domenica 4 maggio 2014

Quarantacinque

Penso che a volte la vita sfiori il surreale e con esso intrecci scherzi, motti e giochi per rompere la catena di cause e conseguenze che, di norma, guida e trascina, con passo inflessibile, i nostri destini.
Basta pensare a quello che successe allora e a ciò che succede ora: allora, in balia delle decisioni altrui, senza altro motivo che la nostra giovane età, nell'impossibilità di appropriarci delle nostre vite, contrastati da tutto e da tutti, eravamo sempre più uniti, ci avvicinavano sempre più, giorno dopo giorno. Non esisteva momento in cui non pensassimo l'uno all'altra, né caso in cui non arrivassimo a comprenderci, compenetrarci, consolarci a vicenda. Ora, perfettamente padroni di ogni nostra azione e totalmente responsabili di ogni conseguenza di esse, siamo lontani al punto da non sapere come fare a ritrovarci.
Forse, pensavo, forse in fondo non lo vogliamo. Forse il timore di trovarci di fronte ad un estraneo, legato alla persona che tanto abbiamo amato solo dal nome e da pochi tratti di somiglianza, come un lontano parente, ci atterrisce al punto da preferire il ricordo alla presenza.
Certo, posso solo costruire ipotesi, al riguardo. Non conosco la tua opinione, semplicemente perchè tu non sei qui a spiegarmela, e mi accade di pensare che sia scritto che queste ipotesi debbano rimanere tali e che vedrò la fine dei miei giorni prima di rivedere te.
Ma, in fondo, esiste davvero qualcosa di scritto indelebilmente, una sorta di trama sconosciuta, che guida tutti noi?
Davvero la nostra è una condanna a vita, un marchio che porteremo fino alla morte?
Non riesco a credere fino in fondo a tutto questo. Non riesco a credere che, se anche tentassimo, non potremmo mai più toccarci, come il sole e la luna che si inseguono in perpetuo. Allo stesso tempo, ho bisogno di crederlo, perchè, in caso contrario, sarebbe la nostra stessa volontà a tenerci distanti. E, allora, se così fosse, significherebbe doversi rassegnare al fatto che perfino il nostro amore non è altro che un ricordo, così come ormai lo sono le immagini del nostro tempo insieme.
Dove sei, Dario, e perchè non corri da me?
Chi si sveglia al tuo fianco, oggi, chi può godere della benedizione del tuo tocco, del miracolo del tuo sorriso?
Dove sei, Dario, e perchè mi hai dimenticata?
Perchè c'è stato un tempo in cui nulla al mondo ti avrebbe mai tenuto lontano da me. In cui, sono certa, nemmeno l'inferno stesso avrebbe potuto dividerci.

Era la primavera dei nostri quattordici anni e ci sentivamo più uniti che mai, nonostante tutto.
Quello che stavi passando in seguito allo scontro fisico con Andrea e il suo amico ti aveva allontanto, almeno per un poco, dai tuoi genitori, con cui ormai parlavi poco o nulla. Avevano insistito, per non dire che avevano perentoriamente ordinato, che tu seguissi alla lettera quanto suggerito dalla 'signora preside', nel linguaggio di tua madre, 'quella liberale pazzoide', per dirla con le tue parole, la quale sosteneva che, per i tuoi problemi di comportamento, fosse fondamentale praticare attività di gruppo.
'Dario ha evidentemente una quantità incredibile di energie' mi raccontasti che aveva detto al colloqui con i tuoi, distorcendo la voce ad uno stridulo falsetto 'l'ideale, per lui, sarebbe uno sport di squadra, che lo aiuti ad incanalare i sentimenti negativi in un atteggiamento costruttivo e collaborativo'.
"Tutte quelle cazzate buoniste, ha ripetuto almeno dieci volte che 'noi non siamo qui per punire, ma per educare', ma mi venisse un accidente se mi ha chiesto se mi ero fatto male, eh? No, figurarsi. Troppo presa a spiegare ai miei come 'incanalarmi', la Montessori del quartiere!"
Fui io a consolarti dopo quella brutta avventura, io ad ascoltare le tue tirate furibonde sui metodi educativi scelti dal tuo istituto e, infine, io ad aiutarti nella scelta dello sport da praticare, nei tre giorni che seguirono.
Vagliammo il calcio 'fa semplicemente schifo e mi rifiuto', la pallavolo 'da femmine', la pallanuoto 'tolto il fatto che nuoto come un piombino, è fantastica' e, infine, la pallacanestro. Qui vidi accendersi il tuo interesse.
"Non sembra malaccio." Dicesti alzandoti di scatto dalla sedia da dove, mollemente appoggiato all'indietro, mi avevi ascoltato leggere, l'una dopo l'altra, le descrizioni di ciascuna attività. Ti portasti alle mie spalle, sbirciando l'opuscolo giallo canarino che pubblicizzava l'associazione sportiva.
"Velocità, competitività, coordinazione e spirito di squadra..." leggesti con tono meditabondo "beh, tolto lo spirito di squadra ci siamo. In compenso ho una mira che non è male e anche quella dovrebbe servire. Tu che ne dici, Bea?"
"Non sembra male. Vale la pena provare. Così almeno ti lasciano stare, no?"
Annuisti, continuando a leggere. Finito di macinare parola per parola lo stampato, lo girasti tra le mani.
"Vado a parlare con papà." Dicesti, avviandoti alla porta "così almeno questa la facciamo fuori. Mi aspetti qui?"
"Logico." Risposi alzando le spalle. Pochi minuti dopo eri di ritorno, sollevato dall'esserti tolto quel peso dalle spalle.
Mancavano solo due giorni alle vacanze di pasqua e tuo padre ti portò,  il pomeriggio successivo, a vedere un allenamento della squadretta che si allenava vicino alla tua scuola. Erano ragazzi della nostra età o poco più grandi e ti piacque ciò che vedesti. Ritornasti ancora più convinto di aver fatto una buona scelta.
Il giono dopo, con nostro supore, a tavola mio padre fece un annuncio.
"Pensavo, dato che i ragazzi sono grandi, ce la farebbero a passare un paio di giorni a casa con la nostra ottima Dora? Perchè ho, per caso, tre biglietti per l'opera al teatro Regio. Che ne dite?"
Zia Sissi quasi cadde dalla sedia per afferrare i biglietti che mio padre aveva lasciato cadere con aria di noncurante modestia sulla tovaglia candida.
Zio Lucio la guardò in faccia: la sua espressione estatica, di chi già si trova, nella sua mente, un paio di giorni avanti nel tempo, occupata a vivere scene ben più piacevoli ed interessanti di quelle del normale armeggio domestico, gli strappò un mezzo sorriso intenerito, ma, poi, il suo sguardo cadde su di noi e si fece fosco.
"E questi due qua li lasciamo a casa da soli? Non mi convince."
La zia alzò gli occhi dai grandi biglietti rosso cupo e si spense, come la fiamma di una candela. Il suo viso si ricompose istantaneamente nell'espressione di distaccata indifferenza che le era abituale negli ultimi giorni. Senza dire nulla, posò i biglietti di nuovo accanto al bicchiere di mio padre e, con una certa esitazione, ne staccò la mano.
Mio padre scosse recisamente il capo in direzione dello zio.
"Dai, hanno quindici anni, oramai, Lucio! Tu alla loro età hai iniziato a lavorare, ti ricordi? Ne passavi di ben più dure che stare due giorni a casa, bello comodo, con qualcuno che ti cucina e ti pulisce! E poi a loro non dispiace, vero ragazzi?"
"Vero, papà!" Risposi prontamente.
"Proprio per questo sono in pensiero." Brontolò lo zio "non vorrei che stessero già pensando a qualche casino da combinare. Non so la ragazzina, ma se non te ne sei accorto questo qua ultimamente è un po'...agitato." Terminò con una smorfia.
"Cos'hai paura che faccia, che dia fuoco alla casa?" Domandò ridendo mio padre.
"No, lascia stare." Disse allora la zia con una voce tristissima "poi lo sai che a Lucio queste cose non piacciono."
Mio padre strinse le labbra e lo zio sospirò a disagio. Noi ci scambiammo uma lunga occhiata piena di speranza e decidemmo, in quello sguardo, di non intervenire. Stavano parlando fra loro, come dimentichi della nostra presenza, e qualsiasi parola avrebbe potuto essere quella di troppo, quella che avrebbe fatto pendere l'ago della bilancia dalla parte sbagliata.
"Quando c'è questa rappresentazione?" Chiese lo zio con aria congestionata.
"Il martedì dopo pasquetta." Rispose papà.
"A che ora?"
"Eh, Lucio, la sera, come tutte le rappresentazioni dell'opera."
Lo zio arrossì leggermente, colto in fallo.
"Va bene, allora. Si parte prima di pranzo martedì e si torna mercoledì mattina. Presto. Se vi va bene."
"Ah, per me va bene!" Sorrise mio padre. La zia, alzatasi in fretta dalla sedia, trillò che andava a dire tutto a Dora e saltellò fuori dalla sala, non prima di aver posato un piccolo bacio schioccante sulla guancia di suo marito, a mo' di ringraziamento. Tu sollevasti le sopracciglia arrotondando gli occhi con aria sorpresa a quella scena e tuo padre ti fissò sospettoso.
"Occhio, mezza tacca: non voglio che mi porti delle ragazzine in casa, chiaro?"
"Chi, io?" Domandasti sbalordito.
"Si, bamboccio, tu. Guarda che ho buona memoria, sai, e ci siamo capiti. Niente ragazze. Stai qui tranquillo con tua cugina e niente cazzate. Chiaro?"
"Hai la mia parola, papà." Rispondesti con un sorriso "solo io e Bea, nessun'altra ragazza."
"Ah, per inciso, Bea" lasciò cadere mio padre a quel punto "vale anche per te."
"Giuro, papà, niente ragazze!" Risi. "Ma dai, secondo te? Sto qui brava brava con Darietto. Promesso."
I nostri padri si guardarono e annuirono l'uno verso l'altro.
"Che dici, Lucio, ci fidiamo?"
"No, cazzo. Chiediamo il resoconto completo a Dora quando torniamo." Rispose lo zio. Ridendo insieme, si alzarono da tavola anche loro, lasciandoci soli nella stanza.
Ci fissammo per un attimo negli occhi, da sopra la tavola ancora imbandita. Ciò che avevamo appena sentito ci girava per la testa  senza riiscire ad acquisire spessore e contesto e, nonostante avessimo seguito ogni parola, faticavamo a credere alle nostre stesse orecchie. Potevo quasi vedere gli ingranaggi macinare dietro lo schermo delle tue iridi color acqua, incolonnando ed incasellando ogni parola ascoltata, per sottoporre ad una rigorosa prova logica la conclusione del discorso. Anche nel mio cervello le parole si ripetevano, come una buffa filastrocca, che terminava sempre allo stesso modo.
"Scusa" ti chiesi alla fine "ci hanno appena fatto promettere di restare a casa solo noi due, senza chiamare nessun altro per tipo venti ore?"
Iniziasti ad annuire e sembrò che non riuscissi più a smettere, mentre un largo sorriso ti illuminava il viso.
Iniziai a ridacchiare dietro le mani e tu mi seguisti. Scappammo per le scale continuando a farci prendere da piccoli attacchi di ilarità, che continuarono fin nella mia stanza.
Due giorni e mezzo dopo, diritti sulla soglia di casa tua, ricevevamo le ultime raccomandazioni e porgevamo gli ultimi saluti ai tre genitori in procinto di infilarsi in macchina. Se avessimo potuto esprimere ciò che sentivamo avremmo cantato, saltato e battuto le mani; per ovvie ragioni apparivamo assolutamente composti e mortalmente seri, quasi come se fossimo intenti a dare loro l'estremo saluto, invece di un rapido arrivederci.
"Non fare cazzate." Ti congedò tuo padre, stringendoti brevemente la spalla.
"E mi raccomando non fate impazzire Dora, poverina." Si raccomandò tua madre, baciando entrambi in fronte.
"E mi raccomando, Bea, tieni d'occhio tuo cugino." Scherzò mio padre, lasciandomi con un'ultima carezza sulla testa.
Detto questo, salirono sulla lunga berlina blu dello zio e, incredibilmente,  se ne andarono. La macchina, infatti, sotto i nostri sguardi attoniti, risalì il viale di ghiaia, superò il cancello di ferro e sparì in direzione della strada grande.
Ti sentii tirare un lungo respiro, come di chi, dopo troppo tempo, posa un peso superiore alle sue forze.
"Sono andati via."
"Si."
"Sono andati via davvero."
"Pare proprio di si."
"Sul serio."
"Si, Dario, si."
"Grazie a dio." Dicesti allora e mi prendesti per mano. Tornammo in casa e passammo il tempo prima del pranzo a parlare di nulla, sdraiati sul tappeto della mia stanza.

Dopo aver mangiato,  decidemmo di fare due passi. Avevamo voglia di stare insieme, semplicemente, senza doverci troppo preoccupare di cosa facevamo, né di cosa sembrava che facessimo, né,  tamtomeno, di quello che avremmo dovuto fare. Era la prima volta dai tempi della nostra prima infanzia, che potevamo mettere da parte quel bel mucchio di preoccupazioni e scoprimmo presto, nel giro di un paio d'ore, che ci piaceva infinitamente poterlo fare.
Camminammo senza una meta precisa per un po', poi decidemmo di tornare a vedere il nostro vecchio parco, quello dietro la scuola che costituiva la meta abotuale delle uscite di un paio di anni prima. Era vuoto ed immobile, come lo scenario di un sogno, una votla che i sognatori se ne sono andati. La nostra vecchia panchina, semiaffogata nell'erba alta, ci aspettava paziente e non ci rimproverò affatto la lunga assenza. Ci eravamo appena seduti, che una goccia d'acqua, pesante e freddissima, mi cadde addosso.
Per la prima e unica volta nella mia vita, guardando d'istinto verso l'alto dopo l'impatto con quell'unica goccia vidi, con i miei occhi, iniziare a piovere. Una miriade di temolanti punti grigi stavano cadendo in picchiata dal cielo improvvisamente fosco di nubi. Erano gocce grosse e fitte, di un'acquazzone primaverile, e nel giro di pochi secondi ci ritrovammo bagnati fino all'osso, i capelli fradici che ci pendevano gocciolanti sugli occhi e i vestiti che parevano appena immersi in uma vasca d'acqua.
Gridando di freddo e di sorpresa, ci prendemmo per mano e corremmo a casa.
Non hommai scoperto per quale motivo si corra, sotto la pioggia. Non so se in effetti ci si bagni meno o se si abbia solo l'impressione che, sottraendoci più in fretta alle intemperie, si patisca minor danno. Fatto sta che, quella volta, non funzionò affatto. Arrivati a casa, eravamo talmente bagnati che si formava una piccola pozzanghera attorno ai nostri piedi, quando ci fermavamo.
Apristi la porta facendo meno rumore possibile e cercammo di non farci vedere da Dora, che si sarebbe certo messa in ansia.
"Siete voi?" Chiese lei dalla cucina
"Si Dodo!" Rispondesti tu con voce misurata "scusaci, andiamo subito di sopra, che ci siamo un po' bagnati i capelli."
Mi piegai sulla tua spalla ridendo in silenzio e tu mi facesti cenno, col dito sulle labbra, di salire. Ci sentivamo tornati bambini.
Sgattaiolammo per le scale tenendo in mano le scarpe, per ti ore che il loro rumore di sciaquio ci tradisse.
La tua stanza era la più vicina e lì entrammo, senza altra ragione; tu appoggiasti le spalle alla porta producendoti nella comica imitazione di un fuggitivo che si appiattisce contro il muro. Sorridevi. Ti sorrisi.
Senza dire altro, iniziammo a liberarci dei vestiti bagnati.
Avevo freddo, un freddo tremendo. Perfino la mia biancheria, cadendo a terra, produsse lo stesso suono di un bicchiere d'acqua svuotato sul pavimento. Ti abbracciai rabbrividendo e tu mi avvolgesti nel tuo abbraccio.
Ci trovammo, semplicemente, ognuno di noi due trovò l'altro. Il tuo letto ci accolse con uno sbuffo morbido e noi ci rifugiammo intirizziti sotto le coperte, riprendendo ad accarezzarci.
La tua pelle umida era liscia e scivolosa e odorava di pioggia e di pulito. I tuoi baci erano l'unica cosa calda a disposizione.
Presto ti sentii eccitato e ti attirai sopra il mio corpo che iniziava a riscaldarsi.
Non ci furono domande, quella volta, sapevi che non ce n'era bisogno: le risposte che ti occorrevano erano nei miei movimenti, nell'intensità con cui mi stringevo a te, nei piccoli gemiti mormoranti che mi afuggivano dalle labbra.
Quando ti accostasti a me, quando sentii cosa stava per succedere, ebbi solo una piccola fitta di paura.
Mi strinsi a te, strinsi il tuo braccio e ci appoggiai sopra la fronte. Ti sentii tentare di entrare dentro di me, ma il mio corpo opponeva resistenza, una resistenza che io non volevo. Era te che volevo.
"Non fermarti." Ti sussurrai. "Non fermarti, stavolta." Avevo paura. La bocca mi si era seccata al punto che mi era difficile deglutire. Se la prima volta mi era sembrato che tu esercitassi una pressione spaventosa, stavolta fu molto più forte. Per un attimo mi domandai se tu stessi cercando di utilizzare una cavità del mio corpo o di praticarmela, una cavità, dove non avrebbe dovuto essere. Poi ti fermasti, per un attimo, e mi accarezzasti il viso, invitandomi a guardarti.
"Perdonami, amore mio." Mormorasti con voce strozzata. E poi entrasti dentro di me.
Il dolore fu istantaneo e bruciante, mi sembrava di essermi procurata una brutta sbucciatura, ma nella parte sbagliata del corpo. Mi irrigidii e ti fermasti, di nuovo, lasciandomi il tempo di respirare. Il dolore si affievolì rapidamente, lasciando dietro di sé una curiosa pulsazione. Tu riprendesti a muoverti sul mio corpo, affondando sempre di più dentro di me. Era fastidioso e leggermente stavagante, ma non esattamente piacevole e mi trovai a domandarmi per quale mai motivo l'avessi desiderato tanto.
Poi una pallida sensazione di calore iniziò ad insinuarsi in me. Andavi sempre più in fretta e io posai le mani sulla tua schiena, verso il findo, dove i tuoi miscoli si contraevano ritmici. Tremavi, come se avessi la febbre,  ma sentivo il tuo piacere e questo mi riscaldò ancora di più.
Qualcosa era cambiato, a quel punto, perché riuscivi a fare ciò che dovevi senza che sentissi male. Cominciavo a rilassarmi, quando, d'un tratto, tutto finì.
Aprii gli occhi e ti guardai. Sembravi felice.

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