mercoledì 9 aprile 2014

Trenta

Rimasi nell'atrio, ai piedi della scala, senza il coraggio di salire per appoggiare le mie cose, né di rifugiarmi in cucina per cercare il conforto di Dora.
Sentivo le vostre voci, ma non potevo capire quello che dicevano.
Poi la voce di zio Lucio si levò ad un tono da ruggito, trapassando il legno scuro della porta come se nemmeno esistesse.
"Hai picchiato una donna, piccolo schifoso!"
In quel punto delicato fra il petto e l'addome sentii crescermi un fuoco di rabbia che faceva male. La voce di zia Sissi, incomprensibile, che chiocciava in tono scandalizzato. Il tuo silenzio. Altri ringhi, che non capivo, dello zio. Poi la tua voce, una risposta di qualche tipo.
"Non ti azzardare a trovare scuse!" Di nuovo lo zio. Era come seguire una partita di calcio ascoltando solo le esclamazioni dei tifosi. La mia rabbia sembrava crescere veloce come un incendio, propagandosi nel mio cervello, nel mio cuore, tingendo di rosso ogni pensiero.
Una mano si posò leggera sulla mia spalla e mi voltai di scatto. Era mio padre.
"Sei a casa!" Gli dissi a voce bassa "sono felice. Bentornato." Non riuscivo, nonostante l'apparizione inattesa, a mascherare la mia attenzione per ciò che stava sucedendo in sala. Mio padre mi osservò per un momento senza parlare, poi, anche lui a bassa voce disse:
"Lascia stare, Bea, non sono fatti tuoi."
"Oh, lascia stare, lascia stare, oggi non sanno dire altro, tutti quanti! Ma guarda che quel che succede non è giusto, io c'ero e lui non ha fatto niente e poi loro, gli zii, lo stanno sgridando ma non gli hanno neanche chiesto cos'è successo!" Non doveva averci capito nulla, povero papà,  in quella spiegazione arruffata, ma ugualmente aveva afferrato abbastanza della situazione da rispondermi:
"Bea, è figlio loro. Come crescerlo, lo decidono loro. Lo capisci, questo?" Cercò di spiegarmi, accarezzandomi la spalla.
"Ma, papà, non è giusto! Non puoi andarci tu e spiegarglielo?"
"No, amore. Non ci si può immischiare in queste cose, non va bene. Neanche se non è giusto. È brutto, lo so" disse vedendo la mia espressione "ma è così. Se fossero violenti, forse, gli direi anche qualcosa. Ma se loro figlio fa una marachella sta a loro decidere come punirlo. E se voglio che andiamo daccordo io non posso immischiarmi."
In quella, la voce dello zio superò di nuovo la barriera della porta, arrivando fino a noi.
"Tu non sei un uomo e non lo sarai mai! Un figlio senza i coglioni! Questo mi ritrovo!"
"Se fossero violenti, eh?" Sibilai tagliente a mio padre, per poi voltarmi e salire le scale di corsa. Lo lasciai lì,  a guardare quella porta che sembrava vibrare al suono della voce di zio Lucio.
Venne a chiamarmi per pranzo, una decina di minuti dopo. Ti vidi seduto a tavola, col capo chino, il viso pallido e due aloni rossi attorno agli occhi. Ti aveva fatto piangere, di nuovo, e tu odiavi piangere davanti a lui. Lo faceva arrabbiare ancora di più.
Perfino tua madre sembrava più bianca del solito in volto, mentre zio Lucio era paonazzo e gonfio di rabbia.
Ci sedemmo, mio padre ed io, con la sensazione di trovarci su un palcoscenico, in pieno svolgimento del dramma. Alzasti appena gli occhi, per incontrare i miei, e poi li riabbassasti subito.
"Ah, venite, venite, sedetevi." Disse lo zio "la sai la novità? Da oggi abbiamo deciso che picchiare le donne è un bello sport. Cosa ne dici, tu? Cominci a chiuderla a chiave, tua figlia?" Ironizzò, rivolto a mio padre.
"Lucio, per favore." Bisbigliò zia Sissi dall'altro capo del tavolo.
"No, no, deve saperlo, dato che questa qua passa un sacco di tempo col pugile, qui! Dico, sarà al sicuro?"
Stringevi la forchetta tanto forte che ti tremava la mano, incapace di portare un boccone alla bocca.
Presi fiato per rispondere,  ma tu mi toccasti col piede sotto il tavolo e facesti appena balenare lo sguardo dicendomi senza parole di tacere.
Obbedii, ma con lo stomaco contratto e le parole che mi premevano in gola, scalciando per uscire.
"Dai, Lucio, lascialo stare un po', lo sai che non farebbe mai del male a Beatrice...se mai, è lui che deve stare attento, con il caratterino che si ritrova mia figlia!" Rise mio padre, cercando di sdrammatizzare.
La zia rise con lui, credo solo per dargli man forte, ma invece lo zio non rideva affatto. Mi guardò dritto negli occhi e ci lesse più di quanto avrei voluto, perchè annuì con fare serio e concentrato.
"Eh, si, questa qui tira fuori una grinta, certe volte...dì un po', scommetto che c'eri anche tu, quando la mezza tacca, qui, ha avuto la bella pensata di farsi venire i cinque minuti."
Annuii. Di più non potevo fare, a meno di dare la stura a quello che mi pesava dentro e dirgli tutto quello che secondo me si meritava di sentirsi dire. Dal mio punto di vista era quasi un crimine che nessuno avesse il coraggio di opporsi a quell'uomo e che, per paura, tutti tacessero, dandogli così la sensazione di avere ragione. Non volevo metterti nei guai più di quanto tu già non lo fossi, ma non avrei abbassato lo sguardo davanti a lui, non gliela avrei data vinta anche io. Era ora che capisse che non bastava essere il più grosso, il più ricco e quello che urla più forte, per avere ragione di tutti. Per quanto mi mettesse a disagio, quel suo sguardo piantato negli occhi, lo sostenni, lasciando che vedesse, se questo voleva vedere, quanto io lo disprezzassi per ciò che ti faceva.
Incredibilmente,  dopo pochi secondi di quel braccio di ferro, si aprì in un sorriso divertito, talmente simile al tuo da darmi una stretta al cuore.
"Vedi, oh, guarda qua, bamboccio! Allora in casa ce n'è almeno uno con le palle. Peccato che sia la femminuccia, vero? Guardala! Questa faccia qui dovresti averla tu, non lei." Ti spinse con la punta delle dita sulla spalla e tu ti ritraesti. In quella si avvide che non avevi toccato cibo.
"Ma mangia, avanti! Mangia, che devi aver fame, un guerriero come te! Chissà che fatica, tutto da solo contro una ragazzina. Già tanto che non hai chiamato i rinforzi, eh? E mangia, ti ho detto!"
Ti guardai in faccia. Respiravi a grandi boccate, come se stessi per esplodere o rimettere. Senza alzare la testa, ti scostasti dal tavolo.
"Posso alzarmi, per favore? Mamma?"
"Certo tesoro..." iniziò a dire zia Sissi.
"E no, che non ti alzi! Cosa fai, corri nella tua cameretta a piangere, signorina? Eh? Aspetti che arrivino a consolarti le altre donne di casa? Cosa sono queste scenate da fighetta?"
"Lucio, insomma, basta!" Si lamentò la zia.
"Lo dico io quando basta! E se non ti va bene, quella è la porta." La zia si alzò da tavola con aria offesa e se ne uscì, mormorando un qualcosa sulla cucina.
Iniziavano ad apparirti in rilievo le vene sulla fronte,  formando il grossolano disegno di una A. Poche volte ti avevo visto tanto infuriato e, conoscendoti meglio di quanto potesse immaginare tuo padre, sapevo che in quel momento avresti potuto perdere il controllo per qualunque sciocchezza. Era già un miracolo che non fosse ancora successo.
Ti alzasti ugualmente, scattando in piedi come una molla e tuo padre fece lo stesso; muovendosi con una velocità che non avrei mai attribuito ad un uomo della sua mole, ti acchiappò per un braccio, appena sopra il gomito.
"Ti ho detto siediti e mangia." Scandì a denti stretti, avvicinando il viso al tuo. Tu alzasti la testa e lo guardasti con occhi di fuoco.
"Io adesso vado e basta. Hai capito?" Eri talmente fuori di te che nemmeno gridavi. Parlavi a voce bassa, monocorde, folle. Vi fronteggiavate, i nasi che quasi si sfioravano, entrambi l'identica espressione caparbia a mandibola tesa.
"Come ti permetti? Tu a me non mi parli cosi!"
Fu un lampo, una stupida coincidenza di movimenti. Tu ti voltasti per uscire comunque dalla stanza e, facendolo, tirasti il braccio verso di te, per liberarti. Lui, deciso a trattenerti e costingerti a fare quello che ti era stato detto, tirò verso si sé e verso l'alto.
Nei libri che leggevo si sarebbe sentito 'un suono soffocato'. Io non sentii nulla, tranne il tuo breve grido acuto, e ti raggomitolasti, seduto sui calcagni, stringendoti la spalla. Il tuo braccio desto pendeva molle e come inanimato accanto a te. Mi lanciai dalla sedia, proiettandomi di lato per raggiungerti al più presto, ma, inaspettatamente,  mio padre mi trattenne. Lo guardai sentendo la mia rabbia, che mi montava dentro dal mattino, sul punto di traboccare come lava bollente. Lui mi fece cenno di tacere, portandosi l'indice alle labbra, poi mi indicò te e tuo padre, i cui occhi si stavano dilatando mentre ti fissava.
Lo zio ti fu subito accanto.
"Dario! Dario, gesuccristo, cosa ti ho fatto?" Non l'avevo mai sentito chiamarti per nome. Le sue mani ti svolazzavano attorno, come goffi uccelli spaventati, senza il coraggio di toccarti. Lunghe lacrime di dolore ti striavano il viso, ostinatamente voltato dalla parte opposta a quella dove lui si trovava.
"Dario, non volevo, mi hai fatto talmente arrabbiare, porca puttana, non devi farmi arrabbiare...perdonami. Perdonami." Girasti il capo e gli piantasti in faccia due occhi tanto cattivi da fare spavento. Ma lui non si spaventò e nemmeno si arrabbiò. Ti guardò invece con una luce di comprensione che gli albeggiava lentamente sul viso. Fu come se vi foste visti per la prima volta e, vedendovi, vi riconosceste. Due identiche espressioni di lieve sorpresa vi attraversarono i volti, uno chino sull'altro alzato. Se gli sguardi avessoro voce, i vostri avrebbero chiesto all'unisono: 'ma come? Anche tu?'
Era una cosa tanto intima, quella che stava accadendo, che perfino io d'istinto non mi avvicinai, per non interrompervi.
"Non funziona più." Gli dicesti tu accennando col mento al braccio che aveva strattonato "non si muove." Avevi la voce spaventata. Lo zio annuì e ti toccò con cautela, muovendoti il gomito e il polso. Scostò la tua mano dalla spalla e la saggiò con la punta delle dita, con enorme delicatezza; disse:
"È venuta fuori la spalla. Mi è successo tante volte. Se ti fidi, la so mettere a posto."
"Fa male?"
"Si. Ma fa più male così. E più tempo resta così più fa male quando te la aggiustano."
"Allora avanti." Dicesti tu, girando la testa dall'altra parte, come a dire che poteva fare ciò che doveva e non ti saresti ribellato. Lo zio prese il tuo braccio nello stesso punto che aveva afferrato prima, sopra il gomito, e mise l'altra mano sul tuo costato, in alto.
"Conto fino a tre." Ti vidi annuire. "Uno...due." E così dicendo ti diede uno strattone tanto forte che credetti che ti saresti strappato e, contemporaneamente,  tirò il tuo braccio in avanti. Stavolta si che si sentì, lo schiocco soffocato. Inspirasti rumorosamemte fra i denti, stringendo gli occhi, e poi ti voltasti verso di lui.
"Avevi detto al tre!"
"La prima volta che lo hanno fatto a me ho urlato, lo sai?" Ti disse lui guardandoti con una certa ammirazione. Senza abbassare lo sguardo, tentasti un sorriso un po' beffardo.
"Femminuccia!" Commentasti lapidario.
Lo zio si chinò e fece una cosa senza precedenti, dandoti un bacio sui capelli, nel mezzo della testa. Tu diventasti terribilmente rosso in viso e ti rialzasti, tenendoti il braccio stretto al petto con l'altra mano.
"Prendi la tua macchina, che lo accompagnamo in ospedale?"
Chiese lo zio a mio padre, che acconsentì immediatamente e si dileguò in direzione della rimessa.
"Adesso dobbiamo spiegarlo a tua madre. Mi sa che stavolta me la vedo brutta..." disse lo zio, passandosi una mano fra i capelli. Tu appoggiasti le soalle al muro, il volto pallido e tirato, accanto a lui.
"Cosa devi spiegarmi? Cos'è successo?" Chiese la zia, attirata fuori della cucina dal trambusto.
Tu guardasti in faccia tuo padre, guardasti il suo viso imbarazzato e scoppiasti in una risata silenziosa. Mentre lui spiegava a tua madre l'accaduto, in grandi linee 'ti assicuro, il ragazzo sta bene!' 'Non ti azzardare mai più ad alzare la mano su mio figlio!' Io riuscii finalmente ad avvicinarmi a te. Ti cinsi la vita e posai la testa sulla spalla sana e tu posasti il mento sulla mia fronte. Era vero che adesso stavi meglio, lo sentivo dal tuo respiro, ma doveva averti fatto male davvero, perchè puzzavi di rame.
Entrò mio padre e disse che la macchina era pronta e io, senza pensarci,  mi avviai verso la porta con te.
"No, tu stai a casa con me, Beatrice." Mi raggiunse fredda la voce della zia. "Vieni qui."
"Sissi, e mollala la ragazzina! Lasciali almeno salutare!" Mi difese lo zio, sorprendendomi. "Vieni qua, Bea. Vieni." Mi chiamò con un gesto della mano e io mi avvicinai a voi; lui, che ti teneva un braccio attorno, mi guardò annuendo. "Guardalo, vedi? Non è un gran danno. Adesso ce lo portiamo via un'oretta,  lo facciamo controllare bene, gli fanno una fasciatura e te lo riportiamo in tempo per cena. Va bene?"
Mi faceva specie vedere lui, proprio lui, che era sempre stato il mio personale mostro nell'armadio, comportarsi in modo tanto gentile con me. Non mi riusciva di fidarmi, nonostante ti vedessi sorridere, e arretrai istintivamemte quando protese una mano verso di me.
"Lo so, lo so che adesso se potessi mi ammazzeresti. Eh, si. Lo vedo, che gli vuoi bene sul serio, a questo qua. Che vi volete bene. È anche una bella cosa, avere qualcuno che ti vuole bene così, senza volere niente in cambio, come fate voi. C'è gente che non ce l'ha mai, qualcuno che gli voglia bene così,  lo sapete, voi?"
La sua voce aveva assunto un tono gutturale che ricordava il pianto, nonostante i suoi occhi fossero asciutti. Si voltò verso la porta e lasciò che ci salutassimo in pace. La zia Sissi ci guardava con viso rigido e capii che neanche lei l'aveva mai visto fare così.
La raggiunsi a capo chino, desiderando con tutto il cuore di poter venire con te, e lei mi posò la mano sulla spalla, come per tenermi ferma.
"Allora, mezza tacca, andiamo?" Ti chiese nel suo solito tono ruvido.
Tu facesti ruotare gli occhi in un gesto comico e lo seguisti, fuori dalla porta, lasciandomi a guardare.

Nessun commento:

Posta un commento