mercoledì 30 dicembre 2015

Interludio

Al primo tentativo di ripartire verso casa, Danilo imballò il motore. Spense l'auto, una costosa berlina scelta con grande impegno dalla beneamata consorte, posò la testa sul volante, tendendosi in avanti contro la cintura, e respirò lentamente.

In effetti, a tutti gli effetti, si era imballato anche lui.

Riaccese prudentemente il motore, dando gas con dolcezza, e gli venne fatto di pensare che ra un vero peccato non poter fare la stessa cosa con se stesso. La puzza della nafta gli arrivò alle narici, stroncando sul nascere ogni ulteriore riflessione di stampo introspettivo, e lui partì verso casa.

Non aveva neanche tanta voglia di andarci, a casa, riflettè, stupendosene. Era strano, di solito non c'era cosa al mondo che lui desiderasse di più della relativa quiete della sua tana, dove, rincantucciato in una vecchia poltrona ormai sfondata, si appisolava pacificamente di fronte a qualche sciocchezza televisiva. Quel giorno, invece, gli sembrava di essere troppo carico, troppo pieno di vita, di energia, per poterlo fare. Aveva la netta impressione che, se si fosse rinchiuso in quella che sua moglie chiamava 'la stanza del televisore', sarebbe esploso.

Agendo sovrappensiero, accese l'autoradio e, gradualmene, quasi furtivamente, alzò il volume. La radio stava dando una canzone popolare, che aveva sentito centinaia di volte quasi suo malgrado, ma in quel momento gli sembrò bella, accattivante ed allegra. Non c'era nulla di particolare a cui pensasse, ma, quando arrivò il momento di svoltare verso casa, esitò appena per un secondo, col piede che si staccava dall'acceleratore, prima di ridare gas e andare diritto.

Il sole era basso sulla linea dell'orizzonte e Danilo canticchiava, battendo con le dita sul volante, a tempo.

I meccanismi e gli istinti della sua mente, affinati da anni al gioco minuzioso di evitargli ogni possibile seccatura, sgradevolezza o aperto confronto, semplicemente non lasciavano passare alcun pensiero ed alcuna consapevolezza. A chiederglielo, avrebbe risposto che stava solo facendo un giretto, proprio così, appena cinque minuti prima di andare a casa, per sentire un paio di canzoni in macchina, dato che a sua moglie non piaceva avere la musica accesa in casa. A chiederglielo, in ogni caso, non c'era nessuno, e quei cinque minuti diventarono dieci, e poi quindici, e i chilometri si sommarono ai chilometri, allontanandolo da casa, inavvertiti.

Arrivò fin quasi al paese vicino, prima che la suoneria del cellulare lo interrompesse, strappandolo dal suo stato di grazia con la forza di uno schiaffo in pieno viso. Gli fu sufficiente quel suono, senza che ci fosse alcun bisogno di controllare chi lo stesse chiamando, per innescare una drastica reazione. Come quando, da bambino, veniva colto, come sempre accadeva, in flagrante durante una delle sue numerose infrazioni, gli si serrò lo stomaco in una morsa e si sentì avvampare.

Allungò la mano alla cieca sul sedile del passeggero e contò mentalmente gli squilli. Tre. Ancora accettabile, stando alla sua esperienza. Prese un respiro e controllò il tono di voce, per dargli un'apparenza tranquilla e disinvolta.

"Amore mio." Di sse nel ricevitore appena ebbe accettato la chiamata. La voce dall'altra parte suonava gravida di una preoccupazione appiccicosa, avvinghiante.

"Dove sei?"

"Sono..." Danilo guardò velocemente attraverso il parabrezza ai cartelli che segnavano le uscite della statale. Già, dove diavolo era, in fin dei conti? "...a cinque minuti da casa, tesoro. Sto arrivando, nessun problema." Gli giunse all'orecchio un sospiro di sopportazione.

"È tardi." si lamentò perentoriamente sua moglie.

"Amore, sto arrivando. Calma, non c'è problema. Ho solo dovuto restare un attimino di più al lavoro. Tutto bene."

"Vieni presto?"

"Si." Confermò lui, sentendosi infastidito, come se venisse stretto troppo forte e troppo a lungo e, subito dopo, come per riflesso, vergognandosi di ciò che provava.

"Vieni subito?" Chiese ancora lei.

"Sto arrivando." Ribadì Danilo.

"Fai presto, va bene? Vieni a casa." Ripetè ancora una volta la voce di sua moglie. Poi la comunicazione si interruppe, senza lasciare tempo a repliche o saluti.

Danilo sospirò sentendosi, contemporaneamente, da un lato esasperato e dall'altro chiuso in una morsa di cupa riprovazione pr la sua stessa esasperazione. Prese il primo svincolo utile e rientrò sulla statale dopo uno stretto giro, riprendendo il senso di marcia che l'avrebbe riportato a casa.

La sensazione di leggerezza, quasi di svagato trionfo, che lo aveva avvolto durante il suo abortito tentativo di fuga mentale si era bruscamente spento durante la conversazione con la moglie e spense la musica con un gesto distratto e stizzoso, colpendo il pulsante con eccessiva violenza.

L'aria nell'abitacolo era fin troppo calda e il tessuto dei pantaloni sembrava pesargli fisicamente cotro le gambe che per l'intera giornata non avevano dato segno di avvertire la sua esistenza.

Rientrò, dunque, a casa, subì silenziosamente e di buon grado il gelo sepolcrale che lo attendeva e si sedette per trangugiare meccanicamente quello che gli venne posto di fronte per cena.

Mentre masticava, inghiottiva e di nuovo riempiva la bocca, senza sentire nè sapore nè consistenza di quel che aveva nel piatto, si ritrovò a chiedersi se la paziente incognita si fosse svegliata.

Rimproverò a se stesso di non aver lasciato detto di chiamarlo, in quel caso. Voleva essere lì, e subito, per una rapida valutazione dei danni. Non escludeva la possibilità che si rivelasse necessaria una seconda operazione, dopotutto. E poi, per la miseria, l'aveva curata lui, quella lì, era stato lui a parlarle, a passarci tutto il tempo, lui, e nessun altro, perciò era lui che doveva vedere, quando si svegliava. Era lui che doveva ringraziare, se fosse riuscita ad articolare una parola, non il primo cretino che si trovava di turno e non l'aveva neanche mai guardata in faccia.

Dopo cena, decise, avrebbe telefonato per avvisare che desiderava essere chiamato, se lei avesse dato segni di imminente risveglio. Ecco, cos'avrebbe fatto.

Dalla sua destra provenne un suono, una via di mezzo fra un sospiro e un mugolio di disapprovazione, che interruppe il corso dei suoi pensieri.

"Hai detto qualcosa, amore?" chiese a sua moglie, improvvisamente molto consapevole di sìdove fosse e con chi.

"No, Danilo, del resto, anche se l'avessi detto, a che pro? A che pro, dirti qualcosa, se tu evidentemente non hai nessuna intenzione di ascoltarmi, o parlarmi, o, per quello che vale, guardarmi in faccia. Del resto, io sono solo quella che ti stira le camicie, giusto?"

"Dai, Matilde..." Lei posò ostentatamente la forchetta sul piatto e lo allontanò da sè.

"No, no. È inutile, non voglio litigare con te. Non ti darò un pretesto per portarmi a litigare, oltretutto."

"ma, scusa..."

"No, Danilo!" Ribadì lei alzandosi da tavola. "solo Dio sa cosa mi fai sopportare, non ho intenzione di sopportare anche i tuoi sfoghi di nervi." Gli disse, facendo cadere le parole in accenti liquidi, che suggerivano un piano trattenuto dalla pura forza della dignità.

Lasciò la tavola e, con essa, l'onere di sparecchiare e rigovernare.

Poco dopo, con il ronzio monotono della lavastoviglie in funzione a fargli da sottofondo, Danilo chiamò in reparto.

venerdì 11 dicembre 2015

Alba

Come accadeva ciclicamente fin dal principio, il dolore ritornò.
Dapprima fu solo un rivolo, poi un altro, poi decine di altri, come l'aprisrsi di crepe in una diga. Sempre più velocemente,  il dolore crebbe, trasformandosi da fastidioso, a sopportabile, poi a grande, immenso, sommergendola, fino a cancellare ogni altra cosa.
Si era concentrata troppo sugli interrogativi che le giravano per la mente ed aveva dimenticato di tenersi a distanza, di restare in quella parte del grigio che le avrebbe permesso di restare distaccata da tutto questo.
Un semplice errore di distrazione, che le costò un passaggio lento e straziante attraverso l'inferno.
Tutto il suo corpo pareva urlare, cellula per cellula, un apocalittico grido indifferenziato che non le permetteva in alcun modo di comprendere l'origine di quello strazio.
Le avessero chiesto dove sentiva male, avrebbe risposto 'al corpo', in piena sincerità.
Le parve che dovesse durare per sempre, le si cancelló dalla mente ogni pensiero, compreso il ricordo, se mai l'avesse cercato, di come era sentirsi bene, tanto che per quello che sembrò un tempo infinito, perfino il tempo, oltre che lo spazio, divenne un unico blocco compatto di dolore.
Non era mai esistito niente altro, non sarebbe mai esistito niente altro, lei stessa non era niente altro.
Per quello che a lei parve il tempo di una vita intera, e che nella realtà fu lo spazio di poche ore, realizzò ciò che gli uomini illuminati vagheggiano da secoli, vivendo perfettamente nel qui ed ora.
Va detto che, per lei, avrebbe certamente preferito restare alla larga da quel tipo di illuminazione e continuare a ricordare le erbe ed i fiori che le davano, nel ricordo, un senso di dolce appagamento.

Danilo era seduto nel suo studio ed era di pessimo umore.
Aveva appena congedato un paziente venuto per una visita di controllo a lungo termine, constatando che la ripresa era ben lungi dall'essere completa e sentendosi, come al solito, colpevolizzato dalle domande incalzanti del sollecito parente che l'aveva accompagnato. Non c'era nulla da fare, nulla da sperare, e, in qualche modo, pareva che di questo incolpassero sempre lui, che non aveva sufficienti risposte, sufficienti proposte.
Conosceva collechi perfettamente in grado di gestire quel genere di situazioni e perfino girarle a proprio vantaggio, fino al punto da far cambiare quel genere di rancoroso interrogatorio in una profusione di ringraziamenti. Di norma, erano quei colleghi ad essere considerati ottimi medici, sebbene non facessero, materialmente, niente più di lui, puntualizzó mentalmente, con un'ondata di cupo rancore.
Lui, invece, non riusciva a fare altro che chiudersi in difesa, in quei casi, alzare la guardia, anche se aveva capito ormai da tempo che quel modo di fare non aveva altro effetto se non quello di rendere ancor più sospettosi e insoddisfatti i suoi interlocutori.
Aveva tentato di evitarlo, in passato, aveva perfino tentato di sbirciare ed imitare il modo di fare, la cadenza e le parole di quei suoi più fortunati conoscenti, ma senza sortire alcun risultato. Loro, con quei modi, riuscivano sempre ad apparire come volevano agli occhi della persona che avevano davanti; lui, per sua natura o sua sfortuna, non otteneva nulla di più che sembrare untuoso e mellifluo, dando al prossimo la netta sensazione di tirare a fregare.
Dominó l'impeto di nervi che minacciava di sopraffarlo a quei pensieri e, proprio in quel momento, iniziò a squillare il telefono e bussarono alla porta. La contemporaneità fu tale da lasciarlo disorientato per una frazione di secondo.
'Avanti' biascicó in direzione della porta, mentre si sfilava laboriosamente il cellulare dal taschino. Sua moglie.
Entrò uno specializzando con aria ansiosa e lui gli fece cenno di aspettare. Sua moglie non amava venire ignorata.
'Buongiorno, cara' fece in tempo a dire, imbroccando, almeno quello, il tono giusto. La voce dall'altra parte del telefono gli riassunse in breve i suoi impegni della giornata. Lo ragguaglió sulle condizioni meteorologiche e stradali e lo sottopose ad un fuoco di fila di piccole domande precise e prevedibili: a che ora sarebbe rientrato? Sarebbe stato disponibile a svolgere questa commissione? Per che ora prevedeva di portarla a termine? E per quale motivo, in nome del cielo, si ostinava a rimanere in silenzio? 'Ti stavo ascoltando, amore.' Sospirò Danilo nel ricevitore, avendo cura di voltare il viso in modo tale che il suo sbuffo non venisse percepito all'altro capo del telefono. 'Torno a casa alla solita ora. Un quarto d'ora più tardi, se vuoi che passi a ritirare le cose in tintoria. Va bene?' Sua moglie non era pienamente soddisfatta, sperava che lui avrebbe potuto far prima, ma si sarebbe accontentata.
Sentendosi leggermente stordito, un po' come un pugile dilettante dopo una ripresa con un professionista, Danilo riattaccó e dedicò la sua attenzione al giovane che aspettava, paziente, accanto alla porta.
'Scusa se ti ho fatto aspettare. Allora, qual è il problema?'
'Dottor Maletti, è per la paziente ignota, quella del trauma frontale.'
'Si, qual è il problema?' Chiese di nuovo lui, questa volta con vivo interesse.
'Ah, nessun problema, direi, solo che sta reagendo. Si lamenta.' Danilo sentì qualcosa contrarsi in un punto poco sopra lo stomaco.
'Si lamenta in che senso?'
'Dottore, si lamenta, geme.'
'Usa la voce?' L'altro lo guardò come fosse impazzito e subito lui si rese conto della profonda idiozia della sua domanda. Che altro avrebbe dovuto usare, il campanello della bicicletta?
Senza sprecare altro fiato, si alzò dalla scrivania e si diresse a lunghi passi verso l'ascensore.
Non era tanto un interesse professionale, quello che gli metteva le ali ai piedi, anche se quello era certamente presente: voleva ad ogni costo sentire la sua voce.
In tutti quei giorni che aveva passato a parlarle senza alcuna speranza di sentirsi rispondere, pure aveva in qualche modo immaginato come fosse, qiella voce, si era, in un certo qual modo, riposto da sé, mentalmente, ed ora era preso dalla smania, che non avrebbe confessato ad anima viva, di sentire con le sue orecchie se ci fosse andato o meno vicino.
Uscì dall'ascensore mentre ancora le porte si stavano aprendo e solo nel corridoio rallentó il passo, per prepararsi un copione, rammentando a se stesso che non era un turista, ma un medico, e c'erano cose che avrebbe dovuto necessariamente fare.
Se usava la voce, se davvero si lamentava, allora si poteva supporre che presto si sarebbe svegliata. Stava a lui ipotizzare in quali condizioni e preparare tutto perché il suo risveglio venisse accolto nel modo dovuto.
Arrivò alla porta della stanza.
Era vero, il silenzio incantato che tante e tante volte lo aveva portato a cercare lì il suo rifugio era spezzato da una profusione di vocali quasi incessante, pronunciate a voce bassissima, ma con decisione.
Prima di entrare, lasciò che la sua mente registrasse quella voce, che la integrasse all'immagine del corpo che giaceva in quel letto.
In tempi normali doveva essere una voce piacevole, perfino, riflettè entrando nella stanza quasi con dolcezza. Era piena, perfino in quella condiziome, una bella voce di petto, per nulla stridula o acuta, per quanto nettamente femminile. Probabilmente, quando stava bene, era una delle cose più belle di lei.
Era distesa, come ogni altra volta, nello stesso punto, nella stessa posizione, ma la voce non era il suo solo sintomo di risveglio. A tratti, uno spasmo leggero le scuoteva, senza a chiuderle, le dita delle mani e risaliva fino al collo, rovesciandoglielo appena all'indietro. In quei momenti la voce si faceva più forte, più profonda.
Non era una convulsione, nulla di male, solo il corpo che tentava di riprendersi il suo spazio.
Si avvicinò ed iniziò a lavorare su di lei, metodicamente, in silenzio, trovando segni evidenti del suo imminente ritorno al mondo degli uomini.
Mano a mano che procedeva, alla sua mente tentava di affacciarsi il ricordo di quella mattuna, quando un senso quasi superstizioso di necessità l'aveva portato a parlarle ancora una voltam a dirle il suo nome.
Danilo scacció quelle riflessioni infastidito, al modo in cui si scaccia un insetto molesto.
Non si era accorto dei molti sguardi che avevano seguito, con aria saputa, il suo procedere verso la stanza.
Le voci sussurravano nei corridoi, crescendo, come l'eco, mentre passavano di bocca in bocca.
Il dottor Maletti aveva parlato alla ragazza sconosciuta fino a farla uscire dal coma. Quando gli avevano dato notizia di un segno di ripresa, era corso, proprio corso, fino da lei, proprio lui che per smuoverlo ci voleva del bello e del buono, o per lo meno da mangiare gratis.
L'aveva tirata fuori di peso dal coma lui, le aveva pettinato i capelli tutte le mattine, era sempre lì intorno, mangiava addirittura con lei.
La conosceva di certo, anzi, non la conosceva affatto, ma se ne era innamorato, così persa com'era quando era arrivata sotto i ferri, anzi no, probabilmente aveva i suoi motivi, magari gli aveva fatto pena.
Passava di pettegolezzo in pettegolezzo ogni sua trascuratezza, vera o presunta, commessa negli ultimi cinque anni con qualsiasi altro paziente, che serviva ottimamente di contrasto per evidenziare quanto strano fosse il caso con questa qui, che non aveva neanche un nome.
Ci fu chi disse che proprio il fatto di essere una sconosciuta gli aveva toccato il cuore, chi ipotizzó il romanzo, perfino chi disse che, dopo gli ultimi casini che aveva combinato, che erano stati egregiamente esagerati appunto per creare una cornice più pittoresca agli eventi attuali, lui si fosse redento ed avesse giurato di dedicarsi anima e cuore al suo lavoro.
Come fonte informata, Antonello, l'infermiere che dal primo giorno aveva diffuso le chiacchiere sullo strano comportamento del dottore, venne fermato da tutti, quel giorno.
'Secondo me' rispondeva con aria umile ma consapevole a chiunque volesse ascoltare 'ci siamo sbagliati fin dall'inizio, su di lui. È un buono, l'ha vista tanto sola, poverina, che se l'è presa a cuore.dal primo giorno, sapete, veniva a controllare che non avesse caldo, che non avesse freddo, che fosse semlre tenuta pulita; come avrebbe fatto un fratello, anche di meglio.'
'Un fratello, o anche un amante.' Commentò più di uno, in tono acido di insinuazione. Se Antonello era presente, a quel genere di commento rispondeva sempre, scuotendo il capo, disgustato.
'E voi pensate che, fosse stata la sua amante, l'avrebbe lasciata qui così, senza chiamare nessuno dei suoi, fosse pure un suo amico? Senza neanche chiamarla per nome?'

Inconsapevole di tutto quel rumore, Danilo continuava il suo lavoro. Cercò di richiamarla p, di aiutarla a portare a termine quel lavoro che doveva essere una faticata mostruosa, da come lo vedeva affrontare alla gente, ma di cui non conosceva nulla se non ciò che aveva studiato.
Per la prima volta nella sua vita gli balenó il sospetto che ciò che era scritto sui libri non bastasse a capire quel che vedeva.
Come se non avesse studiato una sola riga nella sua vita, si affidò allora ai suoi occhi e alle sue orecchie.
Invece di agire come voleva la procedura, si fermò per un momento ed ascoltò e guardò, come avrebbe fatto con una persona qualunque, invece che con un paziente.
La donna provava evidentemente un dolore fisico molto forte, di cui lui non comprendeva la causa,  ma che era, ciò non di meno, palese. Oltre a questo, gli parve di notare che era a disagio e spaventata.
'Hey, tu, mi senti?' Parlava a voce non troppo alta, tenendole una mano sul viso, fra lo zigomo e la mandibola. 'Ascolta, lo so che senti male. Ho bisogno che mi guardi. Se mi guardi, e mi dai un qualunque segno di vedermi, ti prometto che lo faccio smettere, il male, va bene? Dai, avanti, guardami in faccia. Guardami.'
Glielo ripetè molte volte, senza mai stancarsi. Non gli parve nemmeno che fosse il caso di sentirsi stanco o annoiato, tanto era concentrato.
Lo sapeva, che lo poteva sentire, ne era certo, ora.
I suoi valori erano piuttosto buoni, i parametri anche, e lei era talmente vicina a svegliarsi che non aveva tempo di considerare quante volte stesse ripetendosi o quanto protestasse la sua schiena, a stare in quella posizione scomoda.
Una delle infermiere mise la testa oltre la sogloa e subito la ritirò, come per pudore. Alla fine, fu Antonello ad entrare e rimase in silenzio, in attesa, affascinato da ciò che vedeva.
"Oh, dai, sveglia. Guardami in faccia, su, dammi un segno che mi vedi. Dai, coraggio." Ripeteva Danilo.
Lo ripetè tanto che, quando gli occhi scuri della donna si aprirono abbastanza da mostrare la pupilla e fissarsi su di lui, non riuscì a zittirsi subito.
Non ne volevano sapere di andare a fuoco, quegli occhi, ma ci stavano provando, ed un momento di consistente silenzio calò netto come una mannaia.
"Ciao. Ciao, mi vedi? Mi fai vedere che mi vedi?" Gli occhi si richiusero, poi si aprirono di nuovo, in un volontario e preciso ammiccamento. Poi persero la presa e se ne tornarono alla deriva.
A Danilo bastava, era anche più di quanto osasse sperare.
Le tolse il dolore quanto più rapidamente possibile senza ammazzarla, poi si rivolse ad Antonello, per il semplice fatto che era lì accanto.
"È sveglia. Cioè adesso si addormenta di sicuro, ma dorme. È sveglia. Insomma, hai capito." Era visibilmente emozionato, e l'altro annuì con aria comprensiva.

Al dolore che le infuriava nel corpo si aggiunse anche una voce che chiacchierava, insistente, invadente, fastidiosa.
Era come avere la sveglia in piena funzione sul comodino alle tre di notte e durante la peggior influenza della storia.
Con tutto quel male, non aveva idea di cosa dicesse, non riusciva a cavarne fuori alcun messaggio, ma alla fine, presa da esasperazione, qualcosa si mosse, le sembrò ruotare e assestarsi e vide qualcosa sopra di lei.
Era la fonte della voce e d'improvviso tacque. Nonostante il dolore, si sentì molto sollevata dal cessare di quel suono molesto e infinitamente frustrata quando esso ricominciò poco dopo.
Provò da capo, nella speranza che funzionasse, a ripetere il movimento che l'aveva zittito e stavolta riuscì.
Perfino il doloreparve iniziare a ritirarsi lentamente.

sabato 5 dicembre 2015

Tremendamente forte

Dopo lo sforzo tremendo fatto per seguire quel discorso, scivolò nel sonno. Era un sonno pesante, netto, privo di sogni e sensazioni.
A volte, in realtà, un'immagine, un frammento di qualcosa tentava di affiorare nella sua mente, ma lei scoprì, non senza stupore, di essere in grado di scacciarli, o, per meglio dire, di evitarli, scivolandogli accanto senza farsene risucchiare, come fossero massi nel letto di un fiume.
Se avesse avuto il ricordo dell'espressione  'sonno profondo ', allora, per la prima volta, lavrebbe veramente compresa: era davvero uno sprofondare, il suo.
Perfino le sensazioni, quelle poche, frammentarie informazioni che le venivano dal suo corpo, cessavano nel momento in cui riusciva ad affondare abbastanza in basso.
Da che era riaffiorata ad una coscienza di sé, non era stata altro che un ricevitore passivo.
Non aveva modo, alcuna possibilità, quale che fosse il suo volere, di reagire alle percezioni che le arrivavano quando veniva toccata, spostata, quando sentiva caldo, freddo o dolore. Era stata in completa balia perfino della sua stessa mente che, come una lanterna magica folle, le aveva mostrato o nascosto brandelli di immagini, ricordi e parole slegati di ogni contesto, che le piombavano addosso e la lasciavano stanca, turbata o squassata, come da un vento forte, rifiutando di rispondere al suo volere.
Ora, finalmente, trovava di nuovo qualcosa su cui poteva esercitare controllo, un modo di reagire, per quanto silenzioso, nel sonno.
Lá dove la lotta si era rivelata impossibile, le era rimasta la fuga.
Doveva saperlo, un tempo, ma lo aveva dimenticato, insieme alla maggior parte di quello che aveva saputo. Ora ricordava, sapeva di nuovo, e non  avrebbe  lasciato scivolare questa informazione attraverso il setaccio che sembrava ormai costituire la sua coscienza: l'avrebbe tenuta ben salda, esercitandola con dedizione.
Non era obbligata a sentire quelle mani estranee che la spostavano come una cosa inanimata. La sua mente non poteva più costringerla a subire l'accendersi e lo spegnersi di quelli che un tempo dovevano essere stati i suoi ricordi.
Poteva solo voltarsi pigramente verso l'abisso del sonno, verso il nulla dentro se stessa, e scendere un po' di più.
Si rendeva conto, di tanto in tanto, riaffiorando appena quel tanto che le era sufficiente per comprenderlo, che dormiva ormai da molto tempo e, in quei casi, appena prima di reinabissarsi, si concedeva un intimo, profondo moto di soddisfazione, come se stesse conseguendo un importante risultato. Dormiva ancora e non pareva esistere nulla in grado di intaccare la sua capacità di farlo.

Danilo si prese la faccia fra le mani e sospirò,  i gomiti poggiati sulle cosce. Poi si rese conto di sentirsi davvero scomodo, in quella posizione, e rimedió passandosi le dita fra i capelli, mentre rialzava il busto.
Come sempre, non riusciva a non compprtarsi come se qualcuno lp stesse costantemente osservando, anche quando sapeva benissimo di essere solo.
La donna stesa nel letto di fronte a lui stava sprofondando e questo gli creava un senso di disagio che non avrebbe saputo spiegare,  neppure a se stesso.
Non c'era un'altra parola per dirlo: sprofondava, cadendo semlre di più nell'oblio, invece di riavvicinarsi per gradi alla vita. Per quale motivo gli dovesse interessare tanto, a lui che si rifugiava in quella stanza per l'unico scopo di rifuggire alla sua vita quotidiana, non lo capiva, ma, ogni volta che il fatto gli balzava all'occhio, sentiva un peso nel petto e faticava a respirare. Non poteva nemmeno ignorare quel che stava accadendo, come faceva di solito con le cose sgradevoli, semplicemente fingendo che non esistessero, perché il suo cervello pareva deciso a non schiodarsi da quell'argomento.
Si ritrovava a pensarci nei momenti più assurdi, come quella mattina, mentre si lavava i denti, e, per quanto facesse, era lì che tornava la sua mente quando non la teneva occupata col massimo zelo.
Si alzò dalla sedia e le si accostò, in un movimento svogliato che tradiva il suo desiderio di andarsene, ma senza riusciread evitare di darle ancora un'occhiata.
Le aveva parlato tanto, in quegli ultimi giorni e le parlò ancora una volta, adesso.
'Senti, tu, ragazza. Non so neanche come ti chiami. Io lo so che non mi senti, lo so che quello che sto facendo è una stronzata, però, fammi il piacere, ripensaci. Non è che abbia senso quel che ti sto dicendo. Qui non c'è nessuno che ti cerca, nessuno che si sia preso la briga di chiamare per chiedere se eri qui, e se ho capito qualcosa di come gira il mondo, mi sa che di motivi per tornare indietro non ne hai un granché. Però, se vuoi provare, a me farebbe piacere. Almeno non continuo a parlare da solo come un povero cretino, che ormai mi sembra di essere diventato scemo. Io non c'entro niente, con te, tu non sai neanche che faccia ho, però ti sto sempre attorno e, alla fine, con te mi sono sempre trovato bene. Non mi morire, dai. Fammi questa cortesia. Io adesso devo andare giù di sotto in ambulatorio a sbrigare del lavoro, ma torno per pranzo. Se nel frattempo ti va di, che ne so, smetterla di peggiorare, io per me sono contento. Va bene?'
Aveva fatto questa lunga tirata senza quasi prendere fiato, occhieggiando per lunga abitudine la situazione e trovandola, né più né meno, identica a quando stava in silenzio sulla sedia, proprio come doveva essere.
Era la prima volta che le parlava della sua condizione, ma era convinto, del tutto convinto, che non facesse alcuna differenza. Lei non lo sentiva più di quanto avrebbe potuto sentirlo il letto su cui stava sdraiata e allo stesso modo aveva reagito, com'era logico.
Per quale motivo le stesse parlando con quella voce bassa, quasi affettuosa, e perché mai le sue mani stringessero la testata ai piedi del letto fino a sbiancare le nocche, non se lo volle chiedere.
Si costrinse invece ad allentare la presa, ed era tanto forte che un mignolo scricchioló nel movimento, e a muoversi verso la porta, per scendere nel suo studio, dove altri casi, più urgenti in quanto ancora forieri di qualche speranza, aspettavano che lui svolgesse, come logico e dovuto, il suo lavoro.
Strascicava i piedi, nell'uscire, come se sentisse che mancava ancora qualcosa alle sue parole, un qualcosa di conclusivo, che doveva dire per forza.
Esitò, si diede del cretino, superò la soglia e poi tornò indietro.
La guardò, stesa nel letto bianco, dietro quella pelle che era altrettanto bianca, con quel viso che più qualunque non poteva essere e quelle braccia ogni giorno più scarne che uscivano come di cera dal lenzuolo.
Si guardò attorno come se stesse per rubare qualcosa e, attento a non parlare più forte del dovuto, disse ancora:
'Ad ogni modo, io non so come ti chiami tu, ma io mi chiamo Danilo. Danilo Maletti. Se ti dovesse servire...'
Si interruppe, lasciando morire la frase nell'aria, sentendosi un povero idiota, vittima di una cultura da telefilm. Quel senso di incompletezza che gli rendeva pesante il passo, però, si era sciolto, e trovò che ora poteva camminare normalmente, senza tornare indietro.
Per non più di un secondo rimase incerto se il suo fosse stato un gesto superstizioso o un guizzo di quell'istinto che alcuni medici sostengono di avere, poi la giornata lo trascinò via, allontanandolo da ogni pensiero.

Qualcosa turbò il suo lungo procedere fra gli strati del sonno.
Avvertiva un disagio, un fastidio al centro della mente, come un prurito, che le rendeva difficile concentrarsi sul mantenere la profondità rqggiunta.
Si innervosì e, innervosendosi, emerse ancora di un poco. Iniziava già a vedere il grigio, da lì,  ma non voleva entrarci. Nel grigio, era costretta a sentire il suo corpo, e nulla di quello che le diceva il suo corpo pareva essere buono.
Si ribellò a quell'ascesa, si agitò, ed emerse ancora, più vicina al torpido grigiore di quanto lo fosse stata da giorni. Non che sapesse distinguere i giorni ed il loro avvicendarsi.
Decise allora di calmarsi, di lasciare che tutto tornasse ad uno stato qpdi quiete, ma nemmeno quello, poteva fare. Quel fastidio che, per primo, aveva provocato la sua ascesa persisteva, impedendole di tornare dov'era.
Con lo stesso spirito di qualcuno che, turbato in un sonno profondo e ristoratore, si lancia fuori del caldo delle coperte per scoprire la causa di un rumore molesto, uno spirito quindi piuttosto tempestoso, lei si rimboccò delle ideali maniche e si tuffò nel grigiore, per verificare cosa mai fosse quel prurito mentale e vedere se le fosse possibile spegnerlo.
Quella era l'idea : farlo rapidamente cessare e, altrettanto rapidamente, riprendere il sonno interrotto.
Balzata nel grigio, si rese conto che il fastidio veniva da un suono. Il suono le era noto, ma impiegò un attimo per collegarlo ad un ricordo. La scintilla del riconoscimento quasi le sfuggì e si sentì profondamente soddisfatta quando riuscì a ricordare.
Conosceva quel suono, era la voce oboe, e non capiva perché mai le desse fastidio. Si presentava ciclicamente, dopo tutto, e non le aveva mai creato problemi.
Si concentrò per cercare di dirimere quella faccenda.
Non riusciva a capire cosa diavolo stesse dicendo, ma era senza dubbio preoccupata, quella voce. Preoccupata e qualcos'altro. Udì un timbro di gola, un'inflessione appena accennata, e una serie di immagini le esplose davanti, come un minuscolo fuoco artificiale : era triste, il concetto la investì senza darle modo di reagire.
La voce oboe era triste e preoccupata. Poveraccia. Lei poteva capirla bene. Ancora non le era chiaro, invece, per quale motivo questo fatto l'avesse costretta ad uscire dal sonno.
Sicuramente la persona a cui corrispondeva quella voce era spesso lì intorno e sicuramente le dispiaceva della sua tristezza, ma non era proprio nelle condizioni migliori per prestare il suo aiuto a chicchessia.
Innanzitutto non aveva più il minimo controllo sulla propria mente, in secondo luogo non aveva idea di che diavolo le stesse dicendo e, ultimo ma non trascurabile dettaglio, non aveva più alcun legame col proprio corpo. No, al momento non sarebbe stata in grado di fare granché.
Finalmente la voce si zittì e lei si sentì sollevata.
Avrebbe potuto tornare al suo sonno.
Stava appunto cercando di ritrovare lo stato di quiete, quando una parola, una singola parola, pronunciata come dopo un ripensamento, penetrò il grigiore e le cadde, si potrebbe dire, come in grembo.
Danilo.
Lei osservò la parola senza riuscire ad associarla ad alcunché, ma sentendo che avrebbe dovuto dirle qualcosa di speciale.
Ma perché diavolo quella parola avrebbe dovuto essere speciale, poi? Cosa poteva mai essere, un danilo?
Mentre rigirava da ogni lato quell'unica parola, vinta dalla curiosità, senza che lei se ne rendesse conto le profondità del sonno si allontnavano, lentamente, gradualmente, senza fermarsi.

giovedì 1 ottobre 2015

In cammino

OLa stanza in cui giaceva la donna incognita divenne, nei giorni che seguirono,  una tappa fissa per Danilo.
Era un buon posto in cui trovare rifugio dalla pressione quotidiana.
Silenzioso, non troppo freddo, perché la finestra si trovava esposta a sud, e, miracolosamente,  la giovane donna era rimasta l'unica occupante della stanza.
Quando si rendeva conto di essere rimasto troppo indietro con il lavoro, o di quante delle cose che si era fermamente ripromesso di fare stesse metodicamente trascurando, era lì che veniva a nascondersi.
Come per un incantesimo benigno, nessuno sembrava volerlo tallonare, una volta varcata quella porta, nessuno che lo incalzasse con lunghe liste di decisioni da prendere, di impegni a cui ottemperare o di critiche.
Le stesse persone che di norma parevano considerare una missione sacra quella di non dargli requie si affacciavano appena alla porta, lo guardavano, prendevano un'espressione di scusa e scivolavano via in silenzio.
Certo, anche lui si dava il suo bel da fare per giustificare quelle visite.
Aveva studiato una sorta di regime, chegli consentiva di passare da quelle parti almeno tre volte al giorno, prima con la scusa di farsi aggiornare sull'andamento della nottata, poi pwr controllare i progressi ripetendo all'infinito la stessa serie di semplici test di reazione, ed, infine, prima di andarsene, per controllare che tutto fosse a posto e dare direttive sulla notte incombente.
In una buona giornata, poteva spendere quasi tre ore di assoluta tranquillità a pensare ai fatti suoi, fingendosi indaffarato attorno a quel letto.
Poiché nessuno aveva ancora reclamato un legame con lei, non c'era nemmeno la noia di dover parlare con qualcuno che pretendesse risposte o lo guardasse lacrimevole torcendosi le mani.
Poteva semplicemente stare lì, accanto a quella che, ne era sempre più certo, sarebbe rimasta una inerte bambola di carne, e approfittare del silenzio e del tepore per lasciar vagare la mente lontano dalle brutture del presente.
Nei primi tempi, era certo che si sarebbe svegliata. Glielo diceva la lucentezza della pelle e dei capelli, il passo cadenzato e sicura a cui funzionava il suo corpo, anche se immerso in quel torpore profondo, come un macchinario ben tenuto.
Era sicuro anche che sarebbero presto arrivati a reclamarla.
E, invece, nessuna delle due cose era ancora accaduta. Lei restava lì,  silenziosa, immobile e senza nome, sola e avvolta nel suo silenzio, come se il frammento di soazio occupato dal suo corpo si fosse in qualche modo staccato dalla realtà circostante, andando alla deriva in un tempo ed uno spazio diversi.
Era quello che emanava, che lui avvertiva standole accanto: la sensazione di perfetto distacco dal qui ed ora.
Finì per guardarla fin troppo bene, per conoscere a memoria il suo viso ed il suo corpo fin nei tratti più fini.
Fosse stata appena più bella e, certo, priva di cicatrici e di attrezzature, si sarebbe potuta scambiare per la principessa incantata di una fiaba.
Ma i capelli di un castano comune, marroni e senza riflessi, che si avvolgevano ostinatamente in codinicci, per quanti sforzi facesse lui stesso per tenerli a posto, e i tratti banali, quasi mediocri, del suo viso, rendevano labile quell'illusione non meno delle sottilissime e lievi rughe all'angolo degli occhi.
Nello sforzo di trovare attività nuove e non impegnative che giustificassero la sua presenza in quella stanza, prese, col passare dei giorni, a spazzolarle i capelli, ad accomodarle quei pochi vestiti stinti che le mettevano addosso, e, pur di poter pranzare in un posto dove nessuno si sentisse in obbligo di fare conversazione con lui, perfino a parlarle.
La prima volta che decise di farlo si sentiva un idiota. Nonostante l'abbondanza di letteratura strappalacrime che parlava di persone che si risvegliano da uno stato di coma profondo ascoltando una voce o una musica, lui era cosciente che ciò che faceva non aveva più senso che parlare ad un ciocco di legno, o all'anta dell'armadio, per quel che valeva.
Eppure, di fronte all'ennesimo pranzo a base di tramezzini preparatogli dalla consorte, si ritrovò a mettere insieme qualche frase esitante.
Aveva notato proprio quel giorno che alcuni operai stavano preparandosi a tagliare la lunga fila di alberi che costeggiava i parcheggi, e partì da lì.
Presto, pochi giorni appena, e si ritrovò a trascurare il pasto, perfino a saltarlo, pur di parlare. Sapeva che era come parlare ad una bambola, ma il senso di sollievo che provava, nel potersi sfogare a quel modo, senza venir interrotto da suggerimenti o obiezioni o, peggio ancora, senza dover ascoltare le infinite lagne di qualcuno prima di poter risprendere il discorso, era ineguagliabile.
Così, nella stanza anonima, col lieve brusio del reparto in sottofondo e un sacchetto di cibo trafugato in grembo, Danilo parlava, parlava e parlava, a voce bassa e monotona, rivolto verso la sagoma sul letto.
Gli infermieri e i colleghi si soffermavano appena passando di fronte alla porta e si scambiavano occhiate stupite, di fronte a tanto spirito di sacrificio. Iniziavano a circolare voci, su di lui, che parlavano di quanta umanità, quanta volontà stesse impiegando per riportare indietro quella sconosciuta dal suo sonno profondo.
Tutti, nessuno escluso, lo guardavano con nuovo rispetto dopo aver sentito dalla viva voce della caposala di quando, ogni mattina, dopo il controllo si fermava a spazzolare i capelli della donna. Si vociferava perfino che lui ne conoscesse la vera identità e che fosse un suo antico amore, da tempo perduto.
La figura scialba del dottor Maletti iniziava così a rivestirsi, a sua completa insaputa, di un alone di romanticismo e di bontà.

Nei sogni, era in un luogo pieno di persone. Almeno erano molte persone, rispetto alla totale assenza di chiunque che c'era nel grigio.
Lei conosceva quelle persone, nel sogno, e loro conoscevano lei, ma appena il sogno finiva i loro nomi e le loro facce si perdevano, si confondevano, sbiadendo in un carosello di tratti e di suoni senza significato.
Alle volte, le restava in mente qualcosa, quando passava dall'attività frenetica del sogno allo stallo fluttuante del grigio, frammenti, per lo più, immagini che si ingigantivano alla sua coscienza con la forza di un suono assordante.
Non ci si aggrappava e non opponeva resistenza. Aveva imparato che l'unacosa era inutile e l'altra dolorosa. Li subiva, passivamente, senza avere idea di cosa farne.
Cosa ci si aspettava che lei facesse, in effetti?
Aveva sognato di fare cose, di usare mani e voce, e supponeva di possedere ancora entrambi, da qualche parte, ma il modo in cui arrivarci e utilizzarli era evaporato dalla sua memoria.
Probabilmente avrebbe ricordato, prima o poi, e se anche non fosse accaduto, aveva la sensazione di non aver perso un granché. Non era mai riuscita a fare grandi cose, con le mani e la voce, dopo tutto, le pareva.
I ricordi che le erano più chiari alla mente erano quelli dei fiori. Ricordarli le dava un senso di amichevole calore, una soddisfazione che nemmeno la ciclica cessazione del dolore riusciva a trasmetterle.
Narcisi gialli, narcisi bianchi, ibridati e maculati. Gigli selvatici, acquatici e di serra, tigrati e purpurei. Fiori di rovo, malva, violaciocca ed erica.
Ognuno di loro aveva un posto speciale dentro di lei, e anche molti altri. Ricordava non solo l'aspetto, ma la consistenza dei petali e delle foglie, l'odore, il senso di tenacia delle radici, forti in modo insospettabile sotto la terra.
Quando il dolore tornava, quando sentiva il freddo pungerle la pelle o mani sconosciute spostare il corpo che la contenva a destra e a manca come una cosa senza vita, era a loro che pensava, specialmente ai fiori del sottobosco, umili e tenaci e dall'odore pungente.
Pensare a loro, a sua volta, fece affiorare il ricordo di altre piante. Rampicanti parassiti, arbusti, infestanti, le sembrava impossibile, ogni volta che ricordava uno di loro, di averlo dimenticato, sia pure per poco.
Quasi si sentiva in colpa, come se le fosse sfuggito di mente il viso di un parente stretto, di un amico d'infanzia.
Il giorno che mise per la prima volta a fuoco la voce, ne ricordava parecchi, tutti in ordine come soldatini ben disciplinati nella sua mente, ciascuno accanto ai suoi simili.
Aveva già sentito la voce, questo era certo. Molte volte, ciclicamente.
Se mai avesse voluto scandire il tempo del grigio, cosa che non le interessava affatto fare, avrebbe potuto usare le apparizioni della voce per farlo.
Aveva un suono definito, né troppo alto né troppo basso, incredibilmente simile a quello di uno strumento che la sua mente si ostinava ad associare alla parola 'oboe'.
Lei non ricordava se quella aprola fosse vera, le capitava di rigirarsi un suono nella mente per giorni prima di capire che era solo un suono e nin una parola, ma sembrava adatta al bisogno, quindi la adottò.
La voce era 'oboe' e si presentava a cicli regolari, di solito insieme alla sensazione di essere toccata da mani calde.
Era una sensazione piacevole.
Venne un giorno in cui la voce, invece di fare il suo breve intervento ciclico, toccarla e sparire, continuò a risuonare. Andava avanti, ed avanti, ed avanti per quello che le parve un tempo lunghissimo.
Qualcosa in fondo alla sua mente fece scattare una sorta di allarme: non era legato alla apura, come quando la spostavano e la rigiravano, ma alla sensazione che avrebbe dovuto ascoltare quello che la voce diceva.
Non fu in grado di riconoscere la sensazione di interesse, troppo presa dallo sforzo di mettere a fuoco il suono.
La voce si alzava e si abbasstava, esitava, ricominciava, si srotolava come un nastro.
E finalmente alcune parole si straccarono dalla lunga serie di suoni divenendo comprensibili.
"...in fondo al piazzale, che dall'altra parte danno sulla strada, oddio, sulla ciclabile di fianco alla strada, per essere precisi. Sono di quelli che fanno tutti quei pallini, d'autunno, e qua do fioriscono fanno qjei fiorellini gialli miniscoli che puzzano come la piscia di gatto, che non piacciono neanche a me, però..."
'Tigli' pensò lei immediatamente. 'Sta parlando di tigli. Ma i fiori odorano più di camomilla e mughetto che di altro.'
"...non ci sarà più un filo d'ombra e questo è un bel guaio, d'estate, perché era l'unico pezzetto di parcheggio che si poteva usare senza che la macchina diventasse un forno crematorio, io poi ce l'ho nera, figurati, la solita fortuna, neanche da dire..."
'Tagliano i tigli?' Si chiese lei con una punta di apprensione 'ma perché? Se è una questione di apparato radicale, potrebbero potare solo quelle.'
"...al solito, mi troverò oltre a tutto il resto anche a dover spendere una fortuna in benzina per via dell'aria condizionata, figurati, altrimenti è impossibile guidare, d'estate, se è rimasta tutto il giorno al sole..."
'Vogliono tagliare i tigli e questo si preoccupa della macchina. Per gli alberi, niente? Non gli dispiace neanche un po'? Magari li vede tutti i giorni.'
Le affiorarono chiare alla mente le immagini dei tronconi di albero che sporgevano dal suolo, appena umidi della scarsa linfa autunnale, bianchi e nudi sotto il cielo, impressionanti nella crudezza della loro prosaicitá.
Le mise tristezza e, nel giro di un momento, si ritrovò stanca come se avesse corso per chilometri e chilometri.
La voce si rifece solo una serie di suoni indefiniti, poi parve allontnarsi rapidamente.
Poco dopo, ricominciava a sognare.

venerdì 18 settembre 2015

Sfarfallio

In principio era il dolore.
Il dolore era una cosa fisica, consistente, irrefrenabilmente,  una marea di gelatina fredda che la respingeva indietro, la scuoteva come il giocattolo di un cane, regolava il flusso incostante della sua coscienza.
Non ricordava di avere un corpo, non sapeva di essere qualcuno. Era solo un oggetto di dolore e poteva sfuggire solo nel grigio, dove non era più nessuno.
Se avesse ricordato, se fosse stata conscia di essere qualcuno, avrebbe cercato di staccarsi da quella cosa che la teneva legata al dolore, sarebbe fuggita nel grigio abbandonando la vita, ma in quel poco che le rimaneva di pensiero, il concetto di vita, di scelta, non era incluso così come le complesse astrazioni del prima e del dopo. Era sempre adesso.
Lentamente, come affiorando dal grigio e differenziandosi a fatica dal dolore, qualcosa di diverso emerse.
Prese coscienza che da qualche parte una superficie divideva lei dal non-lei e che quella superficie sentiva un costante senso disagevole, come se lo spazio non-lei contenesse una qualche forma di ostilità.
Era la prima cosa diversa dal dolore che fosse emersa e lei vi si aggrappó, dedicandovi un'attenzione ossessiva. Come un prurito nel fondo dei pensieri le venne la consapevolezza di aver saputo cosa fosse quel senso di ostilità e continuò a rigirarselo e ad osservarlo, fino a che, inatteso, venne il ricordo.
Freddo. Aveva freddo.
Pronunciò nella mente quella parola, ascoltandone l'aspra sonorità e, in un lampo, venne raggiunta da un'altra scintilla di sapere. Ricordava la sua voce. Quella che sentiva nella mente era la sua voce.
I lampi di luce, i ricordi che facevano luce sul suo stato di sospensione, iniziarono a susseguirsi.
La superficie che sentiva il freddo era la sua pelle. Poteva sentire freddo con la pelle, mentre il suono della sua voce veniva emesso da una bocca e percepito con le orecchie.
Ricordò di aver guardato le labbra di altre persone a volte con desiderio, a volte con la speranza che si fermassero per concederle la quiete del silenzio, altre volte ancora per indovinare la forma di una parola nel mezzo del frastuono.
Persone. Aveva conosciuto decine di persone, centinaia, forse.
E poi, di colpo, una folgorazione che l'avrebbe fatta sussultare,  se solo avesse potuto farlo.
Quello era, lei. Una persona. Non una cosa slegata, immersa nel dolore senza fine e fluttuante nel grigio informe da sempre e per sempre, ma una persona.
Si prese un attimo per considerare la vastità delle conseguenze di questa illuminazione, sentendosi infinitamente stanca.
Proprio quando il grigio più denso iniziava ad avvolgerla, la sua pelle percepí una sensazione talmente piacevole da indurla quasi a commuoversi.
Calore, un morbido calore mobile e invitante, danzava sulla superficie che prima sentiva solo un freddo ostile.
Un suono lontano ed indistinto, che il suo ricordo associó con un oggetto, a lei ignoto, chiamato fagotto, penetrò per pochi istanti la nebbia.
Poi lo sfinimento prese il sopravvento e lei si lasciò scivolare via, di nuovo.

Danilo si arrabattava, come ogni giorno, nel solito giro dei letti.
Era una parte del suo lavoro che odiava, quello spostarsi da una stanza all'altra, ascoltando parlare gli infermieri di ogni caso, confermando nella maggior parte delle circostanze niente altro che quello che loro, che conoscevano bene il lavoro che facevano, stavano già facendo. Preferiva di gran lunga il lungo, paziente, comodo lavoro di riabilitazione, che svolgeva nel suo studio e al quale poteva applicare schemi e paradigmi che gli erano ormai noti.
I casi peggiori erano i suoi, pensò con risentimento e non per la prima volta.
Se fossero stati i peggiori nel senso del peggior stato di salute, l'avrebbe anche potuto sopportare. Non aveva mai condiviso quel disagio che provavano molti dei suoi colleghi nel veder morire qualcuno di formalmente affidato alle sue cure. Erano persone danneggiate, quelle su cui lavoravano, alcune irrecuperabili fin dall'inizio, e fingere che non fosse così gli pareva più da sciocchi che da santi.
Purtroppo, i suoi erano i casi peggiori nel senso della banalità, non della gravità. Vecchi malandati bloccati da ischemie comuni, enormi obesi rantolanti cui finiva per cedere qualche snodo fondamentale del traffico di sangue nella scatola cranica, raramente qualche ragazzino che aveva la bella pensata di volare da una moto, per lo più già condannato nel momento stesso in cui impattava col suolo. Niente che potesse servirgli da stimolo, o che potesse dargli modo di dimostrare la sua bravura.
Controlló la sua lista e si spostò lentamente,  fingendo di leggere qualcosa di importante, tergiversando,  come un bambino che tenti di evitare un compito sgradevole.
Lui si impegnava nel fare correttamente il suo dovere o, per lo meno, non lo faceva peggio di tanti altri,  ma erano gli altri ad essere invitati a parlare in pubblico, gli altri a pubblicare articoli e a sentirsi complimentare da colleghi e superiori, gli altri ad essere ispirazione agli studenti.
Non aveva mai uno straccio di occasione, questo era il punto. Pensò ancora, rabbuiandosi in viso.
La voce pacata di un collega, che gli passava accanto senza degnarlo nemmeno di un saluto, lo distolse dal suo elenco mentale di ingiustizie.
Sospirò a fondo, come chi si accolli un peso sgradito, ed entrò nell'ennesima stanza.
I documenti dicevano che quella nel letto era una paziente ignota. Le era stato assegnato un codice numerico al momento dell'ingresso in pronto soccorso e le autorità erano state debitamente avvisate.
Danilo la valutó con un breve sguardo la sagoma scarna sotto il lenzuolo e i lunghi codinicci di capelli marroncini, mossi, arrotolati come code di topo. Era uno sguardo esperto, il suo, e lo portò a calcolare,  ad occhio e croce, che qualcuno si sarebbe fatto avanti per reclamarla. Era una donna giovane, quella, e senza i segni che di solito si associano a quelle persone che vivono ai margini della società. La sua pelle era luminosa, compatta e pulita e la sua magrezza di tipo atletico, niente affatto malaticcia.
L'ampio trauma che l'aveva portata in quel letto le aveva provocato una ferita sulla fronte, ma sarebbe guarita bene, lasciando poco più che un filo di cicatrice e forse, ma solo forse, una lieve depressione sul punto in cui l'osso era stato aperto, per ridurre la pressione del sangue dentro il cranio. Si, sarebbe certo arrivato qualcuno, presto, a reclamare quella vita, e quel qualcuno avrebbe ascritto a lui ogni responsabilità.
Sospirò di nuovo prima di voltarsi verso l'infermiere.
"Ancora nessun segno di ripresa? " chiese, sentendosi come il protagonista di uno sceneggiato pomeridiano a basso costo.
"Nessun miglioramento, finora, ma i tracciati sono buoni." Rispose l'altro, rispettando il copione a menadito. 'Ora manca solo che entri qualche donna cotonata e in calze di seta a domandarmi perché l'ho lasciata' riflettè Danilo storcendo la bocca per mascherare il sorriso sardonico che voleva affiorare. Tanto valeva che rispettasse il copione anche lui.
Si avvicinò alla paziente e la toccò sul braccio, dove spuntava come un germoglio alieno l'accesso venoso, simulando di mala voglia un controllo. Si spostò poi verso il capo, chinandosi per controllare i riflessi delle pupille.
Senza un motivo particolare, la sua mano indugió sulla pelle della spalla, lasciata nuda dalla frettolosa cerimonia di taglio dei vestiti in pronto soccorso.
Gli occhi della donna erano semiaperti, ciechi, le pupille strette come pugni che reagirono appena a contatto con la luce.
Non poté fare a meno di notare che una pallida fiammella di speranza si faceva strada nella routine della giornata. Ce l'avrebbe fatta sicuramente, la sconosciuta, l'incognita; i suoi occhi reagivano ancora lentamente, ma in sincrono perfetto.
Ristette per un attimo, in atteggiamento riflessivo, ancora chino su di lei.
Aveva la stessa sensazione che provava quando dimenticava di fare qualcosa, quel senso frustrante di non essere appagato come avrebbbe dovuto, e non riusciva proprio a capire da dove venisse.
Ripassó mentalmente gli impegni della giornata, le piccole azioni abituali, come il riporre le chiavi dell'auto nel cassetto e la telefonata di rito alla sua compagna, ma di lì non gli venne alcuna risposta. Eppure ne era certo, qualcosa non stava andando secondo lo schema, qualcosa era fuori posto.
Detestava quando gli succedeva a quel modo, finiva sempre per saltar fuori che aveva scordato qualcosa di fondamentale e che tutti avevano il diritto di prendersela con lui.
"Dottore? Qualcosa non va?" Chiese l'infermiere alle sue spalle. Era una cosa insolita vedere il dottor Maletti occuparsi tanto e tanto a lungo di un paziente e lui temette, per un attimo, di aver fatto qualche stupidaggine talmente grossa che perfino quell'ometto distratto ed eternamente corrucciato potesse averlo notato.
'Ecco, figurati. Quando mi serve una mano, mai un cane che se ne accorga, ma appena mi serve un attimo di silenzio tutti presenti.' Pensò Danilo, raddrizzandosi, in lieve imbarazzo. Doveva rimediare all'attenzione fuori luogo che aveva attirato, in qualche modo, non poteva semplicemente dire che si era perso a pensare ai casi suoi. Si schiarì educatamente la voce, prima di parlare, temporeggiando. Cosa poteva mai dire? Cosa avrebbe potuto giustificare,  anzi, legittimare il suo attimo di distrazione mettendolo in una luce quanto meno di normalità?
"Non hai sentito questa poveretta?" Chiese poi in tono quieto, aggrappandosi all'unica osservazione che non fosse pura invenzione  "È gelata, avrà un freddo da cane. Non possiamo metterle addosso qualcosa?" L'infermiere esitò un momento, colto in contropiede.
Davvero non se l'aspettava, una prova di compassione del genere, da lui. Iniziò ad annuire prima ancora di parlare.
"Certo, dottore. Provvedo io." Danilo annuì a sua volta, raddrizzando quel tanto di spalle di cui la natura aveva voluto dotarlo, vale a dire non molto, e scivolando quanto più velocemente possibile fuori dalla stanza.
Si sentiva come quando, da ragazzino, sfuggiva ad una interrogazione a cui non era preparato per il rotto della cuffia, abborracciando qualche scusa che, miracolosamente, veniva presa per buona.
Nella stanza l'infermiere, un ragazzo tarchiato di nome Carlo Alberto, si stava dando da fare per trovare alla ragazza senza nome una coperta in più.
Gliela stese addosso con delicatezza, coprendole le braccia nude fin dove poteva. Amava molto il suo lavoro. Si sentiva un poco in difetto, per non aver notato quanto fredda fosse la pelle di quella poveretta. Si sentiva anche in difetto verso il dottor Maletti. L'aveva sempre creduto una di quelle persone che lavorano a tirar via, un impiegato della professione medica, ed invece eccolo lì, a preoccuparsi che una che non aveva neanche un nome non dovesse patire freddo senza poterlo dire.
Carlo Alberto scosse la testa. Magari l'avevano giudicato male.

Dal profondo del sonno grigio, una meravigliosa sensazione le giunse dalla superficie della pelle. Non era la semplice cessazione del freddo, quella, era un vero e proprio piacere.
La sua mente stanca, finalmente libera dalla sensazione ostile che l'aveva pungolata, si ranicchiò nel primo, vero sonno profondo dalla notte in cui era caduta.

mercoledì 16 settembre 2015

Notte

Che ore saranno state? Forse le due, le tre del mattino.
Nonostante le ultime vestigia dell'estate ancora aleggiassero nell'aria, durante il giorno, a mostrare qui un bicipite scoperto da una manica corta e lì una pregevole mezzagamba femminile, a quell'ora faceva un freddo cane.
Eppure la ragazza, coi capelli lunghi lisciati dallo sporco di una settimana, avanzava con indosso solo jeans e maglietta, le braccia incrociate strette sul piccolo seno, ricoperte di pelle d'oca, a simbolica protezione.
Guardandola da più vicino, avresti potuto vederlo, che era bagnata, la roba che indossava. Non fradicia, no, non gocciolava a terra, ma umida di certo, dal modo in cui le si incollava addosso.
Procedeva a passo veloce verso il semaforo all'angolo,  che continuava impettito a cambiare colore per una strada deserta.
Era giallo, quando ci arrivò,  e spandeva una luce falsamente calda sul triangolo di cemento dove cadeva e, per un attimo, anche sul suo viso.
Non era giovane come sembrava da lontano, ma nemmeno vecchia come il suo girovagare randagio e la postura raccolta, difensiva, avrebbero potuto far supporre.
Pigió il bottone per il passaggio pedonale una, due, tre volte, a ripetizione, di gran fretta, come se si aspettasse di essere investita da qualcuno, ad attraversare senza il verde.
La strada, da una parte all'altra,  a perdita d'occhio,  non era altro che un nastro d'asfalto disertato dai suoi frequentatori, sia diurni, a quell'ora beatamente addormentati fra le lenzuola, che notturni, in attesa del fine settimana per apparire.
Una folata d'aria si incanaló fra i palazzi messi spalla a spalla e la andò a colpire in pieno, strappandole un brivido che era quasi un sussulto.
Aspettava ancora che il semaforo scattasse al verde, ma si vedeva bene che era in ansia a stare ferma a quel modo. Si guardava intorno e muoveva i piedi, come scalpitando. Se si fosse potuto far fretta a un palo di metallo, di sicuro l'avrebbe fatto, eppure aspettava, badando senza volere che le punte consumate delle scarpe da corsa rimanessero di qua del cordolo del marciapiede.
Si vedeva già da lì,  che era abituata ad obbedire, a seguire alla lettera le regole.
Finalmente arrivò la luce verde e lei scattò,  quasi avventandosi sulla strada, denunciando chiaramente la sua fretta, la sua voglia di andare, tanto che c'era da chiedersi come avesse fatto a trattenersi, tutto quel tempo, senza nessuno che passava.
Attraversò quasi di corsa, sicuramente a passo di marcia, e camminò ancora a lungo, sempre più raccolta su se stessa, vittima evidente del freddo, quasi ranicchiata,  con la volontà nelle gambe, che scandivano un ritmo sempre uguale e ugualmente rapido, a falcate, divorando lo spazio.
Non guardava più dove metteva i piedi, questo è chiaro.
La stanchezza, il freddo, l'angoscia che veniva fuori da tutti i suoi movimenti,  alla fine si erano presi in pagamento la sua attenzione: era questione di tempo  prima che inciampasse e fu solo un caso, un caso benevolo, a farlo succedere nella pozza di luce gialla della vetrina di un bar.
Non era aperto a quell'ora,  è chiaro, ma c'era qualcuno e tanto bastava.
La ragazza ficcó la punta della scarpa in una buca bella profonda e stramazzó in avanti, senza neanche la forza di mettere le mani a protezione del viso.
Cadde come avrebbe potuto cadere un pezzo di legno o di metallo, rigida, con la testa protesa verso il palo che segnava la fermata dell' autobus, il numero tre, che non avrebbe fatto la sua prima corsa che di lì a due ore.
Fossero passate quelle due ore, se il bar non fosse stato in ristrutturazione e il proprietario non avesse deciso di liberarsi di qualche calcinaccio mentre nessuno lo vedeva, senza doversi sorbire tutto il giro di telefonate all'azienda dei rifiuti, non sarebbe successo niente.
Lei sarebbe morta, questo è chiaro, ma non sarebbe successo niente di tutto il resto.
Invece il barista era lì e sentì il rumore, il rintocco del suo cranio che impattava contro il palo, e uscì di corsa.
Provò a chiamarla, a toccarla, avvicinandosi e allontanandosi come una scimmia dei documentari,  fino a che non gli venne in mente il cellulare che teneva nel marsupio,  dentro.
Chiamò un'ambulanza e rimase ad aspettare accanto a lei, saltellando da un piede all'altro, chinandosi ogni poco su quel corpo che, così gettato a terra, pareva ancor più piccolo e più simile ad una cosa.
L'ambulanza venne e se ne andò, portando con sé la ragazza, rapida ed efficiente, tagliando la notte col rumore delle sirene nel ripartire, trasportando il suo carico in cui ancora,  debole come una fiamma di candela, brillava la vita.
I volontari si parlavano ad alta voce, sentendosi in un telefilm, il medico stringeva le labbra e pensava al ritorno a casa che lo aspettava appena oltre il prossimo giro della lancetta dei minuti, e lei, a dispetto di ogni probabilità e di ogni ragionamento,  viveva.

Chiedo scusa

Cambio di programma.

sabato 11 luglio 2015

III

LUCIO

Al venti di maggio, nel giorno del suo compleanno, Lucio sedeva al tavolo della cena sentendosi intimamente compiaciuto di se stesso.
Mancava un mese appena al termine della scuola ed aveva finito quel giorno di ripondere all'ultima interrogazione del professore, meritandosi un voto discreto, nonostante la grammatica latina fosse per lui poco meno astrusa di una tiritera senza senso. Non gli piacevano quel genere di cose, il ripetere all'infinito parole fuori di contesto per il solo scopo di conoscerle, senza altra applicazione, e faceva una gran fatica a trattenerle nella testa, come se fosse il tessuto stesso di cui era fatto a respingerle, una tela cerata sotto la pioggia.
Elide passava le ore, la sera, quando era troppo buio per i suoi soliti lavori d'ago, a fargli ripetere quelle filastrocche di rose e rosarum, fermandosi solo di tanto in tanto per leggergli un pezzetto nuovo, e anche lei glielo diceva spesso, che sembrava proprio che non ci fosse portato, per quelle materie. Anche i lunghi elenchi di date del libro di storia gli rimanevano nella memoria appena il tempo sufficiente per rispondere alle domande, mentre, a chiedergli le stesse cose solo pochi giorni dopo, non si sarebbe riuscito a cavar nulla da lui.
La matematica e la geometria, invece, gli parevano naturali come se le avesse imparate con il camminare e teoremi e formule sembravano,  quando li vedeva sulla lavagna, come vecchi amici la cui esistenza avesse scordato per chissà quale motivo e che tornavano a lui, amichevolmente, per riallacciare i rapporti.
Così, quella sera, con l'ultima interrogazione di grammatica ormai dietro le spalle e il cortile ben spazzato, tanto che si sarebbe potuto ballarci senza sollevare un grano di polvere, se mai qualcuno per qualche ragione avesse mai voluto ballare, non pensava ad altro che alla buona cena che lo aspettava ed al sonno soddisfatto che già lo allettava dopo la cena.
Fra l'una e l'altra di queste due piacevoli incombenze, ad attenderlo ci sarebbe stato il regaluccio che gli aveva preparato Elide in gran segreto, rubando le ore in cui lui era fuori coi compagni al suo svago per concedersi la piccola gioia di stupirlo con una sorpresa inaspettata.
Gli avrebbe reso onore, all'impegno della sorellina, facendo il viso stupito e sorpreso, per quanto sapesse da mesi di quel suo innocente sotterfugio.
Perfino sua madre si era data attorno tutto il giorno, per i suoi tredici anni, e la casa brillava ancor più del solito, così da non dar ragione di malumore a suo marito e lasciare al suo bambino una sera di serena gioia. Al suo ragazzo, avrebbe dovuto dire ormai, si corresse col pensiero sorridendo mentre toglieva dal forno stretto la teglia di lasagne, per raffreddarle un poco, soddisfatta della spessa crosta croccante che scricchiolava piano spaccandosi in una miriade di crepoline a contatto con l'aria della cucina.
Aveva fatto il piatto preferito di Lucio e le dispiaceva perfino un poco di non poterlo festeggiare, come facevano i figli dei più ricchi, ora che vedeva che non sarebbe stato a lungo quieto in casa come un bambino. Era, forse, pensò con un sospiro, l'ultimo compleanno che se lo sarebbe potuto godere a questo modo, l'ultima volta in cui lei sarebbe stata, in quel giorno dell'anno, la donna che sopra ogni altra lui voleva accanto, ed era giusto così, pensò rimproverandosi della propria stupidità, per quello si facevano i figli, per vederli crescere e diventar grandi, lo sapeva bene. Nonostante tutto, però, un poco le appesantiva il cuore ugualmente, quel pensiero.
Lidia scosse la testa, dandosi della sciocca, e portò in tavola il pane e la pietanza, poi si sedette, in silenzio, attendendo di poter mangiare.
Come ogni sera, Dario fu l'ultimo a sedersi, come un prete che arriva quando la chiesa è piena.
Iniziarono a mangiare senza dire una parola, la casa che risuonava del primo canto timido dei grilli fra l'erba ancora verde e rigogliosa. Non erano abituati a dare grande importanza ai compleanni, o a qualsiasi ricorrenza, ed era del tutto normale, per loro, che la teglia fumante nel mezzo della tavola apparecchiata e la contenuta eccitazione di Elide, che si palesava solo nello sguardo di sottecchi che lanciava di quando in quando al fratello, fossero l'unica cosa che distingueva quel giorno da qualunque altro, che non fosse la domenica.
Arrivato a metà del piatto, Dario si pulì la bocca con l'angolo del tovagliolo e posò la forchetta, dando in un breve sospiro. La donna e la bambina sedute al tavolo percepirono immediatamente il cambiamento e cessarono l'andirivieni dalla bocca al piatto, attendendo come sospese quel che doveva accadere, mentre Lucio, affogato nel prosaico piacere di affondare i denti nel boccone, impiegò un momento per capire cosa ci fosse di storto. Si sentiva d'improvviso come se un vuoto gli si fosse aperto dinnanzi ai piedi, là dove soleva essere solido terreno.
Alzò gli occhi e si trovò, con una sorpresa impossibile da mettere in parole, a fissarli nello sguardo paterno.
Era cosa rara che Dario lo guardasse in faccia, negli occhi men che meno, e le sue iridi glauche misero addosso a Lucio un senso di disagio che, per ragioni troppo profonde perché lui le potesse afferrare, portaca con sé più di una traccia di piacere. Lo guardava, senza mostrare alcun sentimento, in silenzio, in attesa.
Lucio posò la forchetta a sua volta e, memore dell'insegnamento che lui gli aveva impartito, si pulì la bocca prima di parlare.
"Babbo?" Chiese senza aggiungere altro. Non avrebbe potuto, affascinato com'era da quegli occhi nei suoi. Ne percepiva il peso e il senso di ineluttabilità, come se quell'uomo fosse un qualcosa che c'era sempre stato al mondo e ci sarebbe stato sempre, allo stesso modo del cielo e del vento.
"Oggi fai tredici anni, se non sbaglio." Lucio arrossì di piacere.
"Si, babbo."
"Sei un uomo, oramai. Un uomo giovane, un uomo ancora stupido, ma un uomo. È vero, Lucio?"
"Si babbo. Grazie." Dario annuì impercettibilmente, accettando il ringraziamento del figlio.
"Mi hanno dato un buon lavoro, oggi. Su, verso il fiume. Ci sarà da fare per un mese buono, e per tre uomini." Lasciò cadere queste parole sul tavolo della cena, in un silenzio tanto fitto che si udivano alla predezione i passi pesanti dei vicini che rincasavano, dall'altra parte della strada. Lucio prese coraggio.
"E chi prenderete, babbo, per lavorare con voi?" La bocca di Dario si tirò in una smorfia.
"L'ho chiesto a Paolo, il solito ragazzo che mi viene ad aiutare." Una breve pausa seguì questa affermazione, che pareva tronca alla logica.
"E...e l'altro, babbo? L'altro uomo che vi manca?" La voce di lucio lottava per restare ferma. Dario annuì di nuovo, stavolta più marcatamente.
"Iniziamo a metà luglio. Puoi tenerti la metà dei soldi che guadagni, ma l'altra metàva in casa." Fra i due passò un lampo di mutuo, solido affetto. Potendo, lucio si sarebbe alzato per saltare di gioia, ma quel genere di intemperanza veniva duramente censurata, nella loro famiglia.
"Grazie, babbo. Non vi farò vergognare." Disse invece, sentendosi allargare il petto. Dario distolse semplicemente gli occhi senza aggiungere altro e riprese a mangiare e, dopo di lui, lentamente, quasi timidamente, e con un gran scambio di occhiate, anche il resto della famiglia vuotò il piatto.
Lidia era preoccupata, dal canto suo, come raramente lo era stata da che si ricordava. Se lo sarebbe portato via il giorno intero, Dario, dall'alba fino a quando le prime stelle avrebbero fatto capolino sopra il tetto della chiesa, e non lo avrebbe risparmiato di certo, né per la mole di fatica né per il rigore con cui avrebbe applicato la sua solita, distorta idea di disciplina. Non era certo uno di quei padri che si tengono i figli inpalmo di mano. D'altra parte, però, vedere i lampi d'orgoglio che mandava Lucio, quasi ire il calore della sua gioia, che emanava da lui come da un forno acceso, a quella prima attestazione della stima paterna, la riempiva di dolcezza. Cercò di consolarsi pensando che sarebbero stati tutto il giorno in mezzo ad altre persone e che mai, a qualunque costo, Dario avrebbe voluto far scene in pubblico. Una voce nel profondo della sua testa le sussurrava che quell'uomo aveva buona memoria e che il suo bambino avrebbe pagato ogni piccola dimenticanza ed ogni parola storta una volta a casa, ma non poté ascoltarla. Non aveva modo di evitare quanto sarebbe accaduto, perciò tanto valeva non pensarci affatto, si disse sparecchiando la tavola.
Elide era intenta a raschiare il fondo della teglia, mandando occhiate impazienti alla porta ogni poco, che non riusciva a stare più nella pelle dal desiderio di dare al fratello il suo regalo. Era bello vederla, una volta tanto, animata da uno sctto d'impazienza infantile, come ne avrebbe dovuti avere tanti, mentre era semlre tanto quieta e silenziosa che sembrava sparire nella casa.
"Elide, cosa ci fai ancora qui?" Le chiese Lidia pulendosi le mani nel grembiule "non lo sai che tuo fratello muore dalla voglia di raccontarti cos'è successo a tavola?" Elide saltò dal basso panchetto che usava per arrivare all'acquaio con insolita vivacità e fece per avviarsi alla porta, ma poi si fermò, come per un ripensamento.
"Ma non vi aiuto, mamma?" Lidia scosse la testa, sorridendo tanto da farsi apparire le fossette, come le accadeva da bambina.
"Vai, vai a sentire Lucio, altrimenti scoppia come la gomma di una bicicletta, poverino." Si guardarono complici e ad entrambe fuggì una mezza risata, subito nascosta dal palmo della mano.
In uno sfarfallio della gonna di cotonina leggera, Elide sparì per il corridoio, impaziente di farsi raccontare la scena cui aveva appena assistito.
Lucio l'aspettava davvero, come aveva detto la mamma, impaziente e scarmigliato, passeggiando avanti e indietro nella sua stanza, dalla finestra al letto e dal letto alla finestra. Nel vederlo, Elide provò, come ogni volta, quel senso di allargarsi del cuore che la sua vista solamente sapeva far scaturire. Non le sembrava nemmeno di aver qualcosa di storto, quando era con Lucio, si sentiva bene, accanto a lui. La sua voce e la sua risata pronta davano forza al suo corpo, cadenza al suo cuore ed aria al suo respiro, in virtù di una magia che la acco pagnava da un passato troppo remoto perché lei potesse metterla in discussione. Ma riconoscerla, questo si, lo poteva fare, e lo faceva, dedicando a lui ogni briciolo del suo affetto e della sua attenzione. Senza aprire bocca, consapevole del desiderio che lo pervadeva di parlare, Elide si sedette, appollaiandosi come un uccellino sul bordo della grande sedia su cui passava gran parte dei suoi giorni, e lo guardò con grandi occhi colmi di attesa.
"Elide, hai sentito il babbo cosa mi ha detto?" Esordì immediatamente Lucio. Lei si sentì intimamente fiera di essere riuscita a mantenere il silenziom vedendo l'evidente piacere che gli procurava parlare. "Vuole che vada con lui a fare un lavoro, quest'estate. A lavorare con lui, come un grande. Hai sentito, Elide?"
"Si, Lucio. Te l'ha proprio chiesto." Disse lei, e subito si zittì, trattenendo tutto quello che avrebbe voluto dirgli ancora.
"E si è ricordato che giorno è oggi, eh? Hai visto? Me l'ha chiesto con gli occhi seri, Elide, hai visto? Come se parlasse a un grande. E mi guardava! Ma l'hai visto?" Gli occhi di lucio erano di un azzurro più vivo di quelli del padre, non cerulei, ma celestini e disseminati di pagliuzze grigie, che parevano d'argento vivido nel sole. Mano a mano che parlava, raccontandole fin nel minimo dettaglio più e più volte quella scena, cui lei aveva assistito di persona, si facevano sempre più grandi e più brillanti, come divorati dalla febbre, e le sue guance appena dorate dal sole dei giochi all'aperto si colorivano di una rosata eccitazione.
"Vedrai, mi ci metto talmente di impegno che non gli sembrerà neanche che sia io, quello che si porta dietro. Voglio che tutti quelli che mi vedono gli vadano a fare i complimenti in faccia, voglio. Vedrai che dopo non mi ci tratta più, come un bambino, se gli faccio vedere che so fare bene."
"Sono sicura, Lucio." Sussurrò Elide, che sicura non lo era per niente. Aveva invece idea che, se Lucio si fosse spaccato la schiena a mezzo per soddisfare loro padre, lui l'avrebbe preso a calci per non essersela rotta in tre punti, ma anche su questo tacque. Il rabbuiarsi subitaneo del suo viso sincero, però, non sfuggì al fratello. Lucio la amava più di ogni altra cosa al mondo e sarebbe stato disposto a fare a pezzi con le sue mani chiunque avesse osato dispiacerla, ma il vederla rannuvolarsi a quella maniera mentre lui le esponeva le sue più vive speranze, al culmine della sua gioia, fu per la sua natura sanguigna come una scintilla che lo fece ardere d'improvviso.
"Guarda che il babbo non mi avrebbe mica chiesto di andare con lui, se pensasse che sono un buono a niente." Elide sollevò gli occhi.
"Ma no, non volevo dir questo."
"Cosa credi, che si diverta, lui, a trovarsi in mezzo ai piedi un ragazzino? Lo fa perché è sicuro che posso riuscire bene." Le disse con asprezza, quasi che lei l'avesse accusato di non essere in grado di assolvere a quel compito. "E se gli mostro che so fare bene, che sono capace, dopo vedrai che non serve più che mi tratti come un bimbo piccolo. Se faccio bene, dopo lo posso aiutare sempre, anche nelle altre cose, aspetta e vedrai. Vedrai. "
"Ma, Lucio, chi ha mai detto niente?" Gli chiese lei affranta. Era inutile. Una volta preso l'abbrivio, Lucio non riusciva a frenarsi, come uno di quei vagoni pieni di pietre che per smuoveli ci vuole dieci volte meno forza che per fermarli quando acquistano velocità.
"Il babbo crede che io possa fare bene, altrimenti non mi avrebbe chiamato, solo per farlo vergognare. E se non lo capisci, allora non capisci niente." A quel punto, il viso composto di Elide si fece triste e poi tremulo e la bambina si mise a piangere, in silenzio, nascondendo il vjso fra le mani sottili. Lucio non si era reso affatto conto del tono sempre più aspro in cui le si era rivolto, né delle accuse che aveva sottinteso nelle sue parole. Semplicemente, aveva risposto, rivolgendo a lei l'attenzione, a tutte le crudeltà che la sua stessa mente gli sussurrava, avvelenandogli quel momento di gioia. Il fatto che avesse parlato con lei, dipendeva solo dalla sua presenza nella stanza, ma, ciò non di meno, era a lei che si era rivolto e l'aveva ridottain lacrime.
Si sentì dive tare piccolo come un passero, di fronte al dolore della sorellina, e le si accostò con passi leggeri.
"Scusami, Elide, perdonami, non volevo farti piangere."
"Io non le ho mai dette quelle cose." Ribadì lei, mescolando stizza e dolore, senza abbassare le mani dal viso. Lucio si sfregò la fronte, in un gesto di frustrazione.
"No, non le hai mai dette, è vero. Sono io che mi sono arrabbiato, quando ti ho visto diventare seria di botto. Scusami, dai." La sua voce sapeva essere suadente, quasi seduttiva. Elide abbassò le mani in grembo, continuando a produrre rumori liquidi col naso.
"Ho paura che sia troppo duro, con te, il babbo. Tutto qua." Lucio scrollò le spalle.
"Elide, non credere che si diverta, lui, ad essere severo con me. Lo fa perché è il suo dovere di padre, farmi diventare un uomo come si deve, serio e in gamba. Lo sai bene come me, no? Ci vuole bene, il babbo." Concluse poi con un soffio di voce.
Elide avrebbe voluto dire molte cose, la maggior parte delle quali si agitava in fondo alla sua anima talmente carente di forma che nemmeno avrebbe saputo esprimerla a parole. Un vago senso di rabbia ed, insieme, di pietà, le faceva bruciare il respiro in gola, come succede quando si è troppo in affanno. Gli occhi di Lucio la imploravano muti. Era il suo perdono che voleva, certo, il suo perdono per averla fatta piangere, per esser stato ingiusto con lei, ma voleva altrettanto il suo silenzio, che quelle cose che le si agitavano dentro come acque in tempesta tornassero a calarsi sul fondo, invisibili agli occhi ed inudibili. Per un istante, Elide si chiese se non avrebbe fatto meglio a lascuarle uscire, a dispetto di quel che voleva Lucio, a parlare di tutto quello che vedeva e non diceva, che capiva ma teneva per sé;  poi la testa bionda del fratello si abbassò, in un gesto di scoramento, e la pietà ebbe il sopravvento su di lei.
Lo amava, lei, e troppe volte lo vedeva costretto a chinare il capo, preso e messo in condizione di dover subire più di quanto ci si sarebbe potuti aspettare che sopportasse, senza mai un lamento, che i lamenti erano puniti. Se almeno lei che lo amava tanto, riflettè, non sapeva aver pietà di lui, nessuno al mondo l'avrebbe fatto.
Loro padre non era mai stato altrettanto severo nei suoi confronti e le sue punizioni, quando c'erano, erano lasciate con noncuranza al loeve rigore materno. Lei, per sovrappiù, era silenziosa e tranquilla per natura e, passando quasi tutto il tempo fra le mura domestiche, non aveva distrazioni che potessero portarla a dimenticare qualcuno dei suoi doveri. Lucio, per controo, era un ragazzo forte, e vivace, rumoroso per il solo amore del suono festoso dei rumori e sempre in moto, sempre richiesto da mille compagni. Era naturale che lui finisse per incappare nelle ire paterne molto più di lei. Per di più, lei era solo una femmina ed era anche malata. Era certo che il babbo non le aveva mai prestato l'attenzione che riservava a Lucio, né le parlava altrettanto spesso. C'era quindi la possibilità, per quanto non la credesse vera nel fondo del cuore, che fosse lei a sbagliarsi e Lucio ad aver ragione, in virtù della sua migliore conoscenza del padre.
Elide accarezzò teneramente i capelli chiari del fratello.
"Via, ora non serve che tu faccia l'aria da cane bastonato. Lo sai che ti perdono volentieri. Eri eccitato e ti sei infiammato col niente, ecco, tutto qui. Cosa oensavi, che ti avrei tenuto il muso?" Il viso di Lucio si rialzò lentamente, già atteggiato in un sorriso luminoso. Era impossibile reaistere alla quantità di gioia che sapeva trasmettere in momenti come quello ed Elide ricambiò il sorriso.
"Grazie. Sei davvero buona come la mamma." Le disse lui, facendola arrossire.
"Metti a posto il violino, adesso, ruffiano, che non ce n'è più bisogno. Ho detto che ti perdono, vedi? Però in cambio vorrei un piacere."
"Che cosa?"
"Vorrei che mi prendessi una cosa da in fondo all'armadio, laggiù, sotto i vestiti invernali. È un pacco grosso così." Gli spiegò poi, distanziando i palmi di un paio di spanne.
Lucio voltò la schiena per nascondere l'ariasaputa che sentiva dilagargli in faccia ed andò a prendere il suo regalo.

martedì 7 luglio 2015

II

-LUCIO-

Mano a mano che si avvicinava l'idea delle vacanze estive, Lucio si trovava sempre più spesso a pensare a quanto sarebbe stato bello sdraiarsi da qualche parte al fresco, o magari anche scendere al fiume, potendo, piuttosto che ai suoi doveri, di scuola e di casa.
Era ancora un bambino, in fin dei conti, anche se il signor professore doveva già quasi guardare in alto per parlargli, e ancora la visione delle figurette agili e dei lunghi capelli lucenti delle sue compagne non era per lui niente di più che un impiccio, quando voleva tutto per sé e per gli amici il campo da gioco. Nella sua mente limpida, lineare, dove ad ogni momento si agganciava senza soluzione di continuità un compito ben definito, cui non poneva mai discussione, ma solo il suo impegno per intero, lo splendore ed il profumo della primavera in cui avrebbe compiuto tredici anni stavano portando un sentore di languida pigrizia che gli era stato sconosciuto.
Perfino Elide, che era capace di ottenere da lui qualunque cosa accennandovi semplicemente, faticava a mantenerlo concentrato nel ripetere le sue lezioni serali e, più di una volta, aveva posato in grembo il quaderno del fratello per piantagli in viso due occhi rotondi e stupiti, di uno stupore sdegnato.
"Ma, Lucio, si può sapere dove ce l'hai, la testa? Cosa mi combini, stasera?" Lui arrossiva ai rimproveri di quella voce sottile come fossero stati fatti dal professore in persona e prometteva ogni volta di emendarsi, salvo interrompersi ancora, poco dopo, per raccontarle delle scorribande pomeridiane con gli amici, e fin dove si erano spinti, e chi aveva detto cosa. La sorellina scuoteva la testa, assennata come una donnina, e posava la mano bianca e sottile sul suo avambraccio dorato di sole, come a volerlo riportare, col peso leggero del suo tocco, a quella stanza ed ai suoi doveri.
La scuola finiva con giugno e Lucio non stava nella pelle per l'impazienza. La mattina faticava ad alzarsi dal letto, nemmeno gli avessero versato la malta sulle ciglia, ma poi, durante la giornata, erano talmente tante le cose da fare, da vedere e da pensare, che arrivava a letto senza nemmeno il desiderio di dormire e rimaneva a sognare da sveglio, lontano da casa quanto la sua immaginazione terrigna riusciva a portarlo, per addormentarsi quando la luna già stava lasciando il quadro della finestra.
I suoi voti erano dignitosi, quell'anno, e stava facendo quanta più attenzione gli era possibile a non trascurare nessuno dei suoi compiti di casa, che andavano dal tenere ordinato e spazzato il cortile mattina e sera al portare in cucina la legna necessaria alla cucina economica di sua madre. Pensava a ragion veduta, coi talloni piantati ai due lati del letto stretto che lo ospitava per la notte e le braccia incrociate dieteo il capo, che, se fosse riuscito a non mettersi in qualche guaio serio, avrebbe potuto star fuori la giornata intera, appena finita la scuola, ed evitare problemi veri almeno fino all'autunno.
Sarebbe rimasto sorpreso, Lucio, se qualcuno gli avesse detto che c'era dell'eccezionale in quella sua capacità di programmare la vita giorno per giorno. Gli pareva normale, cresciuto com'era nel bel mezzo di un campo minato, di essersi tracciato una mappa per evitare di incappare in qualche grossa eplosione. I pericoli c'erano ed erano tanti, subdoli ed onnipresenti. Rischiava un guaio se scordava qualcosa, se faceva male a scuola o se si presentava al tavolo della cena in una cattiva tenuta, ma quello era il meno. Grane peggiori, se possibile, arrivavano quando un vicino veniva per lamentarsi a casa di una sua marachella o mancanza, se un qualche amico del padre lo vedeva in giro ad oziare una volta di troppo e lo riferiva, anche solo per fare chiacchiere, all'orecchio sbagliato, o, ancora, se la madre di un qualche compagno, com'era capitato in passato, decideva che fosse buona cosa provare a parlare coi suoi, le volte che gli vedevano qualche segno in più addosso.
Quello era successo che Lucio era piccolo, doveva ancora fare l'esame di quinta, ma lui non l'avrebbe scordato mai, finché campava. Aveva un amico del cuore, a quei tempi, Ilario, che sedeva al banco con lui a scuola e con cui passava ogni momento libero. Giocavano insieme, si scambiavano incessantemente quei piccoli tesori che solo i bambini possono trovare degni di interesse e, nei momenti di noia, si divertivano a inventarsi a vicenda i nomi peggiori che riuscivano a spremere dalla loro immaginazione.
Senza rendersi conto, Lucio si era trovato pian piano a passare sempre più tempo a casa loro, invece che a casa sua, e quella transizione era stata talmente graduale e silenziosa che, alla fine, persino Elide lo seguiva, divertendosi a guardare in silenzio i giochi dei ragazzi più grandi. La madre di Ilario era una donna segaligna e di aspetto severo, che cresceva da sola i tre figli, con l'aiuto delle regolari mensilità che arrivavano dal marito, lavorante in Germania, e si era sinceramente affezionata ai due bambini, prendendo a trattarli come fossero suoi ed arrivando perfino a pregare loro madre di lasciarli andare il più spesso possibile perché 'una casa' diceva sempre a loro e disse anche a Lidia 'è sempre più allegra quando è più piena'.
Era capitato che un giorno, nel giocare ad acchiapparsi lungo il portico che passava davanti alla casa di Ilario, l'amico lavesse afferrato bruscamente ad un braccio e Lucio, che per quel braccio era stato tenuto fermo a ricevere l'ennesima punizione solo quella mattina, si era lasciato scappare un lamento che aveva fatto alzare di scatto la signora dalla sedia impagliata su cui sedeva, all'aperto, coi piselli da sgranare in grembo.
"Lucio, cos'hai? Possibile che ti abbia fatto tanto male?" Lucio aveva nicchiato, vergognandosi del proprio comportamento poco virile.
"No, macchè, facevo per gioco." Un cipiglio aveva aggrottato la fronte della donna.
"Vieni qui vicino e fammi vedere un po' quel braccio." Gli aveva ingiunto in un tono carico di tanta e tale autorità materna che gli era stato impossibile disobbedire. La donna aveva arrotolato non senza gentilezza la manica sudaticcia ed aveva sgranato gli occhi nel vedere i segni profondi, tumefatti, al di sotto, rosso cupo contro la pelle delicata del bambino. Nemmeno lei era troppo tenera coi suoi figli, non avrebbbe potuto dovendo far loro da madre e da padre insieme, ma cose del genere le aveva viste più spesso dopo le risse fra uomini cresciuti che addosso ad un ragazzino. Mantenendo la voce calma, lo invitò ad entrare in casa, mentre i suoi figli li guardavano ammutoliti. Arrivati nell'ombra fresca delle mura domestiche, si chinò per tenere gli occhi allo stesso livello di quelli del bambino. Lucio si ritrasse in un moto di sgomento.
"Cosa ho fatto? Non ho fatto niente!" Prima chiese e poi protestò in un pigolio affranto, rassegnato. Credeva che lei l'avesse portato là dentro per punirlo, evidentemente,  e di questo le pianse il cuore. Cercò nel fondo della gola la stessa voce che usava coi suoi figli quando soffrivano per qualche malanno infantile, quella voce che calma e rassicura come e più di una carezza.
"Lucio, voglio solo mettere un po' di acqua e aceto su quel brutto livido lì, nient'altro. Non ti faccio male, non aver paura." Vide il petto del bambino alzarsi in due scatti distinti, come spezzandosi a metà del respiro di sollievo che cercava di tirare.
"La mamma mi ha curato, stamattina." Lei annuì comprensiva.
"Sicuro, ed è stata anche brava, ma tu adesso è tutto il giorno che corri in giro e chissà cosa combini ed è il caso di dargli un'altra passatina. Non ti fa male?" Lucio si contorse, cercando contemporaneamente di stringersi nelle spalle e di scrollarle.
"Mah, un pochettino..." intanto l'acqua era già stata versata e lei la stava mescolando con un aceto bianco, trasparente, dall'odore pungente che invase la cucina. Senza dire altro, iniziò a passare sulla pelle calda di dolore un canovaccio ruvido imbevuto della mistura.
Lucio sospirò. Il sollievo era paradisiaco, come se lo sollevassero da una cattiva pressione interna che continuava a stringere i suoi muscoli e le ossa, nemmeno la mano di suo padre si trovasse ancora lì. Era bello starsene al fresco e in silenzio, un silenzio tranquillo, diverso da quello di casa sua, e lasciarsi curare a quella maniera. La madre di Ilario non gli faceva domande su quanto era accaduto, sollevandolo dalla necessità di fornire spiegazioni, e lui avrebbe voluto restare lì per sempre, senza dover pensare più ad altro. Passò poco, però, prima che si sentisse guardato. Alzò gli occhi che aveva posato distrattamente al pavimento e incrociò lo sguardo preoccupato di Elide, che li spiava dalla finestra, in punta di piedi, i grandi occhi celesti lucidi di lacrime che rifiutava di far cadere. Si sarebbe preso a schiaffi, in quel momento, per essersi scordato di lei.
"Oh, Elide. Sto bene. Fa come la mamma, vedi?" La signora alzò la testa ed invitò la bambina ad entrare con un cenno asciutto del capo.
"Vieni, vieni a vederlo, tuo fratello, che non l'ho mica mangiato." Senza mostrare traccia della consueta timidezza, la ragazzina entrò nella stanza e si mise accanto al fratello. Visti così, vicini, lei pareva ancora più stentata e lui ancor più grosso, quasi che tutta la forza vitale fosse andata ad uno dei due, lasciandone sfornito l'altro; sarebbe stato sufficiente guardarli in viso, però, per notare che dentro quella povera cosina fatta quasi solo d'ossa brillava una determinazione sproporzionata alla sua stazza.
"Cosa fate?" Domandò alla donna, senza mezzi termini.
"Gli faccio un impacco con acqua e aceto."
"Cosa serve?"
"Gli si sgonfia il braccio." Tanto le domande quanto le risposte erano formulate in tono asciutto di botta e risposta, che pareva congeniale ad entrambe.
"Mamma usa il sale grosso."
"Con l'aceto passa prima." Elide si rivolse al fratello con uno scatto tanto improvviso del capo e del corpo intero da farlo sussultare.
"Te stai meglio?" Lucio sembrava l'unico ad essere imbarazzato da tanta patente scortesia e non trovò di meglio che annuire convinto. "Ah." Commentò allora Elide. La schiena e le spalle si rilassarono impercettibilmente, curvandosi in avanti, e il suo viso perse l'aria truce che aveva assunto per tornare alla solita espressione di remissiva dolcezza.
"Ce ne hai degli altri?" Chiese a quel punto a Lucio la madre di Ilario. Aveva fatto quel che poteva per quel povero braccino e una curiosità che lei stessa sentiva malsana, ma che ugualmente non voleva acquietarsi, la pervadeva.
"Mah, no, poca roba." Ripose lui a voce bassa. Fu Elide, di nuovo a far sentire la voce, stavolta in un educato mormorio.
"Sulla schiena, signora, per favore. Ne ha tanti." Lucio la fissò col rimprovero negli occhi e lei parve farsi piccola, ma non abbassò lo sguardo. Sapeva di aver detto la verità. Senza aspettare oltre, la donna gli tolse con pochi gesti esperti la camicia e poi distolse il volto, con la scusa di appenderla alla spalliera di una sedia. Il torso e la schiena di Lucio erano un unico dedalo di macchie sovrapposte, violacee le più recenti e di un giallo sbiadito quelle in via di guarigione, come se non passasse giorno senza che qualche pennellata venisse aggiunta a quel brutto quadro.
Non disse nulla e fece, per il resto del suo povero corpo, tutto quello che poteva, ma la sera stessa trovò un pretesto per riaccompagnare di persona i bambini fino a casa, vale a dire dalla parte opposta della piazza ed oltre la breve strada che separava le loro abitazioni.
Non era sua abitudine impicciarsi degli affari altrui, ma quella volta non poteva tacere, non sarebbe riuscita a chiudere occhio, lo sapeva, se avesse taciuto. Parlò prima con la madre, che si strinse nelle spalle, affranta, senza sapere come giustificare quello stato di cose, perduta nell'imbarazzo dell'essere costretta ad affrontare talo argomenti con una persona che non era nemmeno di famiglia. Quando vide che sarebbe stato inutile continuare, era andata ad aspettare il padre più avanti sulla strada, decisa a dirgli quello che la moglie non aveva il coraggio di farsi uscire dalla bocca. Glielo aveva detto, anche, parola per parola, senza peli sulla lingua, spostandosi a destra e a sinistra per intercettare lo sguardo di quegli occhi sfuggenti. Lui l'aveva lasciata parlare e poi l'aveva scostata con indifferenza, come si trattasse di un ramo proteso sulla strada, e aveva ripreso a camminare col suo passo sempre uguale, nemmeno le sue parole l'avessero toccato.
Dario aveva camminato senza affrettarsi fino a casa,  era entrato come ogni sera, appoggiando il cappello sulla cassapanca dell'andito e ricevendo i saluti della famiglia tutta.
Lidia aveva avuto persino il tempo di formulare un pensiero di sollievo all'idea che quella pazza della loro vicina non avesse azzardato affrontarlo, prima che lui parlasse.
"E allora, Lucio, siamo andati a lamentarci in giro?" Aveva chiesto in una voce lenta e calma come pietra. Lucio aveva badato a tenere gli occhi fissi al pavimento.
"No, babbo."
"Mi hanno detto che ti picchio. Ti picchio, Lucio? È vero?" Lucio era rimasto immobile, senza sapere quale risposta fosse quella giusta. Immobile e silenzioso. "Io penso che dovresti avere rispetto per tuo padre." In un certo senso, quella frase fu un sollievo. Conosceva la risposta.
"Certo, babbo."
"Vieni di là con me, Lucio." Con la sensazione che lo stomaco cercasse di risalirgli in gola scalciando, Lucio mosse un passo verso il padre.
"Babbo, scusatemi." La voce affannata di Elide si fece strada a fatica nella sua gola "scusatemi, ma non è colpa sua. È stata colpa mia." Dario si fermò nel mezzo del movimento col quale si stava voltando.
"Raccontatemi, allora. Tutti e due. La verità, raccontatemi, badate bene, che lo sapete che me ne accorgo." Tenendo la voce bassa e cercando di parlare bene, come lui raccomandava sempre loro di fare, i due bambini cercarono di fornire la loro versione dei fatti. Lui li ascoltò fino all'ultima parola, quasi in un attenti perfetto, gli occhi fissi alla porta alle loro spalle. "Bravi." Disse poi "avete detto la verità." Non sbagliava mai su questo. Era come se le bugie suonassero alle sue orecchie con un suono fesso, distorto.
Poi prese Lucio per la spalla, senza cattiveria, e lo portò nella stanza accanto. Quando ebbe finito con lui, non poté andare a scuola per tre giorni.
Da allora aveva evitato non solo Ilario, ma anche di fare troppa amicizia con chiunque.
Certamente, gli amici sono una bella cosa, ma sono anche pericolosi, rifletteva nel suo letto, sentendosi come un uomo fatto a paragone del bambino che era stato allora. Quando sarebbe stato grande, con una casa sua, avrebbe avuto il tempo di farsi tutti gli amici che voleva.
Avrebbe portato a vivere con lui Elide e magari, chissà, anche la mamma. Dopotutto, suo padre preferiva il silenzio e una casa vuota è estremamente silenziosa. Ma magari si sarebbe accontentato di vivere con Elide, abbastanza lontano da lì da non dover passare per caso dal paese. E, quando avesse deciso di andare a trovare i suoi, per farlo avrebbe avuto un'automobile. Una bella, di quelle grosse, lucide, col motore potente. E avrebbe avuto una casa col giardino. Un giardino vero, non un cortile, dove Elide avrebbe potuto sedere all'ombra d'estate.
Si perse lentamente nella sua fantasia favorita, passando senza rendersene conto dalla veglia al sonno.

lunedì 22 giugno 2015

I


-LUCIO-

L'aveva sposato perché era alto. Dopo aver passato tanto tempo a vergognarsi della sua statura, sentendosi sempre e comunque un cardo fra le margherite, in tutte le occasioni in cui si ritrovava con le ragazze che erano cresciite assieme a lei, dopo l'umiliazione di vedersi preferire altre, certo meno riservate e preparate, solo in virtù della llro squisita fattura di bambole di porcellana e dopo aver iniziato a provare il timlre, a quasi vent'anni, di rimaenere ad invecchiare in silenzio, intonsa, come un findo di magazzino che piano passa di moda e si sfarina nella polvere del fiondo di uno scaffale, alla sola vista di Dario Malatesta le era balzato alla mente che finalmente qualcuno avesse risposto alle sue preghiere. Gli arrivava appena al mento, a Dario, mantenendo intatra la prooporzione che si vuole che ci sia fra uomo e donna, e pareva fatta apposta, con le sue forme generose e le ossa grandi, per accogliere e mussare gli spigoli di quel giovane ombroso, che era affilato e diritto come l'asta di una bandiera.
Per quello aveva accettato come un dono del cielo la sua corte asciutta e di poche parole e, qua do lui le aveva domandato se poteva andare a parlare con suo padre, gli aveva risposto di sì senza esitare.  Per quello soltanto. Una questione di statura e proporzioni.
Adesso avrebbe voluto poter correre dalla ragazza che era stata, Lidia, e, nonostante la mole che le avevano portato gli anni, avrebbe corso come se avesse il diavolo ai calcagni, per avvisarla che era ben meglio invecchiare pian piano da sola, nella casa paterna, che accettare ad occhi chiusi e bocca aperta di entrare nell casa di un altro uomo.
Affondò il viso nello straccio da cucina, sentendosi la carne che le si arricciava addosso, soffocando le lacrime che scorrevano senza volerne sapere di lasciarsi frenare. Lucio stava urlando ancora.
Se li sentiva a straziarle il cuore, quegli urli del suo bambino, che ancora se lo ricordava attaccato al seno a guardarla coome sorpreso dal mondo. Prima o poi, ne era certa, Dario l'avrebbe ammazzato. Gli sarebbe scappato un colpo di troppo, o Lucio si sarebbe spostato al momento sbagliato, e gli avrebbe spaccato la testa, o qualcosa dentro al corpo, come quando tre anni prima gli aveva picchiato un pugno al fondo della schiena e gli aveva fatto pisciare sangue per due giorni. Dalla stanza accanto, Lucio iniziò ad invocare sua madre, in brevi urla acute, da bambino. A sentirlo, si sarebbe creduto che avesse sei anni, invece che dodici quasi finiti. La voce del padre, invece, non si sentiva mai, in quei momenti di furia cieca. Nemmeno lo guardava, mentre lo colpiva con metodica freddezza.
Lidia si fece forza, drizzò le spalle e cancellò dal viso ogni traccia di pianto. Poi entrò nella sala, dopo aver bussato brevemente.
"Cosa volete per cena, Dario?" Domandò al marito con il viso serio e tranquillo di ogni giorno. Era la sua unica speranza, di distrarlo, che lo lasciasse andare, senza che lui si accorgesse che provava a difendere il suo bambino, altrimenti sarebbero stati guai per entrambi. Lo guardò raddrizzarsi, stendendo la schiena, come dopo un lavoretto faticoso ma soddisfacente, con lo sguardo pensoso fisso alla parete. Mai che guardasse in faccia nessuno, con quegli occhi che parevano ciechi, tanto erano chiari e fissi.
"Alzati." Disse distrattamente al figlio, toccandolo appena con la punta della scarpa. Lucio non se lo fece ripetere e scivolò via, cercando di farlo il più silenziosamente e rapidamente possibile, senza attirare alcuna attenzione. Potendo, sarebbe diventato un'ombra. Li lasciò a discutere di pollo e minestra e, tremando come una foglia, raggiunse il corridoio in fondo alla casa, dove si aprivano le porte delle stanze. Si passò le mani sul corpo, tastando delicatamente i punti più dolenti prima di respirare di sollievo. Non gli aveva fatto male, non troppo, questa volta. Non avrebbe perso altra scuola. Non poteva, se non voleva che lo bocciassero di nuovo e, se l'avessero bocciato di nuovo, non era sicuro che sarebbe bastata l'estate per rimetterlo in piedi. Mosse verso la porta sul retro, per darsi una ripulita in cortile, quando una voce leggera lo chiamò da dentro una stanza. Si fermò indeciso se entrare, se farsi vedere in quelle condizioni, ma poi il richiamo si ripetè, tanto esile da sembrare una voce udita in sogno, e non poté resistere. Entrò nella stanza di sua sorella tenendo il capo chino.
"Lucio. Cos'è successo, come stai? Ti ha fatto male? Ti ha battuto forte, il babbo?" Le dita bianche di Elide sinprotendevano verso di lui dalla sedia imbottita sotto la finestra e lui si affrettò a raggiungerla. Sapeva che, se fosse rimasto immobile, si sarebbe alzata lei, per quanta fatica le costasse, e non voleva farle fare quello sforzo. Il visino smunto della sorellina era alzato verso dinlui, tutt'occhi, cercando i segni e contandoli uno ad uno sulla sua pelle, e Lucio si odiò per aver gridato, per averle inflitto quel dolore.
Aveva appena un anno e mezzo meno di lui, ma pareva ancora una bambina, con quel cuore malandato che la teneva inchiodata davanti alla finestra il più del tempo. E non era nemmeno di malumore, uggiosa né frignona. Aveva sempre le mani occupate e il sorriso in faccia. Sempre, meno che quando lo vedeva in quello stato.
"Ma no, Elide, cosa vuoi, non è niente. Davvero." La rassicurò accosciandosi accanto al pesante bracciolo di legno. Le mani della sorella gli passarono sulla fronte e fra i capelli, consolandolo, lenendo il dolore, parlandogli di un inesprimibile amore puro di un cuore puro.
"Tu mi dici sempre a quel modo, Lucio. Ma il babbo non dovrebbe arrabbiarsi con te in quella maniera. È troppo severo, con te."
"È perché sono un uomo."
"Per l'appunto, non sei una fascina di canapa, da batterti in quel modo. Avrei dovuto venire, ma ho avuto paura. Perdonami." Gli disse. Il respiro iniziava già a mozzarlesi in petto e le affioravano le lacrime agli occhi, mentre sollevava un lembo della gonna giallina per pulirgli uno sbaffo di sangue dal viso. Lucio le prese la mano e sollevò su di lei lo sguardo, provando come sempre un senso di pena  alla vista di quei lineamenti affilati, di quel corpicino che tentava di crescere, nonostante ogni cosa, come le piante selvatiche dalle crepe dei marciapiedi.
"Oh, sto bene. Mi vedi? Sono grande come un uomo, non mi fa niente. Metti giù il vestito, che lo sporchi. L'ho fatto arrabbiare, perché non ho messo via tutto stamattina, prima di uscire. Tutto qua. Non vorrai mica metterti a piangere, adesso?" La prese in giro. Lei lo guardò ancora, gli occhi come carezze sul suo viso.
"Ma urlavi." Lucio scosse le spalle e prese un'aria scanzonata.
"E certo che urlavo. Così crede che mi fa male e non picchia più forte." Finalmente Elide sorrise.
"Davvero per questo?"
"Se te lo dico io!" Confermò lui spavaldo. Era doloroso da farsi, ma si sforzò ugualmente di sorriderle, per dissipare anche le ultime ombre che rimanevano nei suoi occhi. Quando la vide tranquilla, le carezzò una mano, leggero come una farfalla, e si alzò in piedi. "Adesso è meglio che mi vado a ldare una lavata, scricciolino, se no quando scendo a cena cominciamo da capo." Di nuovo Elide gli sorrise, con un lampo di piacere in quegli occhi che parevano troppo grandi per quel viso scarno. Amava sentirsi chiamare con quel nomignolo.
"Vai, Lucio, vai. E quando ritorni fermati qui da me, che ti ho aggiustato tutte le camice per la scuola e te le voglio far vedere. Sono stata brava, stavolta, l'ha detto anche mamma che non si vede neanche dove ho ricucito." Lucio scosse la mano sopra la spalla, già uscendo dalla stanza.
"Ma lo so che sei brava, lo so..." le mugugnò avviandosi per il corridoio.
Avrebbe potuto dirle ancora qualcosa, ma in quella casa nessuno alzava la voce, mai. A suo padre non piaceva il fracasso.
Arrivò in cortile e si avvicinò al vascone di pietra dove sua madre faceva il bucato grosso. Lì l'acqua veniva su direttamente dal pozzo, uno dei pochi lussi della casa. Riempì di acqua il catino zincato che sua madre gli lasciava fuori a quell'uso ed iniziò a fregarsi. Era fredda, l'acqua, e gli procurava una sensazione meravigliosa, insieme al sole che gli batteva caldo sulla nuca, come di seta e di piume, una carezza che portava via le lacrime e il sapore di ferro vecchio in bocca.
Quando si fu lavato per bene la faccia ed il collo, buttò via l'acqua rosata e riempì di nuovo il catino, immergendovi tutta la faccia, fino alle orecchie. Trattenne il fiato il più possibile, col cuore che quasi galoppava nel petto, prima di emergerne in uno sbuffo e uno schizzo. Si scrollò via le gocce dal viso e dai capelli scuotendo forte la testa, come fosse una bestia.
"Hai deciso di annegarti, dì un po'? Guarda che serve più acqua, eh? Almeno un mastello per uno grosso come te." Nessuna voce al mondo, forse nemmeno quella di sua madre gli era tanto gradita quanto quella di zio Arturo, il fratello minore di suo padre, e sentirla lo fece prima sussultare di sorpresa e poi sorridere tanto da sentire di nuovo il sapore del sangue in bocca.
Zio Arturo procedette attraverso il cortile nella sua direzione. Tozzo, alto, ma non quanto il fratello, e di indole aperta, era diverso da Dario quanto era possibile esserlo rimanendo fratelli. Facevano lo stesso mestiere, manovali entrambi, ma con la differenza che il carattere aperto e la parola svelta di Arturo gli avevano procurato dei buoni lavori, uno in fila all'altro fin da quando aveva incominciato a gestirsi per suo conto, allo stesso modo in cui, al fratello, il carattere notoriamente ombroso e scostante aveva fatto chiudere, una dopo l'altra, fin troppo porte in faccia; era da dire che quando trovava da lavorare, Dario, non portava mai un giorno di ritardo nè c'era mai stato da tornare sul suo lavoro per correggere qualcosa, come invece accadeva agli altri del mestiere, compreso Arturo, ma era svelto ad attaccar briga con gli uomini e ne perdeva parecchi, in corso d'opera, e perfino coi padroni, alle volte, non sapeva tenere a freno quel suo modo di fare che sembrava poco meno che da matto.
Avevano iniziato insieme, i due fratelli, che portavano solo due anni di differenza, ma si erano presto divisi perchè ognuno non sopportava il modo di fare dell'altro e finivano per passare più tempo bisticciando che facendo qualcosa. Per ragioni che non avevano mai spiegato, Arturo si era tenuto ben lontano dal fratello per molti anni, salutandolo appena quando finivano per incontrarsi, in paese o altrove.
Quando però Dario si era sposato ed aveva messo su famiglia, Arturo, che di donne non aveva mai voluto nemmeno sentir parlare, aveva ripreso, prima timidamente e poi con confidenza sempre maggiore, a frequentare la casa fraterna. Sulle prime Dario l'aveva creduto attratto dalle grazie della moglie, per quanto scarse lui stesso le valutasse, ma si era presto reso conto che, per quanto fosse cortese con Lidia, come era nella sua natura esserlo con chiunque, non era il fascino della moglie a richiamarlo in casa sua, quanto quello del bambino: il piccolo Lucio, che portava il nome che era stato di loro padre, costituiva per il fratello una fonte di interesse e spasso che a Dario pareva tanto incomprensibile quanto inesauribile.
L'aveva perfino preso da parte, una sera dopo cena, seduti soli a fumare nel cortile dietro casa, per cercare fi fare ancora una volta il suo dovere di fratello maggiore così come l'aveva imparato.
"Se ti piacciono tanto i marmocchi" gli aveva detto guardando impassibile alzarsi una venere luminosa nel cielo scuro "l'unica cosa che devi fare è metterti in casa una donna, Arturo. È anche una comodità, per un uomo, tornare a acasa e trovare pronto quello che c'è da fare. E vedi che di marmocchi come quello che c'è là dentro sono tutte fin troppo pronte a sputartene fuori quanti ne vuoi." Arturo aveva preso una lunga boccata di sigaro prima di rispondere. Come tante volte prima di quel momento, aveva cercato lo sguardo del fratello per leggervi dentro un'ombra di ironia che spiegasse i termini crudi in cui descriveva la sua famiglia, senza riuscire ad incrociare gli occhi chiari dell'altro. Alla fine ci rinunciò.
"Dario, non è roba per me, quella lì. Preferisco muovermi come mi pare, di qua e di là dove mi porta il mestiere, senza dover essere legato." Rimase in silenzio per un attimo. "Perchè, ti dà noia, che vengo a vedere tuo figlio?" Chiese poi. Dario scosse il capo, erigendolo ancor più fieramente sul collo. La schiena non sfiorava nemmeno il lungo schienale di legno della sedia, rimanendone perfettamente parallela.
"Per me, se ti piace tanto, puoi venirlo a vedere quando vuoi. Non è che ci sia un granchè da vedere, in un vermettino che non sa ancora stare neanche in piedi, ma se ti fa piacere accomodati." Arturo si passò una mano sul viso, cercando di cancellare il senso di impotenza che gli dava quella conversazione.
"Dai, Dario, non è mica vero che non c'è niente da vedere" gli disse quasi in una supplica. "Oggi ha anche imparato a sorridere, il tuo cosino." Dario scosse la pipa battendola contro il tacco della scarpa e sbuffò.
"Sarà il caso che disimpari in fretta" disse serio alzandosi in piedi. "Non c'è propio niente da ridere, qui." Sentenziò alla fine. Rientrò in casa ed Arturo sentì scorrere il chiavistello all'interno. Era stato congedato senza una parola, così come d'uso.
Arturo continuò quindi a frequentare la casa del fratello apparendo senza preavviso una o due volte al mese, generalmente prima di cena, ogni volta portando qualcosa con sè.
Erano regali di poco conto, quelli che portava, soprattutto cibo, ma negli anni che stavano passando, in cui non si sapeva mai cosa riservava un giorno per l'altro, fin troppo graditi. Mano a mano che Lucio cresceva e anche dopo la nascita di Elide, Arturo era rimasto, volontariamente, la presenza disimpegnata e ridanciana che era stato all'inizio. Solo il brutto giorno in cui il Dottore aveva detto che bisognava portare la bambina in ospedale, per farle vedere il cuore, aveva iniziato a farsi un po' più serio, col fratello.
La piccola aveva quattro anni, quando era successo, una cosina da niente che cresceva come il ghiaccio al sole, tutta gambe e occhi, ma nessuno se n'era mai preoccupato veramente. La bambina mangiava due volte al giorno, senza far storie, ed era quello che contava. Non aveva febbre nè la tosse e sembrava intelligente. Solo, quando gli altri ragazzini sciamavano come una nuvola di grida acute da una porta all'altra, da un cortile all'altro, nei loro infiniti giochi, Elide restava caparbiamente seduta o accoccolata all'ombra della casa, quanto più vicina le era èossibile a a sua made, senza seguirli nelle loro scorribande.
Lucio l'aveva presa dal primo attimo come una proprietà personale, quella sorellina, e se ne curava come fosse stato investito della massima autorità, e responsabilità, su ogni aspetto della sua vita, intenerendo ed, alle volte, esasperando la madre con la sua continua pretesa di essere parte attiva e presente nella sua cura fin da quando aveva potuto trottarle dietro per casa.
Fu proprio lui, infine, a chiedere ai grandi perchè mai Elide non si comportasse come una bambina normale, perchè non corresse mai, perchè non piangesse se non in casi rari ed eccezionali e perchè sembrasse dormire più a lungo di chiunque altro della sua età. Lidia, che dapprima aveva preso quel fuoco di fila di domande come l'ennesima seccatura di un bambino che pareva voler fare più il padre che il fratello, finì col covare una certa preoccupazione quando, presa per sfinimento dal primogenito, interrogò in cucina, mentre impastava la sfoglia, la bambina. La risposta della piccola, pronunciata con voce quieta e per nulla lamentosa, fece scattare quell'istinto profondo che non le era mai mancato, nè venuto meno dal momento in cui aveva stretto il suo primo figlio contro il seno.
"Non mi va, mamma" le rispose Elide, in ginocchio sulla sedia ad imitare i suoi movimenti su un pezzetto di impasto grande quanto la sua mano "se corro, dopo due passi mi viene subito il fiatone e mi crollano le gambe. E poi, alla sera ho sempre più sete che non fame e dopo che ho bevuto mi viene un sonno che non resisto."
Lidia iniziò ad osservare la piccola come non aveva mai fatto e presto si ritrovò a torcersi le mani, mattina e sera, dall'angoscia di dover chiedere a suo marito di portarla da un dottore. Non amava le richieste, Dario, di nessun tipo, e lei sentiva il coraggio venirle meno sempre di più ad ogni anno, anzi, nemmeno, ad ogni giorno che gli passava accanto.
Alla fine, si risolse a chiedere aiuto ad Arturo. Quel suo cognato tanto gentile, tanto innamorato dei suoi figli, era l'unica persona che pareva capace di parlare a suo marito senza farlo montare su tutte le furie.
Arturo si dimostrò, una volta di più, ben disposto a dare una mano; prese da parte Lucio, che sembrava essere il suo favorito, e gli fece delle domande sulla salute della sorellina, in tono grave, come parlando ad un uomo fatto, e Lidia rimase ri stucco nel sentirlo rispondere serio serio, cercando di imitare la posa decisa dello zio paterno in quegli stracci che si portava addosso per giocare con gli altri monelli del paese, senza distogliere gli occhi o dondolarsi e pareva quasi, anzi, che pesasse attento ogni parola. Il suo orgoglio di madre le fece notare quanto parlasse bene, per l'età che aveva, e quante cose, piccole e grandi, vedevano quei suoi occhi irrequieti, che lei nemmeno avrebbe immaginato, credendolo ancora troppo piccolino.
Al termine di quella austera conversazione, Arturo lo ringraziò e, perfino, gli diede una manata sulla spalla, come usava fare con gli uomini che incontrava in giro per il paese con cui si fermava a chiacchierare. A quel gesto, il viso di Lucio si illuminò di un tale piacere che ritornò istantaneamente ad essere il bambino che era.
Il discorso con Dario, invece, andò per le lunghe. Ore intere passarono, a parlare senza sosta, ora ad un tono tanto basso da essere appena udibile, ora prendendosi ad urlacci, il tono sferzante dell'uno che sembrava ghiaccio che andasse ad infrangersi contro la rotonda voce accorata dell'altro, ma, finito quel giorno, Elide venne portata dal dottore e, quando il dottore disse che era necessario che la vedessero all'ospedale, non ci fu bisogno di altre discussioni: Elide andò all'ospedale, dove altri dottori, che parevano tutti uguali al primo, coi medesimi abiti e gli stessi baffi, la visitarono daccapo, uno dopo l'altro e poi a gruppi, e poi tutti insieme, come se stessero cercando di indovinare tutte le possibili combinazioni.
Quando alla fine li chiamarono in una stanza per spiegare loro cosa aveva la bambina, per dire loro che non sarebbe mai diventata una donna, che non ci sarebbero stati, per lei, nè corteggiatori nè famiglia, Dario parve non udirli nemmeno.
Senza guardarli in viso lasciò che le loro parole gli cascassero addosso e poi tirò su per un braccio la moglie che singhiozzava piano nel fazzoletto e se ne tornò a casa.
Elide era una bella bambina ed una brava bambina, ma il suo cuore non avrebbe resistito allo sviluppo e nessuno di quei dottori tutti uguali si sentiva di offrire loro una cura, per quanto costosa, che potesse dare qualche speranza.
Era stato da quel momento che zio Arturo era diventato, agli occhi di Lucio, quasi Dio in terra. Zio arturo era capace di convincere suo padre a far qualcosa che non voleva, zio Arturo non mostrava di tenere Dario e, infine, lo trattava sempre come se lui fosse una persona gradita ed intelligente. Lucio avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui e ancor di piùper essere come lui e, se anche si accorgeva che questa sua sfegatata ammirazione andava inasprendo il rigore paterno nei suoi confronti, non se ne dava per inteso.
Gli corse dunque incontro attraverso il cortile e si sottopose volentieri alla scherzosa strigliata che l'altro gli assestò, facendo mostra di riprenderlo per la camicia fuori dei calzoni ed i capelli bagnati e diritti come stoppie.
Lo accompagnò in casa come portando un trofeo e, per prima cosa, insistette perchè si fermassero in camera di Elide. Non che dovesse insistere un granchè, a dire la verità, ma era parte anche quello del loro gioco e lo zio lo lasciò fare, con un sorriso a mezza bocca.
La ragazzina, piuttosto sgraziata ora che l'ossatura grossa della madre iniziava a tentare di crescere nonostante la poca carne e la pelle sottile, parve galvanizzata alla vista dell'ospite inatteso e si alzò d'impulso dalla larga sedia coi braccioli dove trascorreva gran parte delle sue giornate, posando sul tavolino basso che aveva accanto le camicie rammendate che aveva preso in grembo per mostrarle al fratello. Volò ad abbracciare lo zio e già solo quei pochi passi per arrivare al centro della stanza procurarono al suo respiro un sibilo secco che suonava fin troppo simile al vento nelle grondaie.
"Allora, bella morettina, trovato qualche fidanzato?" L'apostrofò Arturo. Elide arrossì e scosse la testa con fare timido.
"Ci mancherebbe solo che le vadano attorno, zio!" Protestò Lucio "se qualcuno ci prova, se ne accorge subito, che ha un fratello più grande!" Arturo rise.
"E te pensi di andare avanti così una vita? Cos'è, vuoi farti prete e prendertela per perpetua?"
"Ah, per dinci, prete poi no!" Brontolò il ragazzino abbassando lo sguardo. Arturo scoppiò in una risata talmente forte da gettare la testa all'indietro.
"Cos'è questo chiasso?" La voce asciutta e monocorde di Dario parve gelarli tutti e tre. I due ragazzi arretrarono in un moto istintivo, Elide ponendosi davanti a Lucio, sia pure per poco. La figura stretta e diritta del padre, stagliata sulla soglia, sembrava, come sempre, più inanumata che umana, tanto era immobile e rigida.
"Ah, ma sono io, cosa vuoi che sia? Sono venuto a mangiare a ufo, al solito." Rispose Arturo. L'aveva pensato spesso a quanto gli sarebbe piaciuto prendersi quei due ragazzini e portarseli dietro, tanto per farli vivere come dei ragazzi, invece che come delle bestie in gabbia, ma poco valeva quel pensiero, che pure gli attraversò la mente di nuovo, di fronte al diritto di suo fratello su di loro. Non aveva mancato di notare i segni su Lucio, nè il gesto di protezione di Elide che, pur con le sue debolezze, si sarebbe volentieri fatta ammazzare pur di non veder torcere un capello al fratello.
'E quel pezzo di somaro la costringe a guardare mentre gli spacca i denti. Ha da vivere poco e glielo fa vivere all'inferno, povera cosina che non è altro.'
Arturo respirò a fondo. Contrariare il fratello non l'avrebbe portato a niente altro che ad essere congedato, lo sapeva bene. Bisognava infinocchiarlo, Dario, e lui, per conto suo, si lasciava infinocchiare più che volentieri.
"Allora, piuttosto, andiamo a parlare fra noi?" Chiese con aria gioviale. Dario annuì e si volse, prendendo in silenzioa camminare lungo il corridoio ed Arturo lo seguì, riempiendogli le orecchie e la testa di sciocchezze riguardanti ora questo ed ora quello dei lavoranti che conoscevano entrambi.
Continuò a parlare quasi tutta la sera, tenendolo impegnato, concedendo alla famiglia di suo fratello qualche ora di gradita tregua al di fuori dell'occhio severo del capofamiglia.
La sera, quando ripassò per il corridoio da cui era entrato trascinato dall'entusiasmo di  Lucio, si fermò solo per un momento di fronte alla stanza da cui usciva una lama sottile di luce. Suo fratello lo aspettava fuori, in cortile, per fumare insieme prima di salutarsi, ma Arturo non seppe resistere alla tentazione. Aveva assistito a quella scena altre volte, ma ogni volta gli scioglieva il cuore come fosse la prima.
La bambinetta era seduta sulla sua sedia grande e teneva sulle ginocchia aperto il quaderno di scuola del fratello, che le stava di fronte in piedi, composto come davanti alla maestra in persona.
Elide leggeva sul quaderno e gli poneva le domande e Lucio rispondeva, ripassando la lezione. Era sveglio, si vedeva, ma aveva anche studiato parecchio e bene e, ad ogni risposta corretta, la sorellina lo lodava sorridendogli e battendo le mani, quando sapeva di aver domandato qualcosa di difficile.
Era una festa, a modo loro, quasi un gioco, poco meno che un divertimento. A quel modo passavano insieme l'ultima ora prima di dormire ogni sera, quando c'era scuola. Era la loro preghiera serale, che sconfiggeva il terrore delle tenebre.
Quando Lucio ebbe ripetututo senza errori l'intera lezione, prima di filato e poi rispondendo alle domande, Elide chiuse il quaderno con un moto gioioso e glielo restituì e lui si chinò a posarle un bacio sulla fronte nel riprenderlo.
"Sei molto bravo." Gli disse lei.
"Grazie a te che mi aiuti. " le rispose Lucio.
Arturo si allontanò dalla porta e raggiunse Dario in cortile procurando di fare il minor rumore possibile. Sarebbe tornato presto, decise. Più presto che poteva.