Era un periodo denso di nuove idee e nuove scoperte per noi. L'infanzia iniziava a diradarsi, lasciando intravedere qualcosa al di là.
Passavamo molto tempo al parco dietro la scuola, seduti il più vicino possibile ai ragazzi più grandi, tredici o quattordici anni. Con il viso nascosto in un libro, ascoltavamo i loro discorsi e spiavamo ciò che facevano con l'attenzione di due etologi alle prese con una specie sconosciuta.
Uno di loro, un adolescente tozzo e muscoloso dai capello unti, aveva una bici bassa e dall'aspetto singolare, con cui faceva ogni genere di acrobazia.
La ammiravi infinitamente e il tuo più cocente desiderio divenne prima possederne una identica, poi, una volta ottenuta, imparare a ripetere ogni sua impresa.
Divenne uno spettacolo ususale, quella primavera, vederti in giardino mentre frenavi in scivolata, impennavi, giravi su una ruota sola e mille altre cose che rendevano zia Sissi intrattabile.
"Almeno smetti di farlo quando ci sono io!" Sbottò un pomeriggio di quella primavera dopo averti visto salire e scendere da una bassa panchina di pietra senza scendere dalla bicicletta.
Allo stesso tempo, tutti non facevano che ricordarci in continuazione che quell'anno avremmo avuto il primo esame della nostra vita.
Non eravamo poi così preoccupati per l'esame in sè. Siamo sempre stati ineccepibili per quanto riguarda gli studi. La nostra preoccupazione era, piuttosto, il passaggio alla scuola media.
Dopo il famoso episodio dell'aggressione, io e te eravamo diventati intoccabili per la combriccola dei bulli della scuola, ma sentivamo che il nostro status sarebbe bruscamente cambiato misurandoci con compagni più grandi. Non ci interessava di essere esclusi o presi in giro, finché potevamo comtare l'uno sull'altra quello non costituiva un problema, ma non avremmo sopportato alcuna aggressione fisica.
Con l'avvicinarsi della bella stagione, iniziammo a passare sempre più tempo all'aperto.
Nel giardino, nel punto più lontano dal viale di ghiaia, si alzava un vecchio faggio dalla scorza nodosa. Disegnava attorno a sé un cerchio d'erba tenera quasi perfetto ed era a distanza di sicurezza dalle aiuole di tua madre e anche dalla siepe di confine. Era un punto riposto, con un senso di segretezza tutt'intorno. Un minuscolo angolo di foresta vergine magicamente trasportato alla nostra portata.
Con la schiena appoggiata all'albero e i tuoi capelli chiari che si spargevano sulle mie gambe, leggevo per te i capitoli di tutte le materie in cui eccellevo: storia, italiano, geografia e grammatica ti entravano in testa, dicevi, solo quamdo le sentivi dalla mia voce. Spesso, messo da parte il libro di scuola, ti dipingevo a vivi tratti i fatti storici che mi affascinavano di più, parlando degli eroi del passato come di amici di lumga data e raccontandoti le loro gesta come se le avessi sentite dalla loro viva voce. Non c'era una materia che amassi più della storia, che per me era più vicina ai libri di avventura del nostro tempo libero che ad una materia di studio. L'idea che nel mondo fossero veramente vissute persone tanto coraggiose mi riempiva di una fiamma che, oggi lo riconosco, altro non era che il desiderio di emularle.
Allo stesso mpdo, era dalla tua voce, senza l'aiuto né di carta né di penna, che arrivavo a capire le regole della matematica e delle scienze naturali.
Spiegate con la tua piatta logica lineare, quelle materie, per me astruse, assumevano la chiarezza cristallina che avevano sempre per te.
"Vedi?" Mi dicevi accennando con le mani a un movimento circolare "non importa in che ordine metti i numeri. Se li metti insieme, loro risultano sempre lo stesso. Come se io vengo lì e tu qui. Alla fine siamo sempre noi due, no?"
Amavi alla follia tutte le materie che seguivano delle leggi chiare e sempre uguali. L'idea che esistesse un meccanismo dietro il funzionamento del mondo e, soprattutto, che ti fosse permesso di sbirciarci dentro, ti esaltava. Al tempo stesso, pensare che in questo posto caotico, dominato apparentemente da una casualità disarmante, esistessero leggi che né il tempo, né la volontà potevamo alterare ti rassicurava moltissimo.
Cosi ci preparavamo agli esami a vicemda, con ottimi risultati. Intanto, senza che ce ne rendessimo conto, cambiavamo.
A dire la verità ero io, più che altro, a cambiare.
Ero sempre stata un mucchietto di ossa con un'enorme massa di capelli, che ti arrivava appena a metà testa.
Un giorno, mentre giocavamo in giardino, mi sono voltata e ho trovato i tuoi occhi alla stessa altezza dei miei.
Stavo anche mettendo su peso. Mi sembrava di avere sempre fame, senza mai riuscire a saziarmi.
Era strano per me vedere tua madre che dava a Dora i miei vestiti da allargare e allungare, raccomandandole ogni volta di comtrollare che non fossero troppo stretti.
Iniziai a preoccuparmi quando, una sera, ti trovai a fissarmi da sopra il piatto.
"Ma sei sicura che non scoppi?"
Avrei volito darti una risposta acida, magari una battutaccia, ma invece, senza che neppure io sapessi che stava per accadere, scoppiai a piangere.
Sei indietreggiato lentamente, pallido in viso.
"Ma è malata?" Hai chiesto a Dora.
"Il signorino ha finito la cena?" Ti ha domandato lei per tutta risposta.
"Eh...si."
"Allora va a giocare di sopra e ci lasci parlare, si?"
"Solo voi?"
"Si, per favore."
A quel punto anche io ero preoccupata. Dora non aveva mai fatto così e non sapevo proprio cosa pensare.
Con un ultimo sguardo preoccupato, sei scito dalla stanza richiudendo silenziosamente la porta dietro di te.
"Signorina" ha detto sedendosi accanto a me "tu hai parlato con la signora o con qualcuno che stai diventando grande?"
La mia incomprensiome era totale ed, evidentemente, si disegnava sul mio viso in modo lampante, perchè lei riprese senza aspettare alcuna risposta. "Vedi, signorina, quando le bambine diventano grandi il loro corpo diventa diverso. Diventa una donna."
"Oh, Dodo! Ma io non sto diventando una donna, sto diventando una cicciona!"
"No, no, signorina, non cicciona. Fra poco tutto si sistema, ma io adesso ti spiego perché se nessuno ti spiega poi tu hai paura."
"E di che?"
"Tu sai cosa succede alle donne ogni mese?"
"No. Cosa?"
Dora ha fatto un lungo sospiro tremulo e poi ha iniziato a spiegare. È stata lei a spiegarmi cosa mi stava accadendo e cosa mi sarebbe accaduto di lì a poco. A chiarirmi finalmente il significato dei periodici mal di testa di zia Sissi, a darmi una spiegazione comprensibile di cosa mai guardassero gli uomini quando occhieggiavano il petto di una donna e a spiegarmi come succede, esattamente, la metamorfosi fra le due condizioni.
Dopo un paio d'ore di intensa chiacchierata, tu hai fatto capolino.
"Posso entrare adesso?"
"Succederà anche a lui Dodo?"
"No, signorina. Oh, no, no, gli uomini no.""
"Cosa?" Hai chiesto strabuzzando gli occhi.
"A loro succede una cosa diversa, allora?" Ho chiesto ancora.
"No, sigmorina. Loro crescono e basta. Diventano più grossi e sono uomini. Niente altro succede a loro."
"Ma per la peppa, non è giusto!"
"Ma cosa?"
"A te non succede niente! E io da un momento all'altro mi metto a sanguinare e tutto il resto e a te niente!"
"Perché devi sanguinare? Stai male?" La tua voce era quella di una persona sull'orlo del panico.
"Spiegaglielo, Dodo!"
"Ma, signorina, queste sono cose di donne. "
"E a loro non si può dire? Cioè non lo sanno? Nessun uomo lo sa? È um segreto?"
"Ma che cosa? Cosa ti succede?"
Dora afferrò in un attimo la gravità della situazione e ti fece avvicinare. Con infinita pazienza ripeté la spiegazione, in modo che anche tu potessi capire tutto ciò che mi riguardava.
Alla fine, probabilmente stanca come non mai, ci accompagnò di sopra e se ne andò a dormire.
Quella notte fui io a sgattaiolare nella tua stanza, fatto senza precedenti. Ero sinceramente spaventata.
Non mi hai chiesto nulla, non hai emesso un fiato.
Mi hai abbracciata stretta, con la tua pancia contro la mia schiena. Sapevo che eri sveglio. Lo capivo sempre dal tuo respiro. Era la prima volta che ci abbracciavamo così e il senso di protezione e di pace cje mi invase, nel sentirmi avvolta dal tuo abbraccio mentre tu vegliavi su di me, mi sopraffece, invadendomi come un liquido risanatore.
Mi addormentai di schianto, dopo pochi minuti.
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