Come accadeva ciclicamente fin dal principio, il dolore ritornò.
Dapprima fu solo un rivolo, poi un altro, poi decine di altri, come l'aprisrsi di crepe in una diga. Sempre più velocemente, il dolore crebbe, trasformandosi da fastidioso, a sopportabile, poi a grande, immenso, sommergendola, fino a cancellare ogni altra cosa.
Si era concentrata troppo sugli interrogativi che le giravano per la mente ed aveva dimenticato di tenersi a distanza, di restare in quella parte del grigio che le avrebbe permesso di restare distaccata da tutto questo.
Un semplice errore di distrazione, che le costò un passaggio lento e straziante attraverso l'inferno.
Tutto il suo corpo pareva urlare, cellula per cellula, un apocalittico grido indifferenziato che non le permetteva in alcun modo di comprendere l'origine di quello strazio.
Le avessero chiesto dove sentiva male, avrebbe risposto 'al corpo', in piena sincerità.
Le parve che dovesse durare per sempre, le si cancelló dalla mente ogni pensiero, compreso il ricordo, se mai l'avesse cercato, di come era sentirsi bene, tanto che per quello che sembrò un tempo infinito, perfino il tempo, oltre che lo spazio, divenne un unico blocco compatto di dolore.
Non era mai esistito niente altro, non sarebbe mai esistito niente altro, lei stessa non era niente altro.
Per quello che a lei parve il tempo di una vita intera, e che nella realtà fu lo spazio di poche ore, realizzò ciò che gli uomini illuminati vagheggiano da secoli, vivendo perfettamente nel qui ed ora.
Va detto che, per lei, avrebbe certamente preferito restare alla larga da quel tipo di illuminazione e continuare a ricordare le erbe ed i fiori che le davano, nel ricordo, un senso di dolce appagamento.
Danilo era seduto nel suo studio ed era di pessimo umore.
Aveva appena congedato un paziente venuto per una visita di controllo a lungo termine, constatando che la ripresa era ben lungi dall'essere completa e sentendosi, come al solito, colpevolizzato dalle domande incalzanti del sollecito parente che l'aveva accompagnato. Non c'era nulla da fare, nulla da sperare, e, in qualche modo, pareva che di questo incolpassero sempre lui, che non aveva sufficienti risposte, sufficienti proposte.
Conosceva collechi perfettamente in grado di gestire quel genere di situazioni e perfino girarle a proprio vantaggio, fino al punto da far cambiare quel genere di rancoroso interrogatorio in una profusione di ringraziamenti. Di norma, erano quei colleghi ad essere considerati ottimi medici, sebbene non facessero, materialmente, niente più di lui, puntualizzó mentalmente, con un'ondata di cupo rancore.
Lui, invece, non riusciva a fare altro che chiudersi in difesa, in quei casi, alzare la guardia, anche se aveva capito ormai da tempo che quel modo di fare non aveva altro effetto se non quello di rendere ancor più sospettosi e insoddisfatti i suoi interlocutori.
Aveva tentato di evitarlo, in passato, aveva perfino tentato di sbirciare ed imitare il modo di fare, la cadenza e le parole di quei suoi più fortunati conoscenti, ma senza sortire alcun risultato. Loro, con quei modi, riuscivano sempre ad apparire come volevano agli occhi della persona che avevano davanti; lui, per sua natura o sua sfortuna, non otteneva nulla di più che sembrare untuoso e mellifluo, dando al prossimo la netta sensazione di tirare a fregare.
Dominó l'impeto di nervi che minacciava di sopraffarlo a quei pensieri e, proprio in quel momento, iniziò a squillare il telefono e bussarono alla porta. La contemporaneità fu tale da lasciarlo disorientato per una frazione di secondo.
'Avanti' biascicó in direzione della porta, mentre si sfilava laboriosamente il cellulare dal taschino. Sua moglie.
Entrò uno specializzando con aria ansiosa e lui gli fece cenno di aspettare. Sua moglie non amava venire ignorata.
'Buongiorno, cara' fece in tempo a dire, imbroccando, almeno quello, il tono giusto. La voce dall'altra parte del telefono gli riassunse in breve i suoi impegni della giornata. Lo ragguaglió sulle condizioni meteorologiche e stradali e lo sottopose ad un fuoco di fila di piccole domande precise e prevedibili: a che ora sarebbe rientrato? Sarebbe stato disponibile a svolgere questa commissione? Per che ora prevedeva di portarla a termine? E per quale motivo, in nome del cielo, si ostinava a rimanere in silenzio? 'Ti stavo ascoltando, amore.' Sospirò Danilo nel ricevitore, avendo cura di voltare il viso in modo tale che il suo sbuffo non venisse percepito all'altro capo del telefono. 'Torno a casa alla solita ora. Un quarto d'ora più tardi, se vuoi che passi a ritirare le cose in tintoria. Va bene?' Sua moglie non era pienamente soddisfatta, sperava che lui avrebbe potuto far prima, ma si sarebbe accontentata.
Sentendosi leggermente stordito, un po' come un pugile dilettante dopo una ripresa con un professionista, Danilo riattaccó e dedicò la sua attenzione al giovane che aspettava, paziente, accanto alla porta.
'Scusa se ti ho fatto aspettare. Allora, qual è il problema?'
'Dottor Maletti, è per la paziente ignota, quella del trauma frontale.'
'Si, qual è il problema?' Chiese di nuovo lui, questa volta con vivo interesse.
'Ah, nessun problema, direi, solo che sta reagendo. Si lamenta.' Danilo sentì qualcosa contrarsi in un punto poco sopra lo stomaco.
'Si lamenta in che senso?'
'Dottore, si lamenta, geme.'
'Usa la voce?' L'altro lo guardò come fosse impazzito e subito lui si rese conto della profonda idiozia della sua domanda. Che altro avrebbe dovuto usare, il campanello della bicicletta?
Senza sprecare altro fiato, si alzò dalla scrivania e si diresse a lunghi passi verso l'ascensore.
Non era tanto un interesse professionale, quello che gli metteva le ali ai piedi, anche se quello era certamente presente: voleva ad ogni costo sentire la sua voce.
In tutti quei giorni che aveva passato a parlarle senza alcuna speranza di sentirsi rispondere, pure aveva in qualche modo immaginato come fosse, qiella voce, si era, in un certo qual modo, riposto da sé, mentalmente, ed ora era preso dalla smania, che non avrebbe confessato ad anima viva, di sentire con le sue orecchie se ci fosse andato o meno vicino.
Uscì dall'ascensore mentre ancora le porte si stavano aprendo e solo nel corridoio rallentó il passo, per prepararsi un copione, rammentando a se stesso che non era un turista, ma un medico, e c'erano cose che avrebbe dovuto necessariamente fare.
Se usava la voce, se davvero si lamentava, allora si poteva supporre che presto si sarebbe svegliata. Stava a lui ipotizzare in quali condizioni e preparare tutto perché il suo risveglio venisse accolto nel modo dovuto.
Arrivò alla porta della stanza.
Era vero, il silenzio incantato che tante e tante volte lo aveva portato a cercare lì il suo rifugio era spezzato da una profusione di vocali quasi incessante, pronunciate a voce bassissima, ma con decisione.
Prima di entrare, lasciò che la sua mente registrasse quella voce, che la integrasse all'immagine del corpo che giaceva in quel letto.
In tempi normali doveva essere una voce piacevole, perfino, riflettè entrando nella stanza quasi con dolcezza. Era piena, perfino in quella condiziome, una bella voce di petto, per nulla stridula o acuta, per quanto nettamente femminile. Probabilmente, quando stava bene, era una delle cose più belle di lei.
Era distesa, come ogni altra volta, nello stesso punto, nella stessa posizione, ma la voce non era il suo solo sintomo di risveglio. A tratti, uno spasmo leggero le scuoteva, senza a chiuderle, le dita delle mani e risaliva fino al collo, rovesciandoglielo appena all'indietro. In quei momenti la voce si faceva più forte, più profonda.
Non era una convulsione, nulla di male, solo il corpo che tentava di riprendersi il suo spazio.
Si avvicinò ed iniziò a lavorare su di lei, metodicamente, in silenzio, trovando segni evidenti del suo imminente ritorno al mondo degli uomini.
Mano a mano che procedeva, alla sua mente tentava di affacciarsi il ricordo di quella mattuna, quando un senso quasi superstizioso di necessità l'aveva portato a parlarle ancora una voltam a dirle il suo nome.
Danilo scacció quelle riflessioni infastidito, al modo in cui si scaccia un insetto molesto.
Non si era accorto dei molti sguardi che avevano seguito, con aria saputa, il suo procedere verso la stanza.
Le voci sussurravano nei corridoi, crescendo, come l'eco, mentre passavano di bocca in bocca.
Il dottor Maletti aveva parlato alla ragazza sconosciuta fino a farla uscire dal coma. Quando gli avevano dato notizia di un segno di ripresa, era corso, proprio corso, fino da lei, proprio lui che per smuoverlo ci voleva del bello e del buono, o per lo meno da mangiare gratis.
L'aveva tirata fuori di peso dal coma lui, le aveva pettinato i capelli tutte le mattine, era sempre lì intorno, mangiava addirittura con lei.
La conosceva di certo, anzi, non la conosceva affatto, ma se ne era innamorato, così persa com'era quando era arrivata sotto i ferri, anzi no, probabilmente aveva i suoi motivi, magari gli aveva fatto pena.
Passava di pettegolezzo in pettegolezzo ogni sua trascuratezza, vera o presunta, commessa negli ultimi cinque anni con qualsiasi altro paziente, che serviva ottimamente di contrasto per evidenziare quanto strano fosse il caso con questa qui, che non aveva neanche un nome.
Ci fu chi disse che proprio il fatto di essere una sconosciuta gli aveva toccato il cuore, chi ipotizzó il romanzo, perfino chi disse che, dopo gli ultimi casini che aveva combinato, che erano stati egregiamente esagerati appunto per creare una cornice più pittoresca agli eventi attuali, lui si fosse redento ed avesse giurato di dedicarsi anima e cuore al suo lavoro.
Come fonte informata, Antonello, l'infermiere che dal primo giorno aveva diffuso le chiacchiere sullo strano comportamento del dottore, venne fermato da tutti, quel giorno.
'Secondo me' rispondeva con aria umile ma consapevole a chiunque volesse ascoltare 'ci siamo sbagliati fin dall'inizio, su di lui. È un buono, l'ha vista tanto sola, poverina, che se l'è presa a cuore.dal primo giorno, sapete, veniva a controllare che non avesse caldo, che non avesse freddo, che fosse semlre tenuta pulita; come avrebbe fatto un fratello, anche di meglio.'
'Un fratello, o anche un amante.' Commentò più di uno, in tono acido di insinuazione. Se Antonello era presente, a quel genere di commento rispondeva sempre, scuotendo il capo, disgustato.
'E voi pensate che, fosse stata la sua amante, l'avrebbe lasciata qui così, senza chiamare nessuno dei suoi, fosse pure un suo amico? Senza neanche chiamarla per nome?'
Inconsapevole di tutto quel rumore, Danilo continuava il suo lavoro. Cercò di richiamarla p, di aiutarla a portare a termine quel lavoro che doveva essere una faticata mostruosa, da come lo vedeva affrontare alla gente, ma di cui non conosceva nulla se non ciò che aveva studiato.
Per la prima volta nella sua vita gli balenó il sospetto che ciò che era scritto sui libri non bastasse a capire quel che vedeva.
Come se non avesse studiato una sola riga nella sua vita, si affidò allora ai suoi occhi e alle sue orecchie.
Invece di agire come voleva la procedura, si fermò per un momento ed ascoltò e guardò, come avrebbe fatto con una persona qualunque, invece che con un paziente.
La donna provava evidentemente un dolore fisico molto forte, di cui lui non comprendeva la causa, ma che era, ciò non di meno, palese. Oltre a questo, gli parve di notare che era a disagio e spaventata.
'Hey, tu, mi senti?' Parlava a voce non troppo alta, tenendole una mano sul viso, fra lo zigomo e la mandibola. 'Ascolta, lo so che senti male. Ho bisogno che mi guardi. Se mi guardi, e mi dai un qualunque segno di vedermi, ti prometto che lo faccio smettere, il male, va bene? Dai, avanti, guardami in faccia. Guardami.'
Glielo ripetè molte volte, senza mai stancarsi. Non gli parve nemmeno che fosse il caso di sentirsi stanco o annoiato, tanto era concentrato.
Lo sapeva, che lo poteva sentire, ne era certo, ora.
I suoi valori erano piuttosto buoni, i parametri anche, e lei era talmente vicina a svegliarsi che non aveva tempo di considerare quante volte stesse ripetendosi o quanto protestasse la sua schiena, a stare in quella posizione scomoda.
Una delle infermiere mise la testa oltre la sogloa e subito la ritirò, come per pudore. Alla fine, fu Antonello ad entrare e rimase in silenzio, in attesa, affascinato da ciò che vedeva.
"Oh, dai, sveglia. Guardami in faccia, su, dammi un segno che mi vedi. Dai, coraggio." Ripeteva Danilo.
Lo ripetè tanto che, quando gli occhi scuri della donna si aprirono abbastanza da mostrare la pupilla e fissarsi su di lui, non riuscì a zittirsi subito.
Non ne volevano sapere di andare a fuoco, quegli occhi, ma ci stavano provando, ed un momento di consistente silenzio calò netto come una mannaia.
"Ciao. Ciao, mi vedi? Mi fai vedere che mi vedi?" Gli occhi si richiusero, poi si aprirono di nuovo, in un volontario e preciso ammiccamento. Poi persero la presa e se ne tornarono alla deriva.
A Danilo bastava, era anche più di quanto osasse sperare.
Le tolse il dolore quanto più rapidamente possibile senza ammazzarla, poi si rivolse ad Antonello, per il semplice fatto che era lì accanto.
"È sveglia. Cioè adesso si addormenta di sicuro, ma dorme. È sveglia. Insomma, hai capito." Era visibilmente emozionato, e l'altro annuì con aria comprensiva.
Al dolore che le infuriava nel corpo si aggiunse anche una voce che chiacchierava, insistente, invadente, fastidiosa.
Era come avere la sveglia in piena funzione sul comodino alle tre di notte e durante la peggior influenza della storia.
Con tutto quel male, non aveva idea di cosa dicesse, non riusciva a cavarne fuori alcun messaggio, ma alla fine, presa da esasperazione, qualcosa si mosse, le sembrò ruotare e assestarsi e vide qualcosa sopra di lei.
Era la fonte della voce e d'improvviso tacque. Nonostante il dolore, si sentì molto sollevata dal cessare di quel suono molesto e infinitamente frustrata quando esso ricominciò poco dopo.
Provò da capo, nella speranza che funzionasse, a ripetere il movimento che l'aveva zittito e stavolta riuscì.
Perfino il doloreparve iniziare a ritirarsi lentamente.
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