martedì 11 marzo 2014

Dodici

A quel primo bacio ne sarebbero seguiti molti altri. Ci sarebbero stati mesi e anni di baci rubati, desiderati, teneri, rabbiosi, gonfi di desiderio. Quella notte di natale ci portò fin sulla soglia di un abisso, profondo e scuro e denso di scelte  che, in fin dei conti, si sarebbero rivelate sbagliate. Ma noi non potevamo sapere, allora, cosa il futuro aveva in serbo. Ci buttammo in quell'abisso a braccia tese, a volo d'angelo, tuffandoci con pazzo piacere da quella vertiginosa rocca che era stata la nostra infanzia.

L'inverno passò e con esso una piovosa primavera che rese fanghiglia il giardino di tua madre, il parco dietro la scuola, l'erba accanto alla strada e della fanghiglia diede il colore a tutto il resto.
Presi da noia mortale, passavamo le giornate in casa, rileggendo libri ormai talmemte familiari che ne conoscevamo interi brani a memoria.
Un pomeriggio, quasi per caso, andammo a fare i compiti nella mia stanza, invece che nella tua.
La mia stanza, nella parte di casa che apparteneva a mio padre, era squadrata e rosa e dava sul davanti della casa. Affacciandoci alla finesrra, potevamo controllare tutto ciò che accadeva nel piazzale, l'arrivo e la partenza della donna a ore, l'andirivieni di Dodo, che usciva sotto l'acqua per portare le immondizie nel grande cassone che tua madre aveva fatto mettere in un punto nascosto accanto alla casa.
Eravamo a metà pomeriggio, quando ti è venuta una gran fame.
"Eh, vai a prendere qualcosa in cucina, allora. Tanto c'è il frigo sempre pieno, io mangio sempre da voi!"
Sei uscito dalla stanza e sarai arrivato a metà della scala qiamdo mi hai chiamata.
"Bea! Oh, Bea!"
"Cosa?"
"Ma lo sai che siamo qua da soli?"
"Eh, si."
Mi sorridesti con quel tuo sorriso speciale, astuto, che riservavi alle pessime idee.
"Oddio. Cosa?" Ti chiesi ridacchiando,  incapace di trattenermi di fronte alla tua espressione. Sapevo che significava guai, ma sapevo anche che di norma erano guai divertenti e che, comunque, non ero in grado di opporti la benché minima resistenza,  quando mi guardavi così.
"Pensavo...potremmo fare tutto quello che vogliamo, qui. Qualsiasi cosa. Nessuno lo verrà mai a sapere."
"Tipo? Cosa vorresti fare?"
"Per primo mamgiare. Poi ci pensiamo."
Scendesti in cucina saltando a quattro gradini per volta, cosa assolitamemte proibita nel regno di zia Sissi. Ti seguii incuriosita e ti guardai ingirgitare con una rapidità fenomenale una quantità notevole di cibo. Eri entrato in una fase della tua vita in cui mangiare quanto più velocemente possibile quanto più cibo possibile sembrava la tua priorità assoluta.
Soddosfatto dallo spuntino,  ti rilassasti sulla sedia, lasciamdo vagare lo sguardo nella nostra cucina.
Non era una stanza molto frequentata e si sentiva a pelle. Al comtrario dell'altra cucina,  su cui Dora vegliava come un angelo di calore, era fredda e spoglia, troppo in ordine, troppo nuova.
"Sai, io questa casa non l'ho mai esplorata."
"Be', non c'è niente di interessante qui."
"Tu l'hai esplorata tutta?"
"No. Lo sai. Di solito sto con te, di là."
"Esploriamo? Magari è piema di cose interessanti e tu non lo sai."
"Cosa può esserci qui di interessante?" Chiesi scettica.
"Magari tuo padre la tiene, da qualche parte, una foto di tua mamma. Così vediamo se le assomigli davvero tanto come dicono o no."
Non ci avevo mai pensato. Mia madre era stata cassata dalla mia vita, cancellata come una parola oscena da una lavagna. Di solito non ci pensavo, a lei, ma fin troppo spesso sentivo commenti sulla nostra somiglianza.
La ricordavo come una creatura bella, si, ma instabile ed ostile e mi sarebbe piaciuto poterla vedere in faccia, per controllare se davvero le somigliavo tanto.
Fra le altre cose, mi vergognavo un po' di non ricordare il viso di mia madre. Ne ricordavo spezzoni, sprazzi, un naso corto, una mano affusolata, la voce che sembrava gridare sempre.
Forse sapevi che quello era il modo più sicuro per convincermi, fatto sta che accettai.
Data la natura della nostra ricerca, il primo sito di esplorazione fu lo studio di mio padre, in particolare la sua scrivania. Ne uscì un torrente interminabile di carte di lavoro, noiose ed incomprensibili, che rimettevamo a posto mano a mano, per non lasciare traccia della perquisizione.  Dopo uma mezz'ora di quel lavoro, eravamo di nuovo annoiati. Aprii senza voglia un ultimo cassetto e mi illuminai trovandolo diverso. Alcume lettere aperte, una manciata di spiccioli, un pacchetto mezzo vuoto di sigarette e, in fondo, alcume fotografie.
"Dario!"
"Cos'è?"
Le sfogliammo rapidamemte imsieme. Io, piccolissima, vestita da namnola barocca. Io e Dario, l'anno che ero venuta a vivere lì,  abbracciati a ridere. Mio padre da giovane, incredibilmente nello e spavaldo, che imitava Boagart con un cappello a tesa larga e una sigaretta in bocca. Una foto di gruppo con zia Sissi e zio Lucio che sembravano giovani e innamorati, seduti sul bordo di una grande fontana, che sorridevano all'obiettivo tenendo fra loro una donna bassa, minuta e procace, con lunghi riccioli neri. Eccola lì.
"È lei, vero?" Mi hai chiesto a voce bassa.
"Si."
"Porca miseria, semnri davvero tu. Fa impressione."
"Smettila." Mi veniva da piangere. Mi veniva da vomitare. La mia faccia, i miei capelli. Perfino la posiziome del corpo, un po' girata, era la mia. Sembrava così bella, così dolce. Cos'era andato storto? Come era possibile che tutto fosse andato così maledettamente male?
Con dolcezza, lentamente,  mi hai tolto la foto dalle mani e l'hai guardata.
"Tu hai la fronte più alta, hai visto? E le mani.  Si vedono bene,  le tue sono più grandi, più larghe.  E poi non hai le lentiggini."
"Piantala, dai. Non fa niente. Non importa. Le somiglio. E allora? È normale, è mia mamma. O no?"
Hai abbassato la fotografia e l'hai rimessa nel cassetto.
"Tu non sei lei. Questa è meglio se resta qui. Questa, invece -hai detto sfilando dal mazzo la foto di noi due da piccoli- viene con me."
Ero sconvolta. Mille domamde, destinate a restare senza risposta, mi si aggrovigliavano nel cervello, tirando a fondo i pensieri, lasciandomi com la testa vuota e confusa. Ti ho guardato e ho visto mel tuo sguardo uma profonda commiserazione. Non la volevo. Non volevo la tua pietà.  Sentii che dovevo fare qualcosa per spezzare quel momento, qualcosa di folle, di inaspettato. Qualcosa che ti scrollasse via quell'espressione dalla faccia.
Ho rimesso le lettere e le fotografie nel cassetto con gesti bruschi e altrettanto bruscamente ho afferrato il pacchetto di sigarette.
"Ne vuoi una?"
"Cosa vuoi? Ma sei impazzita? Io non ho mai fumato."
"Be', prima o poi dovrai cominciare."
Ho risposto con falsa spavalderia. Avevo visto milioni di volte mio padre farlo, sembrava semplice. Ho afferrato una sigaretta fra i denti e l'ho tirata fuori così dal pacchetto, poi ho azionato il grosso accendino sulla scrivania.
Col senno di poi, suppongo di dover essere grata che in quel cassetto non ci fosse una bottiglia di whisky o qualcosa di peggio.
Sul momento, credetti di morire. Non avevo idea di come si fumasse e ho aspirato il fumo direttamemte nei polmoni. Non volevo che tu ti accorgessi che stavo male, così ho fatto fimta di nilla e ho tentato di sputarlo fuori, come faceva papà. Non è uscito nulla e io, col coraggio della disperaziome, ho dato un altro tiro. Stavolta ho tenuto il fumo in bocca ed è andata meglio.
Mi fissavi affascinato.
"Fai provare?"
Mi hai chiesto poco dopo.

Uma decina di boccate dopo eravamo ridotti ad uno straccio. La testa mi girava talmemte tanto che dovetti sedermi sul tappeto.
Tu avevi assunto una sfumatura grigia attorno alle labbra e ti prese un accesso di tosse irrefrenabile.
Apristi la finestra e gettasti il ozzicome, affacciandoti.
L'aria fresca che entrava fu una benedizione.
"Ma cosa cavolo ci troveranno in ste robe?" Ti ho chiesto, ancora incapace di alzarmi.
Senza smettere di tossire, hai scosso la testa e poi, con uno scatto improvviso,  sei corso fuori dalla stanza.
Ero preoccupata per te e ti ho seguito, camminando con cautela sulla guida del corridoio.
Eri in bagno e continuavi a tossire. Ero appema riuscita ad entrare quando ti sei chinato sul lavandino, vomitando una lunga nava trasparente. Come diavolo avesse fatto tutto il cibo che avevi trangugiato un'ora prima a rimanerti nello stomaco, rimase un mistero.
"Che giornata di merda, eh?" Ti ho detto accarezzandoti la schiena.
"Bea,  fai il favore -hai detto ancora chinato sul lavandino- la prossima giornata che decidi di fare la ragazzaccia me lo dici, che io resto in camera e mi leggo qualcosa."
Mi beniva da ridere ma mi dispiaceva um sacco per te. Ti ho fatto sedere sul gabinetto chiuso e ho bagmato un asciugamano. Mentre te lo passavo sul viso e sul collo, hai lentamente ripreso il tuo colore normale.
"Sai, alla fine penso che non comincerò a fumare."
"Sai, neanche io. Non so perché,  ma proprio non mi va di ritentare."
Ridemmo insieme e tutto tornò più normale.
Quella sera, rimesso tutto in ordime nella mia parte della casa,  ti raggiunsi nella tua stanza. Avevi messo la foto di noi due da piccoli sulla scrivania,  accanto al portamatite.
Eri chino su un libro di esperimenti casalinghi,  cose come far accemdere una lampadina con un limone e ottenere cristalli di sale colorati e non ti voltasti al suono della porta. Sapevi che ero io.
Ti posai una mano sulla spalla e tu iniziasti a leggere per me, spiegandomi di volta in volta i piccoli dettagli di quello che mi dicevi.
Mentre parlavi, posasti una mano sulla mia. Poi hai voltato il viso e mi hai sorriso.
"Sei più bella così,  quando sei normale come sempre. Non ti serve fare la matta, lo sai? Quando sei tu, sei imbattibile. "
Ti ho abbracciato le spalle, posando la guancia contro la tua, godendomi il calore della tua pelle e il tuo odore buono,  familiare.
"Raccontami ancora un po' del limone elettrico, dai."
"Ma non è il limone che è elettrico! Sono le particelle, Bea. Sono uguali a noi. Devono stare insieme per forza."

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