In qualche modo l'estate passò. Si può pensare che avessimo mille cose da raccontarci dopo essere stati separati per la prima volta, ma a nessuno dei due andava molto di parlarne.
Evitavamo quell'argomento come fosse qualcosa di scabroso, da dimenticare il più presto possibile.
Solo, ti vedevo pensieroso. A volte, nel bel mezzo di un silenzio, prendevi fiato come per dire qualcosa ma, appena mi voltavo, distoglievi il viso rimanendo in silenzio. Non era da te, questo genere di comportamento. Mi avevi sempre detto tutto quello che ti passava per la testa nel momento esatto in cui lo pensavi e i tuoi silenzi mi lasciavano un po' stranita. Comunque, sapendo che prima o poi ti saresti spiegato, non ti assillavo con domande. Cercavo solo di mostrarmi di umore tranquillo, in modo che tu potessi parlarmi quando lo volevi.
Nel frattempo, avevo i miei bei problemi da affrontare. Al mare avevo abbandonato i vestitini colorati e i prendisole svolazzanti scelti da zia Sissi in favore di pantaloncini corti e ampie magliette di cotone da uomo, scelta che mio padre aveva trovato esilarante. In effetti, a ben pensarci, con quelle enormi maglie squadrate che mi arrivavano a mezza coscia e i pantaloncini che sbucavano appena, dovevo sembrare più un'orfana di guerra che la "aggraziata signorina" a cui tendeva tua madre.
Il fatto è che iniziava a spuntare della roba dappertutto. Nel giro di pochi mesi, un accenno di seno e di fianchi aveva iniziato a fare capolino, rendendomi folle di imbarazzo. I miei vestiti erano molto belli, ma sembravano fatti apposta per stringere nei punti sbagliati, mettendo ancor più in evidenza quello che io avrei voluto con tutto il cuore nascondere.
Quando arrivò il momento di mettere insieme i vestiti per la scuola, ai primi di settembre, crollai miseramente. Non avevo proprio idea di cosa indossare, di cosa mi aveebbe coperta meglio. Non volevo che gli altri si accorgessero di quello che stava succedendo. Scelsi una selezione di maglioncini sformati e di gonne enormi, pregando che zia Sissi non li controllasse prima di mandarli a lavare e stirare.
Mi sentivo stranamente restia a parlare con lei di questo argomento, così passai gram parte dell'autunno a nascondermi dentro quei vestiti informi e scuri, che non mi dovevano donare un granché.
Finalmente, nella nuova scuola, eravamo in classe assieme. Scegliemmo senza esitare due posti vicini, a metà dell'aula e ci accordammo di evitare, in ogni caso, di dare scuse agli insegnanti per separarci.
La nostra linea di condotta era semplice: non dar corso a nessuna provocazione, nemmeno la più feroce. Ci saremmo difesi solo in caso di scontro fisico.
Per fortuna la maggior parte dei nostri compagni veniva dalla vecchia scuola e aveva ben chiaro che attaccare briga con noi poteva essere una brutta idea. Continuavamo ad avere fama di strani, per via del nostro modo di vestirci e del nostro stare sempre fra noi e di arroganti, per via dei nostri genitori, quindi avevano talmente tante scuse per evitarci che non riusciva difficile, né a loro né a noi, vivere gli uni accanto agli altri ignorandoci a vicenda, per quanto possibile.
Perfezionammo il nostro codice di comunicazione fino a poterci dire le cose più imbarazzanti in piena classe. Ci scegliemmo perfino dei nomi con cui riferirci l'uno all'altra, scegliendoli dai nostri libri preferiti. Tu eri Janez, come l'amico di Sandokan "Perché Sandokan è coraggiosissimo ma non ha mica testa" , dicevi tu.
A casa, anche lì, molte cose erano cambiate.
Iniziammo dopo le famose vacanze a farci il bagno da soli e con la porta chiusa. Era difficile spiegare a cosa fosse dovuto, ma un nuovo pudore si stava insinuando fra noi. Non entravo più a finirti di raccontare le ultime cose mentre ti infilavi il pigiama, né tu lo facevi con me.
Gesti che una volta sembravano perfettamemte normali, come quello di abbracciarci stretti, incollati l'uno all'altra, si diradarono fin quasi a sparire nel giro di poco tempo. Anche le visite notturne alla mia stanza si diradarono alquanto.
Giocavamo ancora fra noi e molto.
Recitavamo sempre le scene dai nostri libri del momento e poi avevamo iniziato a conoscere gli scacchi, in cui tu eccellevi, e il domino.
Mentre i pomeriggi diventavano sempre più freddi e più bui, l'unico contatto fisico che continuava immutato era costituito dalla nostra posizione favorita per leggere e ripassare. Presi l'abitudine a passarti le dita fra i capelli, quando eravamo così, perché amavo la sensazione incredibile che davano, così lisci e sottili come erano. È capitato molte volte che, sorpresa per l'improvviso cessare della tua voce, abbassasi lo sguardo e ti trovassi addormentato di schianto, sotto tutte quelle carezze.
Provavo per te un affetto, o forse dovrei dire un amore, quieto e costante, come le radici di un albero, che sono fonde, sotto terra, quanto è alto il fusto. Conoscevo ogni tuo gesto, ogni espressione del tuo viso quamto le mie e mi appariva naturale, ovvia, l'idea di trascorrere tutta la mia vita con te. Non esisteva niente altro, ai miei occhi. Se qualcuno mi avesse mai detto che ti avrei fatto coscientemente del male, l'avrei preso per matto.
Una sera di novembre sono entrata nel bagno del terzo piano, quello che era ormai il nostro bagno, per recuperare le mie cose, un paio di fermacapelli e qualche altra carabattola, mentre tu ti riempivi la vasca.
Passandoti accanto, ti ho dato una tirata scherzosa ai capelli e tu, per tutta risposta, mi hai fatto solletico al fianco.
Ci piaceva scherzare insieme, come c'era sempre piaciuto e, dopo poco, ci stavamo inseguendo su e giù per la stanza, mentre ridevamo e escogitavamo qualche dispetto da fare all'altro.
Ti ho bloccato nell'angolo fra la vasca e il muro, le braccia aperte per impedirti la fuga, con l'intento di fare qualcosa di stupido, di giocare con fte. Preso dal momento, ti se voltato verso la vasca che continuava a riempirsi e, estraendo il doccino, mi hai bagnata da capo a piedi con un fiotto di acqua tiepida. Non era certo la prima volta che mi facevi uno scherzo del genere e non me la sarei presa, se tu, in quel momento, non avessi sbottato
"Ma per la miseria, hai le tette!"
Indossavo una vecchia camicetta bianca che, incollata dall'acqua al mio corpo, disegnava in modo fin troppo esplicito ciò che avevo cercato di nascondere con tanto impegno negli ultimi mesi. Una vampa di calore mi è salita al viso. Mi sentivo umiliata e arrabbiata, avrei voluto sparire dalla faccia del mondo.
Memtre tentavo di ricoprirmi e, contemporaneamente, di trovare qualcosa di caustico da dirti, ti è scappata una risatina sciocca, che hai tentato di frenare schiacciandoti le mani sulla bocca.
A quel punto, qualcosa dentro di me esplose.
Senza rendermi del tutto conto di come facessi, ti assestai un pugno in pieno viso, con tutta la forza del corpo, tanto che per due giorni avrei avuto male alla spalla.
Cadesti all'indietro, sollevando un alto spruzzo, nella vasca piena per metà.
Un attimo solo di silenzio, poi capii cosa avevo combinato.
"Zia! Zia vieni qui subito! Zia! Aiuto!"
Ti stavi rialzando, col sangue che ti scendeva sulla bocca dal naso e gli occhi come due pozze di profonda incomprensione.
"Mi hai picchiato."
"Diomio, Dario, scusa, scusa Dario, zia! Zia!"
"Mi hai fatto male."
La cosa peggiore era il tuo sguardo. Eri ferito, confuso dal mio comportamento. Ti avevo fatto del male e questo mai, mai te lo saresti aspettato da me.
Mi guardavi fisso, visione surreale con i piedi a mollo nell'acqua calda e la faccia pesta, senza un'accusa, semza rabbia, pieno solo di dolore. Avrei preferito mille volte che tu mi picchiassi a tua volta.
Finalmente sentii i passi di tua madre in corridoio e, lo ammetto, scappai. Aprii la porta del bagno e, attraversando la porta fra le due case, mi rifugiai nella mia stanza.
Mi sentivo una persona orribile.
Quella sera non scesi a cena né mi cambiai, né mi misi a letto. Rimasi solo lì, seduta, senza il coraggio di affrontare nessumo o di dare spiegazioni.
Cos'avrei dovuto fare? Dare la colpa a te, per quello che avevi detto? Ma sentivo che era colpa mia, che non avrei mai dovuto levare una mano su di te.
Prendermi io tutta la colpa? Ma zia Sissi avrebbe fatto il diavolo a quattro, non riuscivo nemmeno a immaginare una sua reazione. Ero raggelata.
Quanto tempo trascorsi lì ferma, seduta sul pavimento con le spalle al letto, sentendo il freddo pumgente del tardo autunno assalirmi dalle gambe e penetrare sempre più a fondo dentro di me? Quante ore? Totalmente persa nei miei pensieri, a me parve un tempo insieme brevissimo e lunghissimo.
Quando sentii aprirsi la porta, fui certa che fosse la zia, pronta a urlarmi contro o, nel peggiore dei casi, a proibirmi di rivederti.
Ero seduta in modo tale da non poter vedere chi entrava e quindi sussultai al suono della tua voce
"Ma lo sai che ore sono? Cosa ci fai ancora così?"
Non avevo il coraggio di guardarti, figurarsi se riuscivo a rivolgerti la parola. Pensavo fossi venuto per dirmi che non volevi più avere a cje fare con me. Al solo pensiero di una cosa simile, provavo un dolore acuto come un veleno, che scendeva dalla gola fin nel petto.
"Ancora arrabbiata, eh? Lo so, lo so. Ma di sotto ho sistemato tutto. Gli ho detto che era colpa mia, insomma, ho raccontato tutto com'è andata."
Stavo prendendo fiato per chiederti di cosa stessi parlando, quando
"Sono in punizione. Mi hanno tolto la bici fino a natale. Perciò, vedi, adesso puoi anche parlarmi. Però spengo la luce che se la vedono da sotto la porta poi vengono qui."
"Dario?"
"Eh?"
"Ma io pensavo che fosse colpa mia." Finalmente mi sono girata. Non sembrava grave come prima nel bagno. Il tuo naso era un po' rosso e un po' gonfio, ma non era male.
"Davvero?"
"Si. Io ti ho picchiato."
"Eh. L'ho notato." Hai risposto. Incredibilmente, ridevi.
"Perdonami."
"Ma si che ti perdono! Che scema!"
"Non volevo farti male."
"E per fortuna!" Ridevi tanto da non riuscire a parlare "pensa se invece volevi pestarmi! Oh, bel destro, per una che non voleva farmi male, niente da dire!"
Ho provato ad alzarmi per venire da te. Le mie gambe, costrette troppo a lungo nella stessa posizione, mi hamno tradita e ti sono praticamente volata in braccio. Ti sei steso sul pavimento, sotto di me, scosso da risa irrefrenabili.
"No, pietà! Cos'hai oggi, mi vuoi ammazzare?"
Non riuscii a trattenermi oltre e scoppiai a ridere anche io. Cercavamo di fare il più piano possibile, per non svegliare i tuoi, ma non riuscivamo a smettere.
Alla fine, la crisi si risolse in una serie di risatine e sbuffi. Eravamo a terra, tu sdraiato sulla schiena, io con la testa sulla tua spalla.
"Davvero, Dario. Sono stata cattiva con te, farei di tutto per mettere a posto le cose."
Hai voltato la testa verso di me.
"Di tutto?" Hai chiesto con il tuo sorriso strano.
"Oh, come mi piace poco quando fai quella faccia lì...cos'hai in mente?" Ridacchiavo ancora, prendendoti un po' in giro.
"È un po' che te ne volevo parlare. Quando ero via, quest'estate, c'era una coppia nel nostro albergo. Si baciavano di continuo. Mamma dice che facevano così perché sono fidanzati. "
"E allora?"
"E allora. Io li ho guardati bene e credo di aver capito come si fa. Ma tu, me lo daresti un bacio da grandi? Io lo vorrei."
Non sapevo bene cosa risponderti. Avrei voluto darti quello che volevi, anche più del solito, per riparare in qualche modo al torto che sentivo di averti fatto. Ma non ero proprio sicura di voler baciare in quel modo qualcuno.
"Posso pensarci?" Ho chiesto esitante.
"Logico che si. Ma dato che vuoi sposare me, alla fine poi mi dovrai pur baciare, no?"
La tua logica stringemte non faceva una piega. Ma forse per quel giorno me avevamo avuto abbastanza tutti e due di emozioni forti, perchè non hai insistito. Siamo scivolati nel letto, ci siamo abbracciati stretti e abbiamo preso subito sonno.
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