Ci allontanammo da quell'uomo, da quel luogo, prendendo il piccolo sentiero che costeggiava le case del paese, sempre più base e isolate, man mano che ci avvicinavamo alla strada di casa.
Scottavi, sotto la tua camicia bianca, come se fossi arso di febbre. Camminavi in silenzio, la testa bassa, senza guardarmi negli occhi. Mettevi pietà a guardarti, con un'impronta rossa, nitida, di mano su un lato del viso e una macchia in alto, sullo zigomo, dal lato opposto, dove ti abeba colpito col rovescio della mano. Tremavi appena, sotto la mia mano, come un motorr al minimo e non potevi guardarmi negli occhi. Mi stillavo il cervello in cerca di qualcosa da dirti, qualunque cosa, purché potesse strapparti a quella profonda angoscia in cui eri precipitato.
Svoltammo a sinistra, imboccando l'ampia strada fiancheggiata dalle siepi, su cui si apriva il cancello di casa. Qui e là un albero coperto di tenere gemme si slanciava verso l'alto, come una fiamma contro il cielo. Gli insetti iniziavano le loro faccende di primavera e di tanto in tanto il richiamo aspro di una gazza pioveva da lontano, rompendo il cinguettio dei passeri.
Più la scena mi mostrava particolari di quiete e di bellezza, più sentivo cresceee la rabbia e lo sdegno. Com'era possibile che una cosa così schifosa, così ingiusta fosse accaduta senza che nulla attorno a noi cambiasse, fosse anche di poco? Come poteva essere tutto così normale, così sereno, quando tu stavi tanto male da non poter neanche parlare?
Ti passavo la mano sulla schiena, camminando, su e giù, in ampie carezze, tentando di darti conforto.
Ti avrei dato il cuore, il sangue, se fosse servito a qualcosa.
Ad un certo punto ti sei reso conto di dove eravamo.
Fin lì avevi camminato come in sogno, lasciandoti condurre da me, attaccato al mio fianco, con lo sguardo fisso a terra e la testa tanto bassa da sfiorarti il petto col mento.
Quando hai viato il cancello di casa, in fondo alla strada, hai pumtato i piedi a tera, fermandoti, raddrizzando la testa e chiudendo insieme le spalle, in un gesto di rifiuto e difesa.
"No, non ci voglio andare a casa!"
"Dai, su, cosa vuol dire che non vuoi andarci? Dove possiamo andare, noi? Non c'è un altro posto dove andare. Hai bisogno di riposarti un pochino."
"No, ti prego, no, non mi ci portare."
Ti guardai in faccia, storcendo la testa per riuscirci, dato che avevi ribbassato la tua. La tua voce aveva assunto un tono piagnucoloso, quasi un uggiolio, che non gli avevo mai sentito. Il tuo viso, a chiare lettere, gridava la tua paura.
"Dario, dove vuoi andare?"
"Non lo so. Per piacere. Via."
"Ascolta, ascoltami um attimo, per favore." Mi misi di fronte a te e ti presi le mani nelle mie, con tutta la dolcezza di cui ero capace. "Non vuoi andare a casa davvero o non vuoi vedere nessuno? Perché io ci riesco a entrare senza che ci vedano, sai?"
Hai alzato appena gli occhi, incerto.
"Davvero?"
"Fidati."
"Ma come fai?"
"Vedrai. Fidati."
Mio padre una volta, parlando con zio Lucio, aveva detto chiaramente che per chiunque sarebbe stato facile penetrare non visto in casa, passando dalla rimessa, che si allungava sul fianco della casa, protetta solo dalla siepe. Ricordavo quella discussione, avvenuta un paio d'anni prima, perchè aveva dato origine ad una scaramuccia con il vicino, che non vedeva ragione di mettere una rete metallica. Ricordavo, perfino, che era stata una delle poche volte in cui lo zio aveva dovuto darsi per vinto, di fronte al cocciuto rifiuto del vicino, da una parte, di convertirsi a norme di sicurezza tanto dispendiose e della zia, dall'altra, che aveva rifiutato di avere sotto gli occhi lo spettacolo di una rete o cancellata, nella nostra proprietà, reclamando il suo diritto a "vedere un po'di natura", nelle sembianze, suppongo, della vecchia siepe di lauro.
In quel momento benedissi la tirchiaggine del vicino e il bisogno di natura della zia, avviandomi, con te al seguito, con passo deciso verso il giardino accanto al nostro.
"Ma non si può qui. E se ci vedono?"
"Li salutiamo. Ci conoscono."
Ostentavo una sicurezza che non provavo, per indurti a camminare. Dovevo portarti a casa. Solo quel pensiero mi spingeva ad andare avanti a testa alta e passi lunghi, ignorando i dubbi che mi affollavano la testa. Non sapevo se la porta della rimessa fosse aperta. Non sapevo se sarei riuscita a penetrare la siepe. Non sapevo se, in effetti, qualcuno ci avrebbe notato, così, in pieno giorno. Non lo sapevo e non importava. Tu tremavi, tu avevi grandi occhi spaventati, con solo um nruscolo di pupilla che affogava disperato nel mezzo dell'azzurro trasparente dell'iride e io ti avrei portato al sicuro.
Calcolando ad occhio la posizione, mi avvicinai alla siepe. Non sembrava troppo compatta e ci entrai dentro spimgendo il corpo di lato. Migliaia di rametti appuntiti mi opposero attiva resistenza, affondando nel collo e nei polpacci nudi. Ignorando il fastidio, puntai i piedi e spinsi all'indietro, creando un varco per te.
"Passa, sbrigati."
La saracinesca della rimessa era aperta e questo fu un colpo di fortuna, unico e rilucente in quella giornata che di sfortuna era fin troppo piena.
Rimaneva da vedere se sarebbe stata altrettanto gentile con noi la porta che dalla rimessa dava nella casa.
Tentai la maniglia. Non accadde nulla. Tu rimanevi al mio fianco, in silenzio, come una grossa bambola di pezza. Non poteva essere chiusa. Non poteva fregarmi cosi, una stupida porta di legno, con tutto il bisogno che avevo di entrare.
Abbassai di nuovo la maniglia, appoggiai la spalla al battenta e feci forza con tutto il peso. Sentii cedere. La stupida porta era incastrata, resa gonfia dall'umidità della primavera.
"Aiutami."
Mi rispondesti con un cenno interrogativo.
"Spingi, dai!"
Con aria quasi casuale posasti una mano sul legno e spingesti. La porta si spalancò, proiettandomi all'interno. Ti ripresi per mano e, finalmente, ti portai dentro, al sicuro. Ti portai nella mia stanza, ti sdraiai sul letto e, inginocchiata accanto a te, ti accarezzai i capelli, le braccia, le mandi, sussurrandoti parole sciocche, dicendoti che sarebbe andato tutto bene, chiedendoti di chiudere gli occhi.
Alla fine, li chiudesti davvero e rimanesti così, abbandonato, sul mio letto.
I segni rossi sul tuo viso si andavano finalmente attenuando e il tuo respiro, pian piano, divenne più regolare.
Quando ti vidi addormentato, mi alzai e presi ad andare su e giù per la stanza, senza poter trovare altro modo per dare sfogo a quel che provavo.
Ero arrabbiata, certo, ma anche spaventata dalla tua reazione. Avrei volito cercare immediatamente l'aiuto dei nostri genitori, certa che quel pazzo che aveva osato alzare la mano su di te si sarenne presto trovato a sopportare il peso di tutta l'influenza e l'importanza di tuo padre, sotto forma di persecuzione legale. Nella mia mente di ragazzina, era certo che l'avrebbero trascinato via in manette, se uma cosa del gemere si fosse risaputa, per gettarlo nel più profondo dei carceri.
Quello avrei voluto vedere, il peso del nome che porti schiacciare chi aveva osato ferirti.
Certamente, col senno di poi, questo non sarebbe accaduto, ma ho ancora la convinzione che tuo padre, se lo fosse venuto a sapere, avrebbe procurato a quel giovanotto più guai di quanto ci si sarebbe potuto ragionevolmente aspettare.
Ero decisa a cercare per te una vendetta che tu non sembravi volere.
Alla fine, mi risolsi a lasciarti solo un momento, per cercare qualcuno cui raccontare l'accaduto.
"Dove vai?"
"Mi hai fatto paura. Sei sveglio, non mi ero accorta. "
"Da un po'."
"Come stai?"
"Male."
"Ti fa ancora male?"
"Qui no." Mi hai risposto toccandoti il viso "qui, parecchio." E ti sei toccato la tempia. "Mi fa male. Che tu mi abbia visto così. Adesso penserai che sono..."
"Che sei che cosa? È lui un criminale, a picchiarti così. Ma la paga."
"E come?"
"Devi dirlo a tuo padre."
"No. Non pensarci proprio." Era un tono definitivo, ma non mi sono arresa.
"Dario, devi! Non può fare una cosa così e non pagare per quel che ha fatto."
"No."
"Si, invece. Se non glielo dici tu glielo dico io."
"No, tu stai ferma e zitta, e se io dico di no è no."
"Mi sai dare un buon motivo? Uno solo?"
"Primo: spiavo una coppietta. E se a mio padre non gliene frega niente, lo sai che mia mamma poi me la fa pagare a me. Secondo: mi sono fatto difendere da una ragazza. E se a mia mamma nom gliene frega niemte, mio padre me la fa pagare e lo sai. Terzo. Mi vergono e vorrei che non lo sapesse nessuno. È abbastanza?"
"Si. Mi sa di si. Ma non è giusto quel che ha fatto. E tu non devi vergongnarti di niente. È lui che si deve vergognare. Cioè, andare a fare le cosacce al parco e poi picchiare uno più piccolo. Bella forza."
"Sai, non mi piace essere quello più piccolo. Ma con la botta che gli hai dato mi sa che alle...com'è che le hai chiamate?"
"Cosacce" ho ripetuto arrossendo.
"Eh. Alle cosacce non ci pensa più per un po'. Comunque, vedi, Bea, sono fottuto se lo sanno i miei. Uno o l'altro. Il finale è lo stesso."
Il mio rossore diventò furioso. Avevi pronunciato una parola che io mai avrei osato usare.
Mi guardasti, accennando ad un mezzo sorriso per la mia espressione.
"Davvero non ho smesso di essere il tuo eroe? Anche se mi hai visto così? "
"Giuro."
"E non lo dici a nessuno?"
"Giuro. Ce l'hai con me perché sono una ragazza e ti ho difeso?"
"Ma tu non sei una ragazza, no? Sei la mia ragazza. Vero?"
Era la prima volta che pronunciavamo ad alta voce quelle parole. Sentii lo stomaco cadere in basso, come per aver saltato un gradino.
"Si."
"Bea?"
"Si?"
"Ho fame. Stai andando di sotto, tu?"
Nessun commento:
Posta un commento