Avevano prenotato per tutti in un piccolo, riservato, adorabile ristorante alla periferia estrema della città. Lo avevano scelto insieme, dopo averne valutati almeno una decina, per la combinazione di ottima cucina e ambiente intimo.
Per questo motivo rimasero piuttosto sconcertati quando Vittorio, alla guida dell'auto che li ospitava come passeggeri, prese tutt'altra strada.
"Guarda che dovevi svoltare là." Gli fece notare Dario dal sedile posteriore. Gli occhi piccoli e ridenti di Vittorio lo guardanono dallo specchietto.
"Ah, io non c'entro niente. È il tuontestimone che mi ha detto di seguirlo. Vedi?" Gli rispose indicando con un gesto distratto la macchina color argento che li precedeva, con Vasirani alla guida.
"Ma dove cazzo va adesso, quel deficiente?" Chiese, più che altro a se stesso, Dario, frugandosi alla ricerca del cellulare, per poi ricordare che anche quello doveva trovarsi nella macchina davanti alla loro. Lo aveva dato ad Andrea poco prima di partire da casa.
Bea sbuffò, sporgendosi verso i sedili anteriori.
"Viola, mi dai il telefono, per cortesia?" Chiese all'amica. Viola le porse il cellulare senza nemmeno voltarsi. Cercava disperatamente di nascondere il largo sorriso che le affiorava spontaneo al pensiero della piccola sorpresa che avevano preparato per loro.
Sul sedile posteriore, Dario e Beatrice, ignari di tutto questo, erano chinati entrambi sul piccolo display, in attesa che il telefono si decidesse a riaccendersi, le teste accostate e le spalle a contatto.
Stava calando la sera ed i primi lampioni iniziavano ad accendersi nella luce morente. Quando il cellulare mandò il suo debole bagiore, li illuminò entrambi come in una vecchia illustrazione, con un bagliore verdastro.
Dario si impossessò del telefono.
"Si può sapere dove stai andando? " chiese senza perdersi in altri preamboli nel momento in cui sentì che Andrea era in linea. Una bassa risata arrivò attraverao il ricevitore.
"Direi di no, coglione. Altrimenti te l'avrei detto prima di partire, no?"
"Ma che..." Iniziò Dario in un sospiro di frustrazione. Poi Beatrice gli tolse il telefono dalle mani.
"Immagino che tu abbia voluto dare l'ennesima prova del tuo incoercibile spirito fanciullesco alla popolazione, scemo." Tentava di tenere un tono severo, ma gli angoli della bocca continuavano a scattarle verso l'alto. Era semplicemente troppo felice per prendere male qualsiasi iniziativa.
"Eh, si, cuginetta. Adesso vi aspetta la sorpresa dei testimoni." Bea rivolse lo sguardo ad un accigliato Dario, che la osservava cupo, e gli riferì.
"Dice che lui e quest'altra qua" disse accennando col capo a Viola, seduta sul sedile anteriore "ci hanno preparato una sorpresa." Dario porse la mano a palmo in alto e Bea gli consegnò docilmente il telefono.
"Andrea?"
"Dimmi."
"Vorrei che tu fossi conscio del fatto che avevamo scelto con cura ed attenzione il posto dove andare." Andrea parve riflettere uun attimo sunquella affermazione, che l'amico aveca scandito nel tono che riservava ai momenti di fastidio ed imbarazzo.
"Ne sono profondamente conscio." Rispose poi affettando una voce eccessivamente seria. Mentre guidava, col telefono incastratomfra l'orecchio e la spalla, riusciva ad immaginare senza difficoltà il viso serio e gelido dell'altro e stava trattenendo a forza una risata.
"E che questo genere di iniziative sono del tutto inopportune, in un simile ambito." Andrea inspirò lentamente attraverso il naso, cercando di ricordare a se stesso che Dario era maledettamente serio.
"Vorrei suggerirti una prospettiva diversa." Rispose poi, modulando la voce sullo stesso tono che usava negli incontri di lavoro.
"Ti ascolto."
"Io e Viola abbiamo deciso di farvi un regalo. Per esprimere il nostro affetto e la nostra felicità per quello che è appena successo. E ci siamo impegnati molto per realizzarlo." Dario tacque per un momento, le sopracciglia lievemente corrucciate, e lanciò uno sguardo a Bea, sporta in avanti per ascoltare al suo fianco la telefonata. Lei distese le labbra in un sorriso ed annuì impercettibilmente.
"Okay, allora, grazie." Rispose poi.
"Bravo, Dario. Vedi che quando ti impegni riesci a essere quasi convincente nel ruolo di essere umano?" La voce di Andrea, nonostante le parole di scherno, era carica di affetto. Bea carezzò delicatamente la mano che Dario teneva in grembo, come a tranquillizzarlo, e, con altrettanta delicatezza, prese il telefono e chiuse la comunicazione.
Voltò il viso verso Viola che, seduta davanti a loro, aveva atteso la sentenza sull'iniziativa che aveva preso insieme ad Andrea con un misto di agitazione e divertimento, e le rivolse un'espressione di rassicurante aspettativa attraverso lo specchietto.
"Senti, Viola, quanto dista il luogo misterioso dove avete deciso di portarci?"
"Ah, da qui...non saprei..." Iniziò l'altra guardando fuori dal finestrino in cerca di punti di riferimento. Vittorio lanciò uno sguardo carico di sottintesi a Dario, prima di schiarirsi la gola.
"Siamo a circa nove chilometri." Dario annuì, mascherando a stento un sorriso. Bea lo fissò perplessa.
"Cioè, ce l'abbiamo il tempo per una sigaretta o..." a quel punto Dario e Vittorio non furono più in grado di contenersi e diedero in una breve risata, insieme.
Vittorio si sentiva felice come non gli succedeva da tempo. La sua vita era serena, densa di piccole, preziose soddisfazioni, ma gli era mancato, Dario, soprattutto negli ultimi anni, quando se l'era visto attorno senza mai riuscire a ristabilore con lui quella sorta di connessione, di particolare risonanza che c'era stata fra loro negli anni della prima giovinezza. Si era domandato molte volte per quale motivo lui paresse nom prenderlo nella minima considerazione e si era sentito quasi ferito nello scoprire dai discorsi di Viola che aveva affrontato problemi enormi, senza mai chiedere il suo aiuto nè la sua presenza. Sarebbe rimasto stupito ed incredulo, se avesse saputo che era stata una sorta di pudore a trattenerlo, un senso quasi di inferiorità. Dario aveva la sensazione che Vittorio fosse cresciuto e avesse fatto crescere con sé una moltitudine di cose di fondamentale importanza, mentre lui, dal canto suo, rimaneva sempre il solito, sempre lo stesso, sempre invischiato negli stessi pantani.
In quel momento, però, mentre ridevano insieme del completo disorientamento delle loro mogli, furono di nuovo straordinariamente vicini, come lo erano stati da ragazzi.
'Le nostre mogli' ripetè Dario nella mente, sentendo un senso di orgoglio crescergli in petto. Realizzò in un attimo che ora era più simile a Vittorio di quanto ci si fosse mai sentito nel corso della vita adulta. Era davvero riuscito a cambiare qualcosa, negli ultimi anni, a sottrarsi a quel cappio che da sempre portava attorno al collo, a stringerlo senza pietà ogni volta che tentava di allontanarsi di un passo dalla palude dei ricatti morali che lp tenevano avvinto a sua madre, a suo zio e, infine, a Stella. Dopo tanti anni passati a sostenere il peso del loro giudizio e delle loro sottili imposizioni, a cercare di fare tutto ciò che era giusto e doveroso per non dispiacerli, per non deluderli nè ferirli, era riuscito semplicemente a scivolare via dalle loro mani.
E dopo tutti quegli anni pasati a sentirsi ripetere quanto fosse crudele, quanto non riuscisse a comprendere i sentimenti altrui, quanto sbagliato fosse il suo modo di essere, ora, che realmente aveva deciso di infischiarsene delle loro rimoatranze, aveva scoperto che sarebbe bastato, fin dall'inizio, non prestare loro ascolto.
'Meglio tardi che mai.' Si disse. Dalla tasca interna della giacca estrasse un sottile porta sigarette di metallo liscio e lo aprì porgendolo a Bea.
"Ma ti sei sposato con le sigarette in tasca?" Lo apostrofò ancora ridendo Vittorio.
"Assolutamente si. Due volte." Rispose luimprendendo una sigaretta a sua volta.
Il pugno di Bea lo raggiunse alla spalla, improvviso, piccolo e incredibilmente doloroso, proprio nel punto in cui il muscolo si legava all'osso, facendogli quasi salire le lacrime agli occhi.
"Ma perché?" Le chiese lui strofinandosi con aria risentita.
"So io. Passami l'accendino." Rispose Bea guardandolo in cagnesco. Mentre frugava alla ricerca dell'accendino, a Dario passò per la mente che probabilmente non avrebbe dovuto accennare al suo primo matrimonio quel giorno e, quando Viola gli passò un piccolo usa e getta di plastica rossa, lui lo porse a Bea insieme ad un bacio di scusa.
Le auto si fermarono di fronte ad un locale grande ed incredibilmente rumoroso perfino dall'esterno.
Scesero tutti. Dora e Liliana, nei loro vestiti signorili da cerimonia, osservavano apertamente incuriosite il locale da cui proveniva, arrivando fino a loro, un brusio misto di suoni e voci. Elena, Viola e Vittorio parevano felici di trovarsi lì e occhieggiavano, fra il sospettoso e il divertito, l'espressione di Dario e Beatrice, che, scesi dall'auto, sinerano fermati fianco a fianco, come bambini sperduti.
Solo Andrea non si fermò affatto e, sceao dall'auto, si diresse rapido e sicuro verso l'ingresso.
Arrivò fino alla porta prima di rendersi conto di essere solo e, girandosi con aria esasperata, ritornare a lunghi, esagerati passi verso il resto del gruppo.
"Vi siete incantati? Di qua, dai. Entriamo." Dario inclinò il capo con fare dubbioso.
"Vasirani, questo posto è un..."
"Locale, Malatesta, un normalissimo locale dove si mangia e poi si balla. Carino, anche." Beatrice alzò gli occhi verso Dario e poi li spostò su Andrea.
"Si balla? Si balla tipo una discoteca?" La sua voce suonava incredula.
Andrea lasciò cadere le spalle e scambiò un gesto rassegnato con Viola e Vittorio, che lo guardavano in silenzio.
D'improvviso non capiva per quale motivo si fossero presi la briga di fare loro una sorpresa. Era evidente, da sempre, che loro non amassero le sorprese, a meno che non fossero loro stessi a scambiarsele. Niente doveva mai deviare dall'ordine scandito di Dario, per non provocargli fastidio o angoscia. E niente doveva mai infastidire o angosciare Dario, per non irritare o dispiacere Beatrice. Nel complesso, pensò Andrea sconsolato, era come avere a che fare con un complesso programma di computer, in cui c'era un solo modo per svolgere correttamente ogni azione e quel modo altro non era che quello suggerito dal programma stesso. Del tutto inutile tentare di fare altrimenti, pena un malfunzionamento dagli effetti potenzialmente disastrosi.
'Insomma' si disse fra sé e sé 'guardali. Stretti stretti, coi loro bei vestitini e l'aria di chi è stato portato alle porte dell'inferno. Cosa dovrei fare, io, per convincerli ad entrare, spintonarceli dentro e poi aspettare di vedere se si divertono?'
Fu come se avesse espresso quel pensiero a voce alta o, più probabilmente, alla stessa conclusione erano pervenuti anche altri, perché Dora decise di rompere quell'attimo di stallo imbarazzato raggiungendo quelli che ancora chiamava 'i miei ragazzi' e prendendo ad assestare loro piccole, energiche spinte per smuoverli.
"Allora, adesso andiamo a sentire la musica e a mangiare, si? Io sono stanca e mi fanno male i piedi. E poi non si fa quella faccia quando qualcuno vi invita a cena." Li rimproverò tentando di tenere la voce bassa e di contrastare, insieme, il livello di rumore attno, con l'unico risultato di rendersi perfettamente udibile.
"Si, Dodo, ma, vedi..." cominciò Bea.
"Io vedo che è ora di cena, che è stata una giornata lunga e che questo è un posto bellissimo."
"Si, ma Dora..." Tentò Dario con aria conciliante, mentre lei continuava a spingerli verso l'ingresso.
"Basta 'ma'. Sorridi, signor Dario, adesso. Ti sei sposato, devi essere felice. "
Rinunciarono ad opporre resistenza quando, lanciando uno sguardo in cerca dell'aiito degli amici, li videro nascondere larghi sogghigni divertiti. Andrea non poté resistere all'insita comicità della scena, all'espressione di materna esasperazione di Dora contrapposta alla loro aria recalcitrante, e rise loro francamente in faccia, mentre li precedeva, ancora una volta, all'ingresso del locale.
A quella vista, entrambi scrollarono le spalle e seguirono docilmente la loro governante, prendendola fra loro. Dora diede in un breve ed entusiastico sorriso di appagamento, vedendoli camminare senza più proteste. Posò uma mano sulla schiena di ciascuno e si godette la loro compagnia fino al tavolo che era stato loro assegnato.
Non si saziava di guardarli, i suoi ragazzi, tanto belli nei loro vestiti di nozze, tanto felici, di quel genere di felicità timida ed impacciata che conosceva loro fin dalla più tenera età.
Teneva il palmo sulla schiena diritta di Dario, sentendolo camminare, i muscoli spessi che si muovevano sotto la stoffa, e la sua mente le riproponeva quella stessa schiena, quella stessa sensazione di meravigliosa intimità, quando ancora lo teneva allacciato al suo collo, tanto piccolo, allora, che se lo prendeva in braccio per andare più veloce, quando doveva spostarsi da una stanza all'altra. Le pareva di rivederselo davanti agli occhi, con quella frangia pesante di capelli fini e diritti come fili, quando, con gli stessi occho di quella sera, si lamentava 'ma Dora...' e ancora non arrivava al tavolo. Gli stessi occhi, la stessa espressione della voce.
Bea incespicò appena e lei, istintivamente, la trattenne per il vestito e le lanciò uno sguardo di blando rimprovero.
Quante volte le aveva detto di guardare dove metteva i poedi, davvero non avrebbe saputo contarle.
Le strofinò piano lo spazio fra le spalle, come a compensarla dei mille, miniscoli rimproveri che le aveva diretto nella vita. Era impossibile non farlo. Uma bambina, prima, ed una ragazza, poi, ed ora perfino una donna, che pareva vivere sempre in un mondo suo. Affettuosa, la sua signorina, anzi, si rimproverò mentalmente, signora, attaccata alle persone come nessuno, ma sempre talmente distratta e testarda da mandare in furia un santo.
Solo Dario ci riusciva, ad andarle alla testa.
Dora non aveva versato una lacrima durante la cerimonia. Aveva creduto che avrebbe pianto come un vitellino da latte e invece i suoi occhi erano rimasti asciutti, nel vederli diventare quello che avrebbero dovuto essere fin da molti anni prima, marito e moglie.
In quel momento, sentendoli vicini, riconoscendo nel modo di camminare, di parlare, di ciascuno di loro quei gesti e quei modi che conosceva da più di trent'anni, sentì che le lacrime le montavano dentro come una marea.
Non erano due peraone qualunque, non erano due amabili signori, qielli. Erano i suoi bambini. Alzò gli occhi verso Dario, cercando nel suo profilo qualcosa del bambino che aveva cresciuto, e poi li spostò su Beatrice, che osservava con palese curiosità ogni dettaglio dei muri, del vialetto, della gente attorno a loro.
Il timido, silenzioso, solitario bambino cui aveva consegnato il cuore nel giorno stesso in cui glielo avevano messo fra le braccia, era diventato un uomo di cui sentiva di poter essere orgogliosa. La piccola selvaggia, incivile testarda che con tanta fatica aveva recuperato dopo il traumatico distacco dalla madre, era diventata una donna di rara intelligenza ed abilità. Eppure, lei poteva vederlo, non erano cambiati, in fondo. Le pareva che giocassero a fare i grandi, che da un momento all'altro dovesse scoprire che non era passato che un giorno e si era solo fatta troppo trascinare dalla sua immaginazione.
Possibile che fossero adulti, più grandi ancora di quanto lo fossero i loro genitori quando lei li aveva conosciuti?
Mentre queste riflessioni le occupavano la mente, vide Dario sussurrare qualcosa ad Andrea e quest'ultimo alzarsi dal tavolo e sparire per pochi minuti. Quando tornò, scambiò un cenno d'intesa con l'amico.
Fu a quel punto che Dora, davvero, credette per un momento di aver perduto il confine fra gli anni. Per anni ed anni, nella grande casa gialla dove prestava servizio, ogni giorno, ad ogni pasto, aveva visto Dario alzarsi per primo e fermarsi accanto alla sedia di Beatrice. Se lei lo faceva aspettare troppo, la chiamava. Se lo faceva attendere ancora, la tirava per la mano.
Ogni rimprovero, ogni pu izione era stata vana contro quell'inveterata abitudine, fino a che non ne aveva avuta ragione lui.
Dario spinse da parte il piatto e si srotolò alzandosi dalla sedia. Abbassò gli occhi su Bea, che lo guardò interrogativa.
"Andiamo?" Le disse dopo un attimo, impaziente. Lei fece per ripiegare il tovagliolo e lui le afferrò la mano, tirandola senza forza, per incitarla a fare in fretta. Con un sospiro ed un sorriso, Bea si alzò.
"Dove andiamo, ai può sapere?" Senza rispondere Dario la tirò per la mano fino alla pista da ballo. Stava iniziando uma nuova canzone.
"Questa l'ho chiesta io, nana malefica."
"Moglie."
"Moglie malefica o moglie nana, cosa preferisci?" Le prese i posi e se li posò dietro la nuca, facendo scivolare poi le mani attorno ai suoi fianchi.
"Preferisco Bea." Gli sorrise lei. Dario iniziò a dondolare a ritmo, in una parvenza di ballo.
"Ti piace la canzone?"
"La conosco. Mi piace un sacco. Come si intitola?"
"Crazy. Piuttosto adeguato, che ne dici?" Ridacchiarono insieme, naso contro naso.
'Forse facciamo tutti finta dimessere grandi' pensò Dora guardandolo dal suo posto al tavolo 'forse è così per tutti.'
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