giovedì 27 marzo 2014

Ventitre

Ci sono giorni in cui, più del solito, sento la tua mancanza o, meglio, la tua vicinanza. Mi sembra di averti accanto, forse nell'altra stanza, seduto a terra con la schiena apppggiata al muro, come eri solito fare da ragazzo, con le lunghe gambe raccolte a fare da appoggio al libro del momento.
Oppure mi sembra di sentire il tuo odore, quell'odore buono di amido e succo di mele che pareva uscirti dai pori della pelle.
Mi sento inquieta, in quei momenti,  e mi domando se succeda anche a te, ovunque ti trovi, se mi stia capitando, magari, proprio perché mi pensi forte.
Il cielo è grigio e piove da giorni. Mi trascino da casa al lavoro e dal lavoro a casa, calpestando l'acciottolato e attraversando piazze che non vedo veramente. Forse dovrei tentare di nuovo di vedere qualcuno, qualcuno che possa riempire il vuoto che hai lasciato, qualcuno che sia vivo, presente, che io possa toccare qui ed ora, ma so, per esperienza, che non servirebbe a niente. Ci sono stati altri uomini, si, ci sono stati, in questi anni. Come avrebbero potuto non esserci? Eppure ognuno di loro si è spezzato, come una falsa lama, una volta provato alla pietra del tuo paragone. Il buco che mi hai lasciato nell'anima ha la tua forma perfetta e nessun altro ci si può adattare.
Per questo lascio perdere, almeno fino a che la solitudine e il desiderio non prevarranno,  per qualche tempo, spingendomi per caso accanto ad un altra ombra maschile, che di nuovo svanirà arrivando troppo vicina alla luce del tuo ricordo.
Per ora, mi accontento di cancellare il presente freddo e piovoso, ritornando all'estate in cui abbiamo compiuto tredici anni.

Dopo quello che era accaduto al parco, ti facesti ancor più ombroso. I contatti con gli altri ragazzi della nostra classe, già scarsi e difficili, vennero definitivamente troncati. Ti rifiutavi perfino di rivolgere loro la parola, liquidandoli con uno sguardo di glaciale disprezzo quando si azzardavano a cercare la conversazione.
Io sola ero ammessa alle tue confidenze e a me sola era concesso di parlarti da pari a pari. Gli insegnanti non impiegarono molto tempo a notare il cambiamento e uno di loro, un ometto gentile che ci insegnava storia, tentò di parlare con te, credo con l'intenzione di esserti di aiuto.
Ti chiese un giorno di restare, dopo il suono della campanella, mentre tutti sciamavano veso l'uscita.
Come un sol uomo, ci fermammo entrambi, volgendoci con identico movimento verso la cattedra.
Come dovevamo apparire strani, agli occhi degli altri, quasi alieni, coi nostri vestiti da grandi occasioni, sempre taciturni, sempre intenti a confabulare fra noi soli, coordinati perfino nel passo.
Quel giorno tu indossavi una camicia azzurra,  dal colletto perfettamente inamidato, ben rincalzata nella cintura di pantaloni cachi con la piega. La tua unica concessione al caldo di maggio erano le maniche corte, che ti scoprivano gli avambracci.
"No, Dario" disse il professore con voce gentile "vorrei parlare solo con te."
Ci scambiamo uno sguardo. Eravamo in grado di dirci molte cose senza aprire bocca. Lui dovette avvertire la comunicazione che passava fra noi, perchè ne attese con calma gli esiti, senza interrompere.
Mi congedasti con un breve cenno affermativo del capo, dopo il quale uscii dalla classe e mi posi ad aspettare sulla soglia, le spalle ostentatamente rivolte a voi, piantonando il corridoio semivuoto.
Il professore evidentemente comprese che non avrebbe ottenuto di meglio e, con un profondo sospiro, ti chiese:
"Vuoi fare due chiacchiere con me, Dario?"
"Come vuole, professore. Solo non vorrei tardare per il pranzo. Sa, i miei si preoccupano."
"Certo, certo, vedrai, ce la sbrigheremo in tempo. C'è qualcosa che volevo domandarti."
"Ho fatto qualcosa di male?"
"No, no, assolutamente. Mi chiedevo, solo, se tu hai degli amici. Così, per mia curiosità. Se vuoi assecondare un vecchio..." sentivo il sorriso nella sua voce. Stava proprio facendo il possibile per metterti a tuo agio. Avrebbe potuto risparmiarsi il disturbo, però.  Non ti saresti sbottonato con lui più di quanto ti saresti messo a ballare sui banchi.
"Si. Io e Beatrice siamo molto amici." Hai risposto lentamente, con il tono che si riserva a qualcuno di molto stupido. Era già molto che non mi avessi indicata.
"Dico altri ragazzi della tua età,  sai, amici con cui uscire, insieme a cui...fare le cose."
"Che tipo di cose?"
"Oh, non so, fare un giro, giocare a pallone, ridere insieme...amici."
"Gliel'ho detto. Io e Beatrice siamo amici. Queste cose le faccio con lei."
"E solo con lei? Nessun altro?"
"Dovrebbe esserci qualcun altro? C'è una specie di regola?" Iniziavi ad irritarti e il tono della tua voce si faceva sempre più sprezzante e sarcastico. Cominciai a stritolare la copertina di cartone del quaderno che tenevo in mano. Ti inviavo messaggi telepatici: controllati, controllati, controllati.
"No. Nessuna regola." Con mio profondo sollievo, la voce del professore non suonava affatto arrabbiata.  "Pensavo solo che magari potrebbe piacervi, a tutti e due, avere altri amici con cui stare."
"Bene. La ringrazio di averci partecipato della sua opinione." Quella era di tuo padre. "Posso andare ora?"
"Certamente." Sospirò lui.
Ti sentii muoverti e mi girai verso di te, felice che tutto fosse finito bene. Il professore si stava alzando, riponendo nella sua cartella di cuoio le carte sparpagliate sulla cattedra. A sorpresa,  alzò gli occhi verso di me, con un mezzo sorriso.
"E tu che ne pensi, Beatrice, di quello che ci siamo detti?" Trattenni il respiro, cercando i tuoi occhi. Cosa avrei dovuto fare? Negare di aver sentito? Non ci avrebbe mai creduto. Parlargli apertamente? Ti avrebbe messo in cattiva luce, dopo la tua totale chiusura.
"Guarda me, non lui. Sono io che ti ho fatto una domanda, non lui." La sua voce era ancora gentile, per nulla severa. Sul suo viso leggevo solo un'onesta curiosità nei nostri confronti e, forse, un'ombra di compassione. Dora mi aveva raccolto i capelli in una treccia, quella mattina, una lunga treccia che mi ricadeva sulla spalla, arrivando sotto la clavicola. Iniziai a tormentarla con la mano libera, riflettendo furiosamente sulla risposta più opportuna. Lui restava in silenzio, aspettando paziente.
"Prof" dissi alla fine "a me basta Dario e a Dario basto io. Noi siamo felici così. Cosa c'è di male?"
Mi fissò negli occhi per un attimo, come cercando qualcosa.
"Gli vuoi molto bene, vero?"
Voltasti la testa verso di lui, le narici che si dilatavano, gli occhi ridotti a due pezzi di grigio metallo, il mento che sporgeva leggermente verso l'alto. Non ti diedi il tempo di metterti nei guai.
"Si. Io voglio molto bene a lui, alla sua mamma e al suo papà.  E lui vuole molto bene a me e al mio papà. Ci vogliamo tutti molto bene. Siamo fortunati. "
Lui fece un piccolo sorriso, come di chi riconosca una buona mossa avversaria e, grazie al cielo, ci congedò.
Sulla via del ritorno, fumavi di rabbia e non smettesti per un attimo di borbottare un lungo monologo su quanto fosse stato indiscreto quell'interrogatorio,  quanto ficcanaso fosse quell'uomo, cosa gli avresti volentieri risposto se solo non fosse stato nella condizione di rovinare i tuoi voti di fine anno e su quale disgrazia fosse, per la società in genere, la mania dilagante di credersi esperti di psicologia da parte di personale non specializzato.
"Ti hanno messo lì a insegnare storia? E insegna storia, per la miseria! Che cosa vai a mettere il naso nelle cose che non ti riguardano? Capirei se avessi fatto qualcosa di male, ma no! E allora cosa vuoi?"
Ad essere sinceri, quel tuo sfogo gesticolante, condito dalle migliori citazioni del lessico di tuo padre, che includeva espressioni alquanto pittoresche accanto ad altre terribilmente signorili, quasi caricaturali, mi faceva ridere. Tentai dapprima di trattenermi,  ma poi, fulminata da un "difficoltà di gestire la frustrazione delle sue ambizioni di samaritano", mi fermai,  le mani posate sulle cosce, dando libero sfogo ad una salva di risate che sembrava non esaurirsi mai.
Ti fermasti anche tu, qualche passo avanti, girato a mezzo per guardarmi con aria perplessa.
"Ma almeno lo sai che cosa stai dicendo?" Ti chiesi, con le lacrime che mi spuntavano agli angoli degli occhi.
"Be', si...il senso generale lo so." Mi rispondesti, iniziando a sorridere. "Oh, fatto sta che mi ha proprio rotto le scatole e deve starmi lontano!"
"Bravo! Ottima capacità di sintesi!" Ho ululato, scoppiando a ridere di nuovo.
Ti contagiai e iniziasti a ridacchiare anche tu, pur guardandomi stranito di tanto in tanto.
"Ma cos'ho detto di strano?" Hai chiesto ad un certo punto.
"No, tu non puoi capire! Gli hai detto 'grazie di averci partecipato la sua opinione'! Ma renditi conto! Con quella faccia..."
"Perchè,  ho sbagliato? Non vuol dire 'adesso hai detto la tua, chiudi la bocca'?"
Arrivammo in cucina ridendo ancora a sprazzi, senza più bisogno di ricordarci le parti salienti del discorso: ci era sufficiente guardarci in faccia.
Durante il pranzo, di tanto in tanto alzavo gli occhi dal piatto e ti guardavo tirando il viso ad una maschera di dignitosa indifferenza.
"Grazie di avermi partecipato del cestino del pane."
E poi tu, fingendo un gentile stupore:
"Bea, non vuoi un bicchiere in più? Sai, così stanno vicini, fanno cose insieme, diventano amici!"
Alla fine tua madre, che ci guardava con cortese stupore, ci mandò di sopra a studiare, dicendo che le sembravamo due matti.

L'ondata di buonumore che ci aveva preso si spense lentamente memtre svolgevamo i compiti. Stavi ricopiando le risposte alle domande di italiano e io ero impegnata a decifrare i passaggi di un esercizio di matematica quando,  senza alzare la testa dal tuo lavoro, mi hai detto:
"Secondo te, sul serio, cosa voleva da noi quello lì?"
Ho riflettuto un attimo. Non era facile trovare una risposta alla tua, peraltro sensata, domanda.
"Può essere che gli facciamo pena? Che ci veda come due emargimati, talmente soli da aver bisogno di aiuto per fare amicizie?"
"Può essere.  Speriamo."
"Come speriamo?"
"Speriamo, perchè altrimenti vuol dire che pensa che abbiamo qualcosa che non va. E uno così,  se lo pensa è capacissimo di dirlo ai nostri genitori."
"E allora..."
"E allora addio pace!" Hai sbuffato lasciando cadere la penna. "Ci staranno sempre attaccati."
"No, cavoli, sarebbe una bella rogna."
"Eh, si." Hai risposto alzandoti e venendo a sederti vicino a me, sul tappeto. "E poi addio anche a questo..." hai continuato, posandomi un bacio caldo sulla spalla, lasciata scoperta dal vestito.
Passavamo quasi tutto il nostro tempo così,  nelle ultime settimane, senza riuscire a smettere di accarezzarci, baciarci, abbracciarci,  in continuazione.
Stavamo scoprendo molte cose l'uno dell'altra e di noi stessi, anche se non osavamo ancora quanto il nostro desiderio ci avrebbe spinto a fare.
Ogni volta che mi toccavi, sentivo un'onda di calore invadermi sottopelle, partendo dallo stomaco, e le gambe mi si facevano molli. Desideravo stringerti ancora, come quella notte di marzo, desideravo sentire la tua voce strozzata implorare di fermarmi.
Avrei voluto morderti, stringerti, riempirmi di te le mani e la bocca, sentire ovunque la tua pelle, sentirti respirare nei miei capelli.
Ma era ancora troppo indefinito, il mio desiderio, una forma appena sbozzata che mi faceva tremare al contatto con le palme calde e secche delle tue mani, senza trovare sfogo.
Quanto a te, spesso mi stringevi così forte da mozzarmi il respiro, rosso sul viso, sul collo e fin sul petto, le pupille grandi che lasciavano appena un anello di azzurro attorno, liquido e pieno di visioni che a me erano negate. Mi cercavi, le mie mani, il sapore della mia pelle, i miei baci, mi arrivavi addosso come un turbine vellutato, per poi ritrarti, sempre tu, col respiro leggero e veloce e sdraiarti a terra, col braccio sugli occhi.
Fu così anche quel giorno e memtre ti guardavo steso, indifeso, occupato a riordinare te stesso per me, seppi nel mio cuore che ti volevo, ti volevo come la terra vuole la pioggia, come la marea vuole la luna.
Non era semplice desiderio.
Volevo te, ogni briciola e bruscolo di te, della tua anima, del tuo pensiero, del tuo corpo e, si, perfino della parte peggiore di te.
"Dario?"
"Cosa?"
"Anche io ti amo." Non te l'avevo mai detto. Ti sei alzato su un gomito per guardarmi, senza sorridere, serio.
"Davvero?"
"Davvero. Solo te, tutto te. Ti amo e ti voglio solo per me. Tutto per me. Per sempre."
"Si. Per sempre. È una cosa seria."
"Sono serissima. Tu sei mio."
"Si. Lo sono. E tu, mia."
"Si. Tu ci credi che finché sono viva sono tua?"
Annuisti senza distogliere gli occhi dai miei, sempre serio.
"Bea, anche io. Finché respiro, sono solo tuo."

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