martedì 6 gennaio 2015

52

Le alte finestre in legno scuro proiettavano una luce bianchissima, per nulla stemperata dall'avvicinarsi della sera, sulle tappezzerie sanguigne della sala. Il pesante lampadario di cristallo pareva fiammeggiare del riflesso solare, a malapena guardabile, e l'ampia tavola lustra di dietro la quale l'ufficiale del comune osservava i pochi convenuti stretto nella sua fascia tricolore aveva assunto calde sfumature color miele.
Dario la fissava, seguendone con gli occhi le venature, cercando di ignorare i sussurri che provenivano dalla sua destra.
"Socio, sei ancora in tempo. All'ultimo minuto ma sei ancora in tempo. Dai, possiamo andare direttamente al ristorante."
"Vasirani, piantala!" Sibilò serrando gli occhi per un momento. Dietro di lui, compostamente seduti, Vittorio e Liliana parevano aver trovato qualche argomento di conversazione che li chinava in una fitta rete di parole a mezza voce l'uno verso l'altra,  mentre da qualche parte, al limite estremo del suo campo visivo, Viola pareva non poter fare a meno di girarsi ogni secondo verso la porta.
Quel punto delicato fra stomaco e polmoni sembrava farsi sempre più rigido e pesante, in una progressiva, inesorabile trasformazione da carne a marmo, e d'improvviso fu certo che non sarebbe riuscito a spiccicare parola. L'ufficiale avrebbe posto la fatidica domanda e lui sarebbe rimasto a boccheggiare, sempre più paonazzo, come un pesce fuor d'acqua, senza riuscire a produrre il minimo suono, mentre il tramonto avrebbe arrossato le finestre, in tinta perfetta con le pareti.
Cercò di respirare a fondo. Gli veniva da vomitare.
"Se ci voltiamo e usciamo adesso, con nonchalance, possiamo arrivare alla macchina prima che si accorgano che stiamo disertando" Andrea parlava a voce bassissima, muovendo appena l'angolo della bocca, con fare da cospiratore. Dario abbassò sul suo viso gli occhi pallidi, vitrei di agitazione, e lui tacque d'un tratto. "Adesso arriva, Dario. Stai calmo."
Dario annuì appena, un cenno lieve, senza che il suo viso perdesse l'espressione impietrita. Gli pareva di essere davanti a quella tavola, in quella stanza sontuosa, ad aspettare, da tutta una vita.
Naturalmente sapeva che sarebbe venuta. Non gli avrebbe mai fatto una simile cattiveria, la sua Bea. Ma non era forse in ritardo?
Cercando di non farlo notare a nessuno, sbirciò il quadrante dell'orologio. Erano trascorsi appena un paio di minuti da che l'aveva guardato l'ultima volta. Possibile? Gli parevano ore. Non era affatto in ritardo. Mancavano ancora tre minuti buoni all'ora esatta.
Si ricompose, inconsciamente raddrizzando spalle e collo nella posa altera che gli aveva insegnato la madre.
L'ufficiale col tricolore lo guardava e lui restituì lo sguardo, domandandosi perché mai lo fissasse. Poi l'uomo gli lanciò un sorriso gentile, carico di comprensione e incoraggiamento, stupendolo. Nom avrebbe mai creduto che si notasse tanto, la sua agitazione.
Si impose di dominarsi.
"Allora, dai, incomincia a indietreggiare pian piano, guadagnamo la porta."
"Andrea, se non la smetti ti dò un pugno in faccia che ti faccio volare fuori dalla finestra."
"Io lo dico per te, mica per me."
"Stai zitto, maledetto cretino! Piantala!" Gli ingiunse Dario, parlandogli senza nemmeno volerlo allo stesso modo in cui l'altro parlava a lui, con il viso volto in avanti e la bocca che si muoveva appena.
Poi un movimento attirò la sua attenzione sulla sinistra e si rese conto che qualcuno aveva preso posto. Con la coda dell'occhio vide Andrea voltarsi per metà e la sua espressione cospiratoria distendersi, suo malgrado, in un'aria intenerita.
Poi tutti si alzarono, e lui si voltò tanto velocemente da sentir scricchiolare le vertebre del collo.
Era in perfetto orario, come sempre.

Finalmente Beatrice capiva per quale motivo le spose venissero accompagnate da qualcuno all'altare o, come in quel caso, alla tavola sul fondo della stanza. Non era un residuo di qualche antico regime patriarcale. Erano le gambe, che parevano aver smarrito le ossa sulla rampa di scalini ed ora si rifiutavano di collaborare.
Si bloccò sulla soglia, mandando mentalmente improperi a se stessa per la sua scelta di compiere quegli ultimi, lunghissimi passi da sola.
Si rendeva conto che la sua doveva sembrare una pausa ad effetto, volta a far sì che tutti la ammirassero, e gettò le spalle all'indietro raddrizzandosi per confortare quell'opinione.
Non ci sarebbe riuscita mai, a fare quei pochi passi per arrivare al tavolo. Sentiva come se avesse messo radici, i piedi che rifiutavano di staccarsi dal pavimento.
Poi i suoi occhi, che vagavano per la sala smarriti, trovarono quelli di Dario. I loro sguardi si intrecciarono, parlando il loro linguaggio segreto.
Dario sgranò gli occhi, inclinando appena un sopracciglio. 'Come sei bella', diceva quello sguardo.
Beatrice lo ricambiò carezzando appena con gli occhi la sua lunga figura in nero. 'Anche tu amore mio.'
Dario inclinò il capo verso destra, appena di qualche grado. 'Che succede?'
Beatrice rispose ruotando gli occhi, aperti al massimo, sulla sala sontuosa che le si apriva davanti. 'Panico! Panico! Panico!'
Dario chiuse gli occhi e si passò la punta della lingua fra le labbra. Stava ridendo, ma nessuno poteva udirlo. Beatrice alzò le spalle di qualche millimetro, a dimostrargli che non poteva farci nulla.
In un unico, muto lampo di comprensione, che passò fra i loro occhi allacciati con una forza che quasi parve dargli peso e consistenza, si resero conto che gli sguardi di tutti i presenti erano fissi su di loro e sul loro dialogo muto.
Andrea si sporse appena verso Dario, avvicinandosi alla sua nuca.
"Guarda che qui tutti gli altri sono terrestri normali. Se la piantaste di fare il duo meraviglia sarebbe meglio." Dario si scrollò, come liberandosi fisicamente della presenza dell'altro e mosse in primo passo verso la porta sul fondo. Mentre si avvicinava in lunghe, nervose falcate irregolari alla parete opposta della sala, sentendo su di sé gli sguardi, venne raggiunto da sibilo dell'amico. "Dove vai? Oh, guarda che scherzavo! Devi rimanere qui!"
Sorrise a Beatrice che gli sorrise di rimando, muovendo verso di lui. Le gambe di Dario erano più lunghe e i suoi movimenti resi veloci dalla tensione che lo pervadeva, quindi si incontrarono, faccia a faccia, più vicini alla porta che al centro della sala. Si scambiarono un nuovo sorriso, appena un accenno imbarazzato, prima di muoversi come in un passo di danza provato molte volte.
Il loro movimento, sincronico ed aggraziato, li portò a fronteggiare insieme il lustro tavolo sul fondo e i sorrisi dei convenuti, che avevano finalmente compreso il senso di quella manovra.
Beatrice insinuò la mano sotto il braccio di Dario e sentì i muscoli delle spalle rilassarsi quando lui le coprì la mano con la sua.
Fianco a fianco, la spalla di lei che sfiorava appena il braccio di lui, così come avevano camminato per tutta una vita, coi passi che si adattavano l'uno sulla lunghezza dell'altro senza bisogno di alcuna premeditazione, avanzarono verso l'ufficiale in tricolore che li attendeva sorridente.
Fu una cosa misericordiosamente breve.
Ascoltarono l'uomo leggere gli articolo di rito con una voce chiara e pacata, che si srotolava nella luce che iniziava a preludere il tramonto senza esitazioni. L'uomo disse qualche parola, qualche banalità, sull'unione che stava celebrando, prima dinporre loro la domanda che tutti attendevano.
Quando guardò Dario, chiedendogli se voleva prendere in moglie Beatrice Bizzarri, un secondo di assoluto silenzio parve dilatarsi nella stanza gonfiandosi come un palloncino. Dario abbassò la testa, certo che non sarebbe riuscito ad emettere suono.
Si sentì arrossire e detestò quella sensazione.
Poi le dita di Bea, sottili e sicure, nonostante fossero fredde come pietra, si intrecciarono alle sue.
E il suo 'si' suonò chiaro sotto il soffitto antico.
La stessa domanda venne posta a Beatrice e la sua mano si strinse ancora di una frazione, mentre rispondeva.
Mentre l'ufficiale pronunciava le parole di rito, ai loro orecchi niente di più di una lontana tiritera, si guardarono straniti.
Fu come se in un momento tutti quegli anni, tutti i loro stessi di tutti quegli anni, entrassero dalla porta per raggiungerli e si ricongiungessero in un unico filo conduttore.
I loro occhi erano quelli dei bambini che erano stati, quando ognuno non aveva nulla all'infuori dell'altro. Erano quelli di loro due, affacciati appena all'adolescenza, che comprendevano in una lenta rivelazione, un'aurora della consapevolezza, che sarebbero stati qualcosa di più che fratello e sorella. Erano quelli della loro prima giovinezza, quando l'amore bruciante che li legava aveva consumato ogni altra cosa dentro di loro, lasciandoli incapaci di provare null'altro.
Erano gli occhi smarriti del giorno in cui erano stati divisi ed era lo sguardo indurito che si era venuto formando, uno strato alla volta, come una roccia in grembo alla terra, nel vivere il mondo da soli, consci di ciò che mancava alla loro anima per essere intera.
Erano loro, loro due, in tutto ciò che erano sempre stati ed, in un lampo, in tutto ciò che doveva ancora venire, sospesi dal momentaneo stupore sulla soglia della loro vita, nel rendersi conto che nessuno, all'infuori di loro stessi, avrebbe potuto allontanarli mai più.
Un identico moto di sollievo, come il posarsi di un peso a lungo trascinato, li percorse, lasciando scivolare dai loro visi e dai loro corpi uniti alle mani l'affanno che li gravava da sempre.
Agli occhi del mondo, così come a quelli del loro cuore, erano uno.

D'improvviso attorno a loro si levò un battimani.
I convenuti, e perfino l'ufficiale, li stavano garbatamente applaudendo, per festeggiare il loro nuovo nuovo stato di coniugi.
Si erano tenuti per mano, stretti, nel momento in cui avevano saldato la loro unione ed ora entrambe le loro mani erano intrecciate, dito a dito, il bouquet abbandonato e momentaneamente dimenticato sulla tavola antica.
Quando Dario iniziò a parlare, nessuno dei presenti udì le prime parole. Parlava ad un tono normale, senza alzare la voce, in brevi scoppi di parole seguiti da lunghe pause, come riflettendo di volta in volta su cosa dire, guadando le acque basse della sua innata timidezza di pietra in pietra.
Beatrice udì ogni parola. Avrebbe conservato per tutta la vita ogni parola ed ogni infleasione della sua voce, come un limpido ricordo tenuto vivo dall'essere spesso ricordato.
"Quando idrogeno ed ossigeno si mescolano in grandi quantità, di improvviso, il risultato non è buono. Esplodono. Hai presente lo Zeppelin? Quello era pieno di idrogeno. Ossigeno e idrogeno, quando li mescoli nel modo sbagliato, fanno solo del danno. Ma se entrano in contatto nel modo giusto, sai, se arrivano a toccarsi nella giusta proporzione e nella giusta condizione, la cosa cambia. Perché se le condizioni sono giuste, se la proporzione va bene, allora ossigeno e idrogeno, insieme, diventano acqua. E l'acqua, lo sai, è quella cosa senza cui non esisterebbe niente di vivo. Ecco, sai, per noi è uguale. Non so come sia successo, non una volta, ma adirittura due. Ma deve essersi creata la condizione giusta, perché quello che facciamo insieme è vita, non distruzione. Perché invece di scoppiare, vedi, noi diventiamo acqua. Anche se avrebbe potuto essere il contrario. Ma non lo è stato. E senza uno dei due, senza idrogeno o senza ossigeno, non esiste l'acqua e senza acqua non esiste la vita. E la stessa cosa è per noi. Se non c'è noi, non c'è vita."
Mano a mano che parlava, ognuno dei presenti si era zittito ed avvicinato per ascoltare e, quando finì, si rese conto con uno stupore che sconfinava nell'imbarazzo, di essere circondato da occhi che lo fissavano.
Guardò Bea con un piccolo sorriso teso e lei gli rispose sorridendo a sua volta, di un sorriso ampio e tenero.
"Non esiste un libro al mondo bello come te." Gli sussurrò, abbastanza piano da farsi capire da lui solo. Dario la strinse al petto, cin una delicatezza che la lunga, quasi immemorabile confidenza fra loro non aveva mai richiesto.
Andrea fu il primo a scostarsi da loro, con Elena tenuta mollemente per mano, e ad incamminarsi verso l'uscita.
Mentre loro rimanevano abbracciati, uno dopo l'altro tutti fecero la stessa cosa, fino a che rimasero soli.
Poi Bea si scostò appena e si allungò per riprendere i suoi fiori. Ringraziato l'ufficiale, ognuno circondando con il braccio la schiena dell'altro, si avviarono anche loro, senza fretta.
Parevano intenti ad una passeggiata senza meta, tanto svagati erano i loro passi, che risuonavano sui pavimenti del palazzo creando eco minute.
"Grazie per i fiori. Sono bellissimi." Gli disse Beatrice stringendolo un poco.
"Guai a te se li lanci come nei film, sai? Sono andato fino al campo vicino al fiume a prenderli." Dario ridacchiava, quasi canzonando se stesso. Beatrice lo squadrò stupita.
"Fin là? Dove andavamo d'estate! C'è ancora?" Lui annuì.
"Tutto uguale. All'infuori che adesso non mi verrebbe da bagnarci la maglia e poi rimettermela addosso."
"Ci dobbiamo tornare."
"Mah, pensavo a qualcosa di più esotico, per il viaggio di nozze, ma se ti piace quello..." Bea gli assestò una ditata fra le costole.
"Metti la testa a posto, sei un uomo sposato."
"Io ce la metterei anche, la testa al suo posto, ma c'è che tu sei vestita. E poi siamo in pubblico."
Uscirono nella luce sanguigna del tramonto estivo ridendo.
Fuori, li aspettavano tutti i loro amici.

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