Nei giorni che seguirono, cercasti in ogni modo di evitare di rimanere solo con me. Perfino la compagnia di tuo padre ti era gradita, purché potessi evitare quel momento in cui, non potevi ignorarlo, avresti dovuto rispondere alle mie domande.
Cercasti in ogni modo di rabbonirmi.
Smettesti di pumzecchiarmi, diventasti gentilissimo, complimentoso e non c'era piccolo favore che non saresti stato disposto a concedermi.
Può sembrare bizzarro, ma ne soffrivo molto. Mi sembrava di vivere accanto ad un cortese estraneo, che avesse indossato il tuo viso per prendersi gioco di me.
Passavo molto tempo con Dora, in cucima e per la casa, sentendo che tu non mi volevi accanto. La seguivo, silenziosa, come un'ombra, per sedermi a terra ascoltandola parlare senza sosta della gente del paese e della sua numerosa famiglia, mentre svolgeva i lavori che le erano assegnati.
Non riuscivo a parlare. Nè con lei, né con te, né con nessuno. Ero stata bandita da te, senza che mi fosse concesso di conoscerne il motivo e sempre più spesso, nello stato di ottusa incredulità in cui galleggiavo, mi capitava di ripensare ai discorsi di Dora sulla tua somiglianza con tuo padre. Vi osservavo, seduti a tavola, senza alcuna paura di incontrare il tuo sguardo, che mi evitava tenacemente, né il suo, al solito fisso sul piatto. Vi osservavo e ti vedevo somigliare sempre più a lui.
La statura, certo, era la sua. Pochi mesi prima dei tredici anni eri alto quasi quanto tua madre, che pure non era una donna di piccola statura. Risultava evidente che saresti stato molto più alto della media, come lui, appunto. Eri sottile, certo, dove lui era largo di spale e di collo, ma forte e resistente come il metallo. Davi un'impressione di solidità, anche essa simile a quella che dava tuo padre.
Occhi e capelli erano i suoi, come pure l'incarnato, di una chiarezza irreale.
Mangiavate entrambi con voracità, tu con belle maniere e i gomiti stretti, lui allungato sopra il piatto come un randagio che veglia la sua ciotola, ma tutti e due con la medesima fretta, come se il piatto dovesse venirvi sottratto da un momento all'altro.
Ero sconsolata. Perfino il tuo modo di camminare stava cambiando, assumendo quel ciondolare da orso che associavo allo zio.
Ti avrei perso, senza mai allontanarmi da te, ti avrei visto sotto i miei occhi impotenti diventare sempre più simile a lui, lui che mi disgustava, lui che mi incuteva una muta paura, fino ad arrivare, un giorno, a non vederti più, sotto gli strati concemtrici della tua metamorfosi?
Era quello il tuo destino, che ti scorreva nel sangue in mezzo alle vene e ti avrebbe portato via, senza che nessuno potesse fermarlo?
La mia unica consolazione era nella consideraziome di Dora: c'erano molti modi in cui il medesimo strumento poteva essere usato, a seconda di chi lo impugnava.
Decisi di fidarmi di te. Ti sapettai, senza tentare di forzarti a parlare con me.
Furono pochi giorni, ma mi parvero mille.
Il momento in cui la mia fiducia venne ripagata arrivò un giovedì, mentre tornavamo a casa da scuola.
Era metà gennaio e l'aria fredda ci tagliava la faccia anche attraverso la lana spessa delle sciarpe tirate sul naso, per nulla attutito dalle siepi scheletrite che fiancheggiavano la strada.
Il cielo lontanissimo era grigio uniforme e sembrava che ogni forma di vita avesse disertato il mondo. Eravamo noi due soli, sulla strada.
Mi sfregavo le mani, coperte da guanti troppo leggeri, cercando di scaldarle un po'. Mi accorsi che mi scoccavi delle occhiate in tralice, a intervalli.
"Hai freddo."
"Eh. Fa freddo."
"Da' qua."
Mi hai preso la mano e te l'hai infilata nella tasca del tuo cappotto, stringendola nella tua.
"Fammi capire: hai un cappotto senza tasche?"
"Tua mamma dice che rovinano la linea del capo."
"E sul fatto di perdere due dita dal freddo ha detto niente? Sembri un pezzo di ghiaccio."
Mi faceva ridere l'idea di tua madre che mi parlava dei rischi di assideramento mentre sceglievamo i vestiti e ridere mi fece lacrimare gli occhi. Momentaneamente accecata, inciampai in una crepa del terreno.
"Oplà!"
Mi hai afferrata prima che perdessi l'equilibrio e ci siamo trovati abbracciati, in mezzo alla strada deserta, al centro del paesaggio vuoto.
"E adesso? Mi porti a casa in braccio?" Ridevo ancora.
"Nossignora. Ti porto a comprare un cappotto da persona normale!"
"Ma caro! Non mi sfinano affatto! Mi danno una linea assolutamente inguardabile!"
"Ma dai! Ma la fai identica! Quando l'hai imparato a fare?"
La mia imitazione di tua madre ti aveva scatenato una crisi di ilarità irrefrenabile e per un po' siamo andati avanti, scoppiando a ridere di nuovo ogni volta che ci guardavamo.
Poi mi hai circondato le spalle con un braccio e abbiamo ripreso a camminare.
Arrivati in vista di casa, mi sono fatta coraggio e ti ho detto:
"Sai, mi sei mancato. "
"Bea, quello che è successo l'altro giorno..."
"Due settimane fa."
"Giustissimo. Quello che è successo due settimane fa. Sei arrabbiata?"
"No. Ma devo dirti una cosa importante. "
"Dimmi." Hai sospirato, come preparandoti ad una brutta notizia.
"Dario, io non ho capito cosa è successo. Non ho capito cosa ho fatto per farmi cacciare via in quella maniera e poi...bè, ignorare, per quindici giorni. Me lo dici per favore?" Ero stata attenta a non mettere nella mia voce alcuna accusa, ma la tua espressione, quel poco che vedevo sopra la lana verde della sciarpa, divenne triste.
"Forse è meglio che ne parliamo al caldo."
Siamo entrati in casa e abbiamo pranzato, soli con Dora, al tavolo della cucina. Percepivo la tua agitazione e fu in quel momento che notai un particolare fondamentale: per quanto simili a quelli di tuo padre, i tuoi occhi portavano un'espressione completamente diversa, infinitamente più dolce ed umana.
Siamo saliti nella tua stanza. Hai posato lo zaino in un angolo.
"Questi aspettano."
"Allora è una cosa grave." Ho commentato con leggerezza, cercando di farti sorridere.
Ti sei seduto sul letto, rivolgemdomi uno sguardo serio.
"Io adesso ti spiego. Ma tu mi devi promettere che non ti arrabbi e che non mi tratti male."
"Ti ho mai trattato male io?"
"No. Ma non era neanche mai successo così. A dire tutto" hai aggiunto dopo un attimo "una volta mi hai steso con un destro se non sbaglio."
"Va bè dai, è stato tanto tempo fa. Dimmi. Prometto che non ti picchio."
"Vedi, Bea, quando l'altro giorno eri qui, spogliata, e mi hai abbracciato in quel modo e poi mi hai baciato, io... insomma, eri qui, senza i vestiti e mi hai abbracciato e mi chiamavi con quel nome...e mi hai baciato."
Tentavo disperatamente di non interromperti. Sembravi così imbarazzato, che mi chiedevo cosa avessi fatto senza rendermene conto.
"Bea, io mi sono sentito in un modo...che non mi ero mai sentito così prima, neanche quando ci baciavamo."
"E come?" Mi sono azzardata a chiederti.
"Come se volessi, non so, ti giuro, è difficile, tipo stringerti, toccarti, ma tanto. Era come avere sete, ma una sete da matti, come dopo che hai la febbre. Mi sentivo pazzo, avrei voluto quasi mangiarti."
"In che senso? Cioè. Aspetta. Come se volessi baciarmi, ma più grande, avresti voluto che ti accarezzassi e ti stingessi e non smettere mai più?"
"Tipo."
"Allora ho capito. È successo anche a me, qualche volta. Mi sa che è normale. Era questo tutto il problema?"
"No. Circa. È che poi mi è venuto in mente quello che mi aveva spiegato mio padre, ti ricordi? Su come mi dovrei comportare con le donne e tutta quella roba?"
"Eh, mi ricordo si."
"Ecco, lui ha detto che a un certo punto quelle cose lì un uomo le fa, che è un istinto. Ha detto che se ti senti in un certo modo e hai la donna che ti piace lì le salti addosso e...comunque, ha detto proprio che gli uomini non possono farci niente. Che succede così e basta. E io ho avuto paura. "Di saltarmi addosso senza volere e farmi tutte quelle cose che ti ha raccontato lui?"
"Si."
"Non credo che sia obnligatorio, Dario. Io non ce lo vedo mio papà a fare così. Magari ti ha detto così perché lui pensa che sia vero, ma non lo è proprio per tutti." Mi sono seduta accanto a te e ti ho abbracciato, posandoti il mento sulla spalla "e poi posso sempre prenderti a pugni, nel caso."
Mi hai sorriso, timido. E poi un lampo di comprensione ti ha attraversato il viso.
"Hai detto che anche tu certe volte ti senti così? Ma con me, ti senti così? Davvero?"
"Io nego tutto. Non ho detto niente!"
"No, no, adesso mi spieghi!"
"Oh, che paura! Se no cosa fai?"
Mi tirasti i capelli, costringendomi a reclinare la testa all'indietro. I tuoi occhi erano vicimissimi e brillavano di divertimento.
"Oh, non saprei. Potrei fare così." Dicesti e poi mi soffiasti forte nel naso.
Ridendo, mi liberai e tu di nuovo mi intrappolasti. E per quel pomeriggio dimenticammo i compiti.
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