domenica 18 maggio 2014

Cinquantatre

È una splendida giornata di sole e, fuori, si sentono uomini e donne, di ogni età, parlare, ridere, camminare per la strada. Di tanto in tanto un richiamo a voce  alta rompe la quiete del chiacchiericcio e sale, tagliando l'aria, fino alla mia finestra.
Lo schermo bianco mi brucia gli occhi, mi pare che siano in fiamme. Forse perchè sono così lunghi da passare soli, questi giorni di primavera, o forse perchè negli occhi della mente ho conficcati i tuoi occhi chiari, che mi trafiggono come una scheggia di ghiaccio, i tuoi occhi color acqua appena socchiusi in quell'espressione altezzosa e predatoria che li animava quando lasciavi venir fuori la vera natura dei tuoi desideri.
Ho amato questo aspetto di te dal primo momento ed è stato, si può dire, ciò che mi ha rivegliata ai sensi. Mi ha anche insegnato qualcosa di molto importante su me stessa: dentro di me, nascosto nell'oscuro nocciolo dell'anima, quello che mai vede la luce, vive qualcosa che ha riconosciuto quel tuo modo di fare, quel tuo tono di voce, come la voce del simile. Mi ha insegnato che al centro, nella parte più oscura, vive una bestia feroce anche in me.
C'è stato, in questi anni, chi, come te a suo tempo, è arrivato a vedere negli occhi quella bestia, ma non c'è mai stato chi abbia sfoderato zanne ed artigli dell'identica forma e, ruggendo più forte di lei, l'abbia costretta all'obbedienza.
Questo tu hai fatto per me, come i lupi che lottano per il predominio in un turbine di sangue e denti aguzzi, e mi hai vinta, senza slealtà. E da quel momento non ho più potuto resisterti.
Ero attratta dalla tua forza e dalla ferocia con cui mi volevi, irresistibilmente attratta, al modo in cui ci si sente attratti dal vuoto una volta che ci si siano fissati gli occhi. Ogni tuo gesto, ogni tua inflessione, mi parve acquisire una nuova potenza e mi sentivo compresa ed accettata pienamente, più ancora di quanto io  fossi mai riuscita  a fare con me stessa.
A volte, quando, come dicevi tu, ti 'lasciavi un po' andare', vedevo i tuoi occhi scutarmi con stupore, osservando la gioia con cui ti accoglievo. Avevi passato tanto tempo nel tentativo di domare ed incatenare quella parte di te, che rimanevi allibito vedendomi amarla.
E la amavo, e la amo, contutta la passione bruciante di cui sono capace.
Ed è stato in quel modo che il sesso, l'amore carnale, nel nostro caso, è diventato un modo prediletto di parlarci e di comprenderci.

Ci cercavamo con l'ossessività di una droga o di un sogno ricorrente, di un dolce veleno di cui non potevamo  fare  a meno. Comimciammo ad approfittare delle mezz'ore, dei dieci minuti, degli attimi in cui eravamo soli.
Salivamo le scale sapendo di trovare tua madre al piano  superiore e tu mi stringevi  forte sul pianerottolo, schiacciando il tuo corpo sul mio, contro il muro, forzandomi  le labbra con la prepotenza esigente di un bacio profondo e rapidissimo. Pochi secondi, il tuo sapore che si intrecciava al mio, i nostri respiri in una sola boccata d'aria. Poi ci staccavamo e riprendevamo a salire le scale.
In treno, al ritorno, imparammo a sederci davanti alle porte, accanto al minuscolo, lurido bagno della carrozza.
Attendevamo impazienti che non ci fosse nessuno, entravo rapida prima di te e tu mi sollevavi, mi aggrappavo al tuo corpo appoggiato alla porta grigia e sporca. Se potevamo, se mancava ancora qualche minuto all'arrivo e se portavo una gonna, abbassavi la cerniera dei pantaloni e scostavi le mie mutandine con lo stesso rapido movimento e, in un unico inarcarsi delle reni, eri dentro di me. Non riuscivamo mai a finire ciò che avevamo iniziato, era questione di minuti, aggrappati l'uno all'altra come naufraghi nella tempesta, ma non potevamo evitarlo.
Poi uscivamo uno alla volta, tu per primo ed io quando grattavi sulla porta per darmi il via libera.
La notte rimase il nostro dominio, costretti al buio ed al silenzio dalla prudenza che ci era necessaria, e nella mia mente il piacere fisico sarà per sempre legato alla tua voce appena percettibile, in un soffio, che mi sussurra dolci sconcezze mentre le tue dita affondano, al buio, nella mia carne tenera, stringendomi fino al margine del dolore, mentre ti sento scivolare dentro di me.
Ti lasciavi un po' andare, come dicevi, alle volte, e ricordo una volta in cui finii per ritrovarmi sui fianchi l'impronta quasi perfetta delle tue mani, in un cupo rosso di ematoma.
Te lo mostrai ridendo, domandandoti per scherzo:
"E questa sarebbe la vendetta per tutti i morsi che ti dò sempre?"
Inaspettatamente, vidi i tuoi occhi riempirsi di lacrime e mi si fermò il fiato in gola.
"Perdonami."
"Stai calmo, Darietto, guarda che non dicevo sul serio!"
Sfiorasti appena i segni sul mio corpo con la punta delle dita e lunghe lacrime argentate ti rigarono il viso. Chinasti il capo, in ginocchio accanto al letto su cui ero seduta.
"Sono una persona cattiva."
"Non dire stupidate!"
"Mi dispiace. Io non voglio farti male."
"Ti ho detto che va tutto bene."
"Non volevo."
"Dario, per l'amor del cielo, a me piace! O non te ne sei accorto?"
Sollevasti il viso verso di me, tirando su col naso.
"Non volevo farti male." Ripetesti con una voce piccola piccola.
"Non mi hai fatto male. Mi hai solo lasciato il segno."
"Niente male?"
"Niente male. Non me ne sono neanche accorta, finché non l'ho visto."
Posasti la testa sulle mie ginocchia e ti lasciasti accarezzare i capelli per un poco, perso nei tuoi pensieri.
"Bea, amore, io non sono una brava persona, lo sai?"
"Si che lo sei, invece."
"No. Sono cattivo, in fondo. Ma ti amo tanto lo stesso. Tu ci credi che una persona cattiva possa amare qualcuno tanto, con tutto il cuore?"
Ti presi la testa fra le mani, costringendoti a guardarmi in faccia.
"Non sei cattivo. Non più di quanto lo sia io quando ti riempio di morsi."
Scuotesti il capo, con aria di doloroso imbarazzo. Ti tremavano le labbra e le stringesti fra i denti, come ad impedire alle parole di uscire.
"Sono una persona cattiva." Ripetesti "non vorrei esserlo, ma non riesco a essere diverso. Vorrei essere diverso. Vorrei essere come te."
Mi scorsero nella mente come un carosello di istantanee tutti i momemti in cui eri stato sgridato, umiliato, denigrato ed escluso, senza altra ragione di essere quello che eri. Nesuna meraviglia che tu ti credessi una brutta persona. Affondai le dita fra i tuoi capelli, lisciandoli e consolandoti.
"Sei la persona che amo. Buono o cattivo, sei quello che amo. Io non vorrei che tu fossi diverso da quello che sei."
Un mezzo sorriso ti increspò la bocca, mentre alzavi le sopracciglia.
"Davvero? Sicura?"
"Sicura. Io voglio solo te, così come sei."
Ti sporgesti in avanti per posare la guancia contro il mio addome, passandomi le braccia dietro la schiena, e rimanemmo stretti stretti, dondolandoci appena. Quando ci sciogliemmo dal nostro abbraccio, si era stampato sul tuo viso, in rosso, il negativo del bottone dei miei jeans e non potesti scendere per quasi un'ora, fino a che non fu sparito.
Mi rimase nel cuore, quell'aria sconsolata che avevi mentre, piangendo sui segni che mi avevi lasciato, tu che dovevi mentire ogni giorno a causa delle costellazioni di lividi che ti disegnavo sul corpo, mi confessavi, come una colpa senza perdono, di essere cattivo.
Avrei voluto con tutta l'anima poterti proteggere da questa lenta tortura che ti veniva inflitta da troppi anni.
'Ancora poco' pensai fra me 'ancora poco tempo e lo porterò lontano da queste persone e, allora, gli insegnerò ad amare il mio Dario. Gli farò vedere che va bene così e che non c'è nie te di sbagliato, in lui.' Mi consolavo in questa maniera, promettendo a me stessa che avrei dedicato tutto il tempo, fosse pure la vita inmtera, a curare queste ferite.
Purtroppo, ai fatti, non ne ebbi mai la possibilità.

Nel frattempo, mentre diventavamo una sola carne ed impazzivamo di reciproca follia, continuava il solito avvicendarsi dei giorni di scuola.
Come da promessa, avevo iniziato ad assistere ad ogni tuo allenamento,seduta sui gradoni della palestra comunale, con un libro aperto sulle ginocchia.
Alzavo la testa di tanto in tanto, per vederti, come un lampo biondo chiaro, balenare fra i tuoi compagni.
Vidi anche Viola, quella famigerata, e trovai che era una grassoccia creatura, vestita male e dai capelli castani, che si agitava sporgendosi troppo sulla ringhiera che divideva i gradoni dalle scale. Suppongo che altri l'avrebbero definita una formosa, vivace ragazza, ma io desideravo tanto riuscirle in um qualche modo superiore da ravvisare qualcosa dei tratti del cane carlino nel suo naso volto all'insù. Tentò perfino di parlarmi, una qualche volta, probabilmente perchè ero l'unica persona presente a parte lei che non fosse in qualche modo coinvolta nell'attività che lì si svolgeva, ma decisi di tentare i tuoi metodi e, alle sue chiacchiere, risposi con un silenzio sdegnoso ed uno sguardo freddo.
Nel giro di un paio di tentativi si scoraggiò, decidendo di girarmi al largo, come io desideravo.
La vedevo guardarti troppo spesso e con troppo palese apprezzamento. Era evidente che avrebbe desiderato attirare la tua attenzione e spesso si impegnava alquanto per farlo, commentando entusiasta le tue imprese ad alta voce, ma il fatto che parlasse all'aria, saltellando in piedi accanto a me, seduta a leggere in silenzio, le rovinava un tantino l'effetto finale.
Era febbraio, oramai, quando finii per sfogarmi con te, sulla strada del ritorno, riguardo il suo atteggiamento.
"Sembra una vacca in fregola, quando ti vede. Non possiamo proprio farci niente?" Domandai esasperata. Ti stringesti nelle spalle.
"Direi di no. Del resto, se è quello che vuole fare, lasciala pur fare. Rende anche più realistica tutta la storia che mi sono inventato."
"Prima o poi le spacco la testa, a quella vacca schifosa."
"Ma perchè, poi? Neanche ci parliamo, alla fine!"
"Ma tu la vedi come ti guarda?"
"Come qualunque altro essere umano maschio."
"No! Eh, no! Le piaci proprio tu, a quella là! Ma perchè,  poi, fra tanti che ci siete deve fissarsi proprio con te, vorrei sapere!"
"Mah, probabilmente perché fra tanti che ci siamo, sono io ad andare a dire in giro che...che facciamo cose assieme. Mi sa che l'ha preso a mo' di complimento."
"E allora smetti! Dì in giro che vi siete lasciati!"
"Dipende. Tu la smetti di morsicarmi come una faina?" Chiedesti, ridendo.
"Si, porca miseria, la smetto!" Ormai ero parecchio infervorata e gesticolavo, parlando a voce alta "vorrà dire che mi darò un conteno! Mi trattengo, va bene? Ce la fai a mollarla?"
"Ah, ci posso provare." Rispondesti, ridendo forte "il casino è che dato che non ci siamo mai parlati, potrebbe volerci un pochino perchè lo sappia anche lei!"
"Va bene, non mi interessa!"
"Bea" dicesti tornando serio d'improvviso "ma tu lo sai, si, che è un vantaggio per noi due, se si pensa che io abbia la ragazza?"
"Io non ce la faccio, Dario. Mettiti nei miei panni. Mi sento friggere!"
"Lo so. Lo capisco. Però pensaci, va bene? Pensaci un po' sopra. Ti chido solo questo."
"Si, Dario." Eravamo ormai a casa, di fronte alla porta d'ingresso. Prima di aprirla, mi guardasti a lungo con aria dispiaciuta, come a scusarti dell'incresciosa situazione. Ti accarezzai leggera sul braccio, in un gesto amichevole, poi entrammo.
Poco dopo, seduti al tavolo di fronte ai libri aperti, ti chiesi:
"E se ce l'avessi io, un finto ragazzo?"
"Lo ucciderei." Rispondesti senza alzare la testa dal libro.
"Non mi sembra molto giusto."
"La vita è dura." Sospirasti continuando a bilanciare reazioni chimiche.
"Sei un filino stronzo quando fai così, lo sai?"
La tua mano si allungò sotto il tavolo a stringermi il ginocchio, facendomi sussultare. Mi guardasti senza alzare la testa, di sotto le sopracciglia, con un sorriso folle.
"Sempre stato."
Non portai avanti l'argomento, vedendo che non lo prendevi sul serio, ma un pensiero cominciò a girarmi per la testa.
Pensavo ad uno dei tuoi compagni di squadra, uno in particolare, che non faceva che fissarmi. Quando alzavo gli occhi, incontravo sempre i suoi, da lontano. Di tanto in tanto, mi lanciava un piccolo sorriso, prima di riprendere a correre. Mi guardava come fossi un'apparizione.
Era un poco più basso di te, dai capelli scuri, quasi neri, e un fisico più imponente del tuo. Il suo sorriso era un contagioso lampeggiare di denti candidi, anche a quella distanza.
Lo fuggivo, studiandomi di non capitargli mai davanti quando avrebbe potuto fermarsi a parlare e di essere fuori della portata del suo sguardo quando sarebbe uscito dagli spogliatoi. Sapevo di piacergli, lo leggevo nei suoi sguardi, ma non riuscivo ad immaginare quale sarebbe stata la tua reazione se l'avessi saputo tu.
Perchè quel ragazzo, ovviamente, altri non era che Andrea.

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