OLa stanza in cui giaceva la donna incognita divenne, nei giorni che seguirono, una tappa fissa per Danilo.
Era un buon posto in cui trovare rifugio dalla pressione quotidiana.
Silenzioso, non troppo freddo, perché la finestra si trovava esposta a sud, e, miracolosamente, la giovane donna era rimasta l'unica occupante della stanza.
Quando si rendeva conto di essere rimasto troppo indietro con il lavoro, o di quante delle cose che si era fermamente ripromesso di fare stesse metodicamente trascurando, era lì che veniva a nascondersi.
Come per un incantesimo benigno, nessuno sembrava volerlo tallonare, una volta varcata quella porta, nessuno che lo incalzasse con lunghe liste di decisioni da prendere, di impegni a cui ottemperare o di critiche.
Le stesse persone che di norma parevano considerare una missione sacra quella di non dargli requie si affacciavano appena alla porta, lo guardavano, prendevano un'espressione di scusa e scivolavano via in silenzio.
Certo, anche lui si dava il suo bel da fare per giustificare quelle visite.
Aveva studiato una sorta di regime, chegli consentiva di passare da quelle parti almeno tre volte al giorno, prima con la scusa di farsi aggiornare sull'andamento della nottata, poi pwr controllare i progressi ripetendo all'infinito la stessa serie di semplici test di reazione, ed, infine, prima di andarsene, per controllare che tutto fosse a posto e dare direttive sulla notte incombente.
In una buona giornata, poteva spendere quasi tre ore di assoluta tranquillità a pensare ai fatti suoi, fingendosi indaffarato attorno a quel letto.
Poiché nessuno aveva ancora reclamato un legame con lei, non c'era nemmeno la noia di dover parlare con qualcuno che pretendesse risposte o lo guardasse lacrimevole torcendosi le mani.
Poteva semplicemente stare lì, accanto a quella che, ne era sempre più certo, sarebbe rimasta una inerte bambola di carne, e approfittare del silenzio e del tepore per lasciar vagare la mente lontano dalle brutture del presente.
Nei primi tempi, era certo che si sarebbe svegliata. Glielo diceva la lucentezza della pelle e dei capelli, il passo cadenzato e sicura a cui funzionava il suo corpo, anche se immerso in quel torpore profondo, come un macchinario ben tenuto.
Era sicuro anche che sarebbero presto arrivati a reclamarla.
E, invece, nessuna delle due cose era ancora accaduta. Lei restava lì, silenziosa, immobile e senza nome, sola e avvolta nel suo silenzio, come se il frammento di soazio occupato dal suo corpo si fosse in qualche modo staccato dalla realtà circostante, andando alla deriva in un tempo ed uno spazio diversi.
Era quello che emanava, che lui avvertiva standole accanto: la sensazione di perfetto distacco dal qui ed ora.
Finì per guardarla fin troppo bene, per conoscere a memoria il suo viso ed il suo corpo fin nei tratti più fini.
Fosse stata appena più bella e, certo, priva di cicatrici e di attrezzature, si sarebbe potuta scambiare per la principessa incantata di una fiaba.
Ma i capelli di un castano comune, marroni e senza riflessi, che si avvolgevano ostinatamente in codinicci, per quanti sforzi facesse lui stesso per tenerli a posto, e i tratti banali, quasi mediocri, del suo viso, rendevano labile quell'illusione non meno delle sottilissime e lievi rughe all'angolo degli occhi.
Nello sforzo di trovare attività nuove e non impegnative che giustificassero la sua presenza in quella stanza, prese, col passare dei giorni, a spazzolarle i capelli, ad accomodarle quei pochi vestiti stinti che le mettevano addosso, e, pur di poter pranzare in un posto dove nessuno si sentisse in obbligo di fare conversazione con lui, perfino a parlarle.
La prima volta che decise di farlo si sentiva un idiota. Nonostante l'abbondanza di letteratura strappalacrime che parlava di persone che si risvegliano da uno stato di coma profondo ascoltando una voce o una musica, lui era cosciente che ciò che faceva non aveva più senso che parlare ad un ciocco di legno, o all'anta dell'armadio, per quel che valeva.
Eppure, di fronte all'ennesimo pranzo a base di tramezzini preparatogli dalla consorte, si ritrovò a mettere insieme qualche frase esitante.
Aveva notato proprio quel giorno che alcuni operai stavano preparandosi a tagliare la lunga fila di alberi che costeggiava i parcheggi, e partì da lì.
Presto, pochi giorni appena, e si ritrovò a trascurare il pasto, perfino a saltarlo, pur di parlare. Sapeva che era come parlare ad una bambola, ma il senso di sollievo che provava, nel potersi sfogare a quel modo, senza venir interrotto da suggerimenti o obiezioni o, peggio ancora, senza dover ascoltare le infinite lagne di qualcuno prima di poter risprendere il discorso, era ineguagliabile.
Così, nella stanza anonima, col lieve brusio del reparto in sottofondo e un sacchetto di cibo trafugato in grembo, Danilo parlava, parlava e parlava, a voce bassa e monotona, rivolto verso la sagoma sul letto.
Gli infermieri e i colleghi si soffermavano appena passando di fronte alla porta e si scambiavano occhiate stupite, di fronte a tanto spirito di sacrificio. Iniziavano a circolare voci, su di lui, che parlavano di quanta umanità, quanta volontà stesse impiegando per riportare indietro quella sconosciuta dal suo sonno profondo.
Tutti, nessuno escluso, lo guardavano con nuovo rispetto dopo aver sentito dalla viva voce della caposala di quando, ogni mattina, dopo il controllo si fermava a spazzolare i capelli della donna. Si vociferava perfino che lui ne conoscesse la vera identità e che fosse un suo antico amore, da tempo perduto.
La figura scialba del dottor Maletti iniziava così a rivestirsi, a sua completa insaputa, di un alone di romanticismo e di bontà.
Nei sogni, era in un luogo pieno di persone. Almeno erano molte persone, rispetto alla totale assenza di chiunque che c'era nel grigio.
Lei conosceva quelle persone, nel sogno, e loro conoscevano lei, ma appena il sogno finiva i loro nomi e le loro facce si perdevano, si confondevano, sbiadendo in un carosello di tratti e di suoni senza significato.
Alle volte, le restava in mente qualcosa, quando passava dall'attività frenetica del sogno allo stallo fluttuante del grigio, frammenti, per lo più, immagini che si ingigantivano alla sua coscienza con la forza di un suono assordante.
Non ci si aggrappava e non opponeva resistenza. Aveva imparato che l'unacosa era inutile e l'altra dolorosa. Li subiva, passivamente, senza avere idea di cosa farne.
Cosa ci si aspettava che lei facesse, in effetti?
Aveva sognato di fare cose, di usare mani e voce, e supponeva di possedere ancora entrambi, da qualche parte, ma il modo in cui arrivarci e utilizzarli era evaporato dalla sua memoria.
Probabilmente avrebbe ricordato, prima o poi, e se anche non fosse accaduto, aveva la sensazione di non aver perso un granché. Non era mai riuscita a fare grandi cose, con le mani e la voce, dopo tutto, le pareva.
I ricordi che le erano più chiari alla mente erano quelli dei fiori. Ricordarli le dava un senso di amichevole calore, una soddisfazione che nemmeno la ciclica cessazione del dolore riusciva a trasmetterle.
Narcisi gialli, narcisi bianchi, ibridati e maculati. Gigli selvatici, acquatici e di serra, tigrati e purpurei. Fiori di rovo, malva, violaciocca ed erica.
Ognuno di loro aveva un posto speciale dentro di lei, e anche molti altri. Ricordava non solo l'aspetto, ma la consistenza dei petali e delle foglie, l'odore, il senso di tenacia delle radici, forti in modo insospettabile sotto la terra.
Quando il dolore tornava, quando sentiva il freddo pungerle la pelle o mani sconosciute spostare il corpo che la contenva a destra e a manca come una cosa senza vita, era a loro che pensava, specialmente ai fiori del sottobosco, umili e tenaci e dall'odore pungente.
Pensare a loro, a sua volta, fece affiorare il ricordo di altre piante. Rampicanti parassiti, arbusti, infestanti, le sembrava impossibile, ogni volta che ricordava uno di loro, di averlo dimenticato, sia pure per poco.
Quasi si sentiva in colpa, come se le fosse sfuggito di mente il viso di un parente stretto, di un amico d'infanzia.
Il giorno che mise per la prima volta a fuoco la voce, ne ricordava parecchi, tutti in ordine come soldatini ben disciplinati nella sua mente, ciascuno accanto ai suoi simili.
Aveva già sentito la voce, questo era certo. Molte volte, ciclicamente.
Se mai avesse voluto scandire il tempo del grigio, cosa che non le interessava affatto fare, avrebbe potuto usare le apparizioni della voce per farlo.
Aveva un suono definito, né troppo alto né troppo basso, incredibilmente simile a quello di uno strumento che la sua mente si ostinava ad associare alla parola 'oboe'.
Lei non ricordava se quella aprola fosse vera, le capitava di rigirarsi un suono nella mente per giorni prima di capire che era solo un suono e nin una parola, ma sembrava adatta al bisogno, quindi la adottò.
La voce era 'oboe' e si presentava a cicli regolari, di solito insieme alla sensazione di essere toccata da mani calde.
Era una sensazione piacevole.
Venne un giorno in cui la voce, invece di fare il suo breve intervento ciclico, toccarla e sparire, continuò a risuonare. Andava avanti, ed avanti, ed avanti per quello che le parve un tempo lunghissimo.
Qualcosa in fondo alla sua mente fece scattare una sorta di allarme: non era legato alla apura, come quando la spostavano e la rigiravano, ma alla sensazione che avrebbe dovuto ascoltare quello che la voce diceva.
Non fu in grado di riconoscere la sensazione di interesse, troppo presa dallo sforzo di mettere a fuoco il suono.
La voce si alzava e si abbasstava, esitava, ricominciava, si srotolava come un nastro.
E finalmente alcune parole si straccarono dalla lunga serie di suoni divenendo comprensibili.
"...in fondo al piazzale, che dall'altra parte danno sulla strada, oddio, sulla ciclabile di fianco alla strada, per essere precisi. Sono di quelli che fanno tutti quei pallini, d'autunno, e qua do fioriscono fanno qjei fiorellini gialli miniscoli che puzzano come la piscia di gatto, che non piacciono neanche a me, però..."
'Tigli' pensò lei immediatamente. 'Sta parlando di tigli. Ma i fiori odorano più di camomilla e mughetto che di altro.'
"...non ci sarà più un filo d'ombra e questo è un bel guaio, d'estate, perché era l'unico pezzetto di parcheggio che si poteva usare senza che la macchina diventasse un forno crematorio, io poi ce l'ho nera, figurati, la solita fortuna, neanche da dire..."
'Tagliano i tigli?' Si chiese lei con una punta di apprensione 'ma perché? Se è una questione di apparato radicale, potrebbero potare solo quelle.'
"...al solito, mi troverò oltre a tutto il resto anche a dover spendere una fortuna in benzina per via dell'aria condizionata, figurati, altrimenti è impossibile guidare, d'estate, se è rimasta tutto il giorno al sole..."
'Vogliono tagliare i tigli e questo si preoccupa della macchina. Per gli alberi, niente? Non gli dispiace neanche un po'? Magari li vede tutti i giorni.'
Le affiorarono chiare alla mente le immagini dei tronconi di albero che sporgevano dal suolo, appena umidi della scarsa linfa autunnale, bianchi e nudi sotto il cielo, impressionanti nella crudezza della loro prosaicitá.
Le mise tristezza e, nel giro di un momento, si ritrovò stanca come se avesse corso per chilometri e chilometri.
La voce si rifece solo una serie di suoni indefiniti, poi parve allontnarsi rapidamente.
Poco dopo, ricominciava a sognare.
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