lunedì 5 maggio 2014

Quarantsette

Da quel pomeriggio in poi, se possibile, fummo ancora più legati. Suppongo sia normale, in un certo qual modo, per due persone che, dopo aver a lungo condiviso anima e pensieri, arrivano, alla fine, a condividere anche il corpo. Non c'era più nulla che ci separasse, a quel punto, e presto fu evidente che ormai il nostro legame era tanto profondo da non permetterci alcuna distanza, alcuna distinzione fra l'uno e l'altra.
Fosti tu, quello che sentì per primo e credo anche più burrascosamente, questo cambiamento intervenuto fra noi.
Io ne ero felice. Era per me una fonte di sereno piacere, il sapermi tua dalla testa ai piedi, dentro e fuori; tu, con la tua natura focosa e passionale, ne sembravi turbato. Non turbato dall'appartenermi, né dal condividere con me ogni cosa, grande e piccola, fra quelle che formavano i tuoi sentimemti ed i tuoi pensieri di allora, no. La tua inquietudine veniva dalla paura che, arrivato ad un punto in cui sentivi di non poter fare a meno di me, io potessi allontanarmi, per un qualsiasi motivo.
A nulla valevano rassicurazioni e giuramenti: per te, il rischio era sempre in agguato. Nel giro di poche settimane, iniziasti a domandarmi tutto di ognuno dei miei compagni di classe, a spiare chi mi guardasse quando camminavo per strada, ad imbronciarti quando parlavo di qualcosa, fosse pure una sciocchezza, con Federica prima che con te.
Ti amavo, sentivo di essere tua e di non desiderare altrimenti, ma mi stavi facendo impazzire. Camminando per il paese, non avevo più la sensazione di avere accanto un amico, un compagno, un amato, ma un guardiano o un carceriere.
Anche se leggevo un profondo, infinito amore nei tuoi occhi, iniziavo a sentirmi a disagio per quel tuo sguardo che mi seguiva ovunque, che registrava ogni minima espressione del mio viso, che sembrava non abbandonarmi mai, come gli occhi di certi inquietanti dipinti di un tempo.
Nonostante tutto, non trovavo il coraggio di dirtelo. Eri tanto amorevole, tanto sollecito nei miei confronti, dimostravi tante tenere premure, che mi sentivo crudele a pensare così.
Ma la situazione non poteva che arrivare ad un punto di rottura. Per nostra fortuna, arrivò presto, a maggio, dopo appena tre settimane dal lunedì di pasqua che ci aveva visti diventare amanti.

Era un sabato pomeriggio e noi, isolette sperdute in un mare di libri aperti, eravamo chini sul tavolo della cucina, com'era diventata nostra abitudine. Avecamo deciso di fare subito tutto quel che dovevamo, per poterci godere in santa pace la domenica. Di tanto in tanto alzavo gli occhi su di te, che studiavi di buona lena, e ti osservavo, non vista. Ti trovavo incredibilmente bello, in quei momenti di profonda concentrazione, con una ruga sottile che si disegnava a tratti fra le tue sopracciglia e le labbra appena dischiuse attorno ai denti forti, che tormentavano l'unghia del pollice. La luce entrava di sbieco dalla finestra alle mie spalle, facendo splendere i tuoi capelli chiari come fossero metallo fuso.
Le pagine sembravano volarmi davanti, persa com'ero in uno stato di grazia, senza che facessi alcuno sforzo per riuscire a compiere il mio lavoro. Si riempivano, per magia, di righe e righe di solizioni, versioni, commenti, fino a che arrivai ad impignare, con piglio deciso, l'odiato quadreno rosso degli esercizi di matematica.
Erano una tortura, per me, specialmente se, per un qualche motivo, tuti accorgevi di quel che stavo facendo, perchè allora insistevi che facessi e rifacessi og i passaggio, fino a che non era corretto. Sembravi trovare quelle mute sfilze di numeri una faccenda terribilmente importante e questo mi sfiniva, dato che per me avevano poco o nessun valore.
Piena di determinazione impugnai quindi il mio quaderno e diedi fiera battaglia agli esercizi che conteneva; li feci, dal primo all'ultimo, e mi sentivo già vittoriosa, quamdo mi cadde l'occhio sulla pagina del libro che conteneva le soluzioni: di cinque, ne avevo imbroccata una sola. Tentai di chiudere tutto conservando la massima indifferenza, ma tu, senza alzare la testa dal libro, dicesti:
"Appoggialo qui, che te lo correggo appena ho finito di litigare con il senato romano."
Non eri impazzito, ovviamente, ma ti riferivi al capitolo di storia che stavi cercando di mandare a mente da circa un'ora.
"Va bene." Sospirai sconfitta. "Ti dò una mano, dai, io qui ho fatto. Ripeti ad alta voce."
Sapevo che era inutile discutere con te su questioni inerenti i nostri doveri scolastici. Come amavi ripetere 'se è da fare, bisogna farlo', e si poteva star certi che non ti saresti concesso un mi uto di riposo finché tutto ciò che, nella tua ottica delle cose, era 'da fare' fosse stato fatto. Eri inesorabile, una vera macchina, e non avevi alcuna pietà per te stesso, né, tantomeno, per le mie lacune logiche.
Passammo una mezz'ora in lieta compagnia del senato romano, ripetendo plurime volte le date e i fatti salienti della formazione si questo mirabile organo di governo, ma poi, senza fallo, la tua mano afferrò il mio quaderno, lo aprì e ne indagò l'interno.
"Allora, si può sapere a cosa pensi quando fai queste cose? Quattro che non risultano e una che risulta perchè hai fatto un errore a trascrivere il secondo passaggio...roba da matti!"
Tentai con tutte le mie forze di sprofondare nella sedia, ma l'ottimo legno scelto anni prima da tua madre rimase testardamente solido.
"Beatrice, cosa vuol dire 'eccetera'"?
"Vuol dire 'e tutto il resto'." Risposi prontamente.
"Si, va bene, ma perchè lo hai scritto qui?"
"Beh, perchè tutto il resto della riga resta uguale a com'è scritto sopra, no? Era inutile riscrivere tutto."
Ti prendesti la testa fra le mani ed io tentai di nuovo di filtrare attraverso il legno. Alzasti gli occhi verso di me, i gomiti piantati ai due lati del mio povero foglio e ti scappò da ridere.
"Ma dì la verità, lo fai per fare uno scherzo a me? Si, vero?"
Deglutii. Sapevo cosa desideravi sentirti rispondere, ma, in tutta onestà,  non potevo darti la risposta che volevi. Io mi ci ero impegnata sul serio, su quegli esercizi. Non so che faccia avessi, ma so che tu interpretasti correttamente la mia espressione, perchè per quella volta mi graziasti.
"Ho capito, non ne hai proprio voglia eh? Dai, ti scrivo di fianco a matita tutto quanto e poi te lo copi. Dammi solo un'occhiata a latino. Poi, se ti va potremmo andare a fare due passi."
Mi sporsi sul tavolo per posarti un bacio sulla guancia, il massimo che osassi fare con tua madre nella stanza accanto, e tu mi desti una carezza, covandomi con gli occhi mentre mi risedevo.
La tua versione di latino gridava vendetta, non avevi azzeccato un tempo verbale che fosse uno e continuavi con ostinata regolarità a trdurre i dativi e i genitivi nello stesso modo, ma mi guardai bene dall'aprire bocca, allettata dall'idea di lasciarci quella montana di linri alle spalle e uscire nella giornata tiepida e luminosa che si stendeva fuori dalle finestre. Scrissi in fretta, con la matita, la traduzione corretta fra una riga e l'altra e poi cominciai a richiudere e riordinare tutto. Anche riordinare i libri era una cosa che 'va fatta'.
Pochi minuti dopo correvamo insieme per le scale, per andarci a cambiare prima di uscire. Avevamo ancora addosso i vestiti che avevamo usato a scuola e desideravamo entrambi stare un po' più comodi.
Impiegai qualche minuto per scegliere qualcosa da indossare che potesse piacerti particolarmente. Era una bella giornata, ero di ottimo umore, e non escludevo del tutto l'idea di ritentare il nostro più recente esperimento quella notte, una volta spente le luci. Desideravo sentirei tuoi occhi addosso in un modo diverso dallo sguardo indagatore degli ultimi giorni; desideravo che tu mi desiderassi.
Scelsi una maglia rossa, lavorata ad uncinetto, e la sovrapposi ad una leggera canottiera dello stesso colore. Non c'erano gonne da potersi definire provocanti, nel mio guardaroba, ma scelsi comunque la più corta, che mi arrivava ben tre dita sopra il ginocchio. Mi guardai nello specchio, ma non ero soddisfatta. Tolsi la maglia e ne annodai le maniche sopra lo acollo della canottiera, lasciandomela pendere sulla schiena. Meglio.
Uscii dalla stanza con un sorriso e corsi verso di te, che mi aspettavi già nel corridoio. Attendevo un complimento, uno sguardo di ammirazione, una reazione comunque positiva e fu con stupore e con un poco di apprensione che ti vidi scurirti in volto.
"Tu così non esci." Dicesti in tono cupo.
"Sto male?"
"Stai benissimo." Sibilasti. "Ma ti vedo le...il seno, insomma."
"Pensavo che ti facesse piacere vederlo." Ti sorrisi. Non riuscivo a credere che facessi sul serio. Mi afferrasti per le braccia e mi trascinasti nella tua stanza, dall'altra parte del corridoio, chiudendo la porta.
"A me le fai vedere poi quando siamo da soli, daccordo? Preferirei che non dessi spettacolo a tutta la popolazione del territorio comunale."
"Ma sei serio?"
"Serissimo. Vai a cambiati, per cortesia, che voglio andare."
Ti amavo, l'ho già detto tante volte, ma voglio ripeterlo ancora jna volta prima di ricordare questa scena. Ti amavo, ma avevi passato un limite di cui nemmeno io conoscevo l'esistenza. Sapevo solo che qualcosa era scattato, dentro di me, e non potevo fare ciò che mi chiedevi, né passare sotto silenzio ciò che mi avevi detto.
"Dare spettacolo? Ma chi ti credi di essere? Chi sei per dirmi cosa devo fare, si può sapere?"
"Beatrice..."
"Beatrice un cazzo! Si può sapere che cosa ti ha preso ultimamente? Sembri un cane che veglia la ciotola! Di cos'hai paura, che qualcun altro si accorga che sono una ragazza? Ti dò una notizia, genio, si vede anche se mi metto addosso un saio da frate!"
"Ma non è che serva proprio sbandierare tutta quella roba in giro."
"Guarda che se dici un'altra volta una cosa del genere mi arrabbio sul serio." Ti avvisai "adesso mi dici qual'è il problema o altrimenti taci e mi lasci fare quel che voglio. Queste sono le alternative, a te scegliere."
"È che non voglio che qualcuno cominci a venirti dietro, ti sembra tanto strano? Sono geloso, va bene? Eh? È un problema?"
"È un problema si, contando che non deve saperlo nessuno di noi due, ti conviene fartela passare. Perché qualche deficiente che mi viene dietro, prima o poi ci sarà comunque. E tu non puoi farla pagare a me!"
"In che senso?"
"Nel senso che mi sembra di avere una guardia carceraria, di fianco! Mi stai veramente rompendo le scatole, con questo modo di fare, lo capisci? Lo capisci, che non puoi comportarti così?"
"Io ho solo paura che..."
"Tu hai paura di un sacco di cose, Dario, ma il succo della questione è che se non impari a smetterla, di aver paura che qualcuno mi porti via, finirai per farmi andare via tu!"
Avrei voluto mordermi la lingua. Avevo colpito duro e avevo colpito sotto la cintura. Sapevo che ti avrei fatto male dicendoti così, ma ormai era detto e non potevo cancellarlo. Impallidisti lievemente.
"Tu vuoi andare via da me?"
"No. Ma devi piantarla di comportarti come una specie di secondino."
"Se no non mi vuoi più?" Chiedesti con voce piatta. Guardavi il pavimento di fronte ai miei piedi. Mi avvicinai,  ma tu mi tenesti a distanza, col nraccio teso, le punte delle dita appoggiate al mio petto. Quel gesto mi fece male, ma lo accettai come prezzo per aver colpito per prima.
"Rispondimi." Mi incalzasti.
"Io ti vorrò sempre, Dario. Sempre. Ma mi fai stare male, così."
Annuisti, ma la distanza fra noi rimase.
"Io non ci posso fare niente, Bea, se mi sento così. Devi saperlo. Mi sembra che in ogni momento qualcosa o qualcuno possa arrivare e portarti via. Mi sembra che se non sto attento prima o poi mi alzerò una mattina e tu non ci sarai più.  E allora, io che cosa potrei fare? Cosa potrei fare io, senza di te?"
"Ma, Darietto, perchè? Quando mai ti ho dato questa idea? Perchè hai tanta paura?"
"Perchè tu sei...sei tanto di più di me. Sei bella e piaci alle persone. E sei buona. E io...io no." Concludesti, lasciando cadere le mani lungo i fianchi in un gesto di sconfitta.
"Daio, per favore, mi guardi?" Ti chiesi, avvicinandomi. Dato che sembravi incapace di alzare gli occhi, mi portai io sotto al tuo sguardo,  favorita dalla differenza di statura fra noi. "Dario, ci credi se ti dico che per me sei tu quello bello e intelligente e bravo e io invece mi sento solo una bassotta disordinata coi capelli sempre in aria?"
Sorridesti a metà.
"No, che non ci credo. Tu sei molto di più di questo."
"Anche tu sei meglio di quel che credi."
"E tu non hai paura?"
"Si. Abbastanza. Ma se io ti pressassi tutti i giorni e guardassi male tutte le persone che ti guardano e ti dicessi come vestirti, tu cosa faresti?"
"Beh, probabilmente ti chiamerei 'mamma', non trovi?"
Ridemmo. In effetti, la descrizione che avevo fatto calzava a pennello con l'atteggiamento che tua madre aveva sempre avuto nei tuoi confronti.
"Guarda che non voglio che tu smetta di essere geloso. Solo che smetta di comportarti come se mi stessi facendo la guardia, va bene?"
"Va bene. Una domanda, però."
"Dimmi."
"Se nin me ne faccio accorgere, posso fartela lo stesso, la guardia?"
"Si, suppongo di si."
"Perchè tu sei mia."
"Si. E tu mio."
"Bea?"
"Dimmi, tesoro mio."
"Non mi va più di uscire."
Ci sedemmo sul letto, un po' sconsolati,  a lasciarci passare il malumore. Per aiitarti a stare meglio, ti feci qualche domanda sulla scuola.
Da quando eri tornato dopo le vacanze, infatti, non avevi avuto più problemi con i ragazzi che ti avevano preso di mira. Averti visto torcere il braccio del loro capintesta fino a spezzarglielo li aveva definitivamente convinti che era meglio lasciarti vivere sereno e ti eri perfino accaparrato le simpatie di un paio di ragazzi che avevano, come te, avuto problemi con loro. Stavate formando una sorta di società degli esclusi, che, per la prima volta, ti portava a poter parlare tranquillamente con qualcuno fuori di casa, per quanto parlaste quasi esclusivamente di scuola.
Verso la fine del pomeriggio, riuscimmo a scendere in giardino e poi a fare una paseggiata in paese.
Ti vidi camminare accanto a me sforzandoti palesemente di simulare indifferenza e di non fissare né la mia scollatura, né gli esemplari di maschio umano che incrociavamo, tutti peraltro bellamente impervi alle mie grazie.
Tutto preso in questo tuo eroico tentativo, finivinper gurdare diritto di fronte a te senza muovere la testa, cime se fossi preda di un forte torcicollo o di un colpo di frusta. Mi commosse, il tuo impegno nel tenere fede alla parola data, tanto che dopo un poco, lamentando un freddo del tutto fittizio, indossai la mia bella maglia rossa.
A quel punto tu riacquistasti la mobilità del collo e potemmo goderci il resto della passeggiata e perfino fermarci a guardare qualche vetrina.
Presi accuratamente nota di quel che ti piaceva, pensando già al tuo compleanno e ti vidi fare lo stesso con me, credendo di non essere notato.
Camminammo a lungo, sentendoci più tranquilli, ora che ci eravamo spiegati, e ad un certo punto, quamdo ormai si avvicinava l'ora di rientrare, smettemmo di parlare, non sentendone più il bisogno.
Quella notte, quando tu entrasti nel mio letto, eravamo tanto stanchi da non desiderare altro che un lungo sonno senza sogni, l'uno nelle braccia dell'altra.
"Amore?"
"Dimmi."
"Non lasciarmi mai."
"No, mai."
"Me lo dici ancora, che sono tuo?"
"Tu sei mio."
"E tu sei mia. Sai, mi sembra meglio di quando ti dico che ti amo."
"Meglio come?"
"Meglio. Più vero, più forte."
"Darietto?"
"Si."
"Ma tu sei davvero mio."
"Si. Anche tu."
Ti accomodasti meglio accanto a me, incastrando il bracciomsotto la mia testa.

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