Quanto tempo è passato da quel primo bacio. È quasi incredibile ricordare una me stessa così piccola, così ignara delle durezze del mondo, così innocente. L'idea di poter baciare, di poterti baciare come baciano gli adulti mi appariva insieme sconvolgente ed elettrizzante e mi riempiva di sentimenti e di emozioni per me del tutto nuovi.
Passeggiando per la strada, oggi, mi saltavano agli occhi i volti degli estranei di passaggio. Occhi, naso, bocca, come siamo tutti tremendamente ugiali nella nostra diversità. Ma mai un volto fu più amato del tuo volto. Per riconoscerti, mi era sufficiente il moto di una mano, l'inclinazione della testa, il suono del passo.
Non sono mai stata capace di amare il viso che vedo riflesso nello specchio. Troppo simile a quello di mia madre, troppo vistoso, troppo pieno di rimproveri muti alle sue proporzioni e alla sua forma, non rispecchia affatto l'aspetto della mia anima o i suoi mutamenti.
Nel tuo volto, invece, vedevo sempre riflesso ogni mio pensiero, ogni moto del mio cuore. Era nel tuo sorriso che imparavo a riconoscere me stessa.
Se solo potessi, proverei a dimenticare, a lasciarmi il mio io alle spalle come una pelle morta, una buccia vuota di un qualcosa che è morto da lungo tempo. Non potrò mai farlo, perchè dimenticare me, lasciarmi scivolare via, significherebbe dimenticare anche te, avvinti come siamo l'uno all'altra, intrecciati nei sogni e nei pensieri e marchiati a fondo nella carne. E questo marchio, questa stimmata d'amore, abbiamo iniziato a segnarcela addosso fin da ragazzini, quando abbiamo imparato, affacciandoci tremanti alla soglia dell'istinto che si risvegliava, cosa fosse il desiderio.
E questo ci riporta a quel primo bacio.
Dopo la faccenda della vasca, zia Sissi mi prese da parte e mi fece un lungo discorso su quali fossero i doveri -lei si espresse così- di uma giovane donna nei confronti del proprio corpo.
Ai fatti, mi diede lezioni su come tenere le gambe, le braccia e tutto il resto in modo da non mostrare niente di inopportuno e su come tenerli, invece, quando desideravo essere notata. Questa seconda parte del discorso mi giunse alquanto inaspettata e mi sprofondò in un cupo imbarazzo, che lei parve non voler notare. Mi disse che era importamte, per una ragazza, sapere in che modo attirare gli sguardi e di chi, senza per questo comportarsi in modo da dare adito a voci.
Dopo questa lunga e francamente sconcertante chiacchierata, mi portò a comprare tutta una serie di cose nuove, fra cui i miei primi reggiseni.
Mi sentivo abbastanza confusa da tutti quei discorsi su come attirare le attenzioni dei ragazzi senza che sembrasse che volevo attirare l'attenzione e così decisi di provare se funzionavano. Scelsi, come cavia, un ragazzo della scuola, tal Luca, che era molto ammirato dalle compagne. Pensavo che, se avesse funzionato con lui che non mi aveva mai neanche vista, allora avrei potuto dare per assodato che funzionasse con chiunque.
Iniziai quindi, appena prima delle vacanze di natale, la mia campagma di sperimentazione scientifica.
Mi cadevano accidentalmente delle cose, ora la penna, ora qualcos'altro, quando passavo accanto a lui. Alla fine, raccolse qualcosa per me e, nel riceverlo, lo guardai negli occhi qualche istante più del necessario. Il mio grazie fu di quella calda tonalità caramellosa che mi aveva fatto sentire zia Sissi, grazie agli allenamenti a casa.
Quando, casualmente, volgeva lo sgiardo dalla mia parte, trovavo sempre modo di mostrarmi in pose che mi facevano apparire più bella, più aggraziata. Sorridevo, scuotevo i capelli, inclinavo la testa in modo da mostrare il collo, come mi aveva imsegmato la zia.
Dopo circa tre giorni di questa manfrina, ero stufa marcia e decisi di smettere. Evidentemente, con me non funzionava.
Il giorno successivo questa mia risoluzione, trovai un bigliettino, ripiegato con cura, sul mio banco, quando rientrammo dopo l'intervallo. Ti guardai imterrogativa, ma tu ti stringesti nelle spalle. Nemmeno tu sapevi da dove venisse.
Aprendolo, trovai un messaggio di quel povero Luca, soggiogato dalle malizie di tua madre. Mi misi a ridere silenziosa.
Per me l'esperimento era finito e non c'era altro da dire.
Molto diversa era la tua opinione sulla faccenda.
Era l'ultimo giorno prima delle vacanze di natale. Arrivati all'angolo della strada su cui si trovava la scuola, sei scattato
"Mi sono dimenticato il diario! No, se chiudono non lo posso più riprendere fino dopo le vacanze!"
"Va be', che ti importa, abbiamo il mio, i compiti sono uguali..."
"No, ma lo sai che poi papà mi fa una scenata! Dai, vai avanti, scappo a prenderlo e poi ti raggiungo subito."
Eri tremendamente sospetto. Non c'era mai stata una sola occasione in cui mi avessi chiesto di andare avanti senza di te. D'altra parte, non riuscivo ad immaginare per quale motivo avresti dovuto mentirmi.
"Ma non vuoi che ti aspetti, almeno?"
"No, tranquilla, vai pure avanti, ti riprendo subito!"
Era vero. Eri più veloce di me, camminando oltre che correndo.
"Ma, sei sicuro? Se vuoi vengo anche io."
"Tranquilla, vai che arrivo!"
Sei partito correndo, verso il cortile ancora pieno di ragazzini. Ho esitato un attimo, poi mi sono voltata e ho ricomimciato a camminare verso casa.
Ero quasi arrivata quando mi hai raggiunta.
"Però, quanto q ci hai messo! Mi stavo preoccupando."
"Eh, si vede che oggi sono più lento. O magari sei tu che vai veloce."
"Di' , ma cosa sei andato a fare davvero?"
"A prendere il diario. Non mi credi?"
"No. Non hai la tua solita faccia."
"Che faccia ho?"
"La faccia di uno che non vuole dirmi cosa è andato a fare."
Sorridevi. Non del tuo solito sorriso, ma di un sorriso strano, sottile, come arrabbiato.
"Sono andato a dire a quel cretino che ti manda i bigliettini di smetterla."
Il cuore mi ha saltato un battito. Luca aveva un anno e passa più di noi ed era grande per la sua età. Tutto sommato, era quasi il doppio di te. Mi venne paura che ti fossi messo nei guai a causa dei miei esperimenti.
Qualcosa del mio timore doveva leggermisi in faccia, perchè mi dicesti
"Cos'è? Sei preoccupata che quello lì non ti parli più?"
"Ma chi se me frega di quello lì? Sono preoccupata per te! L'hai visto quanto è grosso? Non devi dargli contro, Dario. Se poi si arrabbia e ti fa male?"
Un leggero rossore ti ha colorito.
"Allora non ti importa di lui? "
"No. Lo sai. Lo sai di chi mi importa."
Rientrammo in casa e non ne parlammo più. Fu solo due settimane dopo che venni a sapere dalle voci che giravano di come gli avevi spiegato di non mandarmi più bigliettini. A sassate, glielo avevi spiegato e prendendolo alle spalle. Con tanta violenza da fargli mettere tre punti ad un orecchio. Già da allora avrei dovuto capire che la tua dolcezza, il tuo essere quieto e gentile, erano cose riservate a me e a me soltanto, come fiori rari posati in tributo fra le mie mani.
Quell'anno il natale fu tranquillo e casalingo. Dopo lo scambio dei doni, ci ritirammo in camera tua per goderci il bottino e, presi da un tremendo sonno da cibo, ci addormentammo vestiti sul tappeto, in mezzo ad una marea di libri e giochi in scatola.
Fu tuo padre a venirci a svegliare, quando ormai era quasi sera.
"Oh, gioventù! Fuori nevica!"
La prima neve dell'anno, arrivata a natale come in un racconto per bambini.
Nonostante l'ora tarda, corremmo fuori dandoci appena il tempo di infilare le giacche, ci precipitammo in giardino, sotto gli sguardi indulgenti dei genitori e rimanemmo fermi per un attimo a contemplare la nevicata di fitti fiocchi larghi come falde, che cadeva dirita nel crepuscolo rivestendo il terreno.
Era bellissimo. Nella luce calante della sera, il bianco della neve pareva fare luce. Era uno scenario incantato, in cui ci muovevamo, perdendoci fra gli alberi e subito ritrovandoci, immersi in una danza senza tempo, resi euforici dall'aria frizzante.
Dopo qualche tempo, ci trovammo sotto il nostro albero, nel rifugio nascosto dell'estate. Un ampio cerchio sul terreno era pulito, scuro e cedevole. Ci fermammo lì, felici, guardando tutto dal nostro riparo, iltuo braccio che mi cingeva mollemente e i miei capelli che ti solleticavano il viso.
Ti guardai e, nel riverbero fioco dei lampioni che si accendevano, mi sembrasti più bello che mai. Ebbi una visione, uno scorcio dell'uomo che saresti stato fra pochi anni. Il tuo viso nobile, dagli occhi distanziati, la schiena dritta, la magrezza che non nascondeva una sensazione di forza, come se il tuo corpo fosse un groviglio di molle, cariche e ben pronte a scattare. Eri bello ed eri vicino ed eri, al di là di ogni dubbio, cosa mia.
"Ho ancora un regalo per te." Ti dissi a voce bassa.
"Cosa?"
"Lo vuoi ancora quel bacio? "
"Adesso? Davvero?"
Un senso di felice stupore ti si diffuse in volto.
"Adesso. Se lo vuoi."
"Si. Si. Vieni vicina, che ti spiego."
Eri visibilmente emozionato e anche io. Ci ponemmo uno di fronte all'altra, vicinissimi. Sentivo il tuo respiro sul viso.
"Devi, eh, socchiudere un pochino la bocca. Così. "
"E poi?"
"E poi stai ferma solo un minuto."
Mi baciasti. Sentii le tue labbra lievi schiudersi sulle mie, così calde in tutto quel freddo attorno. Sentii per la prima volta il tuo sapore. Era delizioso, il sapore della neve e quello delle mele verdi, aspre, mescolati assieme. Sentiila tua lingua sfiorarmi appena, timida, timorosa. E poi finì.
"L'ho fatto bene? "
"Non lo so. Non ho mai baciato nessuno. Sai, hai un buon sapore."
"Anche tu. Di fragole e biscottini. "
Risi piano, abbassando il viso. Mi sembrava di non reggere il tuo sguardo.
"Ma ti è piaciuto?" Hai chiesto
"Si. Penso. Non saprei. È stato strano. Mi hai leccato la bocca. Ma non mi ha dato fastidio." Mi affrettai ad aggiungere, vedendo la tua aria dispiaciuta.
Non sapevamo cosa fare. Alzando gli occhi, ti vidi fissarmi intensamente, come tentando di leggermi dentro.
Quale istinto, quale impulso si risvegliò nel mio cuore, non saprei dire. Ci eravamo dati quel primo bacio con cautela, senza dover toccarci, sporgendo in avanti il viso.
Ti abbracciai forte e ti baciai di nuovo. D'istinto, la mia mano si alzò a passarti fra i capelli umidi di neve.
Mi stringesti, cingendomi la vita con un braccio, mentre mi accarezzavi il viso.
E di nuovo, il tuo sapore mi piacque immensamente. Avvertii un fremito in te, come un brivido represso.
Ci staccammo di colpo. Ti voltasti, dandomi la schiena.
"Dario, ho fatto male?"
"No. No, hai fatto bene. Benissimo. "
"Perché non mi guardi allora?"
"Io...mi sento strano. Ma non sono arrabbiato. Tu non hai fatto niente di male, va bene?"
Avrei voluto chiederti di più, cercare di capire, ma a quel punto sentimmo tua madre chiamare. Era scesa la sera e dovevamo rientrare in casa.
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