmente l'ultimo punto di cucitura, permettendo i di vederti di nuovo. Ti sorrisi e tu mi sorridesti di rimando, con espressione furbesca, accarezzandomi lieve il viso. Non avevamo bisogno di usare la voce, per sentire la promessa che ci stavamo scambiando.
Quella notte ti ebbi, finalmente, di nuovo per me, per me sola, senza alcuno spauracchio scolastico a dividerci. Mi cercavi con le tue dita lunghe, destreggiandoti con cinsumata abilità fra gli impacci delle lenzuola, della camicia da notte e della mia biancheria e toccavi la mia pelle nuda, al di sotto, in un modo che mi rese un unico fascio di fuoco ardente. Ti sentii ridere sommesso quando ti strinsi forte, per impedirti di allontanarti da me, senza altro pensiero che quello di sentire ancora le tue carezze ovunque, sulla schiena, sul seno, sulle gambe e in qualunque altro punto tu riuscissi ad arrivare.
"Oh, mamma mia, ti sono mancato?" Mi provocasti a bassa voce. Non risposi, preferendo affondare i denti nelle tua pelle lisci ed elastica, poco sopra il bicipite. Facevo attenzione a non farti male, ma amavo troppo la consistenza della tua carne e il sapore del tuo sudore per riuscire a trattenermi. Mi afferrasti per i capelli, ficcando le mani a fondo, vicino alla testa, e mi staccasti con delicatezza.
"Vieni qui, vampira. Vieni da me." Sussurrasti, tirandomi sul tuo corpo e sdraiandoti supino. Ti offrivi a me senza alcuna difesa, senza remore, come un piatto prelibato che potevo sbocconcellare a mio piacere. Ti inflissi più di un morso quella notte e la cosa sembrò divertirti enormemente, finché, senza preavviso, mi prendesti per le braccia sdraiandomi al tuo fianco.
Eravamo parecchio eccitati e i nostri corpi, guidati da quella sorta di istinto o memoria ancestrale che cin tanta efficienza svolge il suo compito nell'insegnare l'amore a ogni creatura, erano in quel momento padroni assoluti del campo. A loro ci affidavamo, noi che di certe cose sapevamo poco o nulla, per poterci trovare l'un l'altra a dispetto del fatto di essere nati in due corpi distinti.
Ti sdraiasti sopra di me e, per la prima volta, avvertii il peso del tuo corpo sul mio. Mi sentii sciogliere, come se fossi diventata non più cinsistente dell'acqua e con la medesima forza di volontà. Ti desideravo come non mi era mai accaduto prima. Sentii la tua eccitazione, il rigonfiamento del tuo pene premere contro la stoffa che ci ricopriva, e i miei fianchi si sollevarono, portandovi a contatto la parte più sensibile di me. Ti sfuggì un suono che era per metà un sospiro e per metà un gemito e mi afferrasti, forte, per la vita con una mano, stringendomi contro di te, premendoti contro la mia intimità con la tua, facendomi quasi male.
Era, adesso lo capisco bene, una perfetta simulazione del sesso, solo con i vestiti addosso.
Ci strofinavamo l'uno contro l'altra, dondolandoci, persi in un desiderio più grande di noi stessi. Ti spingesti contro di me con forza a più riprese, provocandomi un piacere che avevo sempre ignorato, profondo, che sembrava avere radici fin nello stomaco e mi mozzava il fiato.
"Ti prego, Bea, ti prego..." sussurrasti, la bocca contro il mio viso, dopo poco.
"Cosa?" Chiesi.
"Ti prego, lasciamelo fare."
"Cosa?" Domandai di nuovo. Mi ero quasi del tutto strappata dal mio stato di delirio. Probabilmente, se tu avessi agito, invece di parlare, quella sarebbe stata la notte della nostra prima volta.
"Lasciami fare l'amore con te." Mi chiedesti, con un lamento nella voce. Non volevo. Non potevo. Ne ero follemente spaventata. Sapevo che per le donne era doloroso e che si sanguinava e non sapevo cosa avrei dovuto fare, esattamente.
"No." Risposi recisa.
"Per favore."
"No. Non se ne discute. No."
Con un profondo sispiro di infelicità, rotolasti accanto a me.
"Ma perchè? Anche tu ne hai voglia!"
"Perchè no, Dario. No e basta."
"Ho qualche speranza di convincerti?"
"Zero. Neanche una."
"Mi dai almeno un motivo?"
"Non so cosa devo fare. E neanche tu lo sai. E poi..."
"E poi?"
"Ho troppa paura."
Ti appoggiasti sul gomito per guardarmi in faccia. Non c'era rabbia nella tua espressione, solo un'infinita pazienza, come di chi si è proposto un compito immane e sa di aver appena cominciato.
"Va bene. Otterrò ulteriori informazioni, così poi ne parliamo e sappiamo cosa dobbiamo fare. Anche se mi sembra una questione abbastanza facile."
"Anche andare in bici sembra facile. Ti siedi e pesti i pedali. Ma fra dirlo e farlo, c'è una bella differenza, no? E poi dove cinti di ottenerle, le informazioni?"
"Beh, sto per passare tre giorni con mio padre. Di qualcosa dovremo pir parlare. O non penserai che mi metta a discutere di fisica con lui?"
"Ma, a tuo padre, sei sicuro?" Annuisti. Avevi l'arua decisa di chi intende portare a termine ciò che si è prefisso, dovesse pure rimetterci la vita. Pensando al fatto che ciò che tieri prefisso mi riguardava molto da vicino, mi sentii rabbrividire di fronte a quell'espressione, inesorabile.
Come ogni volta che qualcosa mi turbava, fu da te che cercai rifugio, seppellendo il viso sul tuo petto.
"Dai, su, stai tranquilla. Ti ho mai fatto del male, io?"
Mi chiedesti piano. Dovetti ammettere che avevi ragione e poi mi rincantucciai aul tuo cuore, certa che non avrei mai preso sonno.

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