-LUCIO-
Mano a mano che si avvicinava l'idea delle vacanze estive, Lucio si trovava sempre più spesso a pensare a quanto sarebbe stato bello sdraiarsi da qualche parte al fresco, o magari anche scendere al fiume, potendo, piuttosto che ai suoi doveri, di scuola e di casa.
Era ancora un bambino, in fin dei conti, anche se il signor professore doveva già quasi guardare in alto per parlargli, e ancora la visione delle figurette agili e dei lunghi capelli lucenti delle sue compagne non era per lui niente di più che un impiccio, quando voleva tutto per sé e per gli amici il campo da gioco. Nella sua mente limpida, lineare, dove ad ogni momento si agganciava senza soluzione di continuità un compito ben definito, cui non poneva mai discussione, ma solo il suo impegno per intero, lo splendore ed il profumo della primavera in cui avrebbe compiuto tredici anni stavano portando un sentore di languida pigrizia che gli era stato sconosciuto.
Perfino Elide, che era capace di ottenere da lui qualunque cosa accennandovi semplicemente, faticava a mantenerlo concentrato nel ripetere le sue lezioni serali e, più di una volta, aveva posato in grembo il quaderno del fratello per piantagli in viso due occhi rotondi e stupiti, di uno stupore sdegnato.
"Ma, Lucio, si può sapere dove ce l'hai, la testa? Cosa mi combini, stasera?" Lui arrossiva ai rimproveri di quella voce sottile come fossero stati fatti dal professore in persona e prometteva ogni volta di emendarsi, salvo interrompersi ancora, poco dopo, per raccontarle delle scorribande pomeridiane con gli amici, e fin dove si erano spinti, e chi aveva detto cosa. La sorellina scuoteva la testa, assennata come una donnina, e posava la mano bianca e sottile sul suo avambraccio dorato di sole, come a volerlo riportare, col peso leggero del suo tocco, a quella stanza ed ai suoi doveri.
La scuola finiva con giugno e Lucio non stava nella pelle per l'impazienza. La mattina faticava ad alzarsi dal letto, nemmeno gli avessero versato la malta sulle ciglia, ma poi, durante la giornata, erano talmente tante le cose da fare, da vedere e da pensare, che arrivava a letto senza nemmeno il desiderio di dormire e rimaneva a sognare da sveglio, lontano da casa quanto la sua immaginazione terrigna riusciva a portarlo, per addormentarsi quando la luna già stava lasciando il quadro della finestra.
I suoi voti erano dignitosi, quell'anno, e stava facendo quanta più attenzione gli era possibile a non trascurare nessuno dei suoi compiti di casa, che andavano dal tenere ordinato e spazzato il cortile mattina e sera al portare in cucina la legna necessaria alla cucina economica di sua madre. Pensava a ragion veduta, coi talloni piantati ai due lati del letto stretto che lo ospitava per la notte e le braccia incrociate dieteo il capo, che, se fosse riuscito a non mettersi in qualche guaio serio, avrebbe potuto star fuori la giornata intera, appena finita la scuola, ed evitare problemi veri almeno fino all'autunno.
Sarebbe rimasto sorpreso, Lucio, se qualcuno gli avesse detto che c'era dell'eccezionale in quella sua capacità di programmare la vita giorno per giorno. Gli pareva normale, cresciuto com'era nel bel mezzo di un campo minato, di essersi tracciato una mappa per evitare di incappare in qualche grossa eplosione. I pericoli c'erano ed erano tanti, subdoli ed onnipresenti. Rischiava un guaio se scordava qualcosa, se faceva male a scuola o se si presentava al tavolo della cena in una cattiva tenuta, ma quello era il meno. Grane peggiori, se possibile, arrivavano quando un vicino veniva per lamentarsi a casa di una sua marachella o mancanza, se un qualche amico del padre lo vedeva in giro ad oziare una volta di troppo e lo riferiva, anche solo per fare chiacchiere, all'orecchio sbagliato, o, ancora, se la madre di un qualche compagno, com'era capitato in passato, decideva che fosse buona cosa provare a parlare coi suoi, le volte che gli vedevano qualche segno in più addosso.
Quello era successo che Lucio era piccolo, doveva ancora fare l'esame di quinta, ma lui non l'avrebbe scordato mai, finché campava. Aveva un amico del cuore, a quei tempi, Ilario, che sedeva al banco con lui a scuola e con cui passava ogni momento libero. Giocavano insieme, si scambiavano incessantemente quei piccoli tesori che solo i bambini possono trovare degni di interesse e, nei momenti di noia, si divertivano a inventarsi a vicenda i nomi peggiori che riuscivano a spremere dalla loro immaginazione.
Senza rendersi conto, Lucio si era trovato pian piano a passare sempre più tempo a casa loro, invece che a casa sua, e quella transizione era stata talmente graduale e silenziosa che, alla fine, persino Elide lo seguiva, divertendosi a guardare in silenzio i giochi dei ragazzi più grandi. La madre di Ilario era una donna segaligna e di aspetto severo, che cresceva da sola i tre figli, con l'aiuto delle regolari mensilità che arrivavano dal marito, lavorante in Germania, e si era sinceramente affezionata ai due bambini, prendendo a trattarli come fossero suoi ed arrivando perfino a pregare loro madre di lasciarli andare il più spesso possibile perché 'una casa' diceva sempre a loro e disse anche a Lidia 'è sempre più allegra quando è più piena'.
Era capitato che un giorno, nel giocare ad acchiapparsi lungo il portico che passava davanti alla casa di Ilario, l'amico lavesse afferrato bruscamente ad un braccio e Lucio, che per quel braccio era stato tenuto fermo a ricevere l'ennesima punizione solo quella mattina, si era lasciato scappare un lamento che aveva fatto alzare di scatto la signora dalla sedia impagliata su cui sedeva, all'aperto, coi piselli da sgranare in grembo.
"Lucio, cos'hai? Possibile che ti abbia fatto tanto male?" Lucio aveva nicchiato, vergognandosi del proprio comportamento poco virile.
"No, macchè, facevo per gioco." Un cipiglio aveva aggrottato la fronte della donna.
"Vieni qui vicino e fammi vedere un po' quel braccio." Gli aveva ingiunto in un tono carico di tanta e tale autorità materna che gli era stato impossibile disobbedire. La donna aveva arrotolato non senza gentilezza la manica sudaticcia ed aveva sgranato gli occhi nel vedere i segni profondi, tumefatti, al di sotto, rosso cupo contro la pelle delicata del bambino. Nemmeno lei era troppo tenera coi suoi figli, non avrebbbe potuto dovendo far loro da madre e da padre insieme, ma cose del genere le aveva viste più spesso dopo le risse fra uomini cresciuti che addosso ad un ragazzino. Mantenendo la voce calma, lo invitò ad entrare in casa, mentre i suoi figli li guardavano ammutoliti. Arrivati nell'ombra fresca delle mura domestiche, si chinò per tenere gli occhi allo stesso livello di quelli del bambino. Lucio si ritrasse in un moto di sgomento.
"Cosa ho fatto? Non ho fatto niente!" Prima chiese e poi protestò in un pigolio affranto, rassegnato. Credeva che lei l'avesse portato là dentro per punirlo, evidentemente, e di questo le pianse il cuore. Cercò nel fondo della gola la stessa voce che usava coi suoi figli quando soffrivano per qualche malanno infantile, quella voce che calma e rassicura come e più di una carezza.
"Lucio, voglio solo mettere un po' di acqua e aceto su quel brutto livido lì, nient'altro. Non ti faccio male, non aver paura." Vide il petto del bambino alzarsi in due scatti distinti, come spezzandosi a metà del respiro di sollievo che cercava di tirare.
"La mamma mi ha curato, stamattina." Lei annuì comprensiva.
"Sicuro, ed è stata anche brava, ma tu adesso è tutto il giorno che corri in giro e chissà cosa combini ed è il caso di dargli un'altra passatina. Non ti fa male?" Lucio si contorse, cercando contemporaneamente di stringersi nelle spalle e di scrollarle.
"Mah, un pochettino..." intanto l'acqua era già stata versata e lei la stava mescolando con un aceto bianco, trasparente, dall'odore pungente che invase la cucina. Senza dire altro, iniziò a passare sulla pelle calda di dolore un canovaccio ruvido imbevuto della mistura.
Lucio sospirò. Il sollievo era paradisiaco, come se lo sollevassero da una cattiva pressione interna che continuava a stringere i suoi muscoli e le ossa, nemmeno la mano di suo padre si trovasse ancora lì. Era bello starsene al fresco e in silenzio, un silenzio tranquillo, diverso da quello di casa sua, e lasciarsi curare a quella maniera. La madre di Ilario non gli faceva domande su quanto era accaduto, sollevandolo dalla necessità di fornire spiegazioni, e lui avrebbe voluto restare lì per sempre, senza dover pensare più ad altro. Passò poco, però, prima che si sentisse guardato. Alzò gli occhi che aveva posato distrattamente al pavimento e incrociò lo sguardo preoccupato di Elide, che li spiava dalla finestra, in punta di piedi, i grandi occhi celesti lucidi di lacrime che rifiutava di far cadere. Si sarebbe preso a schiaffi, in quel momento, per essersi scordato di lei.
"Oh, Elide. Sto bene. Fa come la mamma, vedi?" La signora alzò la testa ed invitò la bambina ad entrare con un cenno asciutto del capo.
"Vieni, vieni a vederlo, tuo fratello, che non l'ho mica mangiato." Senza mostrare traccia della consueta timidezza, la ragazzina entrò nella stanza e si mise accanto al fratello. Visti così, vicini, lei pareva ancora più stentata e lui ancor più grosso, quasi che tutta la forza vitale fosse andata ad uno dei due, lasciandone sfornito l'altro; sarebbe stato sufficiente guardarli in viso, però, per notare che dentro quella povera cosina fatta quasi solo d'ossa brillava una determinazione sproporzionata alla sua stazza.
"Cosa fate?" Domandò alla donna, senza mezzi termini.
"Gli faccio un impacco con acqua e aceto."
"Cosa serve?"
"Gli si sgonfia il braccio." Tanto le domande quanto le risposte erano formulate in tono asciutto di botta e risposta, che pareva congeniale ad entrambe.
"Mamma usa il sale grosso."
"Con l'aceto passa prima." Elide si rivolse al fratello con uno scatto tanto improvviso del capo e del corpo intero da farlo sussultare.
"Te stai meglio?" Lucio sembrava l'unico ad essere imbarazzato da tanta patente scortesia e non trovò di meglio che annuire convinto. "Ah." Commentò allora Elide. La schiena e le spalle si rilassarono impercettibilmente, curvandosi in avanti, e il suo viso perse l'aria truce che aveva assunto per tornare alla solita espressione di remissiva dolcezza.
"Ce ne hai degli altri?" Chiese a quel punto a Lucio la madre di Ilario. Aveva fatto quel che poteva per quel povero braccino e una curiosità che lei stessa sentiva malsana, ma che ugualmente non voleva acquietarsi, la pervadeva.
"Mah, no, poca roba." Ripose lui a voce bassa. Fu Elide, di nuovo a far sentire la voce, stavolta in un educato mormorio.
"Sulla schiena, signora, per favore. Ne ha tanti." Lucio la fissò col rimprovero negli occhi e lei parve farsi piccola, ma non abbassò lo sguardo. Sapeva di aver detto la verità. Senza aspettare oltre, la donna gli tolse con pochi gesti esperti la camicia e poi distolse il volto, con la scusa di appenderla alla spalliera di una sedia. Il torso e la schiena di Lucio erano un unico dedalo di macchie sovrapposte, violacee le più recenti e di un giallo sbiadito quelle in via di guarigione, come se non passasse giorno senza che qualche pennellata venisse aggiunta a quel brutto quadro.
Non disse nulla e fece, per il resto del suo povero corpo, tutto quello che poteva, ma la sera stessa trovò un pretesto per riaccompagnare di persona i bambini fino a casa, vale a dire dalla parte opposta della piazza ed oltre la breve strada che separava le loro abitazioni.
Non era sua abitudine impicciarsi degli affari altrui, ma quella volta non poteva tacere, non sarebbe riuscita a chiudere occhio, lo sapeva, se avesse taciuto. Parlò prima con la madre, che si strinse nelle spalle, affranta, senza sapere come giustificare quello stato di cose, perduta nell'imbarazzo dell'essere costretta ad affrontare talo argomenti con una persona che non era nemmeno di famiglia. Quando vide che sarebbe stato inutile continuare, era andata ad aspettare il padre più avanti sulla strada, decisa a dirgli quello che la moglie non aveva il coraggio di farsi uscire dalla bocca. Glielo aveva detto, anche, parola per parola, senza peli sulla lingua, spostandosi a destra e a sinistra per intercettare lo sguardo di quegli occhi sfuggenti. Lui l'aveva lasciata parlare e poi l'aveva scostata con indifferenza, come si trattasse di un ramo proteso sulla strada, e aveva ripreso a camminare col suo passo sempre uguale, nemmeno le sue parole l'avessero toccato.
Dario aveva camminato senza affrettarsi fino a casa, era entrato come ogni sera, appoggiando il cappello sulla cassapanca dell'andito e ricevendo i saluti della famiglia tutta.
Lidia aveva avuto persino il tempo di formulare un pensiero di sollievo all'idea che quella pazza della loro vicina non avesse azzardato affrontarlo, prima che lui parlasse.
"E allora, Lucio, siamo andati a lamentarci in giro?" Aveva chiesto in una voce lenta e calma come pietra. Lucio aveva badato a tenere gli occhi fissi al pavimento.
"No, babbo."
"Mi hanno detto che ti picchio. Ti picchio, Lucio? È vero?" Lucio era rimasto immobile, senza sapere quale risposta fosse quella giusta. Immobile e silenzioso. "Io penso che dovresti avere rispetto per tuo padre." In un certo senso, quella frase fu un sollievo. Conosceva la risposta.
"Certo, babbo."
"Vieni di là con me, Lucio." Con la sensazione che lo stomaco cercasse di risalirgli in gola scalciando, Lucio mosse un passo verso il padre.
"Babbo, scusatemi." La voce affannata di Elide si fece strada a fatica nella sua gola "scusatemi, ma non è colpa sua. È stata colpa mia." Dario si fermò nel mezzo del movimento col quale si stava voltando.
"Raccontatemi, allora. Tutti e due. La verità, raccontatemi, badate bene, che lo sapete che me ne accorgo." Tenendo la voce bassa e cercando di parlare bene, come lui raccomandava sempre loro di fare, i due bambini cercarono di fornire la loro versione dei fatti. Lui li ascoltò fino all'ultima parola, quasi in un attenti perfetto, gli occhi fissi alla porta alle loro spalle. "Bravi." Disse poi "avete detto la verità." Non sbagliava mai su questo. Era come se le bugie suonassero alle sue orecchie con un suono fesso, distorto.
Poi prese Lucio per la spalla, senza cattiveria, e lo portò nella stanza accanto. Quando ebbe finito con lui, non poté andare a scuola per tre giorni.
Da allora aveva evitato non solo Ilario, ma anche di fare troppa amicizia con chiunque.
Certamente, gli amici sono una bella cosa, ma sono anche pericolosi, rifletteva nel suo letto, sentendosi come un uomo fatto a paragone del bambino che era stato allora. Quando sarebbe stato grande, con una casa sua, avrebbe avuto il tempo di farsi tutti gli amici che voleva.
Avrebbe portato a vivere con lui Elide e magari, chissà, anche la mamma. Dopotutto, suo padre preferiva il silenzio e una casa vuota è estremamente silenziosa. Ma magari si sarebbe accontentato di vivere con Elide, abbastanza lontano da lì da non dover passare per caso dal paese. E, quando avesse deciso di andare a trovare i suoi, per farlo avrebbe avuto un'automobile. Una bella, di quelle grosse, lucide, col motore potente. E avrebbe avuto una casa col giardino. Un giardino vero, non un cortile, dove Elide avrebbe potuto sedere all'ombra d'estate.
Si perse lentamente nella sua fantasia favorita, passando senza rendersene conto dalla veglia al sonno.
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