mercoledì 26 marzo 2014

Ventidue

Non scendesti a cena quella sera. Accampando qualche scusa rimanesti in camera tua, mangiando di buon appetito i manicaretti che tua madre ti aveva portato di persona.
Io mi preparai, scesi le scale e partecipai al pasto con i tuoi genitori, tutto in modo meccanico, la mia testa era occupata da altri pensieri. Per la precisione,  da un altro pensiero. Sembrerà sciocco, vedendolo con lo sguardo di un adulto, ma non riuscivo a smettere di risentire la tua voce: "sei la mia ragazza. Vero?" E la mia mente, ogni volta, rispondeva: "si. Lo sono."
La tua ragazza. Questo faceva di te, in senso stretto, il mio ragazzo. Certo, avrei dovuto saperlo da tempo. Ma non mi era mai capitato di pensare a te come al "mio ragazzo". Mi piaceva. Mi piaceva follemente.
Mio. Mio. Guardavo di sottecchi i tuoi genitori, a tavola, e pensavo "è mio. Non vostro. Mio. Con voi ci è capitato, non avrebbe potuto farci niente. Ma con me, invece, è lui a volerlo."
Mi sentivo potente, depositaria di una segreta magia che loro non potevano conoscere nè vedere. Mi sentivo grande. Mi sentivo in vetta al mondo.
Risalii le scale e passai a darti la buonanotte, prima di andare a dormire. Ti guardavo con occhi diversi, quella sera, ti covavo con lo sguardo, il tuo bel viso nobile, la posa un po' storta in cui sedevi sempre, con la testa appoggiata alla mano, davanti alla scrivania. Ti posai il mio piccolo bacio sulla tempia, dove una venuzza azzurrina correva in superficie, vicina alla pelle.
"Cos'hai?" Mi hai chiesto, guardandomi curioso.
"Niente, perchè?"
"Sei tutta strana, sembri come agitata."
"No, niente, davvero. Sono stanca, mi sa. Notte."
"Notte."
Uscii dalla stanza mentre tua madre entrava, arrivai nella mia camera e mi infilai nel pigiama e poi a letto. Mi sentivo stanca davvero, ma non riuscivo a prendere sonno.
Poco dopo aver sentito chiudersi l'ultima porta, avvertii il tuo passo leggero in corridoio.
Ti infilasti nel mio letto, sul fianco, stringendoti a me per stare entrambi sotto le coperte. Nonostante il sole del giorno, era ancora freddo la notte e ti abbracciai mollemente, neandomi del tepore che portavi con te.
"Adesso me lo dici cos'hai?"
"Mamma mia, se sei testardo! Se ti dico niente..."
"Se me lo dici con quella faccia lì,  non ti prendo mica sul serio. È ancora per oggi? Guarda che sto meglio, davvero."
"Lo so. Lo vedo." Ti appoggiai la fronte contro la spalla, affogando felice nell'odore della tua pelle.
Tacesti per un po'. Distrattamente ti avvolgevi una ciocca dei miei capelli attorno ad un dito, girandola e rigirandola all'infinito. Era un momento sereno, dolce, tutto scuro e soffice attorno e con te contro il viso.
"Hai dei problemi da donne?"
"Tipo?"
"Sai...quel che hanno le donne."
"Mi stai chiedendo se sono indisposta?"
"Si dice così?"
"La zia dice così. Comunque no. Stai giocando a indovinare?" Mi scappava da ridere.
"Eh, tu non mi vuoi dire niente. Lo sai che poi ci penso, finché non me lo dici."
"È per quello che hai detto prima."
"Cosa ho detto?"
"Che sono la tua ragazza."
"Be', è vero, no? O tu nin sei daccordo? Perchè se non sei daccordo me lo devi dire, sai."
"Sono daccordo, si, scemo. Ma lo sai che questo vuol dire che sei il mio ragazzo?"
"Eh, si. Lo so. Ma a me fa piacere."
Scivolammo di nuovo in un confortevole silenzio, mentre fuori si alzava il vento e faceva tremolare le imposte.
"Beatrice?"
Scostai la testa per guardarti in faccia. Non mi chiamavi mai così. Rimasi a scrutarti, nel buio, cercando di capire cosa potesse significare.
"Quando sarò grande, voglio sempre sposarti. Voglio che stiamo insieme sempre. E tu?"
"Anch'io."
"Sarò bravo, con te. Ti tratterò sempre bene e non ti farò mai del male, anche se sono un uomo. Non sarò come mio padre. Te lo giuro."
"E io non sarò come mia madre. E pari e patta."
"Già. Ma, alla fine, cos'è che ha fatto tua madre? Io non l'ho mai sapito, qui non ne parla mai nessuno."
"Papà dice che quamdo sono nata io è diventata strana. Ha smesso di uscire e anche di parlare, per un po'. Poi invece ha incominciato a uscire tamtissimo, ogni giorno. Papà tornava a casa e non la trovava e non sapeva dove era andata. Quando tornava era mattina e tante volte era ubriaca. Una volta mi ricordo che è tornata tutta abbracciata a un tale e puzzavano tutti e due come una zuppa inglese. Papà si è arrabbiato tantissimo e l'ha chiusa in casa. E lei ha incominciato a prendersela con tutto e con tutti. Ha ucciso il nostro gatto, lo sai? Una mattina ha aperto la cristalliera e ha iniziato a tirargli contro i bicchieri buoni e lui scappava e miagolava forte. Poi un bicchiere l'ha centrato sul muso e ha tremato tutto e non ha miagolato più. E poi un giorno è uacita amche se papà le aveva detto di non farlo ed è tornata con un uomo, un altro, non quello che puzzava. E si sono chiusi in camera con la chiave. Quando papà è tornato per pranzo ha buttato giù la porta. Faceva paura. E si sono messi tutti a urlare. E dopo poco siamo venuti qui. Lui dice che hanno divorziato. Secondo me, invece, si sono lasciati."
"Per la miseria. Che brutto. E a te dove ti lasciava quando usciva? Avevate una collaboratrice anche voi?"
"Boh. Non mi ricordo. Non lo so."
Avevo sempre pensato che mi sarebne riuscito penoso parlare di mia madre, invece quella lunga spiegazione mi era uscita come un indicibile sollievo, un sorso d'acqua in una giornata afosa. Ero felice che non ci fosse più quel fantasma, quella persona che non si doveva nominare mai e che, al suo posto, ci fosse solo una storia del passato, per quanto brutta.
"No, tu non sarai mai così.  Lo so."
"Come lo sai?"
"Perchè tu sei buona. E poi hai me. E io ti proteggerò sempre."
"Ma anche mia madre aveva papà..."
"È diverso. L'ha conosciuto da grande." Mi hai risposto in tono sicuro.
"Ah. Meglio così allora."
Le tue mani scesero ad accarezzarmi il collo e le spalle. Di riflesso, iniziai a fare la stessa cosa.
Senza alcuna premeditazione,  ci trovammo a giocare la nostra prima partita di "novanta secondi" a letto.
Trovai a memoria quell'area di pelle liscia, fra il collo e l'orecchio, che sapevo essere più sensibile e la baciai dolcemente, a labbra socchiuse. Le tue mani scesero sui miei fianchi e li circondarono, tirandomi verso l'alto,  verso la tua bocca. Mi hai baciato il viso, le palpebre e, infine, le labbra.
Mi sentivo come se i polmoni fossero troppo grandi per il mio torace, come se mi stesse salendo la febbre. Ti desideravo e neanche io sapevo bene come né perché.
Trovai i lembi del tuo pigiama e spinsi le mani sulla pelle nuda della tua schiena. Era liscia e scottava. Il tuo respiro si fece più veloce.
"Bea, fermati."
"No, per favore."
"Fermati, fermati, fermati."
Invece di risponderti, feci scivolare i palmi sul tuo petto, lasciandoti,  carezzandoti, mentre posavo cento minuscoli baci sulle tue labbra. Ti sentii premere contro di me, aderire al mio corpo senza lasciare spazio bastante neppure ad un soffio d'aria e questo mi sembrò giusto, perfetto, proprio quello di cui avevo bisogno. Mi resi conto di sentire la tua erezione , ma non provai imbarazzo o paura. Provai gioia, perchè tu mi desideravi e la sensazione che tutto sarebbe andato bene. Era così totale il mio abbandono,  che ancora oggi mi spaventa, come una vertigine. Avresti potuto fare quel che volevi di me.
Mi stringesti forte da togliermi il respiro, una mano dietro la schiena e una sulla nuca, stretta, serrata a te. Respiravi leggero e veloce e potevo sentire il tuo cuore contro il petto.
"Ti amo. Oh, Bea, Bea, ti amo."
Mi paralizzai per un attimo. Ti eri reso conto di quello che dicevi? Dell'enormità?
"Che c'è? Lo sapevi, no?"
"Dario, tu prima o dopo mi fai prendere un infarto."
"Ah, io?" Ridevi. "Mi sa che fai prima tu con me. Basta che continui così, senz'altro."
Ci siamo calmati, poco a poco, scivolando dall'eccitazione al sonno, sempre abbracciati.
Mentre il sonno mi calava lento verso il fondo,  pensavo che avrei dovuto dirtelo, che ti amavo anch'io.

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