mercoledì 19 marzo 2014

Diciassette

Non è facile ricostruire il filo logico, il percorso che abbiamo seguito da quei giochi innocenti fino all'amore plateale, schietto e carnale. A volte mi sembra ripensandoci che fossimo amanti da sempre, seppure con i diversi modi che caratterizzano ogni età; altre volte, che il contatto fisico fra noi fosse solo una misera valvola di sfogo, un modo umile e ben inadeguato per lasciar passare un poco del sentimemto enorme che ci univa e che, altrimenti, chi avrebbe schiacciati dall'interno, devastando ogni altra emozione e lasciandoci folli e farfuglianti.
Probabilmente, nessuna delle due cose si avvicina alla verità. Probabilmente,  ogni amante, amato o innamorato della storia del mondo ha provato le medesime cose, che ai miei occhi appaiono tanto uniche e rare.
In ogni caso, questo non cambierebbe un bruscolo di quello che è accaduto e che ha lasciato la sua impronta così a fondo incisa nelle nostre vite, da cambiarle per sempre.
Ci amavamo, si, ci amavamo già allora, quando agli occhi del mondo eravamo solo bambini e ai nostri stessi occhi, invece, apparivamo già grandi. Ci amavamo con tutta la forza che riuscivamo a spremere dai nostri cuori acerbi. Avremmo volentieri dato la vita l'uno per l'altra, e di questo sono certa, fin da allora. Eppure, neanche fra noi regnava l'accordo perfetto. Forse proprio per effetto di un sentimento così forte, era facile che si scatenassero gelosie, ripicche, bronci e scenate.
Se ripenso a quell'anno, non ricordo un minuto di pace.
Ci stuzzicavamo, ci rimbeccavamo a vicenda, riservavamo ognuno all'altro infinite pletore di piccoli dispetti e vendette. Eravamo sempre pronti a rinfacciarci una frase mal detta, uno sguardo, qualsiasi cosa. Qualsiasi pretesto era sufficiente a far scattare una reazione.
Sembrava una guerra dei nervi, al logoramemto, condotta sul ristrettissimo territorio delle nostre vite.
Allo stesso tempo, ci prodigavamo senza requie l'uno per l'altra. Continuavo a svolgere i tuoi compiti di italiano, storia e geografia e, verso la fime dell'anno, sapevo imitare la tua grafia in un modo abnastanza convincente da permetterti di continuare nella lettura dei tuoi amati libri di esperimenti mentre scrivevo le risposte sui tuoi quaderni.
Non c'era giorno in cui tu non venissi a svegliarmi, la mattina, e a comtrollare che avessi ricordato di mettere nello zaino tutto quello che serviva.
Non avremmo fatto la strada da o per la scuola senza aspettare l'altro, più di quanto ci saremmo mostrati nudi in pubblico. E, mentre io ti riservavo il piccolo piacere di portarti in camera uno spuntino a metà pomeriggio, tu riordinavi con pignoleria il guazzabuglio della mia stanza, quasi in continuazione.
"Ma perchè cavolo non rimetti le cose a posto dopo che le hai usate, me lo vuoi spiegare?" Chiedevi esasperato raccogliendo ora un libro abbandonato sul tappeto, ora la spazzola per capelli dal portariviste.
"E poi dovresti finire una cosa, prima di iniziarne un'altra! Guarda qua! Quanti libri stai leggendo? Dodici? Ma leggine uno alla volta, no? Se no non capisci niente!"
"Ma io capisco benissimo e lo sai!"
Scuotevi la testa sconsolato,  continuando a raccattare e riporre tutto quello che ti passava sotto gli occhi.
Spesso passavamo la notte insieme, dormendo pigiati su un fianco nel mio letto singolo o mano nella mano,  sulla schiena,  nel tuo letto enorme.

Il tuo atteggiamento da cavalier servente nei confronti di zia Sissi, intanto, continuava, portato avanti con la stessa quieta determinazione che riservavi al tuo piano di studio.
Io mantenevo la calma, reggendola con entrambe le mani, di fronte al tuo essere sempre pronto ad assecondarla ed ascoltarla, che ancora mi sembravano volermi togliere un qualcosa che era mio di diritto.
Una sera, a cena, iniziammo a farci i dispetti. In silenzio, perchè ci era stato mille volte ripetuto che non dovevamo farci sentire quando gli adulti parlavano, ti sei allungato sulla tavola, hai preso il mio bicchiere e l'hai spostato accanto al tuo piatto.
Io, che non ho mai avuto braccia lunghe come le tue, mi sono dovuta alzare per riprendermelo.
"Dove vai, Beatrice, non ci si alza da tavola senza chiedere permesso!"
"Vorrei il mio bicchiere,  zia. Ce l'ha Dario."
"Come ce l'ha Dario? E perché mai? Dario?"
"Non è vero,  mamma." Rispondesti facendoti scivolare il bicchiere sulle ginocchia.
"Insomma, smettila! Zia, ce l'ha lui, sta facendo lo stupido!"
"Ti sarà caduto! E non dare dello stupido a tuo cugino."
Colto il destro, hai fatto scivolare il bicchiere sul tappeto folto sotto la tavola. Tentavi di stare serio, ma gli angoli della bocca ti si arricciavano all'insù.
La zia ha guardato sotto il tavolo e l'ha visto a terra.
"Visto? Eccolo là. Adesso raccoglilo, da brava e poi finiamo di mangiare in pace." Ha detto con l'aria di chi mette tutto a posto.
Mi sono chinata e infilata sotto il tavolo per raccogliere quello stupido bicchiere. Era appena oltre i tuoi piedi e io, in quel momento,  ero davvero arrabbiata. Con una mano l'ho raccolto, mentre con l'altra ti ho assestato più forte che potevo un pizzicotto sulla parte interna della coscia.
L'effetto è stato spettacolare. Sei riuscito a saltare, lamentarti, scostarti dalla tavola e tuffartici sotto più velocemente di quanto io riuscissi a rialzarmi.
"Brutta scema, se ti acchiappo, vedi!"
"Ragazzi, cosa succede? Sedetevi da persone civili! "
Sono riuscita a sgusciarti dalle mani e a correre dalla parte opposta della stanza. Ridacchiavo senza riuscire a frenarmi.
Sei sbucato dalla tovaglia a quattro zampe e hai preso a rincorrermi, mentre io mi nascondevo dietro la sedia di mio padre.
"Guarda che ti prendo!"
"E cosa? Cosa pensi di farmi?"
"Insomma,  ragazzi, state esagerando!"
"Stavolta ti faccio piangere!"
"Uh, che paura, grande grosso e brutto!"
"Beatrice...che modi!"
"Parli te, scema e pure nana!"
"Dario! Ma come ti viene in mente!"
"Guarda che vengo lì!"
"E vienici!"
"Ma Lucio, dì qualcosa!"
"E lasciali, che sono ragazzi, un po' di allegria!"
"Papà! Salvami! Fermalo!"
"Ah, piccoletta, io non mi immischio!"
"Sei fregata, nana!"
"Adesso basta!" Zia Sissi si era davvero seccata. Ci afferrò entrambi, con due dita, come fosse disgustata, per il colletto e ci accompagnò fuori dalla sala.
"Filate in camera! E guai se sento fiatare!"
"Ma mamma! Non abbiamo quasi mangiato!"
"Avete mangiato abbastanza." Concluse gelida, chiudendoci in faccia la porta della sala.
Rimanemmo un attimo, fianco a fianco, di fronte alla porta chiusa. Poi l'anima maligna che alberga in me ebbe la meglio.
"Allora? Cos'è che mi volevi fare? Sono qui!"
Hai fatto un movimento improvviso in avanti e ho preso la corsa, facendo gli scalini a due a due. Sono riuacita a guadagnare il corridoio prima che mi afferrassi, schiacciandomi contro il muro, tirandomi i capelli, infilandomi le dita fra le costole.
"Basta basta! Mi arrendo!" Ho ansimato alla fine.
Con un sorriso soddisfatto, mi hai aiutata a rialzarmi. Siamo andati nella tua stanza, cercando di fare meno rumore possibile.
Appena chiusa la porta, ti sono volata addosso. Hai sempre sofferto terribilmente il solletico e ti ho sbilanciato all'indietro, facendoti cadere sul letto, prima di iniziare a torturarti.
"Chi sarebbe una nana?"
"No, basta Bea!"
"Chi sarebbe una scema?"
"Basta! Mi arrendo!"
"Eh, peccato,  a me non interessa!"
Mi hai preso le mani,  costringendomi a smettere e a sdraiarmi accanto a te. Iniziavi a irrobustirti ed eri molto più forte di me.
Rimanemmo lì per un po', i piedi posati a terra e il corpo sdraiato sul letto, a parlare di quello che ci aspettava il giorno dopo a scuola.
Poi tu ti sei alzato su un gomito, per guardarmi.
"Sei arrabbiata con me?"
"No. E tu?"
"No. Bea?"
"Eh?"
"Io ho fame. Non è che vai giù a prendere qualcosa?"
Non era certo mancanza di cavalleria questa richiesta, da parte tua. I tuoi genitori ti applicavano una disciplina molto più dura di quella che veniva usata a me da mio padre.
Quando tua madre ti aveva inviato in camera con le parole "hai mangiato abbastanza", significava che non ti sarebbe stato permesso chiedere del cibo e che, se ti avessero trovato a prenderne furtivamente in cucina, ti avrebbero punito.
Quanto a me, se avessi detto a mio padre "ho fame", lui mi avrebbe dato comunque da mangiare, qualsiasi cosa io avessi fatto. Mi avrebbe forse tolto altre cose per punirmi, ma mai il cibo. Altrettanto,  se io fossi stata trovata a prendere del cibo, nessuno si sarebbe arrabbiato.
Così sono stata io a scendere per guadagnare la cucina e sono stata sempre io a non essere affatto notata dagli adulti, forse proprio perché non tentavo di nascondermi.
Sono arrivata in cucina e ho confezionato frettolosamente quattro panini imbottiti: uno per me e tre per te.
Non volevo che mi vedessero, perchè nessuno avrebbe creduto che tutto quel cibo fosse per me e non volevo farti passare dei guai.
La porta della sala adesso era socchiusa,  come la lasciava tua madre a fine pasto, per lasciar uscire il fumo delle sigarette.
"...comunque almeno sono felice per Dario, perchè è più normale così." Mi fermai di colpo, al centro dell'atrio, sentendo il tuo nome. "Insomma, è un ragazzino tanto sensibile, ma non mi sembrava normale che fossero sempre così attaccati, a giocare assieme, sempre zitti."
Era tua madre a parlare.
"Be', vedi, anche loro litigano, come tutti i ragazzini del mondo, Sissi. Non credo che ci sia niente di anormale. Nè che ci fosse prima. Del resto, cosa c'è di male se vanno daccordo?" Mio padre.
"Ma niente, solo, per l'amor del cielo, niente di grave, ma mi faceva specie vedere mio figlio farsi comandare a bacchetta dalla cuginetta! Sai, i ragazzi poi sono sempre un po più lunghi a crescere...poverino, se lo rigirava come voleva lei!"
Una rabbia fredda mi scorreva dentro,  come acqua. Come poteva parlare così di me a mio padre? Come poteva dire questo di me, su Dario?
"Pensa che a volte ho anche pensato che fosse bene allontanarli un pochino. Sai, per aiutarli a fare amicizie! Per il loro bene,  è ovvio."
"Sissi, mi sembra eccessivo. Quando saranno pronti, faranno le loro esperienze."
"Eh, ma così non imparano mica a stare con gli altri. Le competenze sociali sono importanti,  sai?"
Ero piena, fino all'ultima goccia, di furia. Era fredda, come il ghiaccio, e liquida. Salii le scale con gambe insensibili e ti portai il piatto.
"Vado in camera mia. Ci vediamo dopo."
"Bea? Che succede?"
Mi hai chiesto masticando. Ho attraversato il corridoio e sono entrata nella mia camera, oltre la porta di tramezzo. Ho chiuso la porta pian piano, senza fare rumore. E sono esplosa.
Ho iniziato a scaraventare a terra tutto quello che si trovava sugli scaffali, a bracciate, senza guardare. Sentivo cose spezzarsi sul pavimento, libri separarsi dalle copertine di cartone, ma non bastava.  Avevo bisogno di rompere, strappare, avevo bisogno di qualcosa che facesse un bel rumore soddisfacente di devastazione.
Ho staccato un quadro dal muro e l'ho lanciato sulla parete opposta. Il vetro è andato in mille pezzi. Meglio. Ma non ancora abbastanza.
"Bea? Cosa cavolo?"
"Chiudi la porta per favore." La voce mi usciva stranamente piatta, assolutamente calma.
Ho iniziato a lanciare al muro le mie boccette di profumo. Ne avevo un sacco, piccoli campioni che collezionavo. Si infransero in sequenza, con piccoli suoni acuti, e la stanza si saturò di odori.
"Bea, basta!"
"No."
Afferrai da terra un libro. Scagliandolo contro lo specchio. Non accadde niente e questo mi mandò in bestia.
"Piantala, insomma,  cosa fai?"
Mi hai preso le braccia, sotto i gomiti.
"Lasciami. Lasciami o ti lancio anche a te."
"Ma cosa succede?"
"Li ho sentiti parlare." Liberai le braccia e iniziai a colpire il letto con uno dei miei vecchi pupazzi. "E lei ha detto che non è normale che ci vogliamo bene." Continuavo a colpire, con la forza della schiena, sempre più arrabbiata. "Che. Vuole. Dividerci."
"Lei chi?"
"Lo. Sapevo. Che. Ti vuole. Tutto.  Per. Lei."
"Lei chi?"
"E tu! Tu che continui a starle dietro! Oddio!"
"Bea?"
"Tua madre, pezzo di scemo! Tua madre! L'ho sentita dire a mio papà che bisognerebbe dividerci. Per il nostro bene.  Perché io, sta a sentire,  io mi ti giro come voglio. Ti piace? Sei daccordo? E tu passi anche il tempo con quella lì!"
Ero a un centimetro da te, scompigliata, nel mezzo di una stanza che ormai rifletteva a pieno il mio stato d'animo. Tu non parlavi. Non rispondevi.
"Lei ti vuole tutto per lei! Non mi vuole a me, in mezzo ai piedi! E ha parlato così di me a mio padre! E a te? Cosa ti dice a te? Eh? Cosa?"
"Bea...niente. "
"E io mi fidavo! Di lei! E invece lei non mi vuole! E tu vuoi lei e non me. E lei vuole solo te e me no. E io resto senza nessuno."
"Bea, la mia mamma ti vuole bene."
"No. L'ho sentita." Ormai ero calma, come svuotata. Mi sentivo spezzata in due. La zia non mi voleva bene. E non voleva che io stessi con Dario. E papà era sempre via. E io sarei rimasta sola.
Dei passi nel corridoio. I grandi erano saliti. I nostri padri parlavano fra loro.
"Mamma!"
"Cosa fai?"
"Mamma, vieni qui?"
"Cosa? Oddio, Beatrice,  cosa è successo qui?"
Ti sei leccato le labbra. Non sapevi cosa dire, cosa fare. Da una parte, io, in uno scenario apocalittico, che non ti guardavo nemmeno in faccia, arrabbiata col mondo intero.  Dall'altra, tua madre, senza un capello fuori posto,  che ci fissava costernata dalla soglia.
"Mamma, diglielo a Bea che le vuoi bene."
"Ma certo che le voglio bene. È naturale che ti voglio bene,  Beatrice!"
"Vi ha sentiti parlare di sotto. Ha sentito che dicevi che vorresti dividerci. Ha sentito che dicevi cose brutte di lei."
Ti fissai, inorridita. Quello che dicevo a te era destinato a te soltanto. E tu avevi appena sbrodolato tutto a lei. Non potevo credere che tu avessi compiuto un atto tanto stupido.
"Amore! No, povera piccola! Cos'avrai pensato della tua zietta?"
Attraversò il caos a piccoli passi eleganti e, con mia sorpresa, mi abbracciò. Fu un abbraccio vero, da mamma. Non ricordavo di essere mai stata abbracciata così prima. Fu splendido e mi sciolsi, raccontandole in un unico monologo confuso tutto quello che avevo pensato, provato e immaginato.
Lei mi teneva stretta,  incoraggiandomi con piccoli versi compassionevoli.
Tu hai guardato per un attimo la scena, sconcertato, prima di guadagnare silenziosamente la porta e scappare in corridoio.
"Papà,  posso stare con voi?" Ti sentii chiedere da lontano.


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