Dopo lo sforzo tremendo fatto per seguire quel discorso, scivolò nel sonno. Era un sonno pesante, netto, privo di sogni e sensazioni.
A volte, in realtà, un'immagine, un frammento di qualcosa tentava di affiorare nella sua mente, ma lei scoprì, non senza stupore, di essere in grado di scacciarli, o, per meglio dire, di evitarli, scivolandogli accanto senza farsene risucchiare, come fossero massi nel letto di un fiume.
Se avesse avuto il ricordo dell'espressione 'sonno profondo ', allora, per la prima volta, lavrebbe veramente compresa: era davvero uno sprofondare, il suo.
Perfino le sensazioni, quelle poche, frammentarie informazioni che le venivano dal suo corpo, cessavano nel momento in cui riusciva ad affondare abbastanza in basso.
Da che era riaffiorata ad una coscienza di sé, non era stata altro che un ricevitore passivo.
Non aveva modo, alcuna possibilità, quale che fosse il suo volere, di reagire alle percezioni che le arrivavano quando veniva toccata, spostata, quando sentiva caldo, freddo o dolore. Era stata in completa balia perfino della sua stessa mente che, come una lanterna magica folle, le aveva mostrato o nascosto brandelli di immagini, ricordi e parole slegati di ogni contesto, che le piombavano addosso e la lasciavano stanca, turbata o squassata, come da un vento forte, rifiutando di rispondere al suo volere.
Ora, finalmente, trovava di nuovo qualcosa su cui poteva esercitare controllo, un modo di reagire, per quanto silenzioso, nel sonno.
Lá dove la lotta si era rivelata impossibile, le era rimasta la fuga.
Doveva saperlo, un tempo, ma lo aveva dimenticato, insieme alla maggior parte di quello che aveva saputo. Ora ricordava, sapeva di nuovo, e non avrebbe lasciato scivolare questa informazione attraverso il setaccio che sembrava ormai costituire la sua coscienza: l'avrebbe tenuta ben salda, esercitandola con dedizione.
Non era obbligata a sentire quelle mani estranee che la spostavano come una cosa inanimata. La sua mente non poteva più costringerla a subire l'accendersi e lo spegnersi di quelli che un tempo dovevano essere stati i suoi ricordi.
Poteva solo voltarsi pigramente verso l'abisso del sonno, verso il nulla dentro se stessa, e scendere un po' di più.
Si rendeva conto, di tanto in tanto, riaffiorando appena quel tanto che le era sufficiente per comprenderlo, che dormiva ormai da molto tempo e, in quei casi, appena prima di reinabissarsi, si concedeva un intimo, profondo moto di soddisfazione, come se stesse conseguendo un importante risultato. Dormiva ancora e non pareva esistere nulla in grado di intaccare la sua capacità di farlo.
Danilo si prese la faccia fra le mani e sospirò, i gomiti poggiati sulle cosce. Poi si rese conto di sentirsi davvero scomodo, in quella posizione, e rimedió passandosi le dita fra i capelli, mentre rialzava il busto.
Come sempre, non riusciva a non compprtarsi come se qualcuno lp stesse costantemente osservando, anche quando sapeva benissimo di essere solo.
La donna stesa nel letto di fronte a lui stava sprofondando e questo gli creava un senso di disagio che non avrebbe saputo spiegare, neppure a se stesso.
Non c'era un'altra parola per dirlo: sprofondava, cadendo semlre di più nell'oblio, invece di riavvicinarsi per gradi alla vita. Per quale motivo gli dovesse interessare tanto, a lui che si rifugiava in quella stanza per l'unico scopo di rifuggire alla sua vita quotidiana, non lo capiva, ma, ogni volta che il fatto gli balzava all'occhio, sentiva un peso nel petto e faticava a respirare. Non poteva nemmeno ignorare quel che stava accadendo, come faceva di solito con le cose sgradevoli, semplicemente fingendo che non esistessero, perché il suo cervello pareva deciso a non schiodarsi da quell'argomento.
Si ritrovava a pensarci nei momenti più assurdi, come quella mattina, mentre si lavava i denti, e, per quanto facesse, era lì che tornava la sua mente quando non la teneva occupata col massimo zelo.
Si alzò dalla sedia e le si accostò, in un movimento svogliato che tradiva il suo desiderio di andarsene, ma senza riusciread evitare di darle ancora un'occhiata.
Le aveva parlato tanto, in quegli ultimi giorni e le parlò ancora una volta, adesso.
'Senti, tu, ragazza. Non so neanche come ti chiami. Io lo so che non mi senti, lo so che quello che sto facendo è una stronzata, però, fammi il piacere, ripensaci. Non è che abbia senso quel che ti sto dicendo. Qui non c'è nessuno che ti cerca, nessuno che si sia preso la briga di chiamare per chiedere se eri qui, e se ho capito qualcosa di come gira il mondo, mi sa che di motivi per tornare indietro non ne hai un granché. Però, se vuoi provare, a me farebbe piacere. Almeno non continuo a parlare da solo come un povero cretino, che ormai mi sembra di essere diventato scemo. Io non c'entro niente, con te, tu non sai neanche che faccia ho, però ti sto sempre attorno e, alla fine, con te mi sono sempre trovato bene. Non mi morire, dai. Fammi questa cortesia. Io adesso devo andare giù di sotto in ambulatorio a sbrigare del lavoro, ma torno per pranzo. Se nel frattempo ti va di, che ne so, smetterla di peggiorare, io per me sono contento. Va bene?'
Aveva fatto questa lunga tirata senza quasi prendere fiato, occhieggiando per lunga abitudine la situazione e trovandola, né più né meno, identica a quando stava in silenzio sulla sedia, proprio come doveva essere.
Era la prima volta che le parlava della sua condizione, ma era convinto, del tutto convinto, che non facesse alcuna differenza. Lei non lo sentiva più di quanto avrebbe potuto sentirlo il letto su cui stava sdraiata e allo stesso modo aveva reagito, com'era logico.
Per quale motivo le stesse parlando con quella voce bassa, quasi affettuosa, e perché mai le sue mani stringessero la testata ai piedi del letto fino a sbiancare le nocche, non se lo volle chiedere.
Si costrinse invece ad allentare la presa, ed era tanto forte che un mignolo scricchioló nel movimento, e a muoversi verso la porta, per scendere nel suo studio, dove altri casi, più urgenti in quanto ancora forieri di qualche speranza, aspettavano che lui svolgesse, come logico e dovuto, il suo lavoro.
Strascicava i piedi, nell'uscire, come se sentisse che mancava ancora qualcosa alle sue parole, un qualcosa di conclusivo, che doveva dire per forza.
Esitò, si diede del cretino, superò la soglia e poi tornò indietro.
La guardò, stesa nel letto bianco, dietro quella pelle che era altrettanto bianca, con quel viso che più qualunque non poteva essere e quelle braccia ogni giorno più scarne che uscivano come di cera dal lenzuolo.
Si guardò attorno come se stesse per rubare qualcosa e, attento a non parlare più forte del dovuto, disse ancora:
'Ad ogni modo, io non so come ti chiami tu, ma io mi chiamo Danilo. Danilo Maletti. Se ti dovesse servire...'
Si interruppe, lasciando morire la frase nell'aria, sentendosi un povero idiota, vittima di una cultura da telefilm. Quel senso di incompletezza che gli rendeva pesante il passo, però, si era sciolto, e trovò che ora poteva camminare normalmente, senza tornare indietro.
Per non più di un secondo rimase incerto se il suo fosse stato un gesto superstizioso o un guizzo di quell'istinto che alcuni medici sostengono di avere, poi la giornata lo trascinò via, allontanandolo da ogni pensiero.
Qualcosa turbò il suo lungo procedere fra gli strati del sonno.
Avvertiva un disagio, un fastidio al centro della mente, come un prurito, che le rendeva difficile concentrarsi sul mantenere la profondità rqggiunta.
Si innervosì e, innervosendosi, emerse ancora di un poco. Iniziava già a vedere il grigio, da lì, ma non voleva entrarci. Nel grigio, era costretta a sentire il suo corpo, e nulla di quello che le diceva il suo corpo pareva essere buono.
Si ribellò a quell'ascesa, si agitò, ed emerse ancora, più vicina al torpido grigiore di quanto lo fosse stata da giorni. Non che sapesse distinguere i giorni ed il loro avvicendarsi.
Decise allora di calmarsi, di lasciare che tutto tornasse ad uno stato qpdi quiete, ma nemmeno quello, poteva fare. Quel fastidio che, per primo, aveva provocato la sua ascesa persisteva, impedendole di tornare dov'era.
Con lo stesso spirito di qualcuno che, turbato in un sonno profondo e ristoratore, si lancia fuori del caldo delle coperte per scoprire la causa di un rumore molesto, uno spirito quindi piuttosto tempestoso, lei si rimboccò delle ideali maniche e si tuffò nel grigiore, per verificare cosa mai fosse quel prurito mentale e vedere se le fosse possibile spegnerlo.
Quella era l'idea : farlo rapidamente cessare e, altrettanto rapidamente, riprendere il sonno interrotto.
Balzata nel grigio, si rese conto che il fastidio veniva da un suono. Il suono le era noto, ma impiegò un attimo per collegarlo ad un ricordo. La scintilla del riconoscimento quasi le sfuggì e si sentì profondamente soddisfatta quando riuscì a ricordare.
Conosceva quel suono, era la voce oboe, e non capiva perché mai le desse fastidio. Si presentava ciclicamente, dopo tutto, e non le aveva mai creato problemi.
Si concentrò per cercare di dirimere quella faccenda.
Non riusciva a capire cosa diavolo stesse dicendo, ma era senza dubbio preoccupata, quella voce. Preoccupata e qualcos'altro. Udì un timbro di gola, un'inflessione appena accennata, e una serie di immagini le esplose davanti, come un minuscolo fuoco artificiale : era triste, il concetto la investì senza darle modo di reagire.
La voce oboe era triste e preoccupata. Poveraccia. Lei poteva capirla bene. Ancora non le era chiaro, invece, per quale motivo questo fatto l'avesse costretta ad uscire dal sonno.
Sicuramente la persona a cui corrispondeva quella voce era spesso lì intorno e sicuramente le dispiaceva della sua tristezza, ma non era proprio nelle condizioni migliori per prestare il suo aiuto a chicchessia.
Innanzitutto non aveva più il minimo controllo sulla propria mente, in secondo luogo non aveva idea di che diavolo le stesse dicendo e, ultimo ma non trascurabile dettaglio, non aveva più alcun legame col proprio corpo. No, al momento non sarebbe stata in grado di fare granché.
Finalmente la voce si zittì e lei si sentì sollevata.
Avrebbe potuto tornare al suo sonno.
Stava appunto cercando di ritrovare lo stato di quiete, quando una parola, una singola parola, pronunciata come dopo un ripensamento, penetrò il grigiore e le cadde, si potrebbe dire, come in grembo.
Danilo.
Lei osservò la parola senza riuscire ad associarla ad alcunché, ma sentendo che avrebbe dovuto dirle qualcosa di speciale.
Ma perché diavolo quella parola avrebbe dovuto essere speciale, poi? Cosa poteva mai essere, un danilo?
Mentre rigirava da ogni lato quell'unica parola, vinta dalla curiosità, senza che lei se ne rendesse conto le profondità del sonno si allontnavano, lentamente, gradualmente, senza fermarsi.
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