Non ricordo un granché della gara vera e propria. L'emozione che mi pervadeva era troppo forte per conservarne un ricordo netto e limpido.
Ricordo che l'aula era molto grande e molto bella e ricordo che siamo stati fatti sedere in una qualche sorta di ordine preciso, che sul momento mi sfuggì.
E poi ricordo il momento in cui finalmente posai gli occhi sul testo da tradurre.
Ne bastarono le prime righe per stringermi lo stomaco in una pulsazione: era uno dei testi che avevo tradotto e studiato l'anno prima per il certamen che avevo mancato per via dell'incidente. Uno di quei testi che avevo ritradotto quell'autunno quando avevo ripreso in mano le fila dei miei studi. Uno di quei testi che avevo studiato e tradotto, di nuovo, nel momento in cui la professoressa Guidi aveva deciso di farmi partecipare a quello specifico certamen.
Io quella mezza pagina di Cicerone la conoscevo a memoria.
Non potevo credere a tanta fortuna e impiegai quasi mezz'ora di tempo a leggere e rileggere la versione, assicurandomi che fosse proprio quella e non un brano simile, che la mia speranza stava travisando.
Quando fui assolutamente certa di non sbagliarmi, iniziai a scrivere la traduzione, prima a mente, senza esitazioni, poi prendendomi il tempo per abbellire la forma in italiano, fino a renderla scorrevole.
Rimaneva il commento critico al testo e quello richiese più tempo.
In fondo, non è certo facile trovare qualcosa da commentare su di un pezzo tratto dall'arringa di un avvocato vissuto un migliaio di anni prima di te.
Scrissi, rilessi e tirai una gran croce su tutto quello che avevo scritto. Ripresi daccapo, rilessi, e di nuovo non fui soddisfatta. Ora ciò che avevo scritto la prima volta mi sembrava migliore.
Alzai gli occhi per un attimo ed intorno a me vidi solo capi chini e movimento di penne.
Senza nemmeno guardare, con la sinistra, cercai sotto la copertina del dizionario giallo. Le mie dita incontrarono subito la consistenza familiare del mio portafortuna rosso fuoco e presi a tormentarlo, mentre riflettevo, a stringerlo e girarlo in mano, picchiettandolo sulla superficie lucida del banco, sentendoti vicino.
Tenendolo stretto, se non alzavo la testa, mi era facile immaginare di essere seduta al tavolo della cucina, di fronte a te, a casa nostra.
Mi calmai quasi all'istante e presi a ricopiare le frasi che mi parevano migliori, più sensate, di quello che avevo scritto la prima e la seconda volta, formando una specie di collage.
Mi presi qualche minuto di riposo, alla fine, prima di rileggere da capo il tutto. Era un trucchetto che mi aveva insegnato la professoressa, quello di aspettare prima di correggere. Serviva a vedere più chiaramente gli errori, lasciandosi il tempo per distaccarsi da ciò che si era scritto, e funzionava tanto bene che l'ho poi usato per il resto della mia vita. A dire la verità, lo uso ancora.
Rilessi, quindi corressi. Non rimaneva che ricopiare il tutto in bella copia e, solo a quel punto, mi azzardai a controllare l'ora.
Avevamo a disposizione quattro ore, dalle nove all'una di pomeriggio. Mancavano dieci minuti a mezzogiorno.
Ricopiai cercando di usare la migliore grafia, prestando attenzione all'aspetto finale del foglio come di solito eri tu a fare. I margini tutti uguali, o quasi, le lettere tutte della stessa altezza, le parole chiaramente delineate da ampi spazi.
Alla fine, non sembrava neppure un compito mio. Sembrava uno di quei compiti che svolgevo per te, sui tuoi quaderni e con la tua scrittura, quando gli allenamenti ti portavano via troppo tempo.
Certo, la scrittura era la mia, ma l'insieme, il colpo d'occhio, si può dire, era in tutto e per tutto il tuo.
Accarezzai di nuovo il mio portafortuna e mi guardai attorno: solo un paio di ragazzi avevano già consegnato. Mi strinsi nelle spalle.
Non riuscivo ad immaginare che altro avrei potuto fare, lì, quindi sare stata la terza. Niente di male, in fondo, dato che avevo fatto del mio meglio.
Inserii e sigillai tutte le buste e consegnai il compito, ottenendo il permesso di uscire.
Fuori, nell'atrio, tu e la zia, seduti su una lunga panchina sotto le alte finestre luminose, mi aspettavate.
Ti illuminasti in viso, vedendomi uscire, e ti alzasti per venirmi incontro. La zia si accorse dal tuo movimento della mia presenza, stava osservando un gruppo di persone che chiacchieravano, e si alzò anche lei, affiancandoti velocemente.
Mi sentii la persona più fortunata del mondo. Bene o male che avessi fatto, voi eravate lì e stavate sorridendo entrambi.
Vi avrei voluti abbracciare, ma con le mani occupate dal dizionario e dalle penne, mi avevi convinta a portarne tre in caso una avesse avuto qualche incidente, avrei potuto abbracciare al massimo uno di voi due, così preferii stringere al petto le mie cose con entrambe le mani e lasciarmi abbracciare da voi.
Lo faceste insieme, come di comune accordo, e ci trovammo stretti tutti e tre insieme, come succedeva tanti anni prima, quando ancora non andavamo a scuola, e la zia Sissi tornava a casa dopo qualche ora passata fuori. Allora io e te le correvamo incontro, spesso mano nella mano, e lei si chinava e si lasciava stringere dai nostri abbracci appiccicosi e amorevoli. Oggi eravate tu e lei a stringere me in un abbraccio forte e caloroso, che era di per sé un premio sufficiente alle mie fatiche dei mesi trascorsi.
In un lampo mi venne im mente che mai, per quanto potessi ricordare, eri stato geloso di tua madre nei miei confronti. Per quanto tu l'avessi sempre amata, quasi venerata per un periodo della tua vita, non avevi mai voluto averla per te solo e l'avevi sempre divisa volentieri con me.
Come seguendo il corso dei miei pensieri, zia Sissi si raddrizzò orgogliosa e, passandoci le mani sulla schiena, una per ognuno di noi, ci sorrise, e disse a voce bassa, intimidita dall'ambiente:
"I miei ragazzi. I miei bravi ragazzi."
Tornammo a sederci, tutti e tre insieme, dove eravate prima. Tu mi togliesti il dizionario dalle mani e lo posasti accanto a te.
"Com'è andata?"
"Non male. La sapevo, almeno. Poi bisogna vedere quanto bene hanno fatto gli altri." Risposi. L'idea di dover aspettare il giorno successivo prima di conoscere gli esiti della prova mi sfiniva. Avrei voluto riposare, ma sapevo che la tensione non me l'avrebbe permesso.
"Senti, cosa ci stiamo a fare, qui? Quello che dovevi fare l'hai fatto, no? E allora, andiamo. Eh, mamma? Diglielo anche tu."
"Ma si, Beatrice, ha ragione. Tuo padre e Lucio sono andati a fare un giro per la città. Vuoi che vediamo se riusciamo a raggiungerli?"
Pensai al senso di minaccia incombente che percepivo semore quando tuo padre era vicino e scossi la testa.
"Allora cosa ti piacerenbe fare, cara? Perché loro ci aspettano in albergo per le quattro, e dato che abbiamo un sacco di tempo, direi che possiamo fare quello che vuoi." Annuisti convinto anche tu.
"Si, dai. Alla fine, questo è il tuo momento speciale. Cosa ti piacerebbe fare?"
Riflettei. Non avevo idea di cosa mi sarenbe piaciuto fare, era una domanda che non mi capitava mai di pormi. Di solito mi chiedevo cosa dovessi fare, cosa potessi fare, ma mai cosa mi sarebbe piaciuto. Ti guardai un tentennando, mentre mi sorridevi incoraggiante.
"Beh, io mangerei volentieri qualcosa." Dissi alla fine. E in effetti avevo una fame da lupo.
"Daccordo, allora. Cosa vuoi mangiare?" Mi domandasti. A quel punto tua madre si alzò in piedi, con piglio deciso e prese in mano la situazione.
"So io cosa faremo. Adesso usciremo da qui e ce ne andremo in cerca di un bel ristorante coi tavoli di fuori. E ci metteremo comodi e ordineremo quello che ci va e ci metteremo tutto il tempo che vogliamo." Si volse verso di te con aria severa "e guai a te se ti metti a trangugiare in silenzio con la testa nel piatto!" Alzasti le mani in un gesto di resa.
"Va bene, ho capito. Si chiacchiera." Annuì convinta.
"E poi faremo un bel giro a comprarci qualcosa di carino. Un regalo. Tu cosa vorresti, cara?" Mi chiese.
"Ho visto una libreria enorme venendo qua..."
"Mamma, ma se lo choedi a lei è ovvio che ti dice un libro!" Ridesti tu, mettendoti fra noi due. Ognuna di noi passò il braccio sotto il tuo, una per parte, ed uscimmo al sole continuando a discutere.
Era una giornata luminosa e tiepida, ingentilita dal profumo dei fiori che semnrava permeare ogni cosa, denso e dolce come sciroppo.
Trovammo davvero un posto come quello che aveva pronosticato tua madre, coi tavoli all'aperto, sotto una lunga tenda bianca, e pranzammo chiacchierando tutto il tempo di sciocchezze.
Raccontammo a zia Sissi della storia di Viola e Vittorio, che erano ormai inseparabili, delle lettere di Federica, che iniziava a parlare del momento un cui avrebbe sposato il suo Nando e sembrava tanto felice nella nuova casa, e di tante altre piccole cose che lei non aveva mai saputo.
Lei era allegra e nin sembrava nemmeno la stessa persona che eravamo abituati a vedere in casa. Sorridente, seduta alla luce del sole e senza nulla di particolare a cui pensare, appariva molto giovane.
Verso la fine del pranzo si mise a raccontare qualcosa, non ricordo cosa, qialcosa di sciocco, del periodo in cui era fidanzata con tuo padre.
"Ma com'è successo che vi siete conosciuti, voi due?" Le domandasti d'improvviso. Ti sorrise, probabilmente stupita dalla tua domanda quanto me.
"È stato un caso. Stavo uscendo dalle prove del coro..."
"Cantavi in un coro?"
"Si, nel coro della chiesa. Stavo uscendo e sono passata davanti ad un bar. Qualcuno mi ha fatto un apprezzamento, per così dire, piuttosto sgradevole e mi sono girata di scatto per zittirlo, e avevo gli spartiti in mano, un bel quaderno grosso..."
"Mamma, eri una tigre!" Ridesti tu.
"Insomma, dovevo pur difendermi! Fatto sta che ho finito per colpire col quaderno degli spartiti un ragazzo che usciva in quel momento dal bar con il bicchiere in mano. Gli è caduto il bicchiere, ovviamente, e volevo scusarmi, e...beh, era tuo padre." Concluse, come se questo spiegasse ogni cosa.
"Era carino da giovane?" Le chiesi. Mi sorrise con una punta di condiscendenza.
"Si, lo era. Molto. Lo è ancora, anche se forse sei troppo giovane per accorgertene, tuo zio è un uomo molto bello." Storsi il naso, per nulla convinta, e tu ridesti.
"E io? Che ne dici, mamma? Dai, sinceramente, ho qualche speranza?" Ti sorrise.
"Ma, Dario, cosa vuoi che ti dica? Sono tua madre, per me sei bello come nessun altro al mondo! Anche se tu fossi nrutto, ti vedrei così!"
"Ahi, mi è andata male! E tu, Bea, cosa mi dici? La troverò mai una che mi si prenda?"
"Dario, te l'ho detro tante volte, sei bello!" Sorridesti soddisfatto, gissando la tovaglia. "Non come Andrea, ma sei bello." Alzasti la testa di scatto, con un lampo negli occhi, prima di accorgerti che stavo ridendo di te.
"Quanto sei divertente!" Commentasti acido.
"Chi sarebbe, Andrea?"
"Ti ricordi il ragazzo che una volta mi era venuto a cercare a casa? Moro, occhi verdi..." prima che riuscisse a controllarlo, una delle sopracciglia di tua madre si alzò in un chiaro segno di apprezzamento e tu sbuffasti sonoramente.
"Ah, si, lui si che è bello, vero? Bello, bravo, intelligente..."
"Dario, sei geloso del tuo amico?"
"Non è mio amico." Ti stavi incupendo e non lo volevo.
"No, zia, è solo che Andrea è davvero un tipo viscido. Perciò a Dario non piace. Lo stavo solo prendendo in giro...insomma, come Andrea ce ne sono tanti. Ma lui è più particolare, vero?"
"Questo è poco ma sicuro."
Annuisti sporgendo le labbra, ancora con aria offesa. Mi stavi tenendo il broncio e mi sarebbe piaciuto mangiarti di baci.
"Si, adesso fai la ruffiana."
"Dario!"
"Che cosa?"
"Niente." Rimanemmo interdetti. Ci guardammo negli occhi, prima di iniziare a ridere. Zia Sissi stava scherzando. Stava giocando, in jn certo senso. Prima il tono scandalizzato, poi 'niente'. Ero sicura che si trattase di uno scherzo.
In fin dei conti fu uno dei più bei pomeriggi che avessi passato da molto tempo. Quando ci alzammo da tavola andammo a passeggio per negozi e davvero mi presi um grosso, succulento libro nuovo nella grande libreria che avevo addocchiato. Tu mi regalasti un fermacapelli decorato di fiori di smalto dai colori fin troppo sgargianti e la zia si comprò un portamonete nuovo.
Feci un rapido calcolo delle mie finanze e mi concessi di regalarti uno di qiegli aggeggi che potevano piacerti. Riuscii a scovare una penna che, nel fusto largo, nascondeva sia una penna a sfera che un portamine.
Alla fine, pochi minuti dopo le quattro, approdammo in albergo per l'appuntamento coi nostri padri, stanchi e molto soddisfatti.
Loro erano in ritardo ed io salii in camera per stendermi un'oretta.
Finì che dormii fini ad ora di cena, completamente vestita, sdraiata sopra le coperte.
Quella notte praticamente non chiusi occhio.
In parte, sicuramente, per via del lungo sonno del pomeriggio, che mi aveva tolto una buona parte della stanchezza della giornata di dosso; in parte anche per il pensiero della premiazione, che mi aspettava la mattina successiva.
Quando mio padre spense la luce gli diedi la buonanotte e, per non farlo preoccupare, rimasi nel mio letto ferma immobile, ascoltandolo scivolare piano nel sonno. Russava leggermente, un lieve rumore rasposo di naso, per nulla sgradevole, che ricordavo in modo confuso dalla mia prima infanzia, quando le notti sparse di incubi mi portavano a cercare rifugio accanto a lui nel letto.
Il gioco di luci ed ombre sul soffitto della camera creava un pizzo delicato in cui mi pareva di leggere, di volta in volta, ora una faccia, ora una ballerina presa nell'attimo di sollevarsi su una sola gamba, in un gesto aggraziato, ora olte altre cose, di cui alcune decisamente meno gradevoli.
La mia mente, sbrigliata dal buio e dal silenzio, si produceva in realistici filmini della ventura premiazione. Alcuni di essi erano pervasi da entusiastco ottimismo, e mi vedevo arrivare, per così dire, sul podio, fra i primi, o con una menzione d'onore. In altri, rimanevo in piedi, fra le vostre facce addolorate, ascoltando un nome dopo l'altro, in attesa di sentir pronunciare il mio che non veniva mai.
Desideravo con tanta intensità il conforto familiare del suono del tuo respiro e del tuo calore accanto, che ad un certo punto mi raggomitolai nella stessa posizione che prendevo fra le tue braccia, quando tu mi eri accanto nel letto, una metà spezzata, fingendo che tu fossi lì.
Alla fine, quando lo sfinimento dei nervi ebne la meglio sulla ragione, mi sembrò davvero di averti accanto. Ricordavo con tanta precisione, e ancora lo ricordo, i più piccoli suoni del tuo sonno, che mi era facile rievocarli con la mente. Così mi addormentai, sul fianco destro, stringendo qualcuno che mancava con la sinistra abbandonata fuori dal letto.
La mattina ero un fascio di nervi e occhiaie scure, tanto che mi accorsi degli sguardi preoccupati che la zia e mio padre si lanciavano da dietro le mie spalle.
Scendesti a colazione dopo tutti. Eri pallido e avevi gli occhi gonfi anche tu. Mi domandai se anche nel tuo letto ci fosse stata una Bea immaginaria da stringere, quella notte.
Arrivammo alla premiazione in perfetto orario, mentre la zia ancora mi ravviava i capelli, che non volevano saperne di restarsene buoni all'indietro, come lei comandava. La scostai con un gesto supplichevole entrando nella grande aula lustra dove la commissione giudicatrice stava già prendendo posto. Il mio stomaco scese in basso, tentando la fuga.
Quando il presidente della commissione si alzò, iniziando a parlare, solo allora, mi accorsi che eri seduto accanto a me, alla mia sinistra, e ti mordevi l'unghia del pollice, concentrato sulle sue parole.
Io del suo discorso non capii nulla. Conti uavo a ripetergli mentalmente 'dai, su, dì i nomi e facciamola finita!' Cercando di indurlo alla brevità con la forza del pensiero.
Finalmente si arrivò al termine di discorsi e battimani e si passò alle cose serie.
Iniziarono dalle menzioni d'onore. Ad ogni nome saltavo sulla sedia, ma il mio non veniva mai e, quando annunnciarono che avrebbero dato lettura dei nomi dei vincitori, partendo dal quinto classificato, il mio stomaco sprofondò ulteriormente.
Mio padre mi guardò con aria di commiserazione stringendomi la spalla.
Tu ti sporgesti verso di me, che già mi sentivo pizzicare gli occhi, e sussurrasti al mio orecchio:
"Non ti azzardare a piangere. La partita non è finita fino all'ultimo secondo."
"Ah, devo solo andare là e dargli una pallonata in faccia." Replicai amara.
Senza aggiungere altro, mi stringesti la mano nella tua. Sentivo il lieve umidore della tua saliva sul polpastrello, dove avevi rosicchiato l'unghia fino alla carne viva. La strinsi forte da sbiancarmi le nocche e tu facesti altrettanto.
Quinto posto. Quarto. Terzo. Abbassai la testa, non sopportavo gli sguardi di gentile compassione sui volti dei nostri genitori. Secondo. Guardai mio padre e feci per chiedergli di andarcene.
Primo posto. Una voce come un tuono pronunciò una lunga tiritera che non ascoltavo, tutta presa nel tentativo di attirare l'attenzione di mio padre, fino a quando mi stringesti la mano tanto forte da strapparmi un sussulto.
"Bea, Bea, cazzo, sei tu!" Ansimasti.
"...e anche in riguardo alla sua giovane età, di un anno minore di quella degli altri partecipanti, e delle notevoli difficoltà di salute, di cui la sua scuola ha voluto renderci partecipi, ma per cui questa giovane studiosa non ha richiesto alcun trattamento particolare. Per queste ragioni e per l'eccellenza del suo lavoro, per premiare la dedizione e l'amore per le lettere che emergono limpide dal suo elaborato, la commissione ha unanimemente deciso di assegnare il primo premio di questa edizione del Certamen Ciceroniano a..."
Il mio cognome e il mio nome. Tutta la sala si volse a guardarmi, applaudendo.
Ero istupidita e non mi mossi, ma tu scattasti in piedi come una molla, trascinandomi con te fino al corridoio fra i banchi licidi e spingendomi avanti per le spalle. La scena strappò qualche risata ai presenti.
Camminai su gambe molto rigide fino al tavolo della commissione, dove mi consengnarono un premio in denaro e una specie di lustra medaglia in una scatola di velluto blu, prima di chiedermi di leggere a voce alta il mio elaborato.
Lo feci con voce malferma, piangendo di emozione, prima di tornare da voi. Eravate in piedi, tutti quanti, ad applaudirmi.
Ci abbracciammo tutti insieme e gli applausi intorno a noi crebbero di intensità. Credo sembrassimo una famiglia meravigliosa, in quel momento.
Quando si sciolse l'abbraccio spinsi la scatola blu con la medaglia fra le tue mani.
"Cosa fai?"
"È tua." Arrossisti tremendamente.
"No..." ci guardavano tutti.
"Se non era per te, se non mi avessi aiutata quando stavo male...se non mi avessi costretta a mangiare, a svegliarmi, a fare le cose quando erano difficili...è tua."
Deglutisti, cercando di mantenere il controllo, mentre i nostri genitori ci guardavano in silenzio. Alla fine annuisti, senza parlare. Ti tremavano le labbra, ma avevi gli occhi asciutti, quando, di fronte a tutti, ti abbracciai stretto, un goffo abbraccio fraterno, sporti in avanti.
Uscii da quell'aula con la tua mano sulla spalla e un mare di occhi felici addosso.
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