giovedì 10 aprile 2014

Trentuno

Dire che quella notte arrivai da te il prima possibile è quasi scontato. Senza far rumore, mi rinchiusi la porta alle spalle e ti guardai, avvicinandomi lentamente al letto. Ti avevano immobilizzato il gomito contro il petto in un'ingombrante fasciatura bianca, che ti dava jn'aria da reduce. Giacevi sulla schiena, con il braccio sano posato sugli occhi,  come ti era solito. Rimanevi immobile, silenzioso, nella fievole luce lunare che filtrava dalla finestra, e ti credetti addormentato. Era tanto bello, il profilo del tuo corpo appena velato dalla coperta leggera, che rimasi a guardarti come incantata.
"Non vieni a letto?" Mi chiedesti dopo poco, sottovoce. Sussultai, colta di sorpresa. Mi insinuai al tuo fianco, a sinistra, e allungai una mano verso di te. Trovai la tua pelle nuda, sotto il lenzuolo; ti eri liberato dalla casacca del pigiama che ti risultava scomoda con la medicazione ingombrante. La tua pelle era liscia e tiepida, piacevole al tatto come il tessuto ricco di un abito elegante, e mi persi in una lunga carezza sul tuo fianco disteso. Minuscole bollicine di pelle d'oca fiorirono ovunque sotto le mie dita.
"Mi fai venire i brividi, così..." dicesti. La cosa non sembrava dispiacerti affatto. Mi accostai ancora, continuando a vagare con la punta delle dita sul tuo costato, sul tuo petto, sin dove iniziavano le bende, e sull'incavo da levriero del tuo addome. Sospirasti piacevolmente, abbandonandoti alle mie carezze, e scostasti il braccio dagli occhi per cingermi, attirandomi contro di te.
"Che giornataccia, eh?"
"Si, puoi proprio dirlo. Non smettere, dai." Mi incalzasti.
"Tutto bene in ospedale? Quando siete tornati non hai detto una parola."
"Tutto bene. Ho una lastra della mia spalla, adesso. Dicono che devo tenermi tutta questa armatura per due settimane. Che due scatole."
"Mi dispiace. Oggi non sono riuscita a fare proprio niente per te. Ti fa tanto male?"
"Se ti dico di si continui a fare così tutta la notte?" Mi chiedesti guardandomi sornione. "No, mi hanno dato delle pastiglie. Non sento quasi niente. Mi dà solo noia perchè sto scomodo. "
"Povero il mio Darietto..." ti consolai dandoti un piccolo bacio sul collo.
"Ma la sai una cosa strana? Mio padre è impazzito, oggi. Ha continuato a parlare a macchinetta tutto il viaggio fino al pronto soccorso. Mi ha perfino raccontato qualcosa di quando era giovane, prima che sposasse la mamma. Roba da matti."
"Davvero?" Ti domandai affascinata. Lo zio non parlava mai degli anni della sua giovinezza, tranne che per dirci quanto avesse dovuto lavorare.
"Davvero. Mi ha detto che aveva una sorella e che poi è morta. E io non l'avevo mai saputo, te lo immagini? Avevo una zia e non l'ho mai saputo."
"Magari ci sta male perchè è morta e allora non ne parla."
"Mi sa. Dice che tu gliela ricordi un sacco, sai? Ha detto 'ero il doppio di lei e tre volte più cattivo, ma se mi pungeva un moscerino, perdio, lei non trovava pace finché non l'aveva ammazzato'" raccontasti, in una passabile imitazione della voce grossa di tuo padre. "Povero papà. Chissà che brutto è stato quando lei è morta. Mi ha detto che erano piccoli, più piccoli di noi quando è successo."
"Già, poveraccio. Però resta sempre un prepotente."
"È vero." Sospirasti tu. "Ma mi dispiace lo stesso per lui. Sai, dice che quando fa così con me, intendo, sai, quando mi sgrida come oggi, lo fa per il mio bene. Secondo te ci crede davvero?"
"Mi sa di si."
"Mah. Convinto lui... Bea?"
"Cosa?"
"Me lo dai un bacio grande?"
"Anche dieci."
Ad un bacio seguì un altro, poi un terzo, poi smisi di contare. Stavo sollevata su un gomito, con i capelli che ricadevano sul cuscino e sul tuo collo, e tu mi stringevi, tenendomi la mano sulla nuca, fra i riccioli, come per impedire che mi staccassi da te. Con la mano libera, continuavo ad accarezzarti, il viso, i capelli, il collo, il petto, ovunque arrivassi con le dita. Andammo avanti in quel modo per un tempo lunghissimo, senza mai allontanarci, senza sentire la necessità di riprendere fiato, completamente smarriti l'uno nell'altra. Avevi bisogno del mio conforto, lo sentivo nella brama dei tuoi baci e nei piccoli mugolii affannati che ti lasciavi scappare dal fondo della gola, e io avevo bisogno di toccarti, di confermare a me stessa che era tutto a posto, che stavi bene, che eri lì,  dove eri sempre stato.
Il respiro cominciò ad accelerarmi, il mio cuore decise di partire al piccolo trotto e un calore profondo, radicato alla base della colonna vertebrale, mi invase gradualmente e inarrestabilmente. Non era più la rassicurazione della tua presenza, quello che desideravo, ma ben altro. Aderii con il mio corpo al tuo, sentendo il profumo indescrivibile della tua pelle avvolgermi, chiamarmi, in una lingua antica ma perfettamente comprensibile.
Sentivi anche tu le stesse cose, potevo percepirlo in ogni tuo respiro, in ogni tuo movimento. Come due affamati ci gettavamo l'uno sull'altra per saziarci, come falene d'estate eravamo inevitabilmente attratti dal calore dell'altro, dalla luce che emanava.
La tua mano abbandonò il mio collo e scese leggera, palpitante, sul mio corpo, impigliandosi nella stoffa elastica della camicia da notte, accarezzandomi e scoprendomi come un piccolo animale cieco, fino ad approdare sul mio seno. Ti fermasti di colpo, guardandomi interrogativo, chiedendomi se ti era permesso continuare, e io schiacciai il petto contro il tuo palmo bollente, strappandoti un sospiro profondo. Non mi avevi mai toccato il seno e la mia carne reagiva con onde di entusiastico piacere. Una parte profonda e sconosciuta della mia mente,  che si andava risvegliando in quei mesi, mi diceva che era giusto così,  che era una cosa buona,  che tu eri giusto, che il tuo odore era giusto, che il calore che sentivo crescere e cescere ancora era giusto e andava assecondato. La potenza del desiderio che provavo, la sua chiarezza, mi sorpresero. Non c'era né paura né timidezza, solo quel senso di ineluttabilità, di predestinazione e, in fondo, di sollievo che mi pervadeva. Mi sembrava di respirare di nuovo dopo mesi di apnea.
Mi inginocchiai sul letto, al tuo fianco, e scostai le coperte lasciandole ad ammucchiarsi a terra. Raccogliendola sulle spalle, presi la camicia da notte e la sfilai, offrendomi al tuo sguardo, nella penombra argentata della stanza, coperta solo di una canottiera di cotone leggero e delle mutandine. Il tuo sguardo mi accarezzò e mi parve davvero che avesse peso e consistenza. Lo sentii scivolare dal mio collo al mio petto, fino alla pancia e alle coscie, amorevole, voglioso, bramoso e mi piacque farmi guardare.
Tendesti la mano verso di me, in un muto richiamo, e io mi chinai su di te, scivolando sul tuo corpo leggera, attenta a non farti del male, fino al tuo viso; seguii con la punta della lingua il contorno delle tue labnra, assaggiandole come un dolce di zucchero, strappandoti un gemito sommesso.
Avevo abbandonato come vecchi stracci i miei pensieri ed agivo spinta da un istinto atavico e potente. Mi misi a cavalcioni su di te, prima  china, il peso sulle mani ai due lati del cuscino, a baciarti ancora, poi rizzandomi a sedere. Mi afferrasti per la vita tirandomi all'indietro, fino a che sentii il rilievo aspro della tua eccitazione, sotto la stoffa del pigiama, premere contro le mie mutandine. Mugolai quando, nell'assecondare il tuo movimento, ti strofinasti contro il punto più sensibile, da cui mi venne una fitta di piacere, e quel suono parve trapassarti come una lama, spingendoti a rovesciare la testa all'indietro, scoprendo i tendini del collo. Quanto eri bello in quel momento, giovane dio malamente atterrato sulla terra, ancora segnato dalla durezza dell'impatto. L'immagine del tuo petto attraversato dalle bende opache, i piccoli fasci muscolari che appena iniziavano ad emergere, palpitante di affanno, coronato dalla forma appuntita del tuo mento,  della tua gola esposta in un atto di incondizionata resa, resterà per sempre nel mio cuore come la figura stessa dell'amore.
I tuoi fianchi presero a muoversi in un modo che sarebbe diventato per me familiare e molto amato, popolando le mie fantasie più segrete, ritmico, nervoso e scattante.  Ti assecondavo, dondolando come una fiamma di candela, come l'acqua in burrasca, percependo ogni tuo movimento prima ancora che avvenisse, avvertendo minuscole perle di piacere che si addensavano, si inseguivano, formavano lunghi fili intrecciati, fino a distruggere in me ogni altra sensazione, ogni percezione che non fosse il sentire del mio corpo, del tuo corpo, di quello che mi saliva nella carne sprigionandosi da quel fulcro di contatto.
Non sentivo, non vedevo, non ero niente più che un gomitolo di nervi sospiranti di piacere con un'anima che fluttuava, in alto, appena legata per un filo.
Ti inarcasti leggermente, premendo più forte contro di me, e sentii un liquido calore spandersi fra noi. Sussultavi appena, gli incisivi affondati nel labbro inferiore, e mi era chiaro cosa ti stesse accadendo. Attenta a non farti del male, mi avvicinai al tuo viso che si andava distendendo e ti diedi un piccolo, casto bacio sulla tempia.
Mi guardasti spalancando gli occhi, con un'espressione di sorpresa che in altri momenti mi sarebbe apparsa comica.
"Ma si può sapere cosa ti ha preso? Cos'hai mangiato oggi?"
"Perchè, ti ho dato fastidio?"
"No, no, lungi da me, però...porca miseria, Bea!"
"Davvero, Dario, così mi fai vergognare. Ero venuta qui per consolarti un po', poi...non lo so cos'è successo, non lo so neanche io!"
"Guarda che tu non devi vergognarti mai, con me. Mai. Non hai fatto niente di brutto. Non hai fatto niente di male. Hai capito? Scusa se ho sbagliato a dire qualcosa. Ma mi devi promettere che non ti vergogni." Dicesti, guardandomi negli occhi, serissimo.
"Va bene."
"E comunque ci sei riuscita. "
"A fare cosa?"
"A consolarmi." Sogghignasti tu "ti assicuro che mi sento molto, ma molto consolato!"
"Oh, signore, che cretino!" Risi, appoggiando la testa alla tua spalla.
"Bea?"
"Cosa?"
"Ma, prima, piaceva anche a te, vero?"
"Eh, si. Un sacco."
"Ma anche tu sei...hai...sai."
"Cosa?"
Arrossisti, girando la testa a guardare il soffitto.
"Niente."
"No, adesso me lo dici. Ho, sono...che cosa?"
"Ma tu lo sai che cosa succede alla fine, cioè, come finisce quando si fanno queste cose?"
"So come finisce per te. Più o meno."
"Ma perchè, alle donne non succede? Cioè, scusa il linguaggio,  ma voi non venite, alla fine?"
"Non lo so. Come cavolo faccio a saperlo? Lo chiedo a tua madre? A mio padre?"
"Ah. Giusto. Ma a te non è successo?"
"Non lo so. Magari è successo, ma io non lo so perché non so come succede. Ma cosa succede, giusto?"
"Eh, no, se ti succede te ne accorgi, sono sicuro. Il fatto è che non ti riesco a spiegare. Di sicuro so che a voi donne non succede come a noi. Insomma, a voi non esce niente."
"Meglio così. Abbiamo già troppe fuoriuscite nel resto del tempo, credimi."
Ridesti piano verso il buio.
"Ti credo, ti credo. Bea?"
Iniziavo a sentirmi sonnacchiosa e ti risposi con un grugnito.
"Senti, non è che ti andrebbe di passarmi le coperte? Lo farei io, ma sono mummificato."
Senza risponderti raccattai le coperte e ricoprii tutti e due, sdraiandomi più vicino a te che potevo. Ti si stavano già chiudendo gli occhi, quando mi circondasti con il braccio stringendomi forte.
"Gli somiglio tanto, è vero?" Mi domandasti già mezzo addormentato. Parlavi di tuo padre, ovviamente. Mi domandai per un attimo se risponderti, non capendo se tu fossi sveglio abbastanza da sentirmi.
"Si, abbastanza."
"Ma non sarò come lui, promesso. Con te sarò sempre bravo. E se un giorno avrò dei bambini, anche con loro sarò bravo. "
"Si, Darietto. Dormi, adesso."
"Bea?"
"Mm?"
"Mi ha dato un bacio."
"Ho visto."
"Non mi aveva mai dato un bacio. Mi ha dato un bacio, hai visto?"
La tua voce era andata spegnendosi piano piano, stemperandosi in uno sconnesso mormorio. Ti guardai un'ultima volta prima di chiudere gli occhi. Dormivi beato.

Nessun commento:

Posta un commento