mercoledì 21 gennaio 2015

54

27/01/2005

Per uno stano accidente del destino, di quelli che di tanto in tanto, per chi ci presta attenzione, rende la vita simile ad un incrociarsi continuo e cumulativo di echi, l'autoradio trasmetteva la stessa canzone che avevano ballato insieme la sera del loro matrimonio, un anno e mezzo prima, mentre Dario rientrava a casa quella sera.
Era stata una giornata piana, incolore, ma al tempo stesso l'aveva lasciato soddisfatto, con la sensazione addosso di un lavoro ben fatto, la stanca, ma pulita sensazione di aver spuntato, una casella dopo l'altra, tutta la sua lista delle cose da fare.
Sorrise fra sé lasciandosi lusingare da un ricordo tanto reale da apparirgli quasi concreto. La prima ed unica volta che avevano ballato insieme, se di ballo si poteva parlare. Non aveva mai imparato a ballare, lui. Ma sapeva ondeggiare a tempo. Era già un qualcosa.
La canzone finì in uno strascico di dissolvenza radiofonica lasciando il campo alla voce artificialmente entusiasta di uno speaker e Dario spense la radio con un gesto distratto, la mente già concentrata a pregustare i piccoli piaceri di cui avrebbe goduto al rientro.
Il tragitto era un po' più lungo, ora, da quando avevano traslocato, otto mesi prima, in quella che era stata la casa di Isabella, ma ne valeva certamente la pena. In quella casa sia lui che Bea, più per un tempestivo incastro dei tempi che per merito del luogo, erano rifioriti.
La sicurezza infusa in loro dall'essere una coppia ufficiale, che nessuno avrebbe potuto tentare di separare, perfino sotto la protezione della legge, era stata sicuramente una parte importante di quella guarigione che li aveva investiti. Vivevano più vicini a Dora, lì, e anche ad Andrea ed Elena, cosa che li portava ad avere sempre qualcuno per casa, per un motivo o per l'altro.
Bea non sembrava nemmeno più la stessa persona. Ora che avevano rinunciato alla casa di Dario, liberandosi di una notevole spesa fissa, si erano potuti permettere quella specializzazione cui lei teneva tanto e il suo entusiasmo pareva non accennare a placarsi, nemmeno dopo mesi di studi. Passava ore ed ore a farsi ripetere e spiegare fino allo sfinimento ogni nozione che le potesse essere utile nei suoi studi sui libri antichi. La gioia profonda, onesta, che Dario provava nel trasmetterle quelle conoscenze, nel vederle in viso il desiderio di ascoltare e di comprendere dalle sue labbra argomenti che a lui erano tanto cari, era incommensurabile.
Disseppellita finalmente dalle profondità dell'archivio in cui aveva passato tanto tempo e gettata fra mille nuovi stimoli, resa sicura dal continuo amore che respirava ogni volta che varcava la soglia di casa, Beatrice aveva poco a poco abbandonato, quasi dimenticandoli giorno per giorno, i modi bruschi e rabbiosi cui si era aggrappata negli anni trascorsi ed aveva ricominciato gradualmente ad essere la donna che lui ricordava.
Il suo corpo era andato guarendo di pari passo con le ferite che si celavano dentro di lei ed era tornata ad avere un peso normale. Mangiare non appariva più come una forzata terapia, ma di nuovo come un gesto naturale e piacevole.
Dario inarcò un sopracciglio ripensando alle prevedibili eppure inattese conseguenze di quel ritorno in salute. Si era spaventato a morte quando, un paio di mesi prima, rientrando a casa, l'aveva trovata completamente vestita e sommersa da una trapunta, sdraiata a letto. Swiffer, fuori dalla porta della stanza, guaiva penosamente.
Si era avvicinato credendola malata, cercando già di riordinare mentalmente l'elenco delle cose da fare e di richiamare alla memoria il nome del suo medico, e le aveva posato una mano sulla fronte. Bea giaceva a pancia sotto, apparentemente avvolta da un sonno profondo, e lo fece sussultare quando parlò senza nemmeno prendersi il disturbo di aprire gli occhi.
"Non sono malata."
"Ah, no? Cosa succede, allora? Ti hanno fatto qualcosa? Qualcuno ti ha..."
"Piantala, scemo. È colpa tua. Io stavo bene, prima." Dario spostò il peso da un piede all'altro cercando di ricordare cosa potesse aver fatto per suscitare una reazione tanto forte. "Ma tu, no, brutto testone." Continuò lei muovendo solo le labbra "dovevi per forza farmi ricominciare a mangiare, vero? Dovevamo proprio sistemarlo, questo problema. Beh, bravo, deficientone, è ufficialmente sistemato." Nonostante le parole fossero aspre, il tono in cui venivano pronunciate era basso e monocorde, perfino rassegnato.
"Bea? Sul serio, mi sto preoccupando. Cosa succede?" Lei sbuffò da, naso prima di rispondere.
"Ho il ciclo. Dopo una cosa come sette anni, ho il ciclo. Sei contento adesso?" Dario strinse le labbra dubbioso. Non ricordava esattamente come lei reagisse a questo genere di situazione, ma sperava che la reazione fosse meno impegnativa di quella che aveva sempre avuto Stella.
"Ti vado a prendere un analgesico?" Azzardò. Lei aprì un occhio.
"Lo faresti?"
"Direi di si. Ti serve altro?" Bea lo gratificò con un sorriso, che rimase affondato per metà nel letto morbido.
"Una borsa dell'acqua calda, qualcosa da leggere, delle armi da guerriglia e la testa dei miei nemici, il cui elenco al momento comprende quel cretino del benzinaio all'angolo." Dario annuì gravemente.
"Dotazione standard, insomma. Si, credo di poter provvedere." Con una certa scomodità, data la posizione, Bea aveva alzato la mano per sfiorare quella di lui.
"Sei tanto carino."
"Beh, è il minimo, no? In fin dei conti questa idea insensata di non lasciarti crepare in pace di fame è stata mia, come hai giustamente rimarcato tu."
"Dario?"
"Cosa?"
"Darietto?"
"Dimmi."
"Ti amo, lo sai?"
"Anche io, nanetta. Stai buona, dai, torno subito."
Era stato bello sapere che il suo corpo stava tornando a posto, anche se, nonostante gli anni insieme, Bea era terribilmente pudica su tutto quello che riguardava troppo da vicino i suoi meccanismi interni.
Svoltò un'ultima volta e rallentò, com'era ormai diventata sua abitudine, percorrendo la lunga via alberata.
Era strano per lui, per il suo modo d'essere, come tanti ricordi si fossero andati accumulando in quella strada diritta nel giro di così poco tempo. In parte, quei ricordi li doveva a Beatrice, ai suoi racconti, prima reticenti, poi sempre più frequenti e particolareggiati, su quella che era stata la sua vita negli anni in cui aveva vissuto con la madre.
Quei racconti, gli aneddoti divertenti e le riflessioni cupe, in egual misura, gli si erano come infiltrati nella memoria, tanto che gli pareva, spesso, di aver vissuto quei momenti insieme a lei. Ne avevano parlato, fra il serio ed il faceto, appena la settimana prima, mentre, con il fiato che si condensava in candide nuvolette davanti alle loro bocche, accompagnavano uno Swiffer entusiasta del nuovo quartiere nella sua passeggiata serale.
"Ma è normale, scusa, scemo che non sei altro. Siamo stati assieme tutta la vita, tolti quegli anni, è logico che il nostro cervello cerchi di correggere l'anomalia, no?" Dario aveva scosso il capo, inalberando un'aria di disapprovazione.
"Tu e la tua logica balorda. Finirai per farmi sragionare anche a me, a forza di starti ad ascoltare." Bea aveva sbuffato, colpendolo col gomito appena sotto le costole.
"Ah, ecco, colpa mia se sragioni, adesso. Ma se non sei mai stato giusto da che hai imparato a parlare?"
"Almeno io un filo logico lo riesco a seguire, lo capisco il meccanismo causa ed effetto. Tu sei co vinta che la concatenazione logica sia un pezzo delle bici!"
"Ah, si? E allora trovala tu, genio, una teoria che spieghi in modo logico quello che mi hai appena detto, dai!" Dario si era chiuso in un silenzio riflessivo, forzando la sua mente a pensare più velocemente possibile, cercando con tutte le sue forze di confezionare una qualsiasi spiegazione razionale, o, per lo meno, ragionevole, che riuscisse a dare ragione di quello stravagante fenomeno. Non che gli interessasse davvero sviscerare l'argomento in sé, ma, per una questione di principio, si rifiutava di cedere lasciandogliela vinta quando, ne era certo, la sua teoria era del tutto balorda.
Beatrice lo guardava di sottecchi, sorridendo fra sé e sé. Piuttosto che darle ragione si sarebbe ingoiato una porta con tutto il pomello, ma, quella volta, avrebbe dovuto cedere per forza, perché lei era certa di aver detto le cose esattamente come stavano. Ne era certa per il semplice fatto che accadeva anche a lei, di trovarsi a ripensare a quanto fosse stretto il bagno nell'appartamento che Dario aveva occupato durante gli anni dell'università, pur sapendo, razionalmente, di non aver mai non solo messo piede in quell'appartamento, ma di non aver nemmeno saputo che esistesse fino a pochi anni prima. Per il momento, evitò di illustrare qiella sua certezza a Dario. Era davvero troppo divertente guardarlo camminare completamente assorto nei suoi ragionamenti, provando e scartando una teoria dietro l'altra a velocità folle, per poi smontare le idee scartate e riassemblarle, nel tentativo di produrre un ragionamento che gli permettesse di darle torto.
Sembrava quasi in trance, quando pensava con quella frenetica intensità, e i suoi occhi cerulei prendevano distanza dal mondi intero, limitandosi a guidare i suoi passi lontano dagli ostacoli sul cammino, senza lasciar trasparire alcuna espressione.
Alla fine, dopo lunghi minuti passati a dividersi fra le esigenze di Swiffer e l'osservazione divertita dei suoi futili tentativi, Bea aveva richiamato la sua attenzione con dolcezza.
"Dario? Darietto?"
"Mm?" La voce di Bea non aveva perso un solo grammo del suo tono flautato.
"Lo vedi che non ci salti fuori? Ho ragione io." Lui aveva aggrottato la fronte.
"Adesso, non saltiamo a conclusioni affrettate..."
"È inutile, Dario. Io ho ragione e tu non riesci a trovare niente da ribattere. Caso chiuso, fine partita."
Dario aveva cercato qualcosa da ribattere e non gli era venuto in mente nulla, così si era limitato a scrollare di nuovo la testa e a voltarsi ostentatamente dall'altra parte, come se non volesse nemmeno guardarla. In realtà, gli stavano ritornando alla mente le teorie, che a suo tempo gli aveva spiegato Stella, su come la mente umana sia in grado di alterare il ricordo, riconducendo fatti che per la psiche sono troppo dolorosi o troppo difficili ad una realtà,  certamente fasla, ma decisamente più rassicurante, che permettesse alla mente di mantenere un equilibrio che era causa e condizione neccessaria per il suo funzionamento.
In quella luce, d'improvviso, non gli pareva strano di vederai accanto a Bea durante i suoi litigi con Isabella e di riuscire quasi a ricordare, proprio come fosse stato presente, le piccole diavventire e gli incidenti cui Bea era andata incontro durante quegli anni di forzata separazione, il cui ricordo netto e tagliente cominciava a sfumarsi ai margini nella sua mente, dopo averlo tanto a lungo tormentato.
Si erano riavviati verso casa, camminando lenti dello stesso passo, le teste inclinate avanti al medesimo angolo, senza alcuna forzatura, come era sempre stato, Dario a destra alto e diritto, col viso sempre un poco scuro, Bea a sinistra, snella senza più essere esile, col cappuccio che oscillava lasciando sfuggire ai bordi qualche ricciolo scuro, gli occhi assenti e la fronte tersa, come immersa in una lunga fantasticheria.
Ci aveva riflettuto, di tanto in tanto, su quella questione, come tornando a giocherellare con un oggetto trovato a terra, la cui forma bizzarra l'avesse colpito al punto da metterselo in tasca, e, ogni volta che la riconsiderava, l'idea che le loro menti avessero preso per un grosso errore, un errore da correggere al più presto, quel lungo periodo di dodici anni, gli era apparsa meno balorda e più realistica, dotata di quella semplicità che, spesso, serve di riconoscimento a ciò che è vero.

Dario scese dall'auto e attraversò la strada in poche, lunghe falcate, il busto piegato appena in avanti e il viso già illuminato dal pregustare un'altra serata di quiete.
Aprì la porta quasi fischiettando e fece qualche passo all'interno, posando le chiavi nella ciotola del piccolo ingresso davanti alle scale, prima di immobilizzarsi come un animale che fiuti il pericolo.
Qualcosa non andava.
Qualcosa di storto, di molto storto.
La casa era buia e perfettamente silenziosa. A quell'ora, Bea doveva essere rientrata da un pezzo, eppure non c'era traccia della sua presenza, né una luce accesa, né un libro sul tavolo della cucina, dove era solita lasciarli per prepararsi, appena tornata, una tazza di caffè per riscaldarsi.
Non sentiva il suono dei suoi passi al piano di sopra, né quello della doccia.
Dario chiuse gli occhi per un momento, invidiandole per la prima volta quella strana, infallibile capacità di capire, quasi per un sesto senso, se qualcuno fosse presente. Non l'aveva e non l'aveva mai avuta, perciò cercò invece di ricordare se avesse visto la sua macchina arrivando.
Efficiente e servizievole, la sua memoria gli dipanò davanti all'occhio della mente l'immagine della strada, così come l'aveva vista arrivando, completa di ogni particolare e, si, sulla destra, poco più avanti della lpro porta, c'era la macchina rosa carico di Bea.
Un altro dettaglio lo colpì con la forza di un maglio non appena aprì gli occhi.
Dal giorno che era arrivato, tre anni prima o poco più, non una sola volta Swiffer aveva mancato di dargli il bentornato, ogni sera. Perfino quando, l'autunno prima, si era ammalato ed era rimasto per due giorni interi steso, febbricitante, su una coperta in sala, non aveva mancato di fargli per lo meno sentire la sua voce, un felebile latrato, udendolo rientrare.
Ora, invece, non sentiva nemmeno lui.
Istintivamente i suoi occhi corsero all'attaccapanni fissato alla parete dietro la porta e cercarono il sottile guinzaglio di cuoio. Era al suo posto.
Un senso di freddo disagio, acqua ghacciata che si espandeva veloce, gli invase l'incavo del petto.
'Non fare il cretino' rimproverò se stesso mentre, ancora muto ed immobile, cercava con lo sguardo, trovandole immediatamente, le chiavi di Bea nella ciotola 'si saranno addormentati. Cosa vuoi che sia successo? Adesso chiami e vedrai che, se lei non si svegloa, almeno Swiff ti risponde. '
Un pensiero perfettamente sensato, logico, cui, però, non riuscì a far seguire l'azione.
Attaccò invece le scale, mosso da un istinto che non si conosceva, che gli disse con certezza che, se qualcosa era accaduto, era di sopra, nella loro stanza, che Bea si sarebbe rifugiata.
Le salì a due per volta, consumando la rampa di scalini ad una velocità degna dell'atleta che era stato durante l'adolescenza, e si proiettò verso la loro stanza da letto.
Quasi sbattè il naso contro il legno rossiccio della porta.
La osservò per un attimo, un'anonima porta di legno, inequivocabilmente chiusa.
Ma, in casa loro, le porte raramente venivano chiuse, e mai prima he entrambi fossero nella stanza.
"Bea?" Chiamò sottovoce. Non ricevette alcuna risposta e girò la maniglia.
La stanza era scura, il precoce crepuscolo invernale non proiettava luce a sufficienza per distinguere i dettagli.
"Bea?" Ritentò. Swiffer gli si fece incontro, agitando la coda bassa, con aria desolata, e lui cercò ed accese l'interruttore, con la sensazione di una tragedia incombente che gli si andava gonfiando dentro.
"Vattene." La voce era piccola, disperata, arrabbiata, e inconfondibilmente di Beatrice. Dario trasse un lungo respiro.
"Oh, cos'è successo?" La vide, raggomitolata sul tappeto, fra il letto e la parete, con le mani sul viso.
"Succede che devi lasciarmi in pace." Tentava di suonare minacciosa, riuscendo solo ad avere una eco terribilmente spaventata. Dario si avvicinò e si accoccolò sui talloni.
"Bea? Mi fai paura. Cos'è successo?"
"Vai via, ti ho detto. Vattene, lasciami stare." Lui allungò la mano per toccarla e lei si sottrasse al suo tocco. Era circondata di fazzoletti di carta appallottolati e cincischiati e si sentiva che aveva pianto, a lungo e con foga.
"Amore, se solo mi dicessi cosa è successo, sono sicuro che..." senza preavviso, il viso di Bea si sollevò dalle mani e i suoi occhi, rossi e lucidi, lo trapassarono.
Non era mai stata tanto infuriata con lui, da che la conosceva, di questo era certo e si ritrovò, suo malgrado, a sentirsi in colpa, senza riuscire a capire cosa avesse mai fatto per portarla ad un tale stato di prostrazione.
Un rapidissimo esame di coslcienza non portò alla sua mente nessuna stupidaggine di gravità sufficiente a giustificare una reazione tanto esasperata. Rimase quindi immobile, cercando di mantenere la calma, e si preparò a subire l'impatto che sarebbe venuto.
Bea lo fissò a lungo, quasi senza battere le palpebre. Era rientrata molto prima di qua to lui credesse, appena dopo pranzo, qua do non avrebbe avuto alcun mltivo per accendere le luci. Quando era arrivato il buio, ormai, era troppo sconvolta per pensare a quel dettaglio ed aveva trovato più comodo e più facile rimanere semplicemente ferma, lasciando che venisse buio, se proprio era necessario.
Era arrivata presto per seguire il consiglio di un medico. Non il suo medico, ma un'amica di Viola, che di mestiere faceva il medico, che, dopo aver ascoltato durante il pranzo il suo lungo sproloquio su quanto l'inverno la debilotasse, quell'anno, le aveva dato un suggerimento che a lei era parsa quasi una sfida.
Raccolse quel poco di cervello che ancora le funzionava e lo costrinse a lavorare per parlare a Dario, che la osservava, ricambiando il suo sguardo in una muta attesa.
"Tu hai detto che non potevi avere figli." Dario inarcò appena un sopracciglio, stupito da quello che gli parve un brusco cambio di argomento.
"Si. È così." Beatrice trasse un respiro che pareva non finire mai.
"Io mi sono fidata di te." Lo sconcerto di Dario crebbe.
"Amore, mi vuoi dire..." lei annuì, quasi con cattiveria.
"Ah, te lo dico si, te lo dico." Allungò la mano dietro di sé sul comodino e prese quattro lunghi oggetti che allineò sul pavimento, fra loro.
Sulle strisce di plastica bianca, su ciascuma si esse, spiccavano come punti esclamativi due linee viola cupo. "Ti dico che sono incinta. Ecco cosa ti dico."
La voce le si spezzò sulle ultime parole e Beatrice riaffondò il viso fra le mani, riprendendo a piangere nel tono stanco di chi ha già pianto a lungo.
Dario era tanto immobile che avrebbe potuto essere di pietra.
Fissava le otto linee che giacevano fra loro, separandoli, come il filo di un reticolato.

Nessun commento:

Posta un commento