sabato 11 luglio 2015

III

LUCIO

Al venti di maggio, nel giorno del suo compleanno, Lucio sedeva al tavolo della cena sentendosi intimamente compiaciuto di se stesso.
Mancava un mese appena al termine della scuola ed aveva finito quel giorno di ripondere all'ultima interrogazione del professore, meritandosi un voto discreto, nonostante la grammatica latina fosse per lui poco meno astrusa di una tiritera senza senso. Non gli piacevano quel genere di cose, il ripetere all'infinito parole fuori di contesto per il solo scopo di conoscerle, senza altra applicazione, e faceva una gran fatica a trattenerle nella testa, come se fosse il tessuto stesso di cui era fatto a respingerle, una tela cerata sotto la pioggia.
Elide passava le ore, la sera, quando era troppo buio per i suoi soliti lavori d'ago, a fargli ripetere quelle filastrocche di rose e rosarum, fermandosi solo di tanto in tanto per leggergli un pezzetto nuovo, e anche lei glielo diceva spesso, che sembrava proprio che non ci fosse portato, per quelle materie. Anche i lunghi elenchi di date del libro di storia gli rimanevano nella memoria appena il tempo sufficiente per rispondere alle domande, mentre, a chiedergli le stesse cose solo pochi giorni dopo, non si sarebbe riuscito a cavar nulla da lui.
La matematica e la geometria, invece, gli parevano naturali come se le avesse imparate con il camminare e teoremi e formule sembravano,  quando li vedeva sulla lavagna, come vecchi amici la cui esistenza avesse scordato per chissà quale motivo e che tornavano a lui, amichevolmente, per riallacciare i rapporti.
Così, quella sera, con l'ultima interrogazione di grammatica ormai dietro le spalle e il cortile ben spazzato, tanto che si sarebbe potuto ballarci senza sollevare un grano di polvere, se mai qualcuno per qualche ragione avesse mai voluto ballare, non pensava ad altro che alla buona cena che lo aspettava ed al sonno soddisfatto che già lo allettava dopo la cena.
Fra l'una e l'altra di queste due piacevoli incombenze, ad attenderlo ci sarebbe stato il regaluccio che gli aveva preparato Elide in gran segreto, rubando le ore in cui lui era fuori coi compagni al suo svago per concedersi la piccola gioia di stupirlo con una sorpresa inaspettata.
Gli avrebbe reso onore, all'impegno della sorellina, facendo il viso stupito e sorpreso, per quanto sapesse da mesi di quel suo innocente sotterfugio.
Perfino sua madre si era data attorno tutto il giorno, per i suoi tredici anni, e la casa brillava ancor più del solito, così da non dar ragione di malumore a suo marito e lasciare al suo bambino una sera di serena gioia. Al suo ragazzo, avrebbe dovuto dire ormai, si corresse col pensiero sorridendo mentre toglieva dal forno stretto la teglia di lasagne, per raffreddarle un poco, soddisfatta della spessa crosta croccante che scricchiolava piano spaccandosi in una miriade di crepoline a contatto con l'aria della cucina.
Aveva fatto il piatto preferito di Lucio e le dispiaceva perfino un poco di non poterlo festeggiare, come facevano i figli dei più ricchi, ora che vedeva che non sarebbe stato a lungo quieto in casa come un bambino. Era, forse, pensò con un sospiro, l'ultimo compleanno che se lo sarebbe potuto godere a questo modo, l'ultima volta in cui lei sarebbe stata, in quel giorno dell'anno, la donna che sopra ogni altra lui voleva accanto, ed era giusto così, pensò rimproverandosi della propria stupidità, per quello si facevano i figli, per vederli crescere e diventar grandi, lo sapeva bene. Nonostante tutto, però, un poco le appesantiva il cuore ugualmente, quel pensiero.
Lidia scosse la testa, dandosi della sciocca, e portò in tavola il pane e la pietanza, poi si sedette, in silenzio, attendendo di poter mangiare.
Come ogni sera, Dario fu l'ultimo a sedersi, come un prete che arriva quando la chiesa è piena.
Iniziarono a mangiare senza dire una parola, la casa che risuonava del primo canto timido dei grilli fra l'erba ancora verde e rigogliosa. Non erano abituati a dare grande importanza ai compleanni, o a qualsiasi ricorrenza, ed era del tutto normale, per loro, che la teglia fumante nel mezzo della tavola apparecchiata e la contenuta eccitazione di Elide, che si palesava solo nello sguardo di sottecchi che lanciava di quando in quando al fratello, fossero l'unica cosa che distingueva quel giorno da qualunque altro, che non fosse la domenica.
Arrivato a metà del piatto, Dario si pulì la bocca con l'angolo del tovagliolo e posò la forchetta, dando in un breve sospiro. La donna e la bambina sedute al tavolo percepirono immediatamente il cambiamento e cessarono l'andirivieni dalla bocca al piatto, attendendo come sospese quel che doveva accadere, mentre Lucio, affogato nel prosaico piacere di affondare i denti nel boccone, impiegò un momento per capire cosa ci fosse di storto. Si sentiva d'improvviso come se un vuoto gli si fosse aperto dinnanzi ai piedi, là dove soleva essere solido terreno.
Alzò gli occhi e si trovò, con una sorpresa impossibile da mettere in parole, a fissarli nello sguardo paterno.
Era cosa rara che Dario lo guardasse in faccia, negli occhi men che meno, e le sue iridi glauche misero addosso a Lucio un senso di disagio che, per ragioni troppo profonde perché lui le potesse afferrare, portaca con sé più di una traccia di piacere. Lo guardava, senza mostrare alcun sentimento, in silenzio, in attesa.
Lucio posò la forchetta a sua volta e, memore dell'insegnamento che lui gli aveva impartito, si pulì la bocca prima di parlare.
"Babbo?" Chiese senza aggiungere altro. Non avrebbe potuto, affascinato com'era da quegli occhi nei suoi. Ne percepiva il peso e il senso di ineluttabilità, come se quell'uomo fosse un qualcosa che c'era sempre stato al mondo e ci sarebbe stato sempre, allo stesso modo del cielo e del vento.
"Oggi fai tredici anni, se non sbaglio." Lucio arrossì di piacere.
"Si, babbo."
"Sei un uomo, oramai. Un uomo giovane, un uomo ancora stupido, ma un uomo. È vero, Lucio?"
"Si babbo. Grazie." Dario annuì impercettibilmente, accettando il ringraziamento del figlio.
"Mi hanno dato un buon lavoro, oggi. Su, verso il fiume. Ci sarà da fare per un mese buono, e per tre uomini." Lasciò cadere queste parole sul tavolo della cena, in un silenzio tanto fitto che si udivano alla predezione i passi pesanti dei vicini che rincasavano, dall'altra parte della strada. Lucio prese coraggio.
"E chi prenderete, babbo, per lavorare con voi?" La bocca di Dario si tirò in una smorfia.
"L'ho chiesto a Paolo, il solito ragazzo che mi viene ad aiutare." Una breve pausa seguì questa affermazione, che pareva tronca alla logica.
"E...e l'altro, babbo? L'altro uomo che vi manca?" La voce di lucio lottava per restare ferma. Dario annuì di nuovo, stavolta più marcatamente.
"Iniziamo a metà luglio. Puoi tenerti la metà dei soldi che guadagni, ma l'altra metàva in casa." Fra i due passò un lampo di mutuo, solido affetto. Potendo, lucio si sarebbe alzato per saltare di gioia, ma quel genere di intemperanza veniva duramente censurata, nella loro famiglia.
"Grazie, babbo. Non vi farò vergognare." Disse invece, sentendosi allargare il petto. Dario distolse semplicemente gli occhi senza aggiungere altro e riprese a mangiare e, dopo di lui, lentamente, quasi timidamente, e con un gran scambio di occhiate, anche il resto della famiglia vuotò il piatto.
Lidia era preoccupata, dal canto suo, come raramente lo era stata da che si ricordava. Se lo sarebbe portato via il giorno intero, Dario, dall'alba fino a quando le prime stelle avrebbero fatto capolino sopra il tetto della chiesa, e non lo avrebbe risparmiato di certo, né per la mole di fatica né per il rigore con cui avrebbe applicato la sua solita, distorta idea di disciplina. Non era certo uno di quei padri che si tengono i figli inpalmo di mano. D'altra parte, però, vedere i lampi d'orgoglio che mandava Lucio, quasi ire il calore della sua gioia, che emanava da lui come da un forno acceso, a quella prima attestazione della stima paterna, la riempiva di dolcezza. Cercò di consolarsi pensando che sarebbero stati tutto il giorno in mezzo ad altre persone e che mai, a qualunque costo, Dario avrebbe voluto far scene in pubblico. Una voce nel profondo della sua testa le sussurrava che quell'uomo aveva buona memoria e che il suo bambino avrebbe pagato ogni piccola dimenticanza ed ogni parola storta una volta a casa, ma non poté ascoltarla. Non aveva modo di evitare quanto sarebbe accaduto, perciò tanto valeva non pensarci affatto, si disse sparecchiando la tavola.
Elide era intenta a raschiare il fondo della teglia, mandando occhiate impazienti alla porta ogni poco, che non riusciva a stare più nella pelle dal desiderio di dare al fratello il suo regalo. Era bello vederla, una volta tanto, animata da uno sctto d'impazienza infantile, come ne avrebbe dovuti avere tanti, mentre era semlre tanto quieta e silenziosa che sembrava sparire nella casa.
"Elide, cosa ci fai ancora qui?" Le chiese Lidia pulendosi le mani nel grembiule "non lo sai che tuo fratello muore dalla voglia di raccontarti cos'è successo a tavola?" Elide saltò dal basso panchetto che usava per arrivare all'acquaio con insolita vivacità e fece per avviarsi alla porta, ma poi si fermò, come per un ripensamento.
"Ma non vi aiuto, mamma?" Lidia scosse la testa, sorridendo tanto da farsi apparire le fossette, come le accadeva da bambina.
"Vai, vai a sentire Lucio, altrimenti scoppia come la gomma di una bicicletta, poverino." Si guardarono complici e ad entrambe fuggì una mezza risata, subito nascosta dal palmo della mano.
In uno sfarfallio della gonna di cotonina leggera, Elide sparì per il corridoio, impaziente di farsi raccontare la scena cui aveva appena assistito.
Lucio l'aspettava davvero, come aveva detto la mamma, impaziente e scarmigliato, passeggiando avanti e indietro nella sua stanza, dalla finestra al letto e dal letto alla finestra. Nel vederlo, Elide provò, come ogni volta, quel senso di allargarsi del cuore che la sua vista solamente sapeva far scaturire. Non le sembrava nemmeno di aver qualcosa di storto, quando era con Lucio, si sentiva bene, accanto a lui. La sua voce e la sua risata pronta davano forza al suo corpo, cadenza al suo cuore ed aria al suo respiro, in virtù di una magia che la acco pagnava da un passato troppo remoto perché lei potesse metterla in discussione. Ma riconoscerla, questo si, lo poteva fare, e lo faceva, dedicando a lui ogni briciolo del suo affetto e della sua attenzione. Senza aprire bocca, consapevole del desiderio che lo pervadeva di parlare, Elide si sedette, appollaiandosi come un uccellino sul bordo della grande sedia su cui passava gran parte dei suoi giorni, e lo guardò con grandi occhi colmi di attesa.
"Elide, hai sentito il babbo cosa mi ha detto?" Esordì immediatamente Lucio. Lei si sentì intimamente fiera di essere riuscita a mantenere il silenziom vedendo l'evidente piacere che gli procurava parlare. "Vuole che vada con lui a fare un lavoro, quest'estate. A lavorare con lui, come un grande. Hai sentito, Elide?"
"Si, Lucio. Te l'ha proprio chiesto." Disse lei, e subito si zittì, trattenendo tutto quello che avrebbe voluto dirgli ancora.
"E si è ricordato che giorno è oggi, eh? Hai visto? Me l'ha chiesto con gli occhi seri, Elide, hai visto? Come se parlasse a un grande. E mi guardava! Ma l'hai visto?" Gli occhi di lucio erano di un azzurro più vivo di quelli del padre, non cerulei, ma celestini e disseminati di pagliuzze grigie, che parevano d'argento vivido nel sole. Mano a mano che parlava, raccontandole fin nel minimo dettaglio più e più volte quella scena, cui lei aveva assistito di persona, si facevano sempre più grandi e più brillanti, come divorati dalla febbre, e le sue guance appena dorate dal sole dei giochi all'aperto si colorivano di una rosata eccitazione.
"Vedrai, mi ci metto talmente di impegno che non gli sembrerà neanche che sia io, quello che si porta dietro. Voglio che tutti quelli che mi vedono gli vadano a fare i complimenti in faccia, voglio. Vedrai che dopo non mi ci tratta più, come un bambino, se gli faccio vedere che so fare bene."
"Sono sicura, Lucio." Sussurrò Elide, che sicura non lo era per niente. Aveva invece idea che, se Lucio si fosse spaccato la schiena a mezzo per soddisfare loro padre, lui l'avrebbe preso a calci per non essersela rotta in tre punti, ma anche su questo tacque. Il rabbuiarsi subitaneo del suo viso sincero, però, non sfuggì al fratello. Lucio la amava più di ogni altra cosa al mondo e sarebbe stato disposto a fare a pezzi con le sue mani chiunque avesse osato dispiacerla, ma il vederla rannuvolarsi a quella maniera mentre lui le esponeva le sue più vive speranze, al culmine della sua gioia, fu per la sua natura sanguigna come una scintilla che lo fece ardere d'improvviso.
"Guarda che il babbo non mi avrebbe mica chiesto di andare con lui, se pensasse che sono un buono a niente." Elide sollevò gli occhi.
"Ma no, non volevo dir questo."
"Cosa credi, che si diverta, lui, a trovarsi in mezzo ai piedi un ragazzino? Lo fa perché è sicuro che posso riuscire bene." Le disse con asprezza, quasi che lei l'avesse accusato di non essere in grado di assolvere a quel compito. "E se gli mostro che so fare bene, che sono capace, dopo vedrai che non serve più che mi tratti come un bimbo piccolo. Se faccio bene, dopo lo posso aiutare sempre, anche nelle altre cose, aspetta e vedrai. Vedrai. "
"Ma, Lucio, chi ha mai detto niente?" Gli chiese lei affranta. Era inutile. Una volta preso l'abbrivio, Lucio non riusciva a frenarsi, come uno di quei vagoni pieni di pietre che per smuoveli ci vuole dieci volte meno forza che per fermarli quando acquistano velocità.
"Il babbo crede che io possa fare bene, altrimenti non mi avrebbe chiamato, solo per farlo vergognare. E se non lo capisci, allora non capisci niente." A quel punto, il viso composto di Elide si fece triste e poi tremulo e la bambina si mise a piangere, in silenzio, nascondendo il vjso fra le mani sottili. Lucio non si era reso affatto conto del tono sempre più aspro in cui le si era rivolto, né delle accuse che aveva sottinteso nelle sue parole. Semplicemente, aveva risposto, rivolgendo a lei l'attenzione, a tutte le crudeltà che la sua stessa mente gli sussurrava, avvelenandogli quel momento di gioia. Il fatto che avesse parlato con lei, dipendeva solo dalla sua presenza nella stanza, ma, ciò non di meno, era a lei che si era rivolto e l'aveva ridottain lacrime.
Si sentì dive tare piccolo come un passero, di fronte al dolore della sorellina, e le si accostò con passi leggeri.
"Scusami, Elide, perdonami, non volevo farti piangere."
"Io non le ho mai dette quelle cose." Ribadì lei, mescolando stizza e dolore, senza abbassare le mani dal viso. Lucio si sfregò la fronte, in un gesto di frustrazione.
"No, non le hai mai dette, è vero. Sono io che mi sono arrabbiato, quando ti ho visto diventare seria di botto. Scusami, dai." La sua voce sapeva essere suadente, quasi seduttiva. Elide abbassò le mani in grembo, continuando a produrre rumori liquidi col naso.
"Ho paura che sia troppo duro, con te, il babbo. Tutto qua." Lucio scrollò le spalle.
"Elide, non credere che si diverta, lui, ad essere severo con me. Lo fa perché è il suo dovere di padre, farmi diventare un uomo come si deve, serio e in gamba. Lo sai bene come me, no? Ci vuole bene, il babbo." Concluse poi con un soffio di voce.
Elide avrebbe voluto dire molte cose, la maggior parte delle quali si agitava in fondo alla sua anima talmente carente di forma che nemmeno avrebbe saputo esprimerla a parole. Un vago senso di rabbia ed, insieme, di pietà, le faceva bruciare il respiro in gola, come succede quando si è troppo in affanno. Gli occhi di Lucio la imploravano muti. Era il suo perdono che voleva, certo, il suo perdono per averla fatta piangere, per esser stato ingiusto con lei, ma voleva altrettanto il suo silenzio, che quelle cose che le si agitavano dentro come acque in tempesta tornassero a calarsi sul fondo, invisibili agli occhi ed inudibili. Per un istante, Elide si chiese se non avrebbe fatto meglio a lascuarle uscire, a dispetto di quel che voleva Lucio, a parlare di tutto quello che vedeva e non diceva, che capiva ma teneva per sé;  poi la testa bionda del fratello si abbassò, in un gesto di scoramento, e la pietà ebbe il sopravvento su di lei.
Lo amava, lei, e troppe volte lo vedeva costretto a chinare il capo, preso e messo in condizione di dover subire più di quanto ci si sarebbe potuti aspettare che sopportasse, senza mai un lamento, che i lamenti erano puniti. Se almeno lei che lo amava tanto, riflettè, non sapeva aver pietà di lui, nessuno al mondo l'avrebbe fatto.
Loro padre non era mai stato altrettanto severo nei suoi confronti e le sue punizioni, quando c'erano, erano lasciate con noncuranza al loeve rigore materno. Lei, per sovrappiù, era silenziosa e tranquilla per natura e, passando quasi tutto il tempo fra le mura domestiche, non aveva distrazioni che potessero portarla a dimenticare qualcuno dei suoi doveri. Lucio, per controo, era un ragazzo forte, e vivace, rumoroso per il solo amore del suono festoso dei rumori e sempre in moto, sempre richiesto da mille compagni. Era naturale che lui finisse per incappare nelle ire paterne molto più di lei. Per di più, lei era solo una femmina ed era anche malata. Era certo che il babbo non le aveva mai prestato l'attenzione che riservava a Lucio, né le parlava altrettanto spesso. C'era quindi la possibilità, per quanto non la credesse vera nel fondo del cuore, che fosse lei a sbagliarsi e Lucio ad aver ragione, in virtù della sua migliore conoscenza del padre.
Elide accarezzò teneramente i capelli chiari del fratello.
"Via, ora non serve che tu faccia l'aria da cane bastonato. Lo sai che ti perdono volentieri. Eri eccitato e ti sei infiammato col niente, ecco, tutto qui. Cosa oensavi, che ti avrei tenuto il muso?" Il viso di Lucio si rialzò lentamente, già atteggiato in un sorriso luminoso. Era impossibile reaistere alla quantità di gioia che sapeva trasmettere in momenti come quello ed Elide ricambiò il sorriso.
"Grazie. Sei davvero buona come la mamma." Le disse lui, facendola arrossire.
"Metti a posto il violino, adesso, ruffiano, che non ce n'è più bisogno. Ho detto che ti perdono, vedi? Però in cambio vorrei un piacere."
"Che cosa?"
"Vorrei che mi prendessi una cosa da in fondo all'armadio, laggiù, sotto i vestiti invernali. È un pacco grosso così." Gli spiegò poi, distanziando i palmi di un paio di spanne.
Lucio voltò la schiena per nascondere l'ariasaputa che sentiva dilagargli in faccia ed andò a prendere il suo regalo.

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