domenica 16 marzo 2014

Quindici

Nell'agosto di quell'anno, quando il caldo pareva una parete solida e scivolosa, finii per prendermi la varicella.
Tornavamo a casa dalla piscina comumale, dove avevamo passato un bel sabato in famiglia. Io, sul sedile posteriore fra te e tua madre, con amcora indosso il mio primo due pezzi sotto il prendisole giallo acceso, e i nostri padri, immersi in una lunga e ronzante discussione su investimenti ed economia, sui sedili davanti.
Ricordo che,  in un primo momento, incolpai il sole del mio malessere. La testa mi pulsava e mi bruciavano gli occhi. Un dolore sordo e distante mi toccava le ossa, una per una, divertendosi a scomparire da una parte per ricomparire, in un attimo, dall'altra.
Il viaggio di ritorno durava più di mezz'ora e iniziò a salirmi un sonno greve e opaco, che non mi dava tregua. Tentavo di tenere gli occhi aperti, ma stava diventando uno sforzo enorme, così, alla fine, posai la testa sulla tua spalla, ti circondai la vita con un braccio e mi arresi, arenandomi in un torpido dormiveglia.
Avevi iniziato a crescere in altezza quell'estate e , mi superavi di quasi tutta la testa. Cominciavi ad assumere la forma che avresti avuto alla fine dell'adolescenza, molti anni dopo: alto ed atletico, con un corpo asciutto che mi ha sempre ricordato i cavalli di razza; le lentiggini che ti avevano sempre coronato l'attaccatura del naso si stavano sbiadendo e la fronte alta, appena ombreggiata dai capelli che il sole aveva reso quasi bianchi, formava insieme alla mandibola squadrata un insieme nobile,  da ritratto ottocentesco.

Mi sembrava di sentire tutto, ma le voci erano ora alte e acute, ora basse e distanti. Ti sentii parlare, probabilmente con me, per un tempo che mi parve lunghissimo, prima che tu cercassi di svegliarmi, scrollandomi dolcemente.
Avrei tanto voluto darti retta, ma non riuscivo, neanche con tutta la mia volontà,  ad aprire gli occhi. Le mie braccia e le gambe erano lontane, pesanti ed aliene. Volevo solo continuare a dormire.
Di colpo sentii ronzare tutte le voci,  troppo distante per capire cosa dicessero, poi qualcumo mi posò una mano freschissima e soffice sulla fronte,  come una benedizione.
-Com'è possibile, mi chiedevo, che abbia la mano così fresca, com tutto questo caldo?-
Poi mi sentii sollevare, in aria, da un paio di braccia forti ed enormi. Mi sentivo piccolissima e leggera. Una spalla calda e coperta di stoffa si posò sulla mia guancia e sentii la voce di mio padre, vocimissima all'orecchio:
"Tranquilla piccoletta, adesso ti porto a letto e chiamo il dottore. Tranquilla, tutto a posto, c'è papà. "
Come me le ricordavo, quelle parole! Erano le stesse parole che mi diceva quasi ogni sera, quamdo ero talmente piccola da non conoscerti ancora. Di quel periodo avevo solo ricordi confusi, ma il risentire quelle parole, con lo stesso tono sommesso, mi bucò da parte a parte la memoria, lasciandomi un sapore, un odore nella testa, un sentore di cosa volesse dore essere così piccima e così amata, che non ho dimenticato mai più.
Poi tutto prese ad andare a balzi e seppi che ero sulle scale. Poi, in un attimo, mio padre mi posò sul letto. Mi pareva freddissimo, quel letto e presi a tremare in tutto il corpo. Perché era così freddo? Perché papà mi aveva stesa in un posto così gelato?
Aprii gli occhi e vidi zia Sissi alta dietro Dora, che mi spogliava. Non volevo essere spogliata,  avevo già tanto freddo. Cercai di opporre resistenza, ma Dora, con gentile determimaziome mi scostò le mani e portò a termine il suo lavoro.
La vidi chiamare la zia con un cenno, una volta spogliata. Una certa agitazione la invase e uscì subito dalla stanza.
Sulla mia pancia spiccavano evidenti tre macchioline rosse, leggermente in rilievo. Era certo andata a chiamare il medico.
"Dodo, ho tanto freddo...stavo bene oggi. Cosa succede? "
"Tu adesso stai calma, signorina. Non è niente di grave. È una malattia da bambini. Si chiama varicella. Adesso hai tanta febbre, ma io ti curo. Presto passa tutto."
Mi ha infilato in uma vecchia maglietta di cotone di mio padre e poi sotto il lenzuolo.
La febbre cresceva e cresceva. Al tramonto, il male alla testa era talmemte forte che aprire gli occhi mi provocava dei lunghi lacrimoni, che scendevano lungo le tempie e mi facevano solletico nelle orecchie. Il medico venne e se ne andò, confermando la diagnosi di Dora e lasciando qualche prescrizione sul comodino.
Fu una lunga notte.
Il sonno non arrivò prima di mattina,  quando già si vedeva una luce grigia alla finestra. Quando finalmente riuscii a dormire, fu un sonmo di piombo,  senza sogni né dolore, che durò quasi tutto il giorno.

La prima cosa che vidi, svegliandomi, fu la tua faccia.
Non ne sapevo un granché di malattie, ma perfino io arrivavo al fatto che la varicella fosse altamente contagiosa e la tua presenza mi stupì. Poi notai le macchioline rosse sul lato del tuo viso.
"No! Anche tu?"
"Eh, si. Il dottore ha detto che ce la siamo presa assieme, che è impossibile che tu me l'abbia attaccata così im fretta."
"Meno male. Mi sarebbe dispiaciuto se no."
"Ieri hai fatto preoccupare tutti da matti, lo sai?"
"Ma a te non è successo così?"
"No. Io ho la febbre,  ma normale. Il dottore ha detto che è perché io ho un fisico più forte. E che tu sei più delicata."
Mi hai sorriso. Il fatto che io fossi stata definita delicata sembrava provocarti una certa ilarità.
"Cosa ridi?" A giardarti in faccia scappava da ridere anche a me.
"Sai una cosa bella?"
"Si, che col rosso sto benissimo. Cosa?"
"Siamo im camera assieme finché non passa. Perché mio papà non l'ha avuta e devono metterci in isolamento."
Mi alzai sui gomiti. Ero debole, come se le mie ossa si fossero trasformate in spaghetti scotti. Un letto era stato trasportato nella mia stanza. Accanto al mio, divisi solo dal comodino. Lì eri tu.
"Ma dai! Bello! Quanto dura?"
"Dicono dieci giorni."
"Tu stai male male?"
"Mi fa male la testa. E mi viene da grattarmi ma non posso."
"Anche io."
"Bea?"
"Dimmi."
"Anche io ho avuto paura, ieri,  quando non ti svegliavi. E sai una cosa?"
"Cosa?"
"Ieri non era per via della varicella che stavi così. La mamma ha detto al dottore della piacima e lui le ha detto che di sicuro ti eri presa un colpo di calore, per via che avevi già la febbre ma non te me sei accorta e hai fatto tutto il pomeriggio al sole."
"Alla fine,  cosa cambia? Mi sentivo stranissima."
"Sei davvero delicata. Diventerai una signora delicata..."
Ghignavi,  in barba al malessere. L'espressione "una signora delicata" era una delle preferite di tua madre, per definire una donna aggraziata, di buona famiglia e di buon gusto. In pratica, quello che lei desiderava vedermi diventare. Tu sapevi bene quanto io fossi comtraria all'idea e ti stavi divertendo da matti a prendermi in giro.
Ti guardai, affettando un'espressione falsamemte gentile.
"Ma non preoccuparti. Anche tu ce la farai a diventare una vera signora! Sei già sulla buona strada!"
Scoppiammo a ridere, entrambi sdaiati con la faccia al soffitto, coperti di macchie pruriginose.  E felici.
Le nostre risate attirarono Dora nella stanza.
"Allora state meglio." Affermò con un sorriso. Portava un vassoio di frutta, che sbucciò e tagliò a pezzi per noi, convimcendoci a mangiare nonostante lo scarso appetito.
Alla fine, misurò la temperatura a ciascuno di noi, distribuì le medicine e ci rimboccò le lenzuola.
"Dormite. Quando vi svegliate poi state meglio."
Era vero. Ci svegliavamo da ogni sommo un po' più forti e un po più sani. Presto passavamo gran parte della giornata seduti sui letti, a gambe incrociate, a chiacchierare senza sosta.

Una delle ultime mattine in cui ci svegliavamo insieme, aprendo gli occhi ti vidi ranicchiato nel letto in una posa innaturale. Eri sveglio e avevi l'aria preoccupata.
"Dario! Stai male?"
"No."
"Cosa succede che sei tutto arrotolato?"
"Eh."
"Cosa?"
"Mi sono svegliato strano."
Ti guardavo interrogativa.
"Mi sono svegliato...strano. Senti, puoi voltarti che devo alzarmi?"
"Ma perchè? Sei impazzito?"
Sospirasti.
"Senti è che mi vergogno. Il mio...come lo chiami, tu? Pipino. Si è svegliato allegro. E non voglio che mi guardi."
"Allegro? Cosa? Oh! Oh!"
Ho finalmente capito cosa ti metteva a disagio e mi sono girata così di furia che ho sbattuto la fronte comtro il muro alle mie spalle.
"Dai, va be', calmati, non sono mica un pericolo!"
"Ma, scusa, non lo comandi tu?"
"Cosa?"
"Il tuo...sai."
"Eh? No. Fa per conto suo. Perché,  tu la tua la riesci a comandare?"
"Boh? E chi ci ha mai provato?"
"Ma dai! Le femmine non si toccano? Vuoi dire?"
"Non si toccano? Cosa? Oh, sei un maiale!" Ridevo in modo incontrollabile e ho afferrato il cuscino, girandomi per lanciartelo addosso.
L'hai deviato con una mano, anche tu ridendo a voce bassa. Tutto il tuo abbigliamento consisteva in un paio di mutande e una canottiera di cotone ed era abbastanza evidente quello di cui parlavamo.
Devo essere diventata rossa come un pomodoro e mi sono girata di nuovo, più velocemente possibile.
"Bea? Bea. Dai, guardami. Non voglio che ti vergogni a guardarmi. Mi sono sbagliato prima."
"No."
"Perché? È brutto? Sono brutto,  così?"
Mi sono girata pian piano, fissandoti lo sguardo in faccia.
"Sei normale. A parte le croste."
"Allora ti fa impressione?"
Eri molto serio. Una perte di te provava ancora vergogna a mostrarsi così ai miei occhi, te lo leggevo in viso, ma era troppo importante per te capire se il tuo corpo era divemtato una cosa nrutta, da nascondere, o no. Ho letto nei tuoi occhi una muta supplica che mi ha convinta. 
Tentando di non mostrare imbarazzo ti ho guardato ostentatamemte, da capo a piedi e ritorno.
"Sei sempre bello. Anche di più,  adesso che sei più alto."
Hai sorriso, un bel sorriso aperto e pieno e mi hai sfiorato la fronte con un bacio.
"Anche tu. Sei la più bella di tutte."

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