domenica 23 marzo 2014

Venti

Non è semplice giustificare nemmeno a me stessa questo atto che compio, scrivendo queste pagine. Una voce dentro di me insistentemente domanda: cosa speri di ottenere? Cosa credi che accadrà,  il giorno e il momento in cui finirai di raccontare la vostra storia?
La verità è che non lo so.
Probabilmente, anzi, certamente, una fetta del mio cuore, che mai ha smesso di sperare, che mai ha smesso di sussultare ad ogni riflesso di biondo chiaro fra la folla, ad ogni suono di risata che mi ricordasse la tua, quella parte del mio cuore spera ancora, contro ogni speranza, contro dio e contro il mondo intero, che tu ritorni da me.
Che un giorno, un giorno come tanti, senza che io percepisca alcunché di strano svegliandomi, io possa sentir bussare alla mia porta, aprire e ritrovarti davanti a me.
Ritrovare il tuo sorriso, il tuo caro, caro viso, ritrovare il tuo odore, la sensazione dei tuoi capelli come acqua fra le dita.
Alle volte mi rigiro in quel letto che da troppo tempo è solo mio e ti vorrei accanto e ti chiamo, senza voce, con ogni fibra del mio corpo, ti chiamo a me. Come la bambina che ero e che tu hai tanto amato, chiudo forte gli occhi e ripeto nella mente il tuo nome, come un incantesimo, infinite volte, fino a che non perde di senso, ritornando ad essere solo una serie di suoni ricavati dalle corde in fiamme del mio cervello.
Ma come è impietoso il tempo, perfino con chi ama.
Mi chiede lo specchio grande: se anche tornasse oggi, se anche tornasse a te, cosa avresti tu da offrirgli? Cosa, che mille altre donna non abbiano di più e migliore e più fresco e meno provato dalle notti insonni e dai giorni sempre uguali?
Lascia che ti ricordi com'eri, senza guastargli la memoria.
E allora chino gli occhi e le spalle mi si fanno pesanti e pesante, troppo pesante, mi si fa il cuore. Perché c'è del vero in questo.
Quindi, cosa spero, cosa voglio ottenere in queste righe? Cosa mi trae, come un amo arpionato nell'anima, senza che io lo possa contrastare?
Voglio solo stare con te, nell'unico modo che mi resta.
Finché rimango qui, alla luce di questo schermo, mi svanisce attorno il pavimento sbiadito e il divano tre posti. Indietreggiano, come le ombre che sono. E splendente si ripresenta il passato e io torno con te.
Con te, che conoscevo come me stessa, con te, accanto a cui ero sempre al sicuro, con te, che mi accarezzavi come si carezza una gatta, nella primavera che sbocciava silenziosa oltre le finestre, poco prima dei nostri tredici anni.

Quella clessidra, trovata in un pomeriggio di noia sotto il mio letto, nascosta come un tesoro, o una trappola, che non attendeva altro che di essere trovata, ci fece parecchia compagnia in quei mesi che precedettero l'arrivo del caldo.
Divenne un'ossessione, mi piacerebbe poter dire solo per te, ma in realtà per entrambi. Ad ogni occasione, ad ogni momento di libertà,  ci rimtanavamo nella mia stanza, dove avevamo meno possibilità di essere inopportunamente interrotti, per giocare a "novanta secondi".
Suppongo che sia facile fare, ad oggi, cattivi pensieri su ciò che facevamo. Nei fatti, imparava, o a conoscerci per quello che stavamo diventando, riprendendoci una confidenza che era lentamente andata guastandosi in quegli ultimi due anni.
Mi accarezzavi, col piatto della mano, badando bene a tenerti lontano dai miei piccoli seni, soffermandoti incuriosito sulla curva dei fianchi,  baciandomi, a volte, sulle labnra, sul naso, sulle dita delle mani, con un modo buffo e tenero, come temendo di sbagliare.
Ero io, devo ammetterlo, quella che spesso diventava maligna in quel gioco.
Scoprii velocemente alcune zone del tuo corpo che sembravano essere più sensibili e alle volte mi divertivo a sottoporti a lunghe sessioni di tortura, solleticamdoti con le labbra, coi capelli, con le ciglia, fino a che non diventavi rosso sul viso e sul collo e non mi chiedevi di smettere.
"Devi dire per favore"
"Per favore Bea, ti prego,  basta, lasciami andare!"
"E tu cosa fai in cambio?"
"Bea, dai, ti supplico..."
"Va bene. Per stavolta."
A volte, invece, scoppiavi a ridere d'un tratto, senza motivo apparente.
Ti posavi il cavo del gomito sugli occhi, ridendo, battendo i piedi a terra, sdraiato davanti a me, prendendomi stretta per la mano, per impedirmi di toccarti.
"Aiuto...aiuto. Basta, dai, così è troppo!"
"Pausa?"
"Ferma, immobile, non ti muovere, non ti alzare, aspettami."
Ridevamo assieme. Sapevo per esperienza che, qua do reagivi a quel modo, era meglio lasciarti stare e attendevo quieta al tuo fianco che tu ti alzassi per andare di sotto a bere un bicchiere d'acqua.
Nel resto del tempo, rimanevi taciturno e chiuso, ma avevo imparato a comvivere con questo aspetto nuovo di te, passando tempi biblici a fare ciò che volevo, mentre tu, immerso in qualche libro o in qualche sogno ad occhi aperti, mi stavi accanto.
Fu ai primi di marzo, che un pomeriggio di sole decidemmo di andarcene al parco dietro la scuola, per cambiare un po' aria.

I fiori spumtavano ovunque e il piccolo giardino incastonato fra palazzi e panchine aveva un'aria selvatica ed incolta che mi piaceva.
Ci sedemmo su una panchina in pieno sole. Alla nostra destra, una piccola, artificiosa macchia di alberi gettava un'ombra fitta, da non vederci all'interno e alla nostra sinistra si snodava un sentiero di terra battuta.
Avevo raccolto una manciata di fiori e di erbe, che crescevano sotto il sedile, e mi divertivo a dirne i nomi, quelli che sapevo.
Tu ti guardavi intorno,  in apparenza perso nel tuo mondo.
"Margherita, trifoglio, gramigna, oh, una viola, fiore-giallo..."
"Ranuncolo. Bea, hai visto lì?"
Mi hai accemnato con la testa alla macchia di alberi. Osservandola per um po', riuscivo a scorgere qualcosa al suo interno. Era uma persona. Anzi, due persone. 
"Cosa fanno?"
"Si baciano.  E si toccano."
In quel momento si girarono appena e potei scorgere le mani dell'uomo, poco più che un ragazzo, che frugavano alacri sotto la maglia di lei, soffermandosi sul suo seno.
Un nodo di imbarazzo mi chiuse la gola.
"Dai, Dario, andiamo via, lasciamoli soli."
"È un parco pubblico. Se volevano stare soli stavano al chiuso, no?"
"Almeno smetti di guardarli. Non è giusto."
"Bea, lasciami studiare in pace."
"Ma studiare cosa? Questo non è studiare, è fare i guardatori!"
"Guardoni. E ti ricordo che se io non avessi fatto il guardone, noi forse non ci saremmo mai baciati."
"Be', chiamalo come ti pare, ma io non voglio averci a che fare. Vado a vedere se trovo delle lumache."
"Chiocciole. Le lumache sono quelle senza il guscio che ti fanno schifo." Mi hai rimbeccato rimanendo ostinatamente girato a fissare i due sconosciuti che, adesso, sembravano impegnati in un incontro di lotta.
Scuotemdo la testa, mi sono allomtanata dalla parte oppoata di qualche passo. Sinceramente,  non nutrivo alcun particolare interesse per le chiocciole,  ma ero consapevole che non sarei riuscita a portarti via da lì e, allo stesso tempo, mi sentivo tremendamente in imbarazzo per quello che stavi facendo.
Mi sono seduta nell'erba alta. Era soffice, elastica e intiepidita dal sole. Comoda. Alcune api precoci si indaffaravano attorno alle corolle e cercavo di restare immobile per poterle guardare a mio agio.
Quamdo le api sono volate via, mi sono voltata, sperando fossi pronto ad andartene.
Per poco non cacciai un richiamo: ti eri alzato dalla panchina, spostandoti di lato, per osservare meglio la scena.
-che scemo, pensai, così lo vedono. -
Non feci in tempo a formulare il pensiero.
"Oh, ragazzino, smamma."
La voce dell'uomo. Non potevo vederlo, da lì,  ma sembrava parecchio arrabbiato. Pregai memtalmemte che non ti venisse da fare l'eroe.
"È un parco pubblico, mi pare. Posso stare qui, se voglio."
No, per la miseria. Quella tua boccaccia. E ti era anche uscita nella stessa cadenza di tuo padre, fatta apposta per irritare la gente, come di chi si sente superiore.
"Ho detto smamma. Ultimo avviso. "
Sta'zitto, Darietto mio, taci e vieni via. Ti prego.
"E con che diritto, scusi?"
Ecco. Ha fatto il danno. Pensai, e mi alzai in piedi per venirti a prendere e convincerti a tornare a casa.
In qiel momento accaddero due cose: il tizio, arrabbbiato, avanzò a grandi passi verso di te, mentre la sua bella farfugliava qualcosa per trattenerlo e tu, assurdamente,  invece di scappare, ti ergesti in tutta la tua statura, l'immagine stessa del nobile oltraggiato.
Camminai verso di voi più velocemente possibile senza correre.
"Adesso tu ti volti e te ne vai, biondino. Altrimenti ne prendi."
"Io posso stare qui finché mi pare. Casomai è lei che qui sta facemdo cose che non dovrebbe,  non io."
"Senti, non farmi incazzare..."
"Se no?"
La tua ulti, a domanda,  nel tuo tono più strafottente,  gli fece perdere la bussola. Ti afferrò per un braccio e iniziò a scuoterti come un cane scuote uno straccio.
Eri forte per un ragazzo della tua età,  ma lui avrà avuto almeno vent'anni. Nonostante questo e nonostante il male che, certamente,  ti stava facendo, hai temtato di reagire, colpendolo col braccio libero. Ti ha afferrato anche quello e poi, con la sola forza bruta,  ti ha costretto a riunire le mani, prendendotele entrambe,  ai polsi, in una delle sue.
"Lo lasci stare subito! "
"Ah, ma ti sei portato anche l'amichetta! Bimba, non rompermi i coglioni anche tu."
"Se non lo lascia andare mi metto a urlare."
"Adesso te lo lascio, questo stronzetto,  stai tranquilla, gli spiego solo come si sta al mondo e te lo lascio."
Ti ha dato uno schiaffo. Forte, in faccia. L'impronta della sua mano si è disegnata in un vivido rosso sulla tua pelle lattea.
L'hai guardato, oltraggiato, stupito, un principe che si vede umiliato. Io ho dato in um piccolo grido strozzato e mi sono avvicinata in pochi passi di corsa.
Cercavo qualcosa com cui colpirlo e mi somo resa comto cje tenevo ancora in mano il mio mazzo di fiori di campo. L'ho frustato con i lunghi steli verdi ovunque riuscissi ad arrivare, sul viso, sul collo, sulle braccia.
"Piantala, bambina, piantala, perdio!"
Si è voltato verso di me. Ero senza fiato, pazza, incapace di parlare.
"Questo" ha detto rivolgendosi a te "è per ricordarti che non si spia la gente. E questo" e così dicendo ti ha schiaffeggiato di nuovo, col rovescio della mano, sull'altra guancia "Perché nom si risponde male a chi è più grande di te."
Ti sussultavano le spalle in singhiozzi silenziosi e senza lacrime. Non eri mai stato picchiato da un adulto.
Vederti così, piegato, malmenato, quasi preso in giro e per di più di fronte a me, mi spezzò il cuore e mi fece salire una rabbia fredda, uma sete di vendetta, che non avevo mai provato.
Indietreggiai di un passo, sperando di dare l'impressiome di aver paura.
"Eccotelo, il tuo bel campione, bimba.  Riportatelo pure a casa."
Si voltò verso di me, liberandoti,  le mani e tirandoti al tempo stesso nella mia direzione.
Alzai gli occhi ai suoi.
Scalciai forte, più forte che potevo. Ero cresciuta con un ragazzo, dopotutto, e sapevo bene dove mirare.
Lo guardai accartocciarsi a terra, le mani sull'inguine e il viso stretto il una smorfia.
"E questo è perché ci si picchia con quelli della tua taglia."
Ho circondato le tue povere spalle col braccio e ti ho portato a casa.

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