domenica 28 dicembre 2014

51

I

Cadeva male, senza attenuanti. Nonostante tutte le accurate modifiche sartoriali, qiel dannato pezzo di stoffa si ostinava a sembrare appeso ad una gruccia e non indossato da una persona.
Beatrice sbuffò esasperata assesstando un paio di bruschi strattoni al davanti della giacca chiara, desiderando, invece, di poter prendere a claci la figura sgraziata che la osservava con enormi occhi densi di panico dal vetro lucido dello specchio.
"Vuoi stare buona, per la miseria? Non ce l'abbiamo il tempo di stirarlo di nuovo, quindi pia tala di fare i capricci!" Violale apparve accanto, sollecita. Nonostante il tono severo, sui tratti regolari del suo visp aleggiava un'espressione di dolce comprensione. "Stai tranquilla, Bea. Sei bellissima." Bea sentì pizzicare gli angoli degli occhi.
"Non è vero. Sembro una stampella vestita." L'amica le aggiustò con pochi tocchi aggraziati l'orlo della giacca e le posò una carezza lieve sui capelli acconciati di fresco.
"Sembri quella che sei. Una bellissima donna molto agitata. E sa dio perché, dato che in pratica e buona sostanza vi comportate come foste sposati da quando andavate alle medie. Sta ferma, benedetta ragazza!" La rimproverò poi seccata quando lei fece per risistemare l'abito sul petto.
"Viola..." Bea si torceva le mani. Abbassò lo sguardo, se ne rese conto e le separò in un gesto brusco, non sopportando di vedere se stessa farlo. Le ricordava troppo sua zia.
"Cosa c'è?" Le chiese l'amica.
"Mi viene da vomitare."
"Beh, trattieniti! Ti hanno appena truccata, non puoi metterti a vomitare adesso. E poi mi pare che negli ultimi tre giorni tu lo abbia fatto a sufficienza. Avrai perso almeno due chili!" Bea abbassò lo sguardo ed iniziò a cincischiare una delle ciocche che le ricadeva sulla spalla, senza dare risposta. Viola aveva più che ragione, ma lei non sapeva che farci. L'idea stessa di ciò che stava per accadere le pareva telmente enorme da lasciarla senza fiato.
Alzò sull'amica uno aguardo indifeso, ingigantito dal trucco sapiente e dall'assenza degli occhiali, sostituiti per un giorno da insolite lenti a contatto. Senza poterne fare a meno, gettò una rapida, ennesima occhiata allo specchio a figura intera che le stava accanto, sentendosi sempre più atterrita dall'immagine che le rimandava.
Il panico la minacciava da vicino, facendo sentire i suoi morsi aguzzi lungo il corso di tutti i suoi nervi.
La porta sul fondo della stanza si aprì di uno spiraglio, mentre, contemporaneamente, qualcuno bussava con un lieve tamburellare di nocche sul legno. Bea avrebbe riconosciuto ovunque quel modo di entrare, che riusciva a bilanciare alla perfezione discrezione e risolutezza. Fu quasi con un verso da uccellino, la voce resa stridula dalla troppa emozione, che la chiamò.
"Dora! Dodo!" Dora fece il suo ingresso nella stanza, incredibilmente elegante con il corpo morbido fasciato in un abito morigerato colpr rosa antico, che contrastava sapientemente con i capelli, ancora nerissimi. Teneva qualcosa nella mano, ma Beatrice non ci badò, presa com'era nel tentativo di nascondere la propria agitazione e domandarle aiuto allo stesao tempo. Non ci fu bisogno di ulteriori sforzi. Gli occhi della donna la carezzarono dai piedi alla testa, dietro le sottili lenti da presbite, e un sorriso materno le rischiarò il viso.
"La mia signorina che diventa una signora." Le disse a mezza voce, avvicinandosi lentamente. Viola fece un passo indietro per rimirare la scena. Il terrore negli occhi di Bea sembrava arretrare mano a mano che la donna si avvicinava, come una belva davanti al domatore. "Sei bellissima, si, proprio bella. Vedrai il signorino Dario che faccia che fa quando ti vede, bella così." Bea indicò con un gesto rassegnato il vestito color ghiaccio e le gambe esili che parevano volersi nascondere l'una dietro l'altra sotto la gonna al ginocchio e Dora schioccò sommessamente la lingua contro il palato.
"Dodo, sembro una stampella vestita..."
"Si, si, perché ti manca ancora qualcosa. Ma sono venuta io, per questo. Stai ferma, adesso, signorina Bea." Le posò le mani sulle spalle e la voltò in modo che fronteggiasse lo specchio. Allargò con pochi gesti amorevoli il collo della giacca in modo che le scoprisse il petto e, zittite le proteste sussurrate di Bea, continuò nel suo lavoro tirando i sottili risvolti all'indietro, pprtando alla luce il semplice indumenti bianco e liscio sottostante, per poi lisciare dolcemente le ciocche arricciolate che le ricadevano sulla clavicola, sistemandole in modo che le incorniciassero il volto. "Ecco. Adesso tieni le spalle belle diritte, signorina. Stai andando a sposarti, non a farti picchiare. "
Bea osservava stupefatta quello che i pochi tocchi di Dora erano riusciti a fare alla figura nello specchio. Pareva più adulta di qua to si fosse mai vista, più fiera, e perfino la sua figura, che prima sembrava sparire nell'abito come se vi si nascondesse all'interno, ora spiccava modellandone le pieghe, come nel drammatico drappeggio di un'antica scultura.
Se avesse interpellato Viola, al proposito, le avrebbe senz'altro potuto spiegare in poche parole come quell'effetto quasi magico fosse stato semplicemente prodotto dal suo raddrizzare la schiena e le spalle, abbandonando l'aria spaurita.
Dora non aveva ancora portato a termine il suo lavoro. Avvicinandosi a Beatrice, aveva posato sulla sedia accanto allo specchio l'involto che teneva in mano entrando ed ora lo aperse, scartocciandolo lentamente sotto gli occhi curiosi della sua protetta, godendosi, con un sorriso sornione, la stessa espressione di attesa e meraviglia che le illuminava gli occhi da bambina, di fronte ad ogni pacchetto che estraeva dalla busta delle compere giornaliere.
Dalla carta pretenziosa e sottile emersero alcuni ampi, esotici fiori. Sembravano brillare, quasi strillare la loro presenza nella luce pomeridiana che entrava a fiotti dalle ampie finestre.
"Dio mio, Dora, ma cosa sono?" La donna sorrise con evidente affetto ai fiori.
"Orchidee. Molto belle. Vengono dal mio paese, ci ho messo più di un mese per farle arrivare. Sono per te. Vedi?" Ne sollevò uno, spiccandolo con un gesto preciso dal verde sostegno, e lo espose alla luce solare. Il giallo ambrato era striato e picchiettato di macchie delicate, come fossero segni e note di una lingua sconosciuta, di un bruno color ruggine. Viola trattenne il respiro e si alzò sulla punta dei piedi.
"Bea! I tuoi occhi!"
"Cos'hanno?"
"È lo stesso colore, zuccona! Lo stesso identico." Dora rise sonoramente alle parole di Viola e fece girare di nuovo Bea su se stessa, iniziando paziente ad appuntarle i fiori fra i capelli. Quando ebbe finito, perfino Beatrice non poté fare a meno di sentirsi come rapita in un sogno. Pareva che la luce catturata da quei petali sottili si trasferisse per incanto alle sue iridi, rendendola più luminosa di quanto avrebbe potuto fare una cascata di gioielli.
I tre visi accostati nella cornice ovale del grande specchio, stavano rimirando quell'affascinante e senz'altro attentamente calcolato fenomeno, qua do di nuovo bussarono alla porta.
Fu Viola a staccarsi per andare ad aprire.
"Bea, è il bouquet. Almeno quello ce l'hai, come una sposa vera!" Le annunciò. Ancora non si capacitava di come l'amica avesse sistematicamente rifiutato ogni oggetto che potesse ricordare un matrimonio, quando era evidente a tutti che per lei sarebbe stata la prima ed unica volta in cui si sarebbe sposata. Aveva fatto di tutto perché quell'evento che sognava da una vita intera passasse sottotono, come in sordina. Viola non riusciva a farsene una ragione. Nella sua esperienza, pensò per l'ennesima volta mentre riceveva il mazzo di fiori prudentemente imballato all'interno di un'alta scatola di cartone bianco e ringraziava meccanicamente il fattorino, si nasconde ciò di cui si ha vergogna, non certo quello per cui si combatte da una vita. Ma quei due erano sempre stati appena fuori dalla portata della sua comprensione, quando erano insieme, riflettè posando la scatola su di un tavolino. Bea, lei da sola, riusciva a capirla benissimo, non era nemmeno una peraona complessa. Introversa, quello si, discreta ai limiti della timidezza, ma non certo complocata. Le bastava avere il suo lavoro e qualcuno che, di tanto in tanto e con il più grande affetto, le desse un metaforico calcio nel sedere quando si ranicchiava a piangere su qualche evento particolarmente difficile. Anche Dario, per quanto l'aveva conosciuto nell'ultimo paio di anni, non era una persona realmente stravagante. Noioso fino alla morte e determinato fin quasi alla prepotenza, anzi, si corresse ripensando ad un termine che aveva usato suo marito Vittorio parlandone, prevaricatore. Ecco la parola giusta. Sorrise fra sé tornando verso lo specchio. Ma niente affatto difficile da capire. Per lui c'erano due modi di fare qualunque cosa: il suo e quello sbagliato. Fine della faccenda. Insomma, non proprio quello che si dice una mentalità aperta, ma comprensibile. No, da soli non erano un problema. Il problema si presentava quando stavano insieme, quei due, e parevano assumere una sorta di personalità unica e complessiva, che risultava, in virtù di una qualche legge a lei ignota, completamente differente dalla somma delle singole parti. Altalenavano, come due contrappesi, da un estremo all'altro della scala emotiva, senza apparente soluzione di continuità e senza colpo ferire. E quello era ancora il meno. Parevano interconnessi in una qualche maniera, come se veramente non fossero in grado di decidere o agire, come in realtà facevano benissimo, singolarmente. Ad ogni domanda che veniva loro rivolta, la risposta tardava quel tanto, qiella frazione necessaria ad un rapido scambio di sguardi e di accenni che precorreva la voce. E non erano mai due risposte distinte. Insieme, ne era certa, avevano deciso per quella cerimonia da burletta, per motivi che solo loro due comprendevano e che sarebbe stato inutile chiedere. La risposta, sempre uguale, sarebbe stata niente altro che una scrollata di spalle e la laconica affermazione che 'a loro andava bene così'.
Persa nei suoi pensieri, Viola non si rese conto della posa tesa e carica di aspettativa di Beatrice fino a che non si voltò verso di lei, abbandonando la contemplazione dello scorcio di tetti rossi e muri di pietra che la finestra le concedeva.
"Si, Bea? Cosa c'è, mi hai chiesto qualcosa?" Le chiese, convinta di non aver sentito, o non aver fatto caso ad una sua domanda. Bea scosse la testa, con un piccolo sorriso imbarazzato.
"Il bouquet. Dario ha voluto a tutti i costi sceglierlo da solo senza dirmi niente. Sono curiosa." Viola sollevò un sopracciglio. Un gesto del genere proprio non se lo sarebbe aspettato, da Dario. Prese la scatola dal tavolino e si avvicinò rapida a Dora e Bea, ora a sua volta presa dalla curiosità di scoprire cosa fosse, per quell'uomo che la sua amica amava tanto, un bel mazzo di fiori. Sei occhi frugarono per un istante l'interno del cartone, senza che nessuna di loro lo toccasse.
"Per favore, fatelo voi. Sono troppo in ansia, di sicuro rompo qualcosa." Gemette Bea alla fine.
Fu Dora a ficcare le mani nella scatola ed estrarne una corta, tondeggiante composizione di quelle che parevano erbe selvatiche fiorite.
"Beh. Io non so. Sembra...moderno." Commentò la donna con voce delusa. Viola stava per aggiungere il suo commento, stava cercando una qualche gentile menzogna su quello che le sembrava niente di più di un fascio di fiori di campo ben impacchettato, quando si rese conto della reazione di Beatrice.
I piccoli fiori giallo pallido, raccolti in spighe lunghe ed appuntite facevano da corona alle larghe, generose corolle delle margherite all'interno. Come macchie di colore, fra tutto quel bianco, spiccavano fragili i petali rossi e trasparenti dei papaveri, mostrando gli stami vulnerabili. Lunghe erbe taglienti, dal bordo liscio, circondavano i fiori e ne legavano i gambi, come a proteggerlri ed abbracciarli.
Bea si portò alle labbra le dita, nascondendo la bocca che iniziava a tremare.
Doveva essersi preso un'ora, in quel giorno tanto frenetico, pensava, mentre cercava di ricacciare le lacrime indietro per non rovinarsi il trucco, almeno un'ora e non molto tempo prima. I fiori selvatici, lo sapeva, durano poco.
Lo immaginò scendere dall'auto, dopo aver guidato abbastanza da raggiungere un prato. Nella mente, senza difficoltà alcuna, lo vedeva dare un'occhiata al quadrante dell'orologio prima di addentrarsi fra l'erba alta del giugno inoltrato ed iniziare a scegliere gli steli, uno per volta, ripulendoli gentilmente dalle foglie alla base, con un sorriso che gli appariva come un lampo sul viso concentrato ricordando di volta in colta ogni corolla, ogni foglia.
Fu quell'immagine, tanto realostica da risultare ai fatti reale per lei, in quel momento, quel pensiero, del tempo he doveva averci speso con la schiena china e le ginocchia piegate sotto il sole impietoso, lui che il sole non lo amava affatto, a farle perdere la sua battaglia. Una lacrima traboccò dalle ciglia e scavò una riga lucida sulla cipria colorita.
"Che succede?"
"Sono i nostri fiori." Spiegò Beatrice a Dora e Viola che la guardavano impietrite. "Quelli che raccoglievo da ragazzina per infilarglieli nella cintura e nei capelli, d'estate. È andato a prenderli."

II

Dario sospirò stizzito e disfece tutto per quella che gli pareva la centesima volta.
"Oh, tutto a posto, socio?" Andrea lanciò le gambe in avanti scendendo dall'alto davanzale su cui si era appollaiato e si avvicinò all'amico "ti dò una mano?" Si offrì.
"Non mi serve nessuna mano. È un nodo. Lo so fare un nodo. Un nodo Windsor. Lo faccio tutti i giorni, lo so fare a memoria. Non mi serve una mano." Replicò secco, riprendendo l'ennesimo tentativo. Gliel'aveva insegnato sua madre, quello e anche altri modi di farlo, quando ancora era bambino. Ricordava le mani morbide che guidavano le sue, nel gioco di passare sopra, sotto e tutt'attorno, creando come per magia effetti diversi a seconda del giro. Chiuse glo occhi per un attimo e si impose il controllo. Non poteva farsi prendere dalla nostalgia, adesso, a meno di un'ora dalla cerimonia. Fuori discussione.
"Socio? Lascia fare a me. Ti tremano le mani." Andrea si avvicinò e gli scostò le mani co fare paziente, gentile, quasi materno. "Guarda diritto, che se no non ci riesco. Allora. Sei proprio sicuro di voler fare questa cosa?"
"Quale cosa?" Chiese Dario stranito, costringendosi a rimanere fermo mentre l'altro maneggiava impacciato la sua cravatta.
"Sposarti. Dico, non mi sembri esattamente traboccante di gioia."
"Ah, ma fottiti. È logico che voglio."
"Hai un vestito completamente nero."
"E tu un cervello totalmente bacato. Mi sta bene, questo vestito. È elegante."
"È da becchino. E il nero non era il colore del lutto?" Andrea trinse lentamente il nodo e poi si allontanò di un passo, rimirando l'opera.
"Grazie. Tradizionalmente i maschietti si vestono di nero, al loro matrimonio. O tu pensi che ci andrai avvolto nello chiffon color pesca?" Andrea scrollò la testa.
"Io non me la lascio fare una cosa del genere. Neanche morto. A me non mi acchiappano." Dario ridacchiò dal fondo della gola vedendo la smorfia di sincero orrore sul viso dell'amico e si avvicinò allo specchio per sistemare gli ultimi dettagli.
"E immagino che Elena questo lo sappia."
"Assolutamente. È una persona ragionevole, lei. Non ha smanie di matrimoni o di figli, grazie a dio."
"Niente piccolo Vasirani a infestare il mondo?" Andrea rabbrividì platealmente.
"No, no. Puoi stare tranquillo. A ogni modo, se hai cambiato idea fai ancora in tempo. La cuginetta si incazzerà un filo, ma vedrai chenpoi le passa." Dario si passò per la millesima volta le dita fra i capelli. Non c'era altro da fare e la cosa in sé lo metteva in agitazione più di quanto volesse ammettere. Non sopportava di non avere qualcosa che lo tenesse impegnato, mentre aspettava l'ora adatta a partire. Avrebbe voluto Bea vicino. Sentiva quasi il bisogno fisico di ascoltare la sua voce, di chiederle se anche lei si sentisse sopraffatta dall'emozione, nonostante tutti i loro tentativi per rendere quella giornata il più tranquilla e distesa possibile. Sbirciò l'ora e si domandò se fosse azzardato provare a chiamarla. Probabilmente non gli avrebbe risposto, quasi certamente, adesso, il suo cellulare si trovava ficcato ben in fondo alla borsetta di Viola, spento.
Occhieggiò con desiderio il proprio telefono, che lo aspettava, nero e muto come al solito, appena oltre la soglia.
Resistette ancora un dminuto, mentre il flusso inesausto delle parole di Andrea gli scorreva addosso senza lasciare traccia nella sua coscienza, poi varcò la porta che immetteva nell'ingresso e prese il telefono in mano.
Nel peggiore dei casi non glo avrebbe risposto. Di certo, altro non poteva succedere.
Si accorse che il cellulare era spento e si domandò, con un guizzo di ansia, se Bea avesse provato a chiamarlo senza potergli parlare.
"Dai, coglione, stai calmo. Lo sanno chendevono chiamare sul mio, l'ho detto a tutto il gallinario." Chiosò beffarda la voce di Andrea alle sue spalle. Dario gli rivolse un'occhiataccia accendendo il telefono.
"L'hai spento tu, brutto cagacazzi che non sei altro? E dirmelo? Farmi presente che lo stavi facendo? Era troppo complicato? Non ce la fa quella manciata di rotelline che ti hanno sparpagliato nel cranio, a gestire un'azione e una comunicazione insieme?"
"Dai, Dario, stai calmo."
"Sono calmo. Solo non mi piace che sintocchino le mie cose."
"Hai paura che abbia cambiato idea lei?" Andrea lo guardò con sincero interesse e Dario sentì la pelle accapponarsi sotto la leggera camicia bianca.
"Dovrebbe essere una battuta, Vasirani? Perché non sto ridendo, nel caso tu non l'abbia notato."
"Ah, si? Ma ridi, anche, tu? Ti hanno programmato anche quella capacità lì?"
Dario stava per ribattere qualcosa, si stava concentrando in cerca della risposta migliore, quando il telefono prese a squillare.
Aveva quasi scordato che lo stava tenendo in mano e per poco non lo lasciò cadere per la sorpresa. Rapido, lo rigirò nel pamo per vedere il display illuminato, e il sorriso tirato che gli stava nascendo sulle labbra morì rapidamente.
Andrea lo vide sbiancare, come se il poco colore del suo viso defluisse verso il basso, in cerca della potezione offerta dal nero, formale completo che indossava.
"Tutto bene?" Gli domandò a voce bassa. Dario gli ripose sollevando l'indivr, per chiedergli di fare silenzio, e poi portò il telefono all'orecchio con un gesto brusco, come se temesse dinperdere il coraggio dinrispondere, attardandosi a riflettere un attimo di più.
"Cosa vuoi?" Chiese cauto.
"È oggi che ti sposi?"
"Si. Ci sposiamo oggi. Fra quaranta minuti. Cosa vuoi?" Dall'altra parte veniva il ritmico rumore di un rrspiro pesante, simile ad una risacca. Dario mantenne il silenzio, deciso ad aspettare la risposta alla sua domanda senza cedere al senso di disagio che gli faceva sentire il bisogno dinparlare, di dire una cosa qualunque, pur di riempire quel vuoto.
"Auguri, mezza sega." Disse ancora la voce dall'altro capo del telefono. Il tono era strano, come recalcitrante, ma le parole vennero pronunciate chiaramente, quasi scandite, come se fosse preciso desiderio di Lucio non essere frainteso. Poi la comunicazione si interruppe.
Dario non abbassò il telefono. Lo portò dall'orecchio a davanti gli occhi, cercando una conferma di ciò che aveva sentito in quello che vedeva.
Niente saluti.
Nessuna parola di riconciliazione.
Solo 'auguri', senza aggiungere altro.
"Vuoi veramente tirarmi scemo, eh, vecchio stronzo puttaniere?" Mormorò al telefono.
Andrea lo guardava stranito. Dario era pallido, visibilmente turbato, e stava insultando il suo cellulare, mentre lo fissava tenendolo di fronte agli occhi, nel tono affettuoso che si riserverebbe ad una persona cara. Solo per un momento, Andrea si chiese se non gli avesse definitivamente dato di volta il cervello, poi si schiarì piano la voce.
"Dario? Tutto a posto?" L'amico si voltò verso di lui annuendo appena, le labbra che sporgevano nella smorfia che gli era abituale.
"Era mio padre."
"Ah. E...tutto a posto?"
"Si, Andre. A posto. Vogliamo andare?" Andrea gli sorrise.
"Se sei davvero sicuro..."
Uscirono nel pomeriggio di giugno e vennero immediatamente avvolti dalla luce, ancora quasi perfettamente perpendicolare nonostante l'ora, come sparendo in un altro mondo.

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