domenica 28 dicembre 2014

51

I

Cadeva male, senza attenuanti. Nonostante tutte le accurate modifiche sartoriali, qiel dannato pezzo di stoffa si ostinava a sembrare appeso ad una gruccia e non indossato da una persona.
Beatrice sbuffò esasperata assesstando un paio di bruschi strattoni al davanti della giacca chiara, desiderando, invece, di poter prendere a claci la figura sgraziata che la osservava con enormi occhi densi di panico dal vetro lucido dello specchio.
"Vuoi stare buona, per la miseria? Non ce l'abbiamo il tempo di stirarlo di nuovo, quindi pia tala di fare i capricci!" Violale apparve accanto, sollecita. Nonostante il tono severo, sui tratti regolari del suo visp aleggiava un'espressione di dolce comprensione. "Stai tranquilla, Bea. Sei bellissima." Bea sentì pizzicare gli angoli degli occhi.
"Non è vero. Sembro una stampella vestita." L'amica le aggiustò con pochi tocchi aggraziati l'orlo della giacca e le posò una carezza lieve sui capelli acconciati di fresco.
"Sembri quella che sei. Una bellissima donna molto agitata. E sa dio perché, dato che in pratica e buona sostanza vi comportate come foste sposati da quando andavate alle medie. Sta ferma, benedetta ragazza!" La rimproverò poi seccata quando lei fece per risistemare l'abito sul petto.
"Viola..." Bea si torceva le mani. Abbassò lo sguardo, se ne rese conto e le separò in un gesto brusco, non sopportando di vedere se stessa farlo. Le ricordava troppo sua zia.
"Cosa c'è?" Le chiese l'amica.
"Mi viene da vomitare."
"Beh, trattieniti! Ti hanno appena truccata, non puoi metterti a vomitare adesso. E poi mi pare che negli ultimi tre giorni tu lo abbia fatto a sufficienza. Avrai perso almeno due chili!" Bea abbassò lo sguardo ed iniziò a cincischiare una delle ciocche che le ricadeva sulla spalla, senza dare risposta. Viola aveva più che ragione, ma lei non sapeva che farci. L'idea stessa di ciò che stava per accadere le pareva telmente enorme da lasciarla senza fiato.
Alzò sull'amica uno aguardo indifeso, ingigantito dal trucco sapiente e dall'assenza degli occhiali, sostituiti per un giorno da insolite lenti a contatto. Senza poterne fare a meno, gettò una rapida, ennesima occhiata allo specchio a figura intera che le stava accanto, sentendosi sempre più atterrita dall'immagine che le rimandava.
Il panico la minacciava da vicino, facendo sentire i suoi morsi aguzzi lungo il corso di tutti i suoi nervi.
La porta sul fondo della stanza si aprì di uno spiraglio, mentre, contemporaneamente, qualcuno bussava con un lieve tamburellare di nocche sul legno. Bea avrebbe riconosciuto ovunque quel modo di entrare, che riusciva a bilanciare alla perfezione discrezione e risolutezza. Fu quasi con un verso da uccellino, la voce resa stridula dalla troppa emozione, che la chiamò.
"Dora! Dodo!" Dora fece il suo ingresso nella stanza, incredibilmente elegante con il corpo morbido fasciato in un abito morigerato colpr rosa antico, che contrastava sapientemente con i capelli, ancora nerissimi. Teneva qualcosa nella mano, ma Beatrice non ci badò, presa com'era nel tentativo di nascondere la propria agitazione e domandarle aiuto allo stesao tempo. Non ci fu bisogno di ulteriori sforzi. Gli occhi della donna la carezzarono dai piedi alla testa, dietro le sottili lenti da presbite, e un sorriso materno le rischiarò il viso.
"La mia signorina che diventa una signora." Le disse a mezza voce, avvicinandosi lentamente. Viola fece un passo indietro per rimirare la scena. Il terrore negli occhi di Bea sembrava arretrare mano a mano che la donna si avvicinava, come una belva davanti al domatore. "Sei bellissima, si, proprio bella. Vedrai il signorino Dario che faccia che fa quando ti vede, bella così." Bea indicò con un gesto rassegnato il vestito color ghiaccio e le gambe esili che parevano volersi nascondere l'una dietro l'altra sotto la gonna al ginocchio e Dora schioccò sommessamente la lingua contro il palato.
"Dodo, sembro una stampella vestita..."
"Si, si, perché ti manca ancora qualcosa. Ma sono venuta io, per questo. Stai ferma, adesso, signorina Bea." Le posò le mani sulle spalle e la voltò in modo che fronteggiasse lo specchio. Allargò con pochi gesti amorevoli il collo della giacca in modo che le scoprisse il petto e, zittite le proteste sussurrate di Bea, continuò nel suo lavoro tirando i sottili risvolti all'indietro, pprtando alla luce il semplice indumenti bianco e liscio sottostante, per poi lisciare dolcemente le ciocche arricciolate che le ricadevano sulla clavicola, sistemandole in modo che le incorniciassero il volto. "Ecco. Adesso tieni le spalle belle diritte, signorina. Stai andando a sposarti, non a farti picchiare. "
Bea osservava stupefatta quello che i pochi tocchi di Dora erano riusciti a fare alla figura nello specchio. Pareva più adulta di qua to si fosse mai vista, più fiera, e perfino la sua figura, che prima sembrava sparire nell'abito come se vi si nascondesse all'interno, ora spiccava modellandone le pieghe, come nel drammatico drappeggio di un'antica scultura.
Se avesse interpellato Viola, al proposito, le avrebbe senz'altro potuto spiegare in poche parole come quell'effetto quasi magico fosse stato semplicemente prodotto dal suo raddrizzare la schiena e le spalle, abbandonando l'aria spaurita.
Dora non aveva ancora portato a termine il suo lavoro. Avvicinandosi a Beatrice, aveva posato sulla sedia accanto allo specchio l'involto che teneva in mano entrando ed ora lo aperse, scartocciandolo lentamente sotto gli occhi curiosi della sua protetta, godendosi, con un sorriso sornione, la stessa espressione di attesa e meraviglia che le illuminava gli occhi da bambina, di fronte ad ogni pacchetto che estraeva dalla busta delle compere giornaliere.
Dalla carta pretenziosa e sottile emersero alcuni ampi, esotici fiori. Sembravano brillare, quasi strillare la loro presenza nella luce pomeridiana che entrava a fiotti dalle ampie finestre.
"Dio mio, Dora, ma cosa sono?" La donna sorrise con evidente affetto ai fiori.
"Orchidee. Molto belle. Vengono dal mio paese, ci ho messo più di un mese per farle arrivare. Sono per te. Vedi?" Ne sollevò uno, spiccandolo con un gesto preciso dal verde sostegno, e lo espose alla luce solare. Il giallo ambrato era striato e picchiettato di macchie delicate, come fossero segni e note di una lingua sconosciuta, di un bruno color ruggine. Viola trattenne il respiro e si alzò sulla punta dei piedi.
"Bea! I tuoi occhi!"
"Cos'hanno?"
"È lo stesso colore, zuccona! Lo stesso identico." Dora rise sonoramente alle parole di Viola e fece girare di nuovo Bea su se stessa, iniziando paziente ad appuntarle i fiori fra i capelli. Quando ebbe finito, perfino Beatrice non poté fare a meno di sentirsi come rapita in un sogno. Pareva che la luce catturata da quei petali sottili si trasferisse per incanto alle sue iridi, rendendola più luminosa di quanto avrebbe potuto fare una cascata di gioielli.
I tre visi accostati nella cornice ovale del grande specchio, stavano rimirando quell'affascinante e senz'altro attentamente calcolato fenomeno, qua do di nuovo bussarono alla porta.
Fu Viola a staccarsi per andare ad aprire.
"Bea, è il bouquet. Almeno quello ce l'hai, come una sposa vera!" Le annunciò. Ancora non si capacitava di come l'amica avesse sistematicamente rifiutato ogni oggetto che potesse ricordare un matrimonio, quando era evidente a tutti che per lei sarebbe stata la prima ed unica volta in cui si sarebbe sposata. Aveva fatto di tutto perché quell'evento che sognava da una vita intera passasse sottotono, come in sordina. Viola non riusciva a farsene una ragione. Nella sua esperienza, pensò per l'ennesima volta mentre riceveva il mazzo di fiori prudentemente imballato all'interno di un'alta scatola di cartone bianco e ringraziava meccanicamente il fattorino, si nasconde ciò di cui si ha vergogna, non certo quello per cui si combatte da una vita. Ma quei due erano sempre stati appena fuori dalla portata della sua comprensione, quando erano insieme, riflettè posando la scatola su di un tavolino. Bea, lei da sola, riusciva a capirla benissimo, non era nemmeno una peraona complessa. Introversa, quello si, discreta ai limiti della timidezza, ma non certo complocata. Le bastava avere il suo lavoro e qualcuno che, di tanto in tanto e con il più grande affetto, le desse un metaforico calcio nel sedere quando si ranicchiava a piangere su qualche evento particolarmente difficile. Anche Dario, per quanto l'aveva conosciuto nell'ultimo paio di anni, non era una persona realmente stravagante. Noioso fino alla morte e determinato fin quasi alla prepotenza, anzi, si corresse ripensando ad un termine che aveva usato suo marito Vittorio parlandone, prevaricatore. Ecco la parola giusta. Sorrise fra sé tornando verso lo specchio. Ma niente affatto difficile da capire. Per lui c'erano due modi di fare qualunque cosa: il suo e quello sbagliato. Fine della faccenda. Insomma, non proprio quello che si dice una mentalità aperta, ma comprensibile. No, da soli non erano un problema. Il problema si presentava quando stavano insieme, quei due, e parevano assumere una sorta di personalità unica e complessiva, che risultava, in virtù di una qualche legge a lei ignota, completamente differente dalla somma delle singole parti. Altalenavano, come due contrappesi, da un estremo all'altro della scala emotiva, senza apparente soluzione di continuità e senza colpo ferire. E quello era ancora il meno. Parevano interconnessi in una qualche maniera, come se veramente non fossero in grado di decidere o agire, come in realtà facevano benissimo, singolarmente. Ad ogni domanda che veniva loro rivolta, la risposta tardava quel tanto, qiella frazione necessaria ad un rapido scambio di sguardi e di accenni che precorreva la voce. E non erano mai due risposte distinte. Insieme, ne era certa, avevano deciso per quella cerimonia da burletta, per motivi che solo loro due comprendevano e che sarebbe stato inutile chiedere. La risposta, sempre uguale, sarebbe stata niente altro che una scrollata di spalle e la laconica affermazione che 'a loro andava bene così'.
Persa nei suoi pensieri, Viola non si rese conto della posa tesa e carica di aspettativa di Beatrice fino a che non si voltò verso di lei, abbandonando la contemplazione dello scorcio di tetti rossi e muri di pietra che la finestra le concedeva.
"Si, Bea? Cosa c'è, mi hai chiesto qualcosa?" Le chiese, convinta di non aver sentito, o non aver fatto caso ad una sua domanda. Bea scosse la testa, con un piccolo sorriso imbarazzato.
"Il bouquet. Dario ha voluto a tutti i costi sceglierlo da solo senza dirmi niente. Sono curiosa." Viola sollevò un sopracciglio. Un gesto del genere proprio non se lo sarebbe aspettato, da Dario. Prese la scatola dal tavolino e si avvicinò rapida a Dora e Bea, ora a sua volta presa dalla curiosità di scoprire cosa fosse, per quell'uomo che la sua amica amava tanto, un bel mazzo di fiori. Sei occhi frugarono per un istante l'interno del cartone, senza che nessuna di loro lo toccasse.
"Per favore, fatelo voi. Sono troppo in ansia, di sicuro rompo qualcosa." Gemette Bea alla fine.
Fu Dora a ficcare le mani nella scatola ed estrarne una corta, tondeggiante composizione di quelle che parevano erbe selvatiche fiorite.
"Beh. Io non so. Sembra...moderno." Commentò la donna con voce delusa. Viola stava per aggiungere il suo commento, stava cercando una qualche gentile menzogna su quello che le sembrava niente di più di un fascio di fiori di campo ben impacchettato, quando si rese conto della reazione di Beatrice.
I piccoli fiori giallo pallido, raccolti in spighe lunghe ed appuntite facevano da corona alle larghe, generose corolle delle margherite all'interno. Come macchie di colore, fra tutto quel bianco, spiccavano fragili i petali rossi e trasparenti dei papaveri, mostrando gli stami vulnerabili. Lunghe erbe taglienti, dal bordo liscio, circondavano i fiori e ne legavano i gambi, come a proteggerlri ed abbracciarli.
Bea si portò alle labbra le dita, nascondendo la bocca che iniziava a tremare.
Doveva essersi preso un'ora, in quel giorno tanto frenetico, pensava, mentre cercava di ricacciare le lacrime indietro per non rovinarsi il trucco, almeno un'ora e non molto tempo prima. I fiori selvatici, lo sapeva, durano poco.
Lo immaginò scendere dall'auto, dopo aver guidato abbastanza da raggiungere un prato. Nella mente, senza difficoltà alcuna, lo vedeva dare un'occhiata al quadrante dell'orologio prima di addentrarsi fra l'erba alta del giugno inoltrato ed iniziare a scegliere gli steli, uno per volta, ripulendoli gentilmente dalle foglie alla base, con un sorriso che gli appariva come un lampo sul viso concentrato ricordando di volta in colta ogni corolla, ogni foglia.
Fu quell'immagine, tanto realostica da risultare ai fatti reale per lei, in quel momento, quel pensiero, del tempo he doveva averci speso con la schiena china e le ginocchia piegate sotto il sole impietoso, lui che il sole non lo amava affatto, a farle perdere la sua battaglia. Una lacrima traboccò dalle ciglia e scavò una riga lucida sulla cipria colorita.
"Che succede?"
"Sono i nostri fiori." Spiegò Beatrice a Dora e Viola che la guardavano impietrite. "Quelli che raccoglievo da ragazzina per infilarglieli nella cintura e nei capelli, d'estate. È andato a prenderli."

II

Dario sospirò stizzito e disfece tutto per quella che gli pareva la centesima volta.
"Oh, tutto a posto, socio?" Andrea lanciò le gambe in avanti scendendo dall'alto davanzale su cui si era appollaiato e si avvicinò all'amico "ti dò una mano?" Si offrì.
"Non mi serve nessuna mano. È un nodo. Lo so fare un nodo. Un nodo Windsor. Lo faccio tutti i giorni, lo so fare a memoria. Non mi serve una mano." Replicò secco, riprendendo l'ennesimo tentativo. Gliel'aveva insegnato sua madre, quello e anche altri modi di farlo, quando ancora era bambino. Ricordava le mani morbide che guidavano le sue, nel gioco di passare sopra, sotto e tutt'attorno, creando come per magia effetti diversi a seconda del giro. Chiuse glo occhi per un attimo e si impose il controllo. Non poteva farsi prendere dalla nostalgia, adesso, a meno di un'ora dalla cerimonia. Fuori discussione.
"Socio? Lascia fare a me. Ti tremano le mani." Andrea si avvicinò e gli scostò le mani co fare paziente, gentile, quasi materno. "Guarda diritto, che se no non ci riesco. Allora. Sei proprio sicuro di voler fare questa cosa?"
"Quale cosa?" Chiese Dario stranito, costringendosi a rimanere fermo mentre l'altro maneggiava impacciato la sua cravatta.
"Sposarti. Dico, non mi sembri esattamente traboccante di gioia."
"Ah, ma fottiti. È logico che voglio."
"Hai un vestito completamente nero."
"E tu un cervello totalmente bacato. Mi sta bene, questo vestito. È elegante."
"È da becchino. E il nero non era il colore del lutto?" Andrea trinse lentamente il nodo e poi si allontanò di un passo, rimirando l'opera.
"Grazie. Tradizionalmente i maschietti si vestono di nero, al loro matrimonio. O tu pensi che ci andrai avvolto nello chiffon color pesca?" Andrea scrollò la testa.
"Io non me la lascio fare una cosa del genere. Neanche morto. A me non mi acchiappano." Dario ridacchiò dal fondo della gola vedendo la smorfia di sincero orrore sul viso dell'amico e si avvicinò allo specchio per sistemare gli ultimi dettagli.
"E immagino che Elena questo lo sappia."
"Assolutamente. È una persona ragionevole, lei. Non ha smanie di matrimoni o di figli, grazie a dio."
"Niente piccolo Vasirani a infestare il mondo?" Andrea rabbrividì platealmente.
"No, no. Puoi stare tranquillo. A ogni modo, se hai cambiato idea fai ancora in tempo. La cuginetta si incazzerà un filo, ma vedrai chenpoi le passa." Dario si passò per la millesima volta le dita fra i capelli. Non c'era altro da fare e la cosa in sé lo metteva in agitazione più di quanto volesse ammettere. Non sopportava di non avere qualcosa che lo tenesse impegnato, mentre aspettava l'ora adatta a partire. Avrebbe voluto Bea vicino. Sentiva quasi il bisogno fisico di ascoltare la sua voce, di chiederle se anche lei si sentisse sopraffatta dall'emozione, nonostante tutti i loro tentativi per rendere quella giornata il più tranquilla e distesa possibile. Sbirciò l'ora e si domandò se fosse azzardato provare a chiamarla. Probabilmente non gli avrebbe risposto, quasi certamente, adesso, il suo cellulare si trovava ficcato ben in fondo alla borsetta di Viola, spento.
Occhieggiò con desiderio il proprio telefono, che lo aspettava, nero e muto come al solito, appena oltre la soglia.
Resistette ancora un dminuto, mentre il flusso inesausto delle parole di Andrea gli scorreva addosso senza lasciare traccia nella sua coscienza, poi varcò la porta che immetteva nell'ingresso e prese il telefono in mano.
Nel peggiore dei casi non glo avrebbe risposto. Di certo, altro non poteva succedere.
Si accorse che il cellulare era spento e si domandò, con un guizzo di ansia, se Bea avesse provato a chiamarlo senza potergli parlare.
"Dai, coglione, stai calmo. Lo sanno chendevono chiamare sul mio, l'ho detto a tutto il gallinario." Chiosò beffarda la voce di Andrea alle sue spalle. Dario gli rivolse un'occhiataccia accendendo il telefono.
"L'hai spento tu, brutto cagacazzi che non sei altro? E dirmelo? Farmi presente che lo stavi facendo? Era troppo complicato? Non ce la fa quella manciata di rotelline che ti hanno sparpagliato nel cranio, a gestire un'azione e una comunicazione insieme?"
"Dai, Dario, stai calmo."
"Sono calmo. Solo non mi piace che sintocchino le mie cose."
"Hai paura che abbia cambiato idea lei?" Andrea lo guardò con sincero interesse e Dario sentì la pelle accapponarsi sotto la leggera camicia bianca.
"Dovrebbe essere una battuta, Vasirani? Perché non sto ridendo, nel caso tu non l'abbia notato."
"Ah, si? Ma ridi, anche, tu? Ti hanno programmato anche quella capacità lì?"
Dario stava per ribattere qualcosa, si stava concentrando in cerca della risposta migliore, quando il telefono prese a squillare.
Aveva quasi scordato che lo stava tenendo in mano e per poco non lo lasciò cadere per la sorpresa. Rapido, lo rigirò nel pamo per vedere il display illuminato, e il sorriso tirato che gli stava nascendo sulle labbra morì rapidamente.
Andrea lo vide sbiancare, come se il poco colore del suo viso defluisse verso il basso, in cerca della potezione offerta dal nero, formale completo che indossava.
"Tutto bene?" Gli domandò a voce bassa. Dario gli ripose sollevando l'indivr, per chiedergli di fare silenzio, e poi portò il telefono all'orecchio con un gesto brusco, come se temesse dinperdere il coraggio dinrispondere, attardandosi a riflettere un attimo di più.
"Cosa vuoi?" Chiese cauto.
"È oggi che ti sposi?"
"Si. Ci sposiamo oggi. Fra quaranta minuti. Cosa vuoi?" Dall'altra parte veniva il ritmico rumore di un rrspiro pesante, simile ad una risacca. Dario mantenne il silenzio, deciso ad aspettare la risposta alla sua domanda senza cedere al senso di disagio che gli faceva sentire il bisogno dinparlare, di dire una cosa qualunque, pur di riempire quel vuoto.
"Auguri, mezza sega." Disse ancora la voce dall'altro capo del telefono. Il tono era strano, come recalcitrante, ma le parole vennero pronunciate chiaramente, quasi scandite, come se fosse preciso desiderio di Lucio non essere frainteso. Poi la comunicazione si interruppe.
Dario non abbassò il telefono. Lo portò dall'orecchio a davanti gli occhi, cercando una conferma di ciò che aveva sentito in quello che vedeva.
Niente saluti.
Nessuna parola di riconciliazione.
Solo 'auguri', senza aggiungere altro.
"Vuoi veramente tirarmi scemo, eh, vecchio stronzo puttaniere?" Mormorò al telefono.
Andrea lo guardava stranito. Dario era pallido, visibilmente turbato, e stava insultando il suo cellulare, mentre lo fissava tenendolo di fronte agli occhi, nel tono affettuoso che si riserverebbe ad una persona cara. Solo per un momento, Andrea si chiese se non gli avesse definitivamente dato di volta il cervello, poi si schiarì piano la voce.
"Dario? Tutto a posto?" L'amico si voltò verso di lui annuendo appena, le labbra che sporgevano nella smorfia che gli era abituale.
"Era mio padre."
"Ah. E...tutto a posto?"
"Si, Andre. A posto. Vogliamo andare?" Andrea gli sorrise.
"Se sei davvero sicuro..."
Uscirono nel pomeriggio di giugno e vennero immediatamente avvolti dalla luce, ancora quasi perfettamente perpendicolare nonostante l'ora, come sparendo in un altro mondo.

giovedì 4 dicembre 2014

50

Andrea uscì per primo nell'aria tiepida della sera di giugno. Erano i giorni più lunghi dell'anno e, nonostante l'ora tarda, un sottile barbaglio di luce permaneva all'orizzonte. Si voltò verso Dario che stava chiudendo la porta di casa.
"Stasera guido io, quindi rassegnati a prendere la mia macchina."
"E per quale ragione, se è lecito?"
"Per la ragione che prevedo che tornerai a casa messo in una maniera che è meglio se non guidi." Dario inarcò un sopracciglio. "Sai? Addio al celibato? Alcol, droga..."
"Non se ne discute. Minimamente, proprio. Io non assumo né alcolici né psicotropi. Scordatelo." Andrea si accigliò. Certe volte proprio non arrivava a capirlo. Si rendeva conto che era un bene il suo atteggiamento rigoroso nei confronti di certe cose, che forse avrebbe dovuto farlo suo, ma portarlo fino a quel punto gli pareva eccessivo. Salirono comunque sulla sua auto, senza aggiungere altro, e, non appena salito, Dario accese una sigaretta. L'amico lo guardò con disapprovazione e lui sorrise.
"Ma scusa, mi parli di una serataccia droga, alcol e dio sa cosa e poi non posso fumare?" Andrea scrollò la testa.
"Come se tu avessi idea di che cazzo è una 'serataccia', principino." Una risata gutturale dell'amico lo colse di sorpresa. "Cosa? Non mi dire che ai tempi gloriosi ne hai avute anche tu, di notti brave. Cosa facevi, ti trovavi con gli altri malati di mente e vi scambiavate le pilloline magiche?"
"Che palle, barattolo! Mollaci! Non è che uno debba per forza raccontarti la storia della vita minuto per minuto così, per principio. Si, comunque, all'università mi è capitato di uscire a divertirmi. Va bene? Soddisfatto?"
"Ah, se sei soddisfatto tu..."
Trascorsero i minuti successivi in un silenzio disteso. Dario osservava la città scorrere fuori dal finestrino, con la mente una volta tanto vuota, sgombra. Finì la sigaretta e gettò il mozzicone fuori, guardandolo rimbalzare in una minuscola esplosione di scintille luminose sull'asfalto.
"Andre?"
"Si?"
"Dove stiamo andando?" Andrea sorrise con gli occhi sulla strada.
"In un posto da addio al celibato." Dario arricciò le labbra scoprendo i denti.
"Non stai parlando di uno di quei posti squallidi dove ci sono delle donne pubbliche che sventolano tutto all'aria mentre la gente negli angoli si masturba, vero? Vero che tu non me la faresti mai, una cosa del genere?" Andrea respirò lentamente.
"Suppongo che certi postacci non siano alla tua altezza."
"Mi fanno schifo. Sono sporchi. La gente che c'è dentro è sporca. E poi Bea non sarebbe precisamente entusiasta, se sapesse che ho passato la serata a guardare..."
"Delle donne pubbliche?" Andrea rideva.
"Beh, si. Preferirei evitare la litigata conseguente se non è troppo disturbo. Si può sapere cos'hai da ridere, testa di cazzo che non sei altro? " gli chiese alla fine, già contagiato per metà dall'ilarità dell'amico.
"Donne pubbliche? Hai seriamente detto donne pubbliche? Ma tu sei malato forte, compare!"
"Perchè, sentiamo, tu giovane che vive fra i giovani, come diresti?"
"Sono delle zoccole, Dario! Delle troie, se preferisci. Donne pubbliche! Dio ci salvi! Poffare, passami il nettastivali!" Ormai Dario rideva senza ritegno, coprendosi il viso con le mani.
"Io non parlo così, stronzo! Parlo normale!"
"E questo è il vero, eziandio!"
"Senti, solo perché tu ti ostini a giocare all'adolescente a trenta e passa...anzi, più passa che trenta, oramai..."
"Oh! Piano con le parole, che ti butto giù dalla macchina!"
"Si, va bene, tanto con la velocità che facciamo se cammino veloce ti affianco."
Le risate si spensero piano e di nuovo fra loro calò un amichevole silenzio. Dopo poco Andrea si volse verso l'amico, in un movimento rapido del collo che voleva più richiamare la sua attenzione che vederlo.
"Oh, allora, dove vuoi andare?" Dario si strinse nelle spalle.
"Cosa vuoi che sappia io? Dove vai tu di solito per divertirti?" Andrea si morse le labbra pensieroso.
"Ah, quando voglio stare tranquillo vado al bowling, o al pub. Ti piace uno dei due?" L'altro si grattò delicatamente la fronte.
"Mai stato al bowling. Che roba è? "
"Tu non mi crederai, ma si gioca a bowling. E poi c'è tutta la solita roba, hai presente, macchinette, sala giochi..." Al limite estremo del suo campo visivo, vide Dario raddrizzarsi sul sedile come se l'avesse punto qualcosa. Volse lo sguardo verso di lui. Era attento, quasi teso. "Ho detto qualcosa di male?"
"No, no. Dicevi del bowling? C'è una specie di sala giochi?"
"Non me lo dire. Vai matto per quelle trappole da bamboccini?" Dario rimase in silenzio e l'amico, con un verso che era a metà fra uno sbuffo e un sospiro, mise la freccia e cambiò strada.
Andrea non sentiva il bisogno di chiedere oltre. La vigile tensione del corpo e l'espressione di Dario avevano pienamente risposto alle sue domande. Pareva un bambino che non trovi il coraggio di chiedere un gioco per cui spasima da tempo immemorabile e tale fu la sua reazione quando, parcheggiata la macchina nel vasto spiazzo di fronte al locale, scese e si fermò a rimirare la chiassosa insegna illuminata.
Con le braccia diritte lungo i fianchi e la solita postura rigida da nobile, appariva tuttavia talmente pieno di gioiosa anticipazione da riuscire a stento a contenersi.
Andrea si mosse verso l'ingresso e se lo trovò a fianco, che camminava come cercando di darsi un contegno. Era quasi impossibile resistere alla tentazione di prenderlo un po' in giro, con quel viso atteggiato a distaccata indifferenza e gli occhi che saettavano da ogni lato, tentando di vedere tutto contemporaneamente.
"Dai, andiamo a farci una partita. Ti insegno, anche se in due non è questo granché." Gli disse Andrea, mentre attraversavano l'area dedicata ai rumorosi giochi elettronici diretti alle piste. "Si tratta di un gioco di precisione, quindi dovrebbe anche piacerti. Se vuoi..." si fermò,  rendendosi conto di parlare con l'aria. 
Dario era fermo nel bel mezzo dello spazio creato dai videogames, immobile, come abbacinato.
"Dario, ci sei mai stato in una sala giochi tu?" Andrea era tornato indietro e lo osservava incerto fra l'esasperazione e la pena. L'altro scosse appena il capo in un gesto di diniego. Si umettava le labbra, in una inconsapevole manifestazione di desiderio. "Ho capito. Fammi indovinare, non ti era permesso entrare in quei postacci mal frequentati?" Dario annuì appena. I suoi occhi non sfioravano mai l'amico, apparentemente intenti ad assorbire tutto ciò che accadeva intorno. Andrea sospirò. L'età media dei frequentatori doveva aggirarsi sui tredici anni. Si sentiva in imbarazzo, fermo a quel modo nel bel mezzo di quella che altro non era se non un area di gioco per bambini cresciutelli, ma sapeva riconoscere una sfida superiore alle sue forze, quando ne vedeva una. "Dario? Malatesta? Mi senti?"
"Si. Si, certo. Dimmi." Dario parve riscuotersi dal suo rapimento per guardarlo in faccia e Andrea annuì.
"Adesso tu mi aspetti qui, buono buono un minuto. Stai fermo. E non spaventare i bamboccini." Gli occhi dell'altro si spalancarono d'indignazione.
"Io non spavento nessuno!" Andrea sventolò una mano.
"Si, si, come dici tu. Fermo. Aspettami."
Dario lo guardò allontanarsi verso il lungo bancone sul fondo, domandandosi cosa mai avesse in mente. Poi il suo sguardo venne di nuovo attratto, in modo irresistibile, dagli schermi pulsanti e lampeggianti attorno a lui, tanto che quando Andrea tornò ne venne colto totalmente di sorpresa.
"Apri le mani, coglione."
"Cosa..."
"Tu stai zitto e apri le mani." Dario eseguì, perplesso, e guardò con muta costernazione l'amico riversare sui suoi palmi tesi quella che pareva una cascata di monetine argentate. "Gettoni. Tutti quelli che vuoi. Vai, gioca, divertiti."
"Andre, io..." Dario guardava ora lui, ora le sue mani ancora tese e piene. Era evidente che non sapesse cosa fare. Andrea si sentì come dovevano sentirsi quelle star del cinema che un bel giorno decidono di piombare in qualche paese sottosviluppato per adottare un bambino. Gli pareva di essere un vero privilegiato, in quel momento, per il solo fatto di sentirsi perfettamente a suo agio in un ambiente del genere.
Sfoderando il suo sorriso migliore, quello chedi norma riservava ai colloqui di lavoro e a suo tempo aveva riservato agli approcci galanti, posò una mano sulla spalla di Dario e lo sospinse delicatamente verso i giochi che lo attorniavano. La reazione fu istantanea.
"Okay, okay, vado. Non mi toccare." Gemette Dario quasi saltando in avanti per sottrarsi alla sua mano.
"Non ti tocco. Vai a giocare." Andrea sogghignava, guardandolo avvicinarsi esitante, imbarazzato, dalla folla di ragazzzini che gli sciamavano attorno ostentando camminata sciolta e vestiti colorati, mentre, con una certa fatica, si infilava nelle tasche i gettoni.
Esitò per un attimo, come perso nel mezzo della marea di luci e suoni insistenti che lo attorniavano, prima di avvicinarsi ad uno dei grossi giochi alla parete.
Andrea lo seguiva, ad un paio di passi di distanza. Lo guardò mentre un sorriso, dapprima contenuto, quasi vergognoso, gli saliva al viso, per poi illuminarglielo per intero. Mano a mano che alle partite si susseguivano altre partite, ai giochi altri giochi, vide le spalle dell'altro rilassarsi, la rigidezza della sua schiena, del suo viso, che da sempre lo caratterizzavano ai suoi occhi, sparire lentamente.
Dopo appena un'ora, la lunga figura dinoccolata di Dario si mescolava alla perfezione fra quelle più esili degli adolescenti attorno, in barba agli anni di più ed ai vestiti formali che indossava.
Andrea si procurò una birra e rimase a guardarlo, le anche appoggiate alla parete.
Ci rimase per più di un'ora, fino a quando Dario, avvicinatosi ad un grosso videogame che ostentava, montate su vistosi sostegni a fondina, due pistole giocattolo dagli improbabili colori fluorescenti, non lo apostrofò con un franco, largo sorriso.
"Qui si gioca in due." Gli disse, inarcando le sopracciglia in un invito sottinteso.
"Dai, fai da bravo, prova a fare amicizia con gli atri bambini. Non te l'hanno insegnato, a giocare tutti assieme?" Senza preavviso, Dario gli si avvicinò e gli assestò una spinta, rapidissima e innocua, sulla spalla. Andrea si ritrovò a ridere. Era la cosa più vicina ad una forma di contatto fisico che l'altro riuscisse a concedersi. "Va bene, va bene. Ma poi non restarci mica male quando vinco io."
"Se vinci tu." Rimarcò l'altro con aria di sfida. I suoi occhi chiari brillavano. Pareva avere una decina d'anni in meno, in quel momento.
Si avvicinarono a passi lenti al gioco ed impugnarono le pistole.
Era divertente, pensò fra sé e sé Andrea, poco dopo. Per quanto fosse un passatempo da bambini, era innegabilmente divertente.
Dario dimostrava di avere mira e riflessi migliori di quanto lui credesse e si ritrovò ad impegnarsi per batterlo, realmente desideroso di strappare una vittoria a quello stupido scatolone.
Gli servivano entrambe le mani, così fece per appoggiare la bottiglietta di vetro verde da qualche parte, senza riuscire a vedere alcuna superficie utilizzabile.
"Dai, se ti servono due mani, minorato che non sei altro, vuol dire che ti aiuto." Il tono di Dario era di nobile concessione, ma la sua espressione era scherzosa, con la punta della lingua appena visibile fra i denti scoperti da un ghigno amichevole. Gli sfilò dalle mani la birra e, in un unico movimento, senza staccare gli occhi dallo schermo, se la portò alle labbra.
Andrea non disse nulla. Era affascinato dalla fondamentale trasformazione che stava avvenendo sotto i suoi occhi. Si disse che, per quanto gli fosse parso di vederlo più rilassato e allegro nei mesi precedenti, non aveva mai sospettato che l'amico potesse essere così, ma poi corresse se stesso. Lo ricordava in uno stato simile sul campo di basket, ancora ai tempi del liceo, quando i punti si sommavano ai punti lasciando intravedere la vittoria imminente.
Non gli disse nulla. Non gli ricordò della sua affermazione di inizio serata, quando gli aveva detto, nel solito tono truce, che non avrebbe fatto uso di alcolici. Attese invece l'intervallo fra una partita e l'altra per scivolare rapido verso il piccolo, disadorno bar addossato ad una delle pareti e procurarsi altre due bottiglie.
Il gioco stava ricominciando, quando ne fece scivolare una in mano a Dario, che la guardò accigliato come se si trattasse di un manufatto alieno.
"Dai, compare, è una birra. Cosa vuoi che ti faccia, una birra? La bevono anche i ragazzini!" Dario scrollò le spalle e ricominciò a giocare, accettando di buon grado le parole dell'amico.
Vinse una partita via l'altra, ridendo sempre più irrefrenabilmente alle parolacce che Andrea si lasciva sfuggire ad ogni bersaglio mancato. Per qualche tempo si concentrano solo sul chiassoso compito di eliminare i nemici che apparivano in un'interminabile litania di suoni distorti sullo schermo, poi iniziarono a guardarsi attorno.
Si staccarono chiacchierando di sciocchezze nostalgiche sugli anni della loro adolescenza dalle pistole colorate ed iniziarono ad additarsi l'un l'altro nuove sfide, provando a turno ciascuno dei giochi che potevano fare insieme.
Andrea provvide affinché entrambi avessero sempre da bere. Dopo poco più di un'ora, Dario smise di opporre resistenza ogni volta che si vedeva comparire in mano una delle sottili bottiglie verdi e parve accettarlo come un dato di fatto.
"E quindi" Borbottò Andrea con gli occhi fissi alla finta strada tutta curve della simulazione di corse cui si stavano dedicando "ce l'avevi sul serio con me da ragazzini eh, compare?"
"Ti avrei preso a schiaffi dalla mattina alla sera" confermò Dario serissimo, interrompendosi per affrontare una curva particolarmente impegnativa "poi pausa per la cena, e poi dalla sera alla matttina." Andrea ridacchiò.
"Ma dai. Ero un adorabile giocherellone."
"Eri una testolina di cazzo che giocava al genio ribelle. E poi puntavi la mia Bea. Già solo quello bastava."
"Gelosone!" Lo apostrofò l'altro in falsetto, speronandolo col fianco dell'auto virtuale. Dario reagì allungandogli una spallata. Rideva senza emettere alcun suono, con il naso arricciato in una smorfia divertita.
"E poi piantala di chiamarmi compare. Mi fa schifo."
"Ah, va bene socio, contento te. Ma che cazzo ne potevo sapere io, che voi due stavate assieme, eh? All'inizio pensavo che foste fratelli, pensa un po'!" Dario scosse le spalle.
"Non sarebbe cambiato un cazzo." Sentenziò con voce decisa, posando delicatamente a terra, al suo fianco, la bottiglia ormai vuota.
"Beh, sarebbe cambiato si, socio. Insomma, se Bea fosse stata tua sorella..."
"Non sarebbe cambiato un cazzo, ribadisco." La corsa sullo schermo finì e loro si trovarono a guardarsi, Andrea evidentemente perplesso, Dario con l'espressione distaccata e lievemente incuriosita di chi studia un fenomeno marginale eppure interessante. "Credi davvero che non l'avrei amata così se fosse stata mia sorella? Che per me chi siano i suoi genitori abbia importanza? Dopo tutti questi anni, ancora non l'hai capito?" Un brivido involontario scosse appena le spalle di Andrea, mentre guardava il viso serio dell'amico, cercando nel suo sguardo una minima esitazione, un barlume di incertezza. Non ne trovò,  ma trovò invece una generica forma di eccessiva concentrazione che conosceva fin troppo bene.
"Dario? Sei ubriaco?" Una sottile linea verticale si formò fra le sopracciglia dell'altro mentre rifletteva con estrema attenzione su questa domanda.
"Può essere." Ammise prudentemente. Andrea scosse la testa.
"Possibile che tu sia astemio fino a questo punto? C'è da vergognarsi, lo sai?" Dario annuì, come convenendo su un'affermazione di imponderabile gravità. "Dai, andiamo fuori." Sospirò Andrea. "Forse è il caso che tu prenda un po' d'aria."

La serata si era rinfrescata parecchio, o forse erano loro, ormai assuefatti al caldo opprimente del locale, a sentire fresca l'aria che li accolse non appena raggiunsero il parcheggio, ma l'effetto fu comunque paradisiaco.
Dario diede in un lungo respiro e posò la schiena contro il muro dell'edificio, stirandosi come un gatto, mentre Andrea apriva l'auto, parcheggiata lì a fianco. Le frecce mandarono un lampo e poi lui aprì lo sportello e si appoggiò con le braccia conserte alla portiera.
"Che fai? Sali? Andiamo da qualche parte?" Dario scosse la testa. Un'ombra di sorriso gli indugiava ancora sul volto, rendendo la sua espressione singolare ed accattivante.
'Se fosse così più spesso' pensò Andrea 'non avrebbe dei gran probleni a farsi degli amici.'
"Penso che starò qui un po', se non ti secca, a farmela passare. Anzi." Aggiunse poi come per un ripensamento, prima di lasciarsi scivolare contro il muro con la lenta prudenza di un circense che si accinge ad un esercizio rischioso, funendo per sedersi a terra, con le ginocchia alzate fra lui e l'amico. "Già che ci sono, tanto vale che stia comodo."
"Ah, non c'è male, come comodità, il parcheggio di un bowling in mezzo al niente." Nonostante l'assurdità della situazione, o forse proprio a causa di essa, Andrea riusciva a stento a rimanere serio, guardando il viso svagato e fondamentalmente allegro dell'altro. "Cosa faccio, accendo la musica? Stiamo qui?" Dario si strinse nelle spalle.
"Si, perché no? Perché dovrei andare a infilarmi in mezzo a dell'altro casino? Si sta bene, qui." Andrea scosse il capo ostentando un disprezzo che non provava e allungò la mano all'interno dell'abitacolo per accendere l'autoradio. Quando ne riemerse, stringeva un accendino di plastica gialla, da pochinsoldi, che illuminò il suo profilo con una fiammella incerta, mentre copriva con un passo la distanza che lo separava dall'amico e si sedeva a terra al suo finco, le gambe allungate di fronte a sé.
Dario lo osservò perplesso per un attimo.
"Pensavo che non fumassi."
"Non è una sigaretta, scemo." Lo riprese blandamente l'altro offrendogli un tiro. Dario guardò la sua mano tesa increspando le labbra.
"Ecco, vedi, questo non lo dovrei fare." Commentò a mezza voce prima di accettare.
Per un paio di minuti si lasciarono cullare dalla musica sottile che arrivava fino a loro dallo sportello lasciato aperto. Poi Andrea tornò improvvisamente serio.
"Di', ma eri serio davvero?"
"Cosa?"
"Quando prima hai detto che per te non avrebbe fatto differenza neanche se fosse stata tua sorella. Eri serio?"
"Mm."
"Per la porca puttana, ti saresti scopato tua sorella?" Dario sorrise guardando fisso di fronte a sé.
"Se me l'avesse lasciato fare, si. Puoi giurarci. Senti, Andre, ma chi se ne frega? Non è mia sorella." Andrea annuì,  le sopracciglia ancora inarcate.
"Giusto. Grazie a dio. Però guarda che sei strano, eh? Insomma sembri praticamente la personificazione del rigore...mai un particolare fuori posto, per la miseria, non sembri neanche umano. E poi ti faresti anche tua sorella e dai di matto davanti ai videogames!"
"Che ci vuoi fare, Vasirani. È la vita." Commentò Dario con un mezzo sorriso. "E poi non sono così rigido come pensi. Sul serio."
"Ma se con tre birre sei già mezzo andato e guardi una cazzo di canna come se fosse una pistola! Chi vuoi prendere in giro? Che non ti ho mai visto neanche bere un dito di vino a cena, ma dai!" Lo canzonò Andrea.
"Magari ho i miei motivi, barattolo, ci hai mai pensato? " il viso di Dario rimase atteggiato ad un sorrisetto sghembo.
"Tipo? Una delle tue regole inventate da schizzato?" Dario prese un lungo respiro e spostò lo sguardo, ruotando il collo fino a guardare di fonte a sé. Dal silenzio fra un pezzo e l'altro, alla radio, emerse a fatica un complesso arabesco di note di chitarra. Lo riconosceva benissimo. Lo aveva ascoltato centinaia di volte, durante tutta la sua giovinezza. I Queen erano sempre stati i suoi preferiti. Forse perché quella musica, arrivata dal niente, gli parve un segno o forse per il puro desiderio di dare, ancora una volta nella vita, la risposta corretta, Dario prese un lungo respiro e decise di rispondere.
"Tipo il fatto che alcol e psicofarmaci non sono una buona combinazione di cose, ad esempio. In particolare se parliamo di antipsicotici. Mi pare un buon motivo, tu che ne dici?" Scrutò l'amico con una rapida occhiata in tralice, senza muovere la testa, e lo vide ammutolire. Chiuse gli occhi per un attimo, sentendosi sospeso, in attesa della sua reazione.
"Tu...? Sei serio? Non stai sparando cazzate." Andrea sentì il sangue affluirgli al viso. Si sentiva scottare le guance. Dario annuì impercettibilmente.
"Dai, Andre, non serve che reagisci così. Non sono mica pericoloso." Tentò di mascherare con un sorriso il senso di disagio che gli andava crescendo in petto, risalendo in gola, trasformandosi nel familiare dolore che si annidava, ammutolendolo, appena dietro il pomo d'adamo. Andrea lo fissava, sempre più rosso in viso, come se non riuscisse a riprendere fiato. Non aveva mai voluto dirgli nulla di quella faccenda, proprio temendo una reazione simile, ed ora, se solo l'avesse potuto, avrebbe volentieri riacchiappato le sue parole dall'aria, per cancellarle. Non potendolo, gli rimaneva l'unica alternativa di aspettare che l'amico parlasse di nuovo.
"Cristo..."
"Dai, Vasirani, non è mica contagioso..."
"No, è che...oh, cristo..."
"Andrea? Hai qualcosa di particolare contro i pazienti psichiatrici?  Perché è il momento giusto per dirlo." Dario strinse le labbra, comprimendole ad una linea sottile. Andrea non riusciva nemmeno a guardarlo in faccia. Per una volta tanto, quella che pareva essere una fonte inesauribile di parole si era temporaneamente inaridita. Attese in silenzio, conscio che ad ogni attimo passato a quel modo gli asarebbe stato più difficile parlare quando sarebbe stato il momento di farlo, ma senza riuscire a trovare nulla che valesse la pena di essere detto.
"Dario." Dario sollevò un sopracciglio, interrogativo, invitandolo a continuare. Di più non riusciva a fare. "Oh, merda. Dario, io è una vita che tinprendo in giro dandoti del matto, dello schizzato, del fuori di testa...e tu...porca miseria, sto morendo di vergogna."
Come per magia un peso enorme si sollevò dal petto di Dario. Erano le ultime parole che si sarebbe aspettato di sentire, a commento della sua rivelazione, ma sembravano buone. Gentili. Non vedeva traccia né di pregiudizio né di scherno sul viso dell'amico. Scrollò le spalle, pervaso da un sollievo dolce quanto la notte che lo circondava. Il noo nella sua gola si era sciolto, sparito, come non fosse mai esistito.
"A posto. Avevi anche ragione, visto? Goditela. Non ti capita spesso, di aver ragione, Vasirani."
"Cazzo, mi dispiace."
"A posto. Sul serio."
"Certo che potrvi dirmelo, anche tu!"
"Non mi piace parlarne." Di nuovo Andrea ammutolì. Nonnpoteva certo dargli torto. Una cosa del genere, nemmeno lui avrebbe voluto che si sapesse in giro. Certo, non era colpa di Dario. Non era nemmeno una colpa, a voler essere sinceri. Ma lo stesso capiva perfettamente per quale motivo l'altro non desiderasse parlarne più dello stretto indispensabile.
"Okay. Certo." Biascicò poi per tutta risposta. Guardò Dario come se lo vedesse per la prima volta, la lunga figura raccolta, con le ginocchia alzate a fare da scudo fra lui e il mondo intero e il viso spigoloso fisso ad un punto lontano. Aveva ben più coraggio di quanto gliene si attribuisse ad un primo sguardo, riflettè Andrea. Riuscire a parlare di cose del genere richiedeva più coraggio di quanto se ne sentisse addosso lui stesso. Cercò in fondo alla mente il suo solito, vecchio, comodo sorriso e faticò a trovarlo. Se mai gli era servita una prova dell'amicizia chenli legava, ora era certo di averla. "Senti. Grazie di avermelo detto." Dario sollevò una mano in un gesto spiccio, che minimizzava l'importanza dell'accaduto.
"E tu, Andrea? Qual è il segreto? Me lo dici?"
"Nessun segreto." Dario sbuffò una voluta di fumo dolciastro e gli porse una mano fra le cui dita splendeva fioca la brace.
"Riformulo. Cos'è che nasconďi con tanta cura, si può sapere? Perché nessuno è così come fai vedere tu. E soprattutto non lo sei tu. Perciò mi domandavo: cos'è?"
"Niente. Non c'è niente, te l'ho detto. Solo quello che vedi. Okay?"  La voce di Andrea era scesa ad un tono basso e sbrigativo, tanto lontano dal suo solito modo di parlare da procurargli un'ulteriore occhiata di sbieco.
"Okay. Scusa. Tranquillo."
"Insomma, non è che tutti quelli che si comportano in modo decente nascondano per forza qualcosa."
"Ho chiesto scusa, Andre."
"Non c'è niente e basta."
"Okay."
"Basta che ci capiamo."
"Capito." Dario riappoggiò la testa al muro alle sue spalle e Andrea diede un ultimo tiro prima di sbriciolare lentamente sull'asfalto accantona lui il mozzicone. La canzone era cambiata ed ora dalla radio usciva innun gemito una canzone d'amore melensa, che lo infastidiva. Ad essere sinceri, tutta quella situazione ridicola lo infastidiva. In un momento gli parve di vedersi dall'esterno e si chiese come fosse arrivato lì dov'era, seduto a terra in un punto in cui probabilmente di norma pisciavano cani e ragazzini in vena di trasgressioni caserecce, di fianco a quella che forse era la persona più noiosa ed indisponente dell'universo, ad ascoltare una canzoncina stupida dalla radio della sua macchina, senza nemmeno starci dentro. Sbuffò forte, come per espellere tutti quei pensieri tinti di scuro che gli si affollavano per la testa come uccelli impazziti. Il silenzio non pareva dare alcun fastidio a Dario, che rimaneva immobile come una statua di marmo bianco, senza dar segno di notare la sua irrequietezza. E probabilmente era perfino vero, riflettè Andrea, non se ne accorgeva sul serio. Del resto, non era mai stato particolarmente sensibile agli stati d'animo altrui, cosa che non era certamente gradevole per chi si trovava a stargli accanto. Alle volte, pareva davvero di marmo, dentro e fuori, e il fatto di avere qualche problema al piano superiore  non lo giustificava di ogni cosa.
D'un tratto, Andrea si sentiva arrabbiato con Dario. Era colpa sua, come al solito, se si trovavano in una situazione ai limiti dell'assurdo.
"Beh, dì un po', a pare la tendenza all'incesto e i disturbi mentalo, c'è altro che dovrei sapere di te?" Gli chiese in tono brusco. Dario si passò le mani sul viso e poi cercò le sigarette nel taschino della camicia con un grsto che una lunga abitudine aveva reso aggraziato.
"Si. Ho avuto qualche problema di dipendenza, durante i primi anni di università." La sua voce era calma, ma molto lontana dalla piatta indifferenza che gli era solita. Bassa e morbida, era la stessa voce che Bea avrebbe riconosciuto all'istante per averla sentita una vita intera. Era la voce di Dario, così come suonava qua do decideva che nessuna minaccia incombeva in un prossimo futuro.
Andrea lo osservò per un momento.
"Dipendenze...tipo da sostanze stupefacenti?" Chiese, sentendosi stupido nel momento stesso in cui formulava la domanda, ma s3nza riuscire a reprimere il bisogno di sentir confermata quella frase che gli pareva del tutto incongua. Sempre fissando il centro del parcheggio, Dario annuì lentamente.
"Sai com'è. Lontano da casa per la prima volta, abbastanza a pezzi...sul momento mi era sembrata una buona idea." Andrea si trovò ad annuire a sua volta, col pensiero rivolto ai suoi anni da universitario.
"Si. È un periodo strano, quello. Si fanno delle cose strane."
"Già."
"Insomma, chi può dire di essere uscito dal primo anno di università senza aver scoperto qualcosa che non si aspettava?"
"Giusto."
"Certo che però hai messo insieme un bel po' di roba per una serata sola, eh, socio?" Dario gli sorrise, sfiorandolo appena con lp sguardo.
"Cosa vuoi, se ti chiedo una cosa e ti incazzi, tocca che parli io. A te di quello che sto leggendo non te ne frega niente, per cui..." lasciò la frase in sospeso, a morire nell'aria. Andrea diede in una versione breve e stiracchiata del suo solito sorriso.
"E non hai paura che cambi giudizio su di te, a dirmi queste cose?" Dario annuì nuovamente.
"Eh, si, Andre. Ma paura o mica paura le cose stanno così. Perciò se devi giudicarmi male, tanto vale che tu lo faccia tutto in una volta, no?"
"Non è così facile."
"Lo è e come. Hai visto."
"E se ti dicessi che a me non va, che tu sappia certe cose?" Dario sogghignò.
"Non cinperdo il sonno, non ti preoccupare." Andrea ristette ancora un attimo, prima di parlare.
"E nel caso comunque non lo andresti a dire in giro?" Dario si voltò a metà.
"Perché, quello che ti ho detto stasera hai intenzione di dirlo in giro, tu?" Andrea scosse la testa.
"Il fatto è che non mi piace che si sappia. Non che ci sia niente da vergognarsi, ma è una cosa mia, privata."
"Nessuno ti obbliga, Andrea. Non stiamo giocando al baratto."
"Sono bisessuale, sai, Dario?" Dario inclinò il capo.
"In che senso?" Chiese lentamente, con prudenza. Andrea sbuffò.
"Nel senso che vado anche con gli uomini, deficiente!"
"Ci vai nel senso di farci sesso?" Gli occhi di Dario si erano arrotondati in grandi cerchi di stupore sincero.
"Si, Dario. Si. Ci faccio sesso, cosa dovrei farci, scusami?"
"Gesù!" Due grandi chiazze rossicce si spandevano sugli zigomi di Dario, in alto, appena sotto gli occhi. "Gesù cristo! Con degli uomini! Maschi!"
"Dario, per cortesia..."
"Ma perchè?" Il tono di puro sconcerto nella voce dell'amico "Perchè cazzo devi fare una cosa del genere?" Andrea lo osservava in silenzio. "Elena lo sa?" Gli chiese poi con aria quasi spaventata.
"Si, coglione, è logico che lo sa!" Dario ammutolì,  senza sapere più che dire. L'idea stessa di ciò che Andrea gli aveva appena detto era tanto lontana dal corso normale e provato dei suoi pensieri da lasciarlo basito. Sapeva, come chiunque, che esisteva chi preferiva partner dello stesso sesso, ma gli era completamente alieno il motivo per cui un uomo perfettamente in grado di stare con una donna dovesse mai desiderare un altro uomo. Si ritrovò a fissare l'amico senza riuscire a distoglierne lo sguardo, consapevole che avrebbe dovuto dire qualcosa, che avrebbe dovuto assicurargli che non era affatto importante ai suoi occhi, ciò che gli aveva appena detto, che non cambiava di un millimetro l'idea che si era fatto di lui, ed, al tempo stesso, completamente incapace di articolare parola nel turbine di domande che gli offuscava la mente. Erano talmente tante, le cose che avrebbe voluto chiedergli e talmente poche quelle che realmente avrebbe osato domandargli, che si sentiva come preso al laccio. Dopo quasi un minuto di quell'osservaziome muta, Andrea arricciò le labbra in un sorrisetto sprezzante.
"Lo sapevo, io, che finiva così. Figurati se uno come te poteva prenderla bene." Dario scosse la testa.
"No, aspetta, non devi pensare che..."
"Cosa? Che mi guardi come se fossi una razza aliena? Quello che si fotterebbe anche sua sorella e fra medicine magiche e anni allegri ha passato si e no quindici anni da sobrio? E poi guardi così me. Ma bravo!" Dario sospirò rumorosamente.
"Andrea, se ti dessi una calmata..."
"Cosa? Cosa mi diresti, che hai sbagliato espressione? La conosco, l'espressione. Ci sei rimasto di merda."
"È logico che ci sono rimasto di merda! Tu fai sesso con degli uomini, porca puttana, dei maschi!" Il sorriso di Andrea si allargò di qualche grado, prendendo una sfumatura velenosa.
"E immagino che il tuo paparino che ti ha addestrato per essere un bravo maschietto ti abbia insegnato che queste cose sono uno schifo." Ogni traccia di apertura si spense sul viso di Dario, tanto in fretta da far pensare che qualcuno avesse abbassato un interruttore interno.
"Non metterci in mezzo mio padre." Disse, con voce asciutta.
"Fammi indovinare, toccato un nervo scoperto? Cos'è, ci ho beccato in pieno? Oltre a cercare di addestrarti come un tamarro scopatore ti faceva anche le tirate sullo stare alla larga dai finocchi?"
"Piantala!" Ordinò Dario in tono perentorio. Sentirsi rinfacciare a quel modo ciò che gli aveva confidato mano a mano che la loro amicizia si faceva più stretta, per cercare di spiegargli il motivo che lo spingeva a rimanere lontano dalla sua famiglia di origine invece di cercare un qualche tipo di riconciliazione, lo fece chiudere in difesa come se avesse ricevuto un colpo in pieno viso. "Guarda che qui quello che sta dimostrando di averla presa male sei tu, pezzo di stronzo. Sei tu che ti stai comportando come una stupida gallina, non io."
"No, infatti. Tu ti limiti a fare l'aria schifata e  anche un po' offesa, chiuso in un altero disdegno."
"E per fortuna che sono io quello brillo. Stai sparando una montagna di cazzate, bamboccio."
"Sarà." Andrea si alzò in piedi in un unico, fluido movimento che lo fece apparire come privo di peso e si spazzolò con le mani il fondo dei calzoni. "Intanto adesso direi che la serata finisce qui. A meno che tu non abbia voglia di continuare a litigare fino a che non tiriamo mattina." Disse, lanciando un'occhiata ironica a Dario, che, col viso distolto da lui, rimuginava le sue parole in silenzio.
"No, direi di no." Gli rispose l'altro. Si alzò goffamente, appoggiandosi sulle mani, reso instabile dal senso di torpore che gli pervadeva le membra nonostante la sferzata di rabbia provocatagli dal discorso appena concluso, che ancora gli riverberava addosso, accelerandogli i battiti del cuore.
Dario salì in macchina sedendosi pesantemente, quasi lasciandosi cadere. Si tormentava coi denti l'interno roseo di labbra e guance, cercando disperatamente le parole giuste, quelle che avrebbero disteso la situazione, permettendo loro di parlare di nuovo senza che l'impulso di ferire e offendere aleggiasse nello spazio che li divideva, tanto intenso da essere quasi visibile.
Detestava litigare con Andrea, quasi quanto detestava litigare con Bea, con l'aggravante di non poter nemmeno usare un approccio fisico per riavvicinarsi, nel momento in cui la voce lo tradiva e quella parte della sua mente che avrebbe dovuto mettere in fila le parole in discorsi di senso compiuto decideva di fermarsi con un rumoraccio di catene arrugginite. Detestava litigare in generale, a dire la verità, e non aveva idea, non l'aveva mai avuta, di come gli capitasse così spesso di trovarsi invischiato in situazioni del genere.
Andrea, al suo fianco, guidava avvolto in un silenzio così denso da scoraggiare ogni tentativo di dialogo prima ancora che iniziasse. Non era solo la sua voce a tacere, ma l'espressione stessa del suo viso e i gesti asciutti e parsimoniosi con cui muoveva la leva del cambio e azionava le frecce, ad essere intrisi del tacito avviso al silenzio.
Dario si ritrovò a tamburellare nervosamente su un ginocchio, sperando con tutto il cuore che quel viaggio finisse presto ed accolse il profilo basso delle case della sua via come un raggio di vera speranza, quando si profilò oltre il parabrezza.
Scesero dall'auto entrambi e si fronteggiarono per un momento, nella luce incerta dei pochi lampioni, trattenuti da un imbarazzo profondo nel pronunciare qualunque parola.
"Allora, sai, ci vediamo i prossimi giorni." Biascicò alla fine Dario, sentendo che il momento per dire qualcosa che avrebbe aggiustato tutto gli era sfuggito di mano per una volta in più. Andrea si strinse nelle spalle, accennando ad un assenso. Attese fino a che l'altro non iniziò a muoversi verso la porta di casa, prima di riuscire a parlare.
"Oh, senti, guarda che non sei mica costretto, a tenermi come testimone. Non mi offendo. Cioè, mi dà noia se lo fai per forza, perché ormai me l'hai chiesto, hai capito?" Dario si voltò lentamente verso di lui. La sua mascella era tanto contratta da far affiorare netti come cordoni i tendini del collo.
"E questa cos'era, la stronzata della staffa, tanto per salutarsi bene?"
"No, Dario." Andrea si massaggiò piano l'incavo fra naso e occhi con la punta delle dita. "Senti, mi dispiace di essermi incazzato, prima. È che l'ho già vista, quel tipo di reazione, lo so cosa vuol dire."
"Ah. Capisco. Il fine conoscitore dell'animo umano."
"Dai, coglione. Sono serio. Capita. Non siamo tutti uguali, non te ne faccio una colpa, ma si vede che ti crea un problema, è inutile che lo neghi."
"Senti, scassapalle, a me non me ne frega niente di chi ti scopi. È chiaro?"
"Dario..."
"Sono serio." Dario si avvicinò di un paio di passi, rigido sulle gambe. La sua voce era un brontolio monocorde e, per un attimo, Andrea pensò che la serata si sarebbe conclusa con qualcosa di più violento di una semplice litigata. "Non mi interessa. È solo una cosa...senti, per me è strano, okay? Strano forte. Ma se va bene a te, va bene al mondo." Andrea annuì, con fare accondiscendente. Era un discorso familiare, per lui. Le altre due volte in cui l'aveva sentito, era anche stata l'ultima cosa che aveva sentito direttamente dalla voce di chi lo aveva pronunciato, perché le stesse persone erano sparite dalla sua vita, evaporate, con una velocità degna dell'oro olimpico.
"Okay, Dario. Grazie. Per il discorso del testimone..."
"Sei tu il mio testimone."
"Se dovessi cambiare idea..."
"Non cambio idea."
"Si, ma nel caso, basta solo che..."
"Ti ho detto che non cambio idea." Scandì Dario. "Ci senti ancora, dalle orecchie, o ti sei scordato di dirmi che oltretutto sei anche sordo?"
"Va bene, Dario. Okay." Le parole di Andrea erano un mormorio deluso. Era tanto lampante il fatto che non credeva in quello che aveva sentito da non essere fraintendibile.
"Andre? Senti, mi dispiace di aver fatto una faccia strana. Scusa, va bene? Mamma mia, sei peggio di una femmina! E la faccia, e il tono di voce, già di buona grazia che non ti incazzi se mi distraggo quando parli! Basta! Hai rotto!"
"Non hai fatto una faccia strana. Hai fatto la faccia da 'oddio che schifo'."
"Non vuoi sapere se ti trovo ingrassato per caso?"
"E smettila di sfottermi, maledetto coglione!" Andrea si stava arrabbiando davvero, senza avere idea del motivo. Riusciva perfettamente a sentire la sincerità nelle parole dell'amico, ma gli pareva che la sua rabbia aumentasse sempre di più, proprio sentendogli dire le cose giuste. "Credi che si risolva tutto così, come fai con quell'altra aliena che ti sposi? Due risate e via? Si dà il caso che esista anche della gente che non è fatta così! Vuoi uno schemino?"
"Allora cosa devo fare, dirti che fai schifo al cazzo, perché così puoi continuare a sentirti incompreso e a giustificare il fatto che vai in giro a comportarti come un serial killer solo per una cosa di cui non gliene frega niente a nessuno? Andrea, guarda, mi dispiace di dovertelo dire io, ma a nessuno gliene frega niente degli altri! Potresti appendere ai lampioni le tue foto a colori mentre ti fai montare da un cane e tempo un mese a nessuno farebbe più caldo né freddo. Si chiama 'realtà'. A nessuno gliene frega un cazzo di nessuno, e tantomeno di chi va a letto con chi."
"Immagino che tu sappia tutto in merito." Dario inarcò un sopracciglio.
"Ne so quanto basta da dirti che dovresti evitare di giocare a 'me derelitto' con le poche persone che ti vogliono bene sul serio."
"Ah, si? Tipo? Mia madre? Credi che lo sappia?" Dario strinse le labbra.
"Tipo me, Andre. Io ti voglio bene." Per un momento questo bastò per arrestare bruscamente il corso dei pensieri di Andrea. Quell'unica frase, che, pronunciata dalla voce sommessa e quasi triste di Dario pareva incongrua quanto un ombrello infilato in un mazzo di fiori.
"Tu cosa vuoi?" Gli chiese. Non era sua intenzione provocarlo, non nel momento in cui aveva fatto uno sforzo tanto titanico per lui, ma gli scappò di bocca prima che potesse farci nulla. Quando vide Dario scattare nella sua direzione, coprendo in una sola, lunga falcata la distanza che li separava, il suo cervello gli mandò un segnale di allarme tanto potente da farlo precipitosamente arretrare contro lo sportello dell'auto.
Senza fermarsi, Dario gli arrivò ad un palmo di distanza, le punte delle scarpe che si sfioravano, ed Andrea pensò rapidamente che, in fin dei conti, se l'era cercata, formulando il pensiero una frazione di secondo prima che le braccia dell'altro scattassero verso di lui.
Dario dovette fare forza su se stesso, una forza più grande di quanto alcuno potesse sospettare. Ma riuscì a stringere le braccia attorno all'amico, chiudendolo in un goffo, rapido abbraccio, senza sapere in che modo di norma questo accadesse. Non sapeva nemmeno se ciò che stava facendo fosse consentito dal comune galateo delle relazioni fra maschi adulti, né se avrebbe dovuto fare o evitare qualcosa in particolare, e tutto questo contribuiva a portare il suo livello di ansia tanto in alto che quasi gli sembrava di osservarsi dal di fuori. Ciò non di meno, si costrinse a farlo.
Sapeva cosa significasse sentirsi fuori luogo, avere la sensazione che qualsiasi parola gentile non fosse che una mera formalità. E poco importava se la causa avesse fondamento reale. Era vero per lui, e tanto bastava a garantirne l'effetto distruttivo. Strinse Andrea contro il petto, moderando la forza, e subito dopo si ritrasse, non riuscendo a prolungare oltre quel contatto.
Andrea lo fissava sbalordito.
"Allora, pezzo di somaro, la pianti o no?"
"Okay."
"Mi fai da testimone senza piantare altre grane, o devo anche darti un bacio?" Dario sorrideva, tirato. Appena sotto la pelle i suoi muscoli rabbrividivano ancora del contatto forzato, creando dei fremiti simili a quelli che percorrono il dorso di un animale ombroso.
"No, no. Per l'amor di dio. Senti, Dario..."
"Cosa?"
"Non farlo più, per piacere." Il sorriso dell'altro si ampliò di poco.
"Contaci." Andrea gli sorrise di rimando.
"Allora, a domani, socio." Lo salutò, salendo in auto.

domenica 30 novembre 2014

49

"Bea, per la miseria, mi fai male!" Sibilò Dario fra i denti, mezzo imprecando e mezzo ridendo. Lei sollevò gli occhi, separati da un netto ricciolo che formava una perfetta linea a spirale ricadendo fra le sue sopracciglia, sbirciandolo seminascosta sul suo petto.
Era accovacciata sopra di lui, raccolta come un gatto che stia per spiccare il salto, e Dario la vide come se la guardasse per la prima volta e, una volta di più, sentì il petto gonfiarsi della semploce gioia che fosse sua. Quella e, non poteva negarlo, una sottile scarica di desiderio, sentendo la setosa pelle nusda che aderiva alla sua e il riloevo deinpiccoli seni chengli premeva sullo stomaco. Era bella la sua Bea, la sua nanerottola fastidiosa, ora che sembrava solo una donna minuta e non più ĺa reduce di qualche crudele battaglia sanitaria, perfino più bella di quanto lp fosse stata da ragazzina, più bella di quanto lei stessa si rendesse conto di essere.
Dario cercò di sollevare la testa dal cuscino, per vederla meglio, per lasciar scorrere lo sguardo su quel panorama di pelle nuda che luccicava lieve nella penombra rischiarata solo dalla luce fioca che entrava dalla finestra, ma lei pareva aver imparato fin troppo bene come legarlo per limitare al massimo i suoi movimenti e, dopo un pallido twntativo, si lasciò ricadere all'indietro.
Le piaceva, di tanto in tanto, averlo così, a sua disposizione, in suo potere, e sottoporlo a lente, lunghe sessioni di tortura cui lui si prestava voletieri, conscio del fatto che, quando lo avesse liberato, avrebbe potuto e, in un certo senso, dovuto, prendere la sua rivincita.
Un nuovo morso lo colse quasi di sorpresa, forte e profondo. Sentì la sua carne stretta fra i denti di lei e la piccola lingua ruvida che strofinava la pelle, nella bocca. Un breve gemito gli sfuggì dalle labbra.
"Bea! Piantala! Slegami." La minuta trappola dei denti di lei si dischiuse e la sentì dissentire contro il suo petto, lentamente. Non voleva liberarlo. Non ancora.
Bea gli passò addosso le mani aperte, scivolando sulla sua pelle candida, che pareva quasi luminosa nell'argento pallido del plenilunio. Pareva fatto d'avorio, il suo Dario, finemente cesellato e lisciato dagli strumenti di una qualche volontà superiore, per finire poi fra le sue mani. La sottile ombra rossiccia dei peli sul suo torace non faceva, per contrasto, che aggiungere magggior concretezza all'illusione che la superficie che sfiorava con le dita fosse un continuo ininterrotto di pura perfezione. Sotto la consistenza compatta e cedevole della pelle, alle sue dita e ai suoi morsi d'amore si contrapponevano fiere la durezza di ossa e muscoli compatti. Non era certa di poter smettere quel che stava facendo, nemmeno con tutta la sua volontà. L'insieme di vista e tatto, esaltato dal profumo lindo e a suo modo sensuale che emanava dal suo corpo, le facevano desiderare di poterlo consumare come un frutto succulento. Era quello l'unico nutrimento che desiderava, nonostante si costringesse a mandare giù tutto quello che le veniva prescritto. Solo lui risvegliava davvero il suo desiderio di mangiare.
Si chinò con grazia su di uno dei piccoli capezzoli rosati, poco più che accennati, sul suo petto, e lo circondò con le labbra, sentendo fremere la pelle sotto il suo tocco. Dario mugolò una protesta.
"Bea, dai, fai la brava..."
"Mm." Posò i denti su di lui, premendoli, senza stringere, solo per lasciarglieli sentire.
"Bea..." tracciò il contorno di quella piccola sporgenza con la punta della lingua, strofinandolo e picchiettandolo fino a che non lo sentì eretto. Dario si scosse, come cercando di liberarsi con la sola forza, sussultando fra le sue gambe.
"Lasciami, zanzara!" Bea diede in uma bassa risatina di gola. "Lasciami! Questa me la paghi, lo sai?" Ringhiava a voce bassa, come nello sforzo di non farsi udire, nonostante la casa vuota. Bea iniziò la sua discesa, fermandosi di tanto in tanto sui punti che sapeva più sensibili per dedicarvi maggiore attenzione. Si soffermò sul suo addome, appena sopra al sesso di lui, per affondare con infinita delicatezza una serie di piccoli morsi. Lo accarezzò,  mentre lo faceva,  trasformando rapidamente i suoi ringhi in uma serie di brevi proteste a fiato mozzo. "Bea, amore, lasciami. Lasciami andare." La mano di lei si strinse attorno al suo sesso. Senza staccare la bocca dalla pelle di lui, Bea iniziò a spostare la pressione da un dito all'altro. Di nuovo il corpo sotto di lei si scosse, strattonando la corta catena delle manette. Simsarebne fatto male, se continuava, si sarebbe di nuovo fatto uscire i lividi. Sorridendo fra sé, Bea lasciò d'un tratto ciò che stava facendo e si allungò su di lui, pescando la piccola chiave d'acciaio dal mobile che faceva da testiera al letto.
"Stai buono, adesso ti slego." Gli sussurrò con dolcezza. Lui la osservava, in silenzio. Le bastò una breve occhiata alle sue iridi, ormai non più che sottili anelli che nella luce fioca parevano color argento, per capire la portata di quello che era riuscita a provocare. Fece appena in tempo a liberargli una mano, prima che lui guizzasse rapido a strappare la chiave di fra le sue dita. Torcendosi sul letto, aprì da solo l'altro anello d'acciaio, liberando l'altro polso, e poi, con un gesto che pareva di rabbia, sbattè la chiave sul legno lustro da dove proveniva.
Bea arretrò appena, con un sorriso di attesa sul volto. Non dovette attendere molto. Lui si prese appena il tempo di spingerla, a faccia avanti, contro i cuscini, e di girarle i polsi contro le scapole, reggendoli in una sola delle mani lunghe.

"Ma brava, veramente. Ti ci diverti proprio a vedermi andare in giro in maniche lunghe con questo caldo assurdo, eh, bastardella?" Dario la strinse appena a sé,  ostentando un viso duro che si sciolse in un mezzo sorriso non appena lei voltò la testa per guardarlo. Affondati fra le lenzuola, allacciati in un molle abbraccio, stavano lentamente scivolando verso il sonno, cercando entrambi di nom cedere ancora, di strappare ancora qualche minuto di chiacchiere al silenzio della notte. Mancava appena una settimana al giorno del loro matrimonio, una settimana esatta, ora che la lancetta dei minuti aveva oltrepassato la mezzanotte di quel sabato. Tutto quello che avevano passato in quegli ultimi mesi, tutte le tensionine le emozioni chensinerano andati accumulando su di loro come pesi invisibili, parevano essersi volatilizzati, lasciandoli tesi e in un certo modo quasi svuotati, ora che il momento che avevano immaginatonfin da quando non erano niente di più che dei ragazzini era diventato una cosa reale, che si avvicinava ogni giorno di più.
Dario aveva compiuto gli anni da pochi giorni e avevano approfittato del pretesto per concedersi una giornata lontani, loro due soli. Per mesi, anche senza parlarne l'uno con l'altra, era rimasta sospesa fra loro la convinzione che, non appena la data si gosse avvicinata a sufficienza, la loro famiglia di origine si sarebbe rifatta viva. Bea pensava che sarebbe successo certamente dopo il giorno in cui il divorzio di Dario era stato ratificato.
Invece, con loro enorme sollievo, come in conseguenza di un qualche miracolo in sordina, nulla aveva più turbato la loro pace dopo l'intempestiva visita di Stella, poco più di un mese prima.
"Domani pomeriggio, cioè" si corresse dopo una rapida occhiata al quadrante luminoso che occhieggiava dal suo comodino, recente acquisizione "oggi pomeriggio, ormai, vedo Andrea. Hai presete quanto mi prenderebbe in giro, se vedesse" allungò davanti agli occhi di Bea il braccio, segnato al polso da una netta linea arrossata e lungo la curva del bicipite dai netti circoli dei morsi di lei "questa roba? All'infinito. Non la finisce più, quello. Non è in grado di tenere chiusa la boccaccia, lp sai." Bea si voltò sulla pancia, ancora nello spazio fra il suo braccio e il fianco, e gli parò davanti agli occhi i polsi, su cui spiccavano nette le impronte della sua mano.
"Siamo pari, lagna. Smettila di lamentarti." Lo riprese ridacchiando.
"No che non siamo pari!" Protestò lui con aria falsamente indignata. "Guarda come mi hai ridotto, teppista! Sei un animaletto pericoloso, tu."
"Ma smettila, scemo. Tanto lo so che ci godi come un matto a far notare casualmente a quell'altro svitato i segni che ti lascio addosso." Le labbra di Bea si incurvarono in un sorriso maligno, mentre lo guardava distogliere gli occhi dai suoi e arrossire.
"Non è vero." Lei lo sfiorò sul petto con un bacio.
"Si che è vero." Sogghignava, divertita da quell'innocente ostentazione.
"Ti dico di no! E lo sai che ho ragione!" Nonostante tutto, nemmeno lui riusciva a mantenere seria la voce. Era semplicemente troppo divertente, quel gioco, tanto che lo ripetevano pressoché immutato da quasi trent'anni. Quel pensiero gli si ingigantì in mente, facendolo trasecolare. Fissò Bea stupito.
"Cosa c'è? " chiese lei vedendo la sua espressione mutare d'un tratto.
"Nana, ma ti rendi conto che ci conosciamo da trent'anni? Che è da trent'anni che noi siamo noi?" Bea strinse le labbra.
"Tanti, eh? Un bel po' di tempo."
"Trent'anni." Ripeté Dario a mezza voce. Gli pareva una quantità di tempo eccessiva, enorme, quasi caricaturale.
"Dario?"
"Mm?"
"A pensarci bene...trentanni che ci ricordiamo. Se facciamo il conto da quello che sappiamo, considerando le foto da neonati e il resto..." Bea lasciò la frase in sospeso. Non aveva bisogno di terminarla. Si conoscevano da tutta la vita, anzi, da prima ancora. Quando le loro madri, sorelle, si trovavano assieme, entrambe con il ventre teso nella curva dolce di una nuova vita, fin da allora, si erano ritrovati fianco a fianco, nella stessa stanza.
Si guardarono negli occhi, per un attimo scambiandosi il reciproco stupore senza bisogno di rompere il silenzio.
"Beatrice, sei la mia vita. Lo sai, si?" La sua voce era calma, sommessa, e non lasciava spazio ad obiezioni. Bea respirò lentamente nell'incavo della sua spalla, lasciando espandere il senso di calore che era nato nel suo petto.
"E tu la mia, Darietto. Tu la mia." Rispose dopo un attimo, posandonla fronte sulla sua pelle.
Il silenzio, un buon silenzio, caldo ed avvolgente, scese sulla stanza e li cullò dolcemente fino a che non presero sonno. Senza che loro potessero accorgersene, mano a mano che la notte avanzava, la lama di luce lumare che li aveva investiti a pieno scivolò lungo la stanza, fino a sparire, e il buio si aggiunse al silenzio, lasciando il solo calore dei loro corpi vicini a parlare.

Il giorno seguente venne e passò senza che Dario e Andrea riuscissero ad incontrarsi.
Dario passò una lunga, serena giornata immerso nelle piccole faccende di casa che amava più svolgere, scegliendo con cura ogni singolo prodotto della loro provvista settimanale e sistemando con altrettanta cura ogni oggetto che, nel corso dei giorni, aveva finito per migrare lontano dal suo luogo abituale di riposo.
Era sempre così con Bea, pensava rimettendo i ninnoli suo loro scaffali di pertinenza e ruotandoli dolcemente per eorne allo sguardo la guista angolazione, lei provava a tenere il disordine sotto cintrollo e riusciva perfino a mantenere la casa sgombra e pulita, ma non era assolutamente in grado di ricordare cosa andasse dove. Nonostante il rigore che richiedeva il suo lavoro, era come se quella parte del suo cervello, semplicemente, non esistesse. Dario sorrise fra sé mentre toglieva i volumi da uno scaffale, prendendoli fra le mani in un unico blocco, per poi riporli nell'ordine corretto. Non lo vedeva nemmeno, se una pubblicazione scientifica finiva gomito a gomito con un fumetto o una rivista. Sembrava che la cosa fosse al di fuori della sua capacità di comprensione. Era parte di lei e lui lo accettava, lo aveva sempre accettato, come la sua irritante abitudine ad iniziare dozzine di cose ad una volta.
Era così, Bea, da che era Bea. Leggeva tre libri per volta, iniziava a cucinare la cena e a riporre le stoviglie insieme, e faceva un po' dell'uno e un po' dell'altro, e alla fine scordava sempre qualcosa.
"Fai ridere anche me, scemo di guerra?" Gli chiese Bea mentre piegava una pila di asciugamani sul divano accanto a lui.
"Pensavo che sei un'oca, nana. Ma la mia oca. Da compagnia."
"E ti fa ridere? Ti stai per sposare un'oca e ridi. E magari pensi anche di essere furbo."
"Io so di esserlo, pigmea. È diverso."
"Ma cosa vuoi sapere tu, che devi stare attento a non chinarti che ti scoppia una vena, come le giraffe quando bevono? Stai buono." Risero, ciascuno continuandò nelle sue occupazioni. Quando la risata si spense, Bea gli si rivolse in tono più compito.
"Non dovevi vedere Andrea, tu?" Dario annuì, spostando appena le candele sul ripiano perché fossero equidistanti.
"Mi ha mandato un messaggio. Non aveva tempo." La sua voce era fin troppo indifferente, leggera.
"Ci sei rimasto male, vero?"
"No. Si. Un pochino. Non mi piace restare in casa da solo, lo sai."
"Vuoi che rimandi?" L'ofderta di Bea era sincera e lui ci riflettè, ma solo per un momento. Viola ed Elena l'avevano invitata fuori per una cena e un giro fra loro, una sorta di addio al nubilato in sordina, quell'ultimo sabato prima del matrimonio, e davvero non voleva toglierle quella piccola gioia. Aveva visto come si era illuminato il suo viso quando le amiche le avevano prospettato la serata e, per di più, sarebbe stato l'unico momento di festeggiamento tradizionale per lei. A causa sua e del suo passato aveva già dovuto rinunciare a tante, troppe delle cose che aveva sognato per una vita intera. Non aveva alcuna intenzione di chiederle di più.
"No. Assolutamente no. Mi sono già rifatto il programma della serata a base di libri ed eccessi alimentari e nin ti voglio fra i piedi."
"Dario? Sei sicuro?"
"Se non te ne vai chiamo le forze dell'ordine e ti denuncio per violenza domestica." Alzò le braccia scoperte dalla maglia a maniche corte mostrandole i segni della notte precedente. "E mi crederebbero, sai?"
"Mm." Bea lo guardava tentando senza grande successo di trattenere un sorriso.
"Beh, cosa c'è? Ho le prove che mi hai immobilizzato. 'Agente, è stato tremendo'" Dario alzò la voce in un tono da vittima che pareva uscito da un film "'mi ha legato minacciandomi di prendermi a testate il ginocchio, se non glielo avessi lasciatomfare e poi si è scagliata su di me!'"
"Piantala, demente!"
"Le ho chiesto di smettere, ma lei si è arrampicata sul letto, aveva una scala!"
"Dario! Ti metto il topicida nella macchinetta del caffè se non la smetti!"
"E poi, oh, signor agente, è stato orribile, mi ha morso! Ripetutamente, su tutto il corpo! Mi aveva denudato, capisce, la viziosa!" Uno ďegli asciugamani piegati atterrò con un suono morbido sulla sua faccia ed entrambi ricominciarono a ridacchiare.
"Sul serio, vacci, Bea. Mi sentirei in colpa da morire se restassi a casa per me." Le disse Dario avvicinandosinper rimettere sullampila l'asciugamano.
"Okay, allora, vado. Se sei sicuro. Ma vorrei ribadire che io sono alta normale."
"Mm. Ma certo, amore."
"È salita sul letto, aveva una scala...ti sembra divertente?" Dario si chinò ostentatamente per baciarla.
"Ma no, amore, dai. Lo so che non è così. Stavo solo scherzando."
"Sai che ridere."
"Lo so che salti altissimo e la scala non ti serve." Le disse, sfoderando un ampio sorriso strafottente.
Bea strinse gli occhi e fece uno scatto in avanti, come per afferrarlo. Quando Dario, arretrando con un rapido movimento del busto, andò a sbattere con un sonoro rintocco contro il legno dello scaffale con la testa, lo guardò sorniona.
"Ah, si. Bello essere alti, vero?"
"Sei perfida." Mugugnò lui sfregandosi delicatamente la parte lesa. "Perfida e maligna."
"E tu sei grande, grosso e scemo." Gli si avvicinò e gli posò un bacio sul viso. "E io devo prepararmi, se voglio uscire con le ragazze."
Dario la guardò uscire, un'ora dopo, con un senso di stretta allo stomaco.
Le aveva chiesto per quale motivo sentisse il bisogno di curare così tanto la sua preparazione per una semploce uscita dra amiche e lo sbuffo che aveva ottenuto come risposta non aveva incontrato affatto il suo favore.
Era veramente bella  quella sera, pensò mentre si preparava qualcosa da mangiare.
E sarebbero state sole, loro tre. Sole, senza nessuno. Era fin troppo facile immaginare un mondo popolato di uomini pronti ad importunarle e si domandò come facessero Andrea e Vittorio, quando si trovavano in situazioni simili.
Quando stava con Stella, le cose gli apparivano più semplici. Era costretto ad accompagnarla nella maggior parte delle serate mondane e quindi, quando veniva graziato e poteva ritirarsi in una stanza chiusa e silenziosa, senza che nessuno sentisse l'impellente bisogno di includerlo in qualche conversazione, non provava altro che una profonda gratitudine, ai limiti del piacere fisico.
Nom gli era mai passato per la mente che qualcuno potesse importunare Stella e in quel momento si chiese il perché, senza riuscire a trovare risposta.
Finì di cenare, chiacchierò amabilmente con Swiffer della serata mite e si accomodò nel suomstudio dove, già ordinatamente impilati sulla scrivania, lo aspettavano gli atricoli che aveva in programma di leggere.
Fece appena in tempo a dividerli in tre pile parallele, a seconda dell'argomento generale e della cronologia, quando bussarono alla porta.
D'istinto Dario quasi corse alla porta. Non aspettava nessuno e, in base alla sua esperienza, le visite inattese erano visite sgradite.
Aprì dunque la plrta con una sottile trepidazione.
"Ciao, Dario."
"Andrea?"
"Che io sappia, se non è camniato niente di grosso, si."
"Ma hai detto che non potevi venire! " Dario lo guardò entrare con aria interrogativa e Andrea gli restituì lo sguardo quasi con condiscendenza.
"Ti ho detto una bugia. Volevo farti una sorpresa." L'altro chiuse la porta.
"Mi hai mentito?"
"Si. Perché non volevo stare qui a cazzeggiare. Dai, stasera si esce."
"Non ho nessuna intenzione di uscire, grazie." Rispose Dario confuso.
"Non mi interessa, se non hai intenzione. Il tuo testimone ti deve far passare un bellissimo addio al celibato!" Dario scrollò il capo
"Io ho dato l'addio al mio celibato a ventisette anni, Andre. Sei in ritardo." Andrea guardò verso l'alto con esasperazione.
"Va bene. Però adesso vai su, ti metti addosso qualcosa che nasconda l'opera della cugina cannibale,  e usciamo. Altrimenti mi incazzo e chiamo qui un plotone di spogliarelliste. Chiaro?" Dario sbuffò.
"Chiaro, chiaro, rompicoglioni. E bugiardo." Andrea gli sorrise.
"D'accordo allora, dai. Ti ho preparato una serata speciale!" Dario lo osservò per un momento. Era colpito dal semplice desiderio di fargli piacere che gli leggeva in viso, un desiderio che traspariva cime privo di secondi fini. Riflettè che doveva aver passato il pomeriggio a programmare cosa fare quella sera e lo aveva fatto al solo scopo di renderlo felice e una parte dinlui ne ri, ase profondamente commossa.
Fece il viso scuro.
"E cosa avresti in programma, barattolo? Qual è il concetto di divertimento, per quelli della tua razza? Ci andiamo a colpire in testa con dei bastoni e poi ci battiamo il petto?" Andrea sbuffò una risata.
"Dai, non cagare il cazzo e vestiti. E cerca di vestirti da peraona normale, se ce la fai. Niente colletto di celluloide, stasera. Ce la fai? Sei in grado?" Dario incrociò le braccia sul petto e sporse le labbra.
"Da persona normale sarebbe da operatore della discarica, come te?" Gli chiese in tono provocatorio." Andrea si guardò, ostentando uno sguardo di valutaziome di se stesso, dalle candide scarpe da ginnastica che parevano baluginare nella penombra del tramonto alla polo di un blu intenso, slacciata sul collo.
"Facciamo di si. Ce li hai dei vestiti che nom semnrino comprati a un negozio di costumi o no?" Dario ridacchiò e scosse la testa, primadi voltarsi e salire al piano superiore. L'altro lo seguì con passo pigro, salendo alle sue spalle. "Per la cuginetta non starti a preoccupare. Elena lo sapeva chenti sarei passato a prendere, quindi la avverte lei che non ci sei quando torna." Dario, che si stava sfilando la magietta dalla testa grugnì in tono interrogativo.
"Quindi prospettiamo un ritorno molto tardivo noi o uno precoce loro?" Chiese all'amico, che dalla soglia della stanza osservava con palese fascino inorridito il suo torso ricoperto di chiazze rossicce.
"Parla come se vivessi sil mio pianeta, fa' il piacere. Non torniamo a casa prima di mattina, compare." Dario inarcò un sopracciglio e finì di svestirsi, rimanendo seminudomdi fronte all'armadio. Detestava essere visto svestito, ma l'eslerienza gli aveva insegnato quanto fosse inutile chiedere ad Andrea di rispettare il suo pudore. L'altro sibilò fra i denti. "Senti, ma, cazzo, sei sicuro che è sesso e non, che ne so, un rapimento alieno, un pestaggio mafioso..."
"E poi sarei io quello che vive in pieno ottocento, eh? Tu sopra e lei sotto, tempo massimo dodici minuti e guai a vedersi nudi, immagino, per quel che ti riguarda."
"Guarda che sei tu che sei pazzo. Tu e quell'altra. Io sono normale, compare. Sai? Le cose normali? Te l'hanno mai fatto vedere un libro illistrato su cosa fanno maschietti e femminucce normali? Non lascia i lividi, ti dò un indizio, guarda." Dario si volse verso di lui con espressione esageratamente stupita, mentre allacciava i pantaloni di stoffa leggera.
"No, Andre. Non me l'hanno mai fatto vedere un libro illustrato sull'argomento. A te si? Sul serio? Come mai, per caso non capivi perché certe persone non hanno il pistolino?"
"Certo che sei stronzo, eh?"
"Vedi, che alla fine non sei stupido? Solo tardo. Ci hai messo un vent'anni, ma alla fine ci sei arrivato. Bravissimo!" Dario allacciò svelto la camicia, attendendo la risposta dell'amico.
"Detto da uno che chiama ancora il cazzo 'pistolino' è quasi un complimento. È quello il massimo di abbigliamento informale che ti permetti? Niente cravatta?"
"Ho anche le scarpe da tempo libero." Ridacchiò Dario chinandosi per allacciarle. Andrea sbuffò fingendo un'aria disgustata.
"Accidenti. Ci arresteranno per oltraggio al pudore."
Dario si rialzò, pronto. Come al solito, non una grinza sgualciva il suo abbigliamento ed aveva un'aria linda, quasi rigida, nella camicia a mezze maniche bianca e i pantaloni cachi. Guardò Andrea con un lungo sguardo di valutazione,  pensieroso.
"E quindi tu ti sei dannato a pensare cosa fare stasera con me?"
"Oddio, dannato...si." Dario annuì. Poi aprì con un gesto lento e quasi riluttante l'anta dall'armadio.
Andrea lo guardava senza riuscire a distoglierne gli occhi. L'espressione sul volto dell'amico era un perfetto equilibrio fra anticipazione e rifiuto. Pareva che si stese convincendo, quasi costringendo a compiere un atto che non desiderava affatto portare a termine.
Lo osservò affascinato inclinare la testa, come resistendo ad un pensiero fastidioso, mentre affondava la mano fra gli abiti perfettamente stirati e la ritirava con qualcosa di scuro stretto nel pugno.
Dario emise un breve sospiro. Poi srotolò la cintura e la infilò nei passanti con movimenti rapidi, come tentando di farlo prima che il coraggio gli venisse meno. Era la sua unica cintura, una striscia sottile di cuoio scuro con una fibbia discreta e lustra. La allacciò, ignorando il senso di stretta allo stomaco e poi si voltò verso Andrea.
"Oh, compare..."
"Non una parola." Dario alzò l'indice verso di lui "neanche una."
"Okay."
"Sono pronto."
"Okay."
"E piantala di guardarmi come se fossi un alieno!" Andrea gli sorrise.
"Tu sei un alieno, compare. Sempre stato."
Abbandonarono insieme la soglia della stanza e scesero le scale, diretti alla porta.

domenica 23 novembre 2014

48

Il giorno in cui il divorzio fra Dario e Stella doveva essere ratificato si avvicinava rapidamente e Dario appariva sempre più silenzioso e teso.
Passava la maggior parte del tempo che non trascorreva immerso nel lavoro sulla sua moto, di norma con Bea dietro di lui, a seguire ogni minimo movimentoncome fosse una parte dinlui. Mano a mano che la fine di aprile si avvicinava,  la sua guida diventava sempre più veloce e sconsiderata, le sue curve sempre più ripide e l'occhio che prestava alla strada da percorrere sempre più acuto e concentrato. La velocità che richiedeva a se stesso, in quei momenti, la concentrazione assoluta e totale che esigevano queste sue prove di forza e riflessi, lo aiutava ad escluderendalla mente tutto ciò a cui non voleva pensare, ma che pareva intensionato a seguirlo, a seguire il clrso del suo pensiero, ovunque lo dirigesse, come un barattolo legato alla coda di un cane.
Bea non diceva nulla. Non si lamentava delle sue corse folli né dei suoi silenzi, limitandosi ad accogliere l'urto dinquel muro di profondo turbamento in sé, cercando di non lasciarsi sfuggire nemmeno un suono dinprotesta. Continuava a seguire dieta e terapia, riversando o gni energia che non poteva concentrarensu Dario nell'impegno disciplinato e costante di non creare ulteriori fonti di preoccupazione in cui lui avesse ad incappare per errore, voltando l'occhio al momento sbagliato.
I chili sembravano attaccarlesi addosso con una rapidità da macchietta comica, dopo tanto tempo passato in una sorta di forzato digiuno, e più di una volta fu tentata di abbandonare tutto per il solo desiderio dinrivedere se stessa così come aveva imparato a conoscersi, con le ossa del bacino che si delineavano chiare sotto la pelle e l'ombra lieve delle prime costole ben visibile sopra l'impercettibile rilievo del seno, ma le era sufficiente una sola occhiata al viso serio e tirato che Dario teneva chino sul piatto per farle dimenticare ogni cosa, tranne il desiderio di rendergli più facili quei giorni tanto duri.
Così si limitava a tenere per sé il senso di profondo disagio che provava nel sentir stringere i vestiti e nel vedersi sempre più rotonda e quasi formosa e a indossare il giubbotto grigio e giallo chenluinle aveva preso, per salire, sera dopo sera, fine settimana dopo fine settimana, dietro di lui, per lasciarsi trascinare in quelle corse folli e senza meta,  che erano diventate, come lo erano state tanti anni prima, il suo solo modo di sfuggire se stesso.
"Si può sapere cos'è che ti spaventa tanto?" Bea era in piedi, nella penombra candida dello studio di Dario, dietro di lui, col gomito posato sulla finestra che pareva cieca, così velata. Non aveva saputo trattenersi oltre. Il suo silenzio stava incominciando a filtrarle dentro, come un male insinuante, che scavava in rivoli e sottili crepe attorno a quel punto, fra il petto e l'addome, in cui si trovava il legame fra loro.
Dario respirò a fondo, rumorosamente, strofinandosi il viso con le mani aperte. Le sue spalle e i suoi gesti esprimevano una stanchezza infinita, fondamentale, come se ne fosse intrisa l'essenza stessa del suo animo.
Posò il libro che stava leggendo a rovescio sul piano sgombro della scrivania immacolata.
"Vuoi davcero sentire la risposta, Bea?" Le chiese. Il suo profilo apparve, e uno sguardo chiaro e penetrante la sfiorò, senza indurla ad indietreggiare.  Non aveva nulla da nascondere.
"Si, Dario, mi farebbe piacere. Comincio a sentirmi un po' sola." Il lungo braccio di lui si tese all'indietro, alla cieca, brancolando alla ricerca della mano che si intrecciò alla sua. La attirò a sé e si circondò delle sue braccia, come in cerca di conforto. Bea posò la giancia contro la sua e rimasero per un momento in silenzio, apparentemente assorti nella contemplazione della copertina del libro sulla scrivania.
"Ho paura di rivederla. Dopo l'ultima volta. Insomma, sai, dopo chenera venuta qui e abbiamo discusso è semplicemente sparita. Non una telefonata, una parola, un passaggio casuale. Niente. E, fidati, Bea, non è da lei. Di solito quando sta in silenzio non è buon segno." Bea lo strinse un poco di più, fino ad avvertire come una miriade di minuscole punture la sua barba che cresceva.
"E cosa pensi che ti possa fare? Mangiarti? Alla peggio fa un'altra sceneggiata, no?"
"Ecco. Preferirei di no. E preferirei magari non in pubblico." Era fin troppo facile per lui immaginare Stella intenta a coprirlo di contumelie di fronte a chiunquensi trovasse a tiro di voce. E sapeva fin troppo bene che impressione dava, quando lui accennava anche solo minimamente a reagire: la proporzione fisica fra loro o qualcosa nel suo modo di fare, non sapeva quale delle due cose, faceva si da sempre, fin dai tempi dell'università, che Stella potesse tenere certi atteggiamenti senza rischiare alcun tipo di condanna morale, mentre lui si trovava istantaneamente dalla parte del torto tentando di difendersi. Non importava quanto lei gridasse o cosa gli dicesse: se reagiva, il cattivo era lui. Passò i palmi aperti suglia avambracci di Bea, chiusi attorno alle sue spalle come un'armatura. "Bea? "
"Dimmi."
"Vieni con me?" La pelle soffice della guancia di lei si mosse contro il suo viso. Stava annuendo.
"Però lo sai, vero, che io non ci riesco, a stare zitta, se quella lì comincia a blaterare?" Dario tentò di reprimere un sorriso.
"Potrebbe essere che ti porti apposta?" Le chiese.inutile negarlo, si vergognava un poco di quel suo espediente. Era un po' come girare in un quartiere malfamato con un cane feroce alla catena. Ma in quel momento il sollievo che provava era troppo evidente per negarsi quella rassicurazione. La sentì ridacchiare di gola,  a bocca chiusa, contro il suo collo.
"Potrebbe essere che io ci sperassi moltissimo?"
"Siamo due persone orrende. Ha ragione Andrea."
"Orribili, davvero. Amarci e difenderci l'un l'altra. Veramente non so come non ci arrestino per condotta immorale." Dario si volse appena nel suo abbraccio.
"Arrestano ancora la gente per condotta immorale?" Bea gli affondò il viso nella spalla emettendo un verso esasperato.
"Darietto, sei un caso disperato, lo sai? No. Non lo fanno più. Da tanto tempo." Il sorriso di Dario si allargò. Bea osservò affascinata, per la millesima volta, come si fosse fatto asimmerico. La parte sinistra della sua bocca, liscia e rosata, si solleva come aveva sempre fatto, mentre a destra, dove la bianca cicatrice rompeva la simmetria dell'arco, c'era come un ritardo, un incresparsi più lento e meno accentuato. Gli dava un'aria decisamente furfantesca.
"Allora siamo relativamente al sicuro, no?" Le chiese. Lei annuì ancora.
Il resto del pomeriggio e la sera tracorsero quietamente, mentre il sole declinava lento nel suo arco, parlando di tutto quello che avevano taciuto nei giorni addietro.
Non fu comunque sufficiente a disperdere le nubi di preoccupazione che si affolavano nella mente di Dario.
Si sentiva meglio, ora che sapeva di poter contare sulla presenza e sul sostegno di Bea, era innegabile, ma l'idea di reincontrare Stella dopo più di un anno, di vederla, di vedere di fronte a sé, inconfutabile, la conseguenza deinsuoi gesti e delle sue scelte negli occhi e nei movimenti di quella che era stata sua moglie, della persona con cui sentiva di aver condiviso di più di se stesso esclusa Bea, lo manteneva lo stesso in uno stato di costante agitazione.
Mancavano appena tre giorni a quell'incontro che aveva scatenato in lui tanti timsori, quando, come ormai gli era usuale, rientrandl dal lavoro fece capolino alla porta della vecchia stanza degli ospiti.
Era rientrato tardi, completamente assorto nell'ideazione di un nuovo sistema di analisi per alcuni campioni, e trovò Beatrice assorta nella lettura dell'ultimo romanzo che aveva portato a casa. Con una sensazione a metà fra lo stupore e la rassegnazione, vide che stava sfogliando con accanimento le ultime pagine di quel tomo corposo, che aveva aperto appena il giorno precedente.
"Oh. Vieni a fare un giro?" Domandò in voce sommessa.
"Mm. Un minuto. Quasi finito." Era inutile tentare di distogliere la sua attenzione in quel momento, lo sapeva bene. Soddisfatto comunque della risposta, che era quanto di più vicino ad un si potesse aspettarsi, si prese il tempo di cambiarsi con calma, ripiegando con cura gli abiti e riponendoli in una pila ordinata, sotto lo sguardo attento di Swiffer. Diede una grattata fra le orecchie al cagnetto, promettendogli a mezza voce una lunga passeggiata al loro ritorno e frce appena a tempo a rarsi dal bordo del letto, prima che entrasse Bea.
"Era un buon libro?" Le chiese con un mezzo sorriso. Il suo cipiglio conteneva già la risposta.
"Mah. Tutto quel casino, tutto un climax da quattrocento pagine...e poi ci appiccicano un finale risicato, buttato lì alla 'devo finirlo'. Riuscivi a fare di meglio anche tu, secondo me." Brontolò lei deusa gettando gli abiti appallottolati sul cassettone. Afferrò un paio di jeans e una felpa e li indossò, mentre Dario, con una smorfia che era quasi di sofferenza, si alzava e ripiegava con cura i suoi vestiti.
"E iomsuppongo di essere il punto minimo di arrivo, vero?" La canzonò lui con aria ironica. Bea sbuffò.
"Cos'è, ti sei offeso? Volevo solomdire che..."
"Non mi sono offeso. Tinsto prendendo in giro, nana. È facile, del resto, dato che sei scema."
"Chi si somiglia si piglia, l'hai mai sentito dire, brutto spilungone acido?"
"Accidenti, cosa posso fare, se mi contrapponi queste inarrivabili perle di saggezza? Si vede proprio che sei una donna colta."
"Chiudi la bocca, scemo. Se passa l'aria ti va da male quel poco di cervello che ti ritrovi."
"Argomentazione inoppugnabile, direi. Hai dimenticato 'pappappero', però. O ho sbagliato citazione?" Bea gonfiò il petto e tentò di squadrare le spalle, approfondendo la voce ad una caricatura di quella di lui.
"Argomentazione inoppugnabile, visconte. Il livello della servitù è inaccetabilmente calato, negli ultimi quattrocento anni. Villici trastanzuoli! E poi" lo rimbeccò tagliente tornando alla sua voce normale "è la stessa persona che non distingue il soggetto di una frase dal verbo. Ma dico io..."
"Zitta, tu, rappresentazione visiva di un paese sottosviluppato."
"La tua faccia e il mio sedere, caro. Gran coppia, quella." Si sorridevano, piantati ai lati opposti della stanza mentre Swiffer, ai piedi del letto, aveva già rinunciato ad ascoltarli e restava sdraiato a metà strada fra il sonno e la veglia.
"Ti amo, Bea. Lo sai, si?"
"Si. Anche io ti amo, Darietto." Si ritrovarono spalla palla uscendo dalla stanza e scesero senza più sentire il bisogno di parlare fino al garage.
La sera prima Dario aveva trascorso più di un'ora dad eliminare ogni singola traccia delle loro scorribande dalla superficie della moto, che ora splendeva sommessa nella luce incerta della stanza, come appena uscita di fabbrica.
Salirono in un intrecciarsi di movimenti coordinati come quelli di una danza, dati da un lungo allenamento. Dario si fermò solo un momento, prima di chiudere il casco, e le fece cenno di sistemare il ricevitore dell'auricolare, in modo che potessero parlare durante il viaggio. Bea obbedì e immediatamente gli parlò.
"Cosa lo facciamo a fare, che poi non parliamo mai?"
"Così. Metti che ne abbiamo bisogno."
"Sei assurdo, amore mio."
"Dai, Bea. Sono più tranquillo così, che ti costa?" Lei non rispose, limitandosi ad assestare un colpetto amichevole sul retro del suo casco, prima che partissero.
Come ogni volta, la partenza fu gentile, morbida, apparentemente innocua, mentre le strade del quartiere residenziale scorrevano attorno a loro. Mano a mano che la città si diradava, la velocità aumentava, come in un gioco di corrispondenze. Presto si  ritrovarono ad affrontare la stessa collina del loro primo giro in moto. Era una delle loro mete abituali, le curve strette consentivano a Dario di focalizzare ogni grammo di concenttazione, escludendo ogni altro pensiero.
Come la prima volta, arrivarono al belvedere e scesero per dividersi una sigaretta. Il crepuscolo sinintuiva ai margini dell'orizzonte come una marea crescente. Lo osservarono farsi più invadente, conquistare qualche altro centimetro di cielo, in un silenzio raccolto. Le loro spalle e le ginocchia si sfioravano, seduti sullo schienale della panchina, e nessuno dei sue sentiva il bisogno di sporcare a parole quel silenzio confortevole.
Il loro ritorno fu più pacato. La velocità rimase costantemente sotto i livelli di guardia, come se anche Dario fosse stato contagiato dalla pace profonda che avevano vissuto poco prima. O, forse, pensò Bea guardando le case, prima rade, poi sempre più vicine fra loro, sorrere da sopra la spalla di lui, era solo l'effetto della luce che andava via via spegnendosi, lasciando spazio alla notte, quella prudenza che era sbucata come d'improvviso nel suo modo di guidare.
Non vedeva molto, dalla sua posizione. Era sempre stato così, data la differenza di altezza fra loro, un totale e cieco affidarsi ai segnali che le rimandava il suo corpo fra le mani. Per quello venne colta completamente di sorpresa dalla brusca sbandata della moto, che le sussultò,  come tentando di svicolarsi di sotto di lei. Non fece a tempo ad assecondare il movimento e l'istinto, quanto mai sbagliato in quel momento, di cercare di bilanciare quell'improvviso torcersi del suo equilibio, li fece inesorabilmente precipitare a terra.
La moto mandò un ringhio, come un animale infuriato, e lei si sentì scivolare. Rotolò a terra sentendo le ginocchia e le mani sbucciarsi con un bruciore acuto e sbattè il sedere sull'afalto tanto forte che i denti le si chiusero di schianto con uno schiocco. Stordita, ebbe appena il tempo di rallegrarsi del fatto che non si era fatta nulla.
Poi sentì il rumore di Dario che cadeva. La sua testa si girò quasi mossa da propria volontà tanto in fretta da lasciarla assistede di prima persona alla scena. Vide la moto, la grossa, pesante motocicletta nuova, grigia e gialla come il suo giubbino, trascinare Dario un poco più avanti. Il sul corpo era innaturalmente inclinato all'indietro, rappresentazione visibile di sforzo e dolore. Un pensiero le attraversò la mente, incongruo, e si trovò a domandarsi come fosse possibile, se non avrebbe dovuto vederlo già fermo a terra, perché le pareva di ricordare che il rumore arriva dopo, anche molto dopo l'evento che lo provoca. C'era una spiegazione, ma non la ricordava. Dario l'avrebbe saputa. Appena si fosse rialzato glielo avrebbe domandato, lui era uma vera mi vera di fatterelli simili. Appena si fosse rialzato.
La realtà di quanto era accaduto le esplose alla coscienza come un lampo abbagliante e lo vide, sdraiato a terra, immobile, per metà sotto alla moto, che sembrava grottescamente grande messa a quel modo. Iniziò ad avanzare verso di lui carpono, tentando, mentre gli si avvicinava, di rimettersi in piedi senza grande successo. Erano appena un paio di metri, ma le parvero eterni.
'Perché non arriva nessuno?' Continuava a chiedersi 'perché non viene nessuno?"
Erano passati appena pochi secondi. Le auto iniziavano a fermarsi, i primi visi ansiosi a far capolino dai finestrini abbassati in tutta fretta.
Bea arrivò finalmente dove era Dario. Si sporse in avanti, semlre poggiata sulle mani e sulle ginocchia, fino al li ite estremo del suo equilibrio. Dario era ancpra nella stessa posizione in cui era caduto, malamente torto all'indietro, la moto che gli premeva addosso.
Le prime persone iniziarono a scendere dalle auto ed accorrere verso di loro.
Non riusciva a vederlo. Le ultime luci del tramonto, gialle e violette, si rifletrevano sulla visiera del suo casco, impedendole di vederlo in viso. Si domandò freneticamente perché mai non si muovesse, la domanda che accendeva echi sotto la volta del suo cranio, come se la urlasse in una vasta caverna.
Il primo dei passanti le toccò la spalla, la tirò, cercando di rialzarla, parlandole, chiedendole se stesse bene. Bea si liberò sella sua mano com uno scrollone. Dario non parlava. Non si muoveva. Un'onda liquida di furia e paira le montò dentro, improvvisa ed irresistibile come un cataclisma. Le parve che il cuore si gonfiasse di sangue fino ad assumere due volte le sue proporzioni e poi desse in un fiotto bollente che le riverberò attraverso il corpo, rendendendolo caldissimo e ronzante. Non perepiva più le punture di dolore a mani e ginocchia, dove la pelle era lacerata. D'improvviso vide ogni singolo sassolino che costituiva la distesa di asfalto, ogni goccia di umidità condensata sulle superfici lisce e piane. Come sottoposto ad uno spettacolare effetto ottico, il corpo di Dario le parve occupare la sua intera visuale, nitido come in una fotografia ad alto contrasto. Staccò le mani da terra e si alzò in piedi, meravigliandosi di quanto le fosse facile. Il suo corpo pareva non avere alcun peso, alcuna percezione. Era diventato un ricordo al margine della sua coscienza. Si chinò leggera in avanti, scostando nello stesso mlvimento la visiera che le fermava l'aria davanti al viso, e, afferrato il manubrio della moto, la rialzò, liberando Dario dal suo peso.
Ancora una volta, alla periferia estrema della sua mente, si produsse un certo stupore. Non ppteva avergli fatto un gran male qiell'aggeggio: pesava poco o nulla. La rimise in equilibrio sulle ruote e torse il busto ad un angolo innaturale, allontanandola da lui senza staccare impiedi dall'asfalto. Poi si chinò di nuovo e la posò con garbo a terra.
Il casco di Dario si era voltato nella sua direzione. Le sue mani trafficavano con la cinghietta sotto la gola. Non perdeva sangue. Bea chinò la schiena, piegandosi quasi a metà, e con ungesto distratto lo aiutò a slacciare il fermaglio. Dario si sollevò sui gomiti. Scossenpiano la testa e poi cercò di sfilarsi il casco. Uno dei passanti si avvicinò e tentò di rimetterlo a terra, dicendogli qualcosa. Beatrice lo toccò sulla spalla. Voleva solo chiedergli di allontanarsi, di lasciarlo stare, magari di chiamare un'ambulanza, tanto per sicurezza, ma quello arretrò precipitosamente al suo tocco, con un lungo passo all'indietro, prima di perdere l'equilibrio e finire sseduto sulla strada come era capitato a lei poco prima. Bea lo guardò incuriosita per un secondo.
Dario, intanto, era riuscito a sfilarsi il casco. La guardava con aria stordita, ma riusciva finalmente a sentirlo parlare.
"Stai bene, nana? Sei a posto?"
"Bene. Tu?"
"Te l'ho detto, tutto bene. Penso di essermi preso la fifa della mia vita, ma tutto bene." Uno sguardo di comlrensione gli attraversò il voltome le indicò con una mano che tremava la cintura. La scatoletta cui si collegava l'auricolare, che permetteva loro di parlare durante i tragitti in moto, si era sfilata ed era caduta da qualche parte. Probabilmente Dario le stava parlando fin da subito, ma lei nom poteva sentirlo. Lo vide fare un tentativo per rialzarsi e poi riappoggiarsi sui gomiti.
"Ti sei rotto qualcosa?" Gli chiese.
"No. Mi gira la testa. Te l'ho detto, me la sono fatta sotto. Adesso riprovo." Bea corrugò appena la fronte. Poi si piegò di nuovo e lo afferrò per il petto del giubbotto. Lo tirò in piedi come se non avesse peso, come se sotto il tessuto ruvido che teneva stretto in mano non ci fosse niente più di un fantoccio di stracci. Dario la guardava con gli occhi strabuzzati, dall'alto dei suoi trenta e passa centimetri di vantaggio.
"Bea, amore, stai avendo una reazione adrenergica. Siediti." Fissò la moto confuso. "L'hai spostata da sola, quella?"
"Si. Ma sto bene, davvero." Lui annuì e le slacciò delicatamente il casco. Bea nonnricordava nemmeno più di indossarlo e la sensazione di sollievo che provò nel sentirsene liberata le provocò un lungo sospiro. Dario le circondò le spalle, lasciandola appoggiare al suo petto. Era meraviglioso. Lo sentì parlare con qualcuno,  senza percepire il significato di ciò che diceva. Tutta la sua mente pareva essersi contratta al sentire la presenza del tessuto contro il viso e il peso delle sue braccia sulla schiena. Stava bene. Spaventato, ma bene. Lo sentiva nel ritmo del suo respiro, nel modo di stare in piedi. Lentamente il mondo circostante, terribilmente nitido fino a pochi secondi prima, perse consistenza. Le girava la testa e si sentiva affannata.
"...chiamato un ambulanza?" Stava dicendo una voce sconosciuta.
"Grazie. Siete stati molto gentili. Anche perché dopo una reazione adrenergica del genere, mi sa che fra poco questa sviene." La voce di Dario era sempre più lontana.
'Che sciocchezza' pensò Bea, posata sul petto di lui. 'Non sono mai svenuta in vita mia.'
Poi una strana sensazione di freddo le invase il viso, come se qualcuno le stesse versando sul capo una brocca d'acqua ghiacciata. Sentì le braccia di lui stringelesi attorno, come per sostenerla, e pensò che era molto sciocco. Era solo stanca.
Dario sentì il corpo di Bea farsi più pesante contro di lui e le strinse le braccia attorno. Nonostante si sentisse ancora le ossa molli dopo lo spavento che aveva preso e la gamba destra gli bruciasse come il fuoco dal ginocchio alla caviglia, sapeva di non essersi fatto davvero male e preferiva evitarle una brutta caduta. Quando percepì la resistenza del corpo di lei annullarsi fra le sue braccia, la posò delicatamente sull'asfalto e le si sedette accanto, le gambe allungate di fronte a sé come un bambino, aspettando l'arrivo dell'ambulanza.

Rientrarono a casa quando ormai la notte era avanzata. Una rapida chiamata a Dora, che era in possesso dinuna copia delle chiavi, aveva portato Swiffer verso una serata di stravizi e la casa li attendeva buia e vuota.
Dopo alcuni rapidi accertamenti lo avevano lasciati andare, pressoché illesi. Qualche brutta sbucciatura e unnpaio di ampi lividinrosso cupo erano quanto rimaneva loro in ricordo di quella brutta avventura.
Dario aprì la porta sentendosi vecchissimo.
Non ricordava di essere mainstato tanto stanco. La paura, il peso di tuttinquei giorni di tensione, la preoccupazione per Beatrice, non riusciva a credere dinessere stato tanto stupido da rischiare l'osso del collo tutte quelle volte con lei, e, infine, la fame, avevano drenato dal suo corpo ogni energia.
Desiderava solo un pasto abbondante e una doccia bollente, non necessariamente in quell'ordine.
Bea, al suo fianco, era bianca come un cencio, fisicamente provata dalla caduta e dall'enorme sforzo fisico che aveva compiuto poco dopo e turbata dal ricordo insistente di un'altra caduta, ben più rovinosa, di molti anni prima.
Senza dire una parola, gli passò la mano sul braccio e si diresse zoppicando leggermente verso la cucina. Presto il suono rassicurante della cena in arrivo pervase l'aria e Dario salì piano la scala, diretto al bagno, anelando di togliersi di dosso il puzzo dinospedale e adrenalina che gli intasava i pori della pelle.
Il getto d'acqua gli piombò in pieno petto, tanto bollente da arrossargli la pelle all'istante, strappandogli un rumoroso respiro di piacere. Si strofinò con vigore, infischiandosene dell'inutile blaterio dei medici su come aiutare la cicatrizzazione della lunga sbucciatura che ancora bruciava sulla sua gamba. Ci avrebbe pensato più tardi. Aveva bisogno di dormire e sapeva che non ce l'avrebbe fatta, con quell'odore addosso.
Si stava asciugando, strigliandosi quasi con crudeltà la pelle arrossata con la superficie ruvida dell'asciugamano, quando glimparve di sentire un suono familiare, il trillo acuto del suo cellulare.
Scrollò le spalle. Chiunquenfosse poteva benissimo cercarlo l'indomani, riflettè, non esisteva nulla di tanto urgente da coatringerlo a correre quando si sentiva in quel modo. Allo stesso tempo, senza  che se ne rendesse conto, i suoi movimenti accelerarono visibilmente.
Scese le scale con passo più rapido e sicuro di quando le aveva salite. Il trillo continuava, come se non si fosse mai interrotto.
Entrò in cucina, deciso a dare almeno un'occhiata all'autore di quella fastidiosa seccatura e temendo, al tempo stesso, che si trattasse di qualcosa di grave, e si trovò di fronte ad uno spettacolo quanto meno inatteso.
Bea, con un lungo cucchiaio di legno ancora fra le mani, osservava appena sporta in avanti il display illuminato, con una luce di folle disgusto sul viso. Sembrava una bestiola sul punto di imbizzarrirsi. Dario nin ebbe bisogno di fare domande. Conosceva già la risposta prima ancora di toccare il telefono. Lo aprì con un gesto quasi casuale e lo portò all'orecchio.
"Ciao, Stella. Cosa vuoi?" La voce acuta di lei rispose, a malapena un sottile ronzio che si diffondeva per la cucina. Bea lo guardava tutt'occhi, come rapita. "Senti" disse nel telefono, stupendosi della calma che sentiva nella sua stessa voce "non è una buona serata. Qualsiasi cosa, penso che possa aspettare domani, no, se ha aspettato per un anno e passa." Una nreve secca risposta benne dal ricevitore e Bea guardò, fra l'affascinato e lo spaventato, le narici di Dario palpitare, come quelle di un animale che fiuta il fuoco. Le sue labbra si strinsero dando al viso un'espressione dura. "Dove ti trovi, scusa? Penso di non aver capito bene." La calma stava scivolando via dalla sua voce, sostituita dal ghiaccio. "Stella, non puoi semplicemente piombare qui. Non ho la benché minima intenzione di permettertelo."
Mentre la schiena pareva diventarle un unico blocco, Beatrice si rese conto di un fenomeno stravagante. Mano a mano che parlavano al telefono, le risposte di Stella, che prima percepiva solo come un ronzio acuto ed indefinito, le parevano diventare più udibili, più comprensibili.
Le occorse qualche secondo per afferrare cosa realmente stesse accadendo. Lo vide negli occhi di Dario, che saettavano alla finestra e tornavano a lei, senza requie. Riusciva ad avvertire la sua ira e il suo disagio. Sfiorò appena con le dita la sua mano, anbbandonata lungo il fianco, che si contraeva nell'aria come cercando un appiglio, poi andò a spegnere il fuoco di sotto la cena.
Indossava ancora gli stessi abiti di quandomera caduta, aveva pensato di cambiarsi appena Dario fosse uscito dalla doccia, e così era sporca di asfalto e di sangue sulle gambe, mentre la partensuperiore del suo corpo, che aveva goduto della protezione del giubbotto, era impregnata di sudore e stazzonata.
Pareva destino che, ogni volta che incontrava quella donna, lei fosse acconciata come qualcosa di evaso da una discarica. Dalla parte più bassa di una discarica.
Passò accanto a Dario, ancora impegnato al telefono, e andò ad aprire la porta d'ingresso.
Perfino con indosso un paio di jeans ed una giacca leggera, Stella pareva essersi animata dalla pagina di una rivista. I suoi lunghi capelli color miele arrivavano ormai alla vita, in un'onda setosa e perfettamente compatta. Il suo viso, appena contratto in una smorfia determinata, era di perfette proporzioni e non presentava alcuna irregolarità.
Con un lungo sospiro interiore, Bea si domandò per l'ennesima volta come diavolo Dario potesse aver preferito lei.
Poi lui si accorse di dove era andata e la raggiunse quasi di corsa.
"Direi che potreste anche piantarla con questa farsa." Disse, quando Dario fu al suo fianco.
Stella le dedicò un lungo sguardo greve di disprezzo, prima di rivolgersi a lui.
"Dobbiamo parlare." Disse.
"Parliamo." Ribattè Dario. Bea fece per rientrare in casa, ma la mano di lui la trattenne quasi a viva forza, serrandosi sulla sua spalla. Si scambiarono uno sguardo e lo vide annuire impercettibilmente, chiedendole di rimanere.
"Lei non..."
"Lei resta qui." Nella voce di Dario iniziava a trasudare la cadenza di suo padre. "Questa è la sua casa, io sono il suo uomo e leinrimane qui, Stella. Se devi parlare, parla. Altrimenti vai."
"Cosa dovrebbe essere questa, una specie di dimostrazione di che cosa?" Gli chiese lei in tono provocatorio. Bea percepì la rabbia montare in lui. La vide. E si rese conto che stava riuscendo, una volta di più ad invischiarlo, intrappolandolo nella sua conversazione. Premette appena la spalla di Dario con la sua e lui si volse a guardarla. Bea inclinò il capo, in una muta domanda, cui lui rispose con un sorriso sottile.
"Senti, ascolta, ex moglie" attaccò bea, calcando la voce su 'ex' "sei stata davvero squisita a farci questa improvvisata, ma vedo che non stai afferrando il punto. E non lo afferri perché il buon Dario, qui, alle volte parla troppo pulito." Dario inarcò un sopracciglio. Credeva di non aver mai visto Beatrice in quello stato. Era uma bella fortuma che non ci fossero i loro padri ad assisterema quel soliloquio perché nessuno al mondo, in quel momento, avrebbe potuto credere che non gosse figlia di Lucio. Le gambe piazzate, il capo apprna inclinato, col mento proteso, pareva grande e grossa, nonostante quella parsimonia con cui la natura aveva voluto formarla. Come suo padre, e come a lui non era riuscito mai, emanava un'aura di minacciosa sicurezza. Senza rendersene conto, Dario si scostò per farle spazio e finì per trovarsi alle sue spalle.
"Non gliene frega un cazzo a nessuno di quello che hai da dire. Hai capito, bambolina da due soldi? Non ci interessa. Qualsiasi cosa sia, dillo a qualcun altro. Trovati un amico, vai da uno psicologo, confessati, ma" la fissò negli occhi facendo una pausa "levati dai coglioni in tempo utile." Scandì.
"Dario, tu..." disse Stella. Beatrice la toccò sul petto, sopra il seno, a dita tese.
"Stai parlando con me, oca da carne. Ti sembro Dario? Ho l'aria da maschio biondo, io?" Dario sapeva che avrebbe dovuto fermarla. La vedeva sprofondare in un meccanismo di difesa antico quanto il loro sodalizio, ma era troppo affascinato dal vedere suo padre riprodotto con tanta fedeltà. Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso. Fu solo quando, dopo un altro paio di tentativi di protesta miseramente falliti, vide Stella arrivare con le spalle a contatto del cespuglio sempreverde di fronte alla porta, nel suo indietreggiare, che si decise ad intervenire.
Toccò appena la spalla di Bea e lei sussultò, come sveglaita da un sonno profondo. Ci avrebne scommesso, che quasi non ricordava più che lui era lì.
"Ha capito, Bea. Calma." Le disse con voce morbida. Lei annuì. Si sistemò gli occhiali sul naso con un colpetto dell'indice e, con aria leggermente imbarazzata, arretrò fino al suo posto originale, sulla soglia.
"Vero che hai capito, Ste?" Chiese poi alla donna che quasi entrava nel cespuglio.
"Voi due siete matti."
"Giusto." Commentò entusiasta Dario.
"E se non faccio come vuoi tu che cosa fai, mi aizzi contro la tua cugina da letto?" Il viso di Dario si aprì in un franco sorriso.
"Lo dicevo, io, che avevi capito! " annuì soddisfatto. Poi le volse le spalle. Passando sulla porta, accolse Bea nell'incavo del braccio, circondandola e accompagnandola dentro casa. Poi, sempre sorridendo a Stella, sorridendole a pieno viso fino a che riuscì a vederne uno spiraglio, chiuse la porta.