venerdì 22 agosto 2014

22

La notte stessa della cena con Vasirani, Dario ebbe un incubo. Era molto piccolo, la sua faccia arrivava appena al piano di marmo bianco del tavolo della cucina. Era di nuovo nella casa dove era cresciuto, la grande casa gialla della sua infanzia, e doveva prendere qualcosa dal tavolo.
Doveva essere inverno, perchè nel sogno indossava un improbabile maglione di lana giallo e nero, identico a quello di Charlie Brown nelle strisce di Snoopy. Il piatto sul tavolo era grande, metallico, ovale e pesante, ricolmo di un qualcosa che somigliava ad un dolce, non fosse stato per la tinta rosso chiaro. Si stava domandando come fare ad afferrarlo e trasportarlo, quando in cucina entrò Bea. E non era nè Beatrice né la dottoressa Bizzarri, quella, era proprio Bea, come era stata ai tempi del suo arrivo a casa loro, coi capelli sempre un po' arruffati e le croste alle ginocchia che spuntavano di sotto le immacolate vestine che le metteva la zia.
"Non devi toccarlo, la mamma dice che è troppo pesante. Lo rovesci." Lo mise in guardia con una vocina seria seria, da piccola adulta. Era strano sognare così, come se fosse il bambino che guardava con desiderio la tavola troneggiata da quell'enorme piatto lucente e lo spettatore impotente al tempo stesso.
"È la mia mamma, non tua. Tu non la devi chiamare così, non puoi. È mia." Disse il bambino accigliandosi. Dario gli diede mentalmente del cretino, senza per questo riuscire a cambiare una virgola nelle sue parole, e osservò Bea abbassare gli occhi con aria contrita.
"Però tu non lo devi toccare lo stesso." Ribattè lei, a capo chino. Il bambino allungò la mano e toccò il bordo del piatto, fissandola.
"L'ho toccato. E adesso?" Gli occhi giallastri di Bea saettarono a disagio.
"Vieni via. Dai, giochiamo a quello che vuoi tu." Dario riusciva a sentire chiaramente la paura nella sua voce. Non voleva vedere quello che sarebbe successo, ma non riusciva a svegliarsi. Il bambino afferrò il bordo del piatto ed iniziò a tirarlo verso di sé, facendolo scorrere sulla superficie liscia del tavolo. Un cipiglio di fiera determinazione gli segnava il viso.
"Ci riesco, invece." Replicò testardo. Il piatto era quasi tutto oltre il bordo del tavolo, adesso, e il piccolo stentava a tenerlo in equilibrio, rosso in viso. Bea fece un esitante passo avanti, le mani tese per aiutarlo, ma già il peggio stava accadendo. Inesorabile, la forza di gravità trascinò l'enorme massa rossa verso il pavimento. Bea tentò di arginarla coi palmi tesi, riuscendo solo ad esserne investita in pieno, mentre il bambino fece un salto all'indietro, agile, rimanendo fuori dall'area insudiciata della cucina. Dario vide accorere gli adulti con un senso crescente di angoscia. Mentre sua madre, infinitamente giovane, dava in esclamazioni di disappunto e iniziava a pulire, i due padri afferravano ognuno il rispettivo figlio, con aria bellicosa.
"Cosa ti avevo detto?" Diceva con aria seria zio Rodolfo a Bea. Era coperta da capo a piedi di dolce colorato e piangeva.
"Non volevo, io, papà, ti giuro, non è stata colpa mia!" Pigolava col braccio teso, stretto nella mano del padre. Zio Rodolfo non si scompose affatto. Non sembrava nemmeno arrabbiato.
"Bene, allora, vorrà dire che oltre alla punizione per il danno, dovrà esserci anche quella per la bugia." Bea sbarrò gli occhi, mostrandone il bianco. Puntava i piedi e si tirava all'indietro, cercando di strappare la sua mano da quella del padre, che scosse la testa, quasi divertito. "Ma cosa sono questi capricci? Lo sai che quando fai dei danni devi andare in punizione, è la regola. Da come ti comporti, si direbbe che ti spelli viva, invece di metterti in cameretta a riflettere." E, con suo sommo orrore, sentì gli altri due, i suoi genitori, ridere sommessamente a quelle parole. Suo padre si girò verso di lui.
"E tu, ranocchietto, niente da dire?" Dario avrebbe voluto gridare. Sempre più angosciato e vergognoso, vide il bambino scuotere la testa freneticamente, in un diniego he segnava la sua salvezza a discapito di quella di lei. Bea venne portata via, sporca e piangente.
Qualcuno lo stava scuotendo, forte. Dario si gettò con sollievo fuori dal sogno, per ritrovarsi con la faccia di Bea, questa volta adulta, a pochi centimetri dalla sua.
"Oh, cazzo, mi hai fatto paura! Cosa sognavi, per metterti addirittura a piangere, si può sapere?" Lui deglutì prendendo fiato. Era vero, aveva le guance bagnate di lacrime.
"Oddio, spero che fosse solo un sogno. Ho fatto un incubo su quando eravamo piccoli."
"Ah, ma che bell'argomento allegro! Niente altro? Carestie, epidemie, pestilenze?"
"No, ho sognato che facevo cadere un dolce enorme per farti dispetto..."
"E poi la maledetta zuppa inglese cadeva addosso a me che mi ero messa in testa di fare Mosè e fermarla con le mani e tu invece rimanevi immacolato con quello stupido maglione giallo?" Dario saltò a sedere sul letto.
"Si!"
"È successo davvero. Il primo natale da voi." Bea gli sorrise nella penombra. "Ma addirittura farci un incubo, dai!" Lui sentì una vampata di vergogna salirgli al viso.
"Ti ho lasciata punire al posto mio...ero stato io." Bea lo guardò stupita.
"Ma guarda che non è mica andata così, scemo di guerra!"
"No?"
"No. Quando mio padre mi ha presa in braccio per portarmi di sopra, tu hai guardato in faccia zio Lucio e gli hai detto 'sono stato io'. Mi ricordo ancora le loro facce, non sapevano più cosa fare. Gli indizi erano contro di me e tu insistevi che era stata solo colpa tua. Alla fine ci hanno messo a pane e latte al posto della cena tutti e due. Davvero non ti ricordi?" Dario scosse la testa, sentendosi sollevato. "È stato più o meno il momento in cui sei diventato una specie di eroe nazionale, per me. Insomma, potevi uscirne pulito, invece...prima litigavamo sempre, ti ricordi?" Lui storse la bocca.
"Mi ricordo si! E quanto eri cattiva! Non riuscivo mai a ridartele tutte indietro!" Bea gli accarezzò la spalla nuda.
"È perché eri tanto scemone, amore mio. Non hai mai capito che non è la dimensione, a contare, ma la cattiveria. E poi tentavi sempre di immobilizzarmi. Povero pulcino! Ti facevo paura."
"Mi facevi paura si, porca troia, eri una teppistella! Ero lì che giocavo tranquillo e arrivavi tu a prendermi a schiaffi senza un motivo al mondo!"
"Guarda che ce l'avevo sempre, un motivo." Lo rimbeccò lei. "Non è che tu fossi proprio un tesoro, sai? Se ben ricordo mi hai fatto saltare un dente da latte." Dario si strinse nelle spalle.
"È stato un incidente."
"E da quando in qua lanciare la propria cuginetta contro una panchina di marmo sarebbe un incidente?" Lui si agitò,  a disagio.
"Nel senso, non credevo che ti saresti fatta tanto male. Volevo solo che ti togliessi. Ecco." Bea sorrise fra sé.
"Buffo, vero? Chissà quando è stato che abbiamo iniziato a innamorarci." Dario la guardò stupito.
"Io lo so perfettamente quando è stato che mi sono innamorato di te."
"Sul serio?" Chiese lei interessata. Lui annuì.
"Il giorno del mio settimo compleanno. Mi hai disegnato un bigliettino. C'era scritto che ero bello e bravo. E che mi volevi tanto bene. E mi hai anche dato un bacio, anche se nessuno ti aveva detto di farlo." Ricambiò arrossendo il suo sguardo divertito. "Cosa? Nessuno mi aveva mai dato un bacio, se non c'era costretto. E poi eri bellissima."
"Tu ti ricordi cosa avevo scritto nel biglietto?"
"Io ce l'ho ancora, quel biglietto. E se mi prendi in giro giuro che torno alle vecchie maniere e mi ti siedo sulla schiena finché non ti arrendi e ti rimangi tutto." Bea si posò una mano sulla bocca. Era commossa da ciò che aveva sentito. Avrebbe voluto potergli dire che anche lei aveva conservato le cose che amava di più, i piccoli ricordi, ma aveva perso quasi tutto quando era stata cacciata di casa.
"Non ti prendo in giro. È la cosa più dolce che..." Dario sbuffò.
"Non mi fare la femminuccia, adesso. Non c'è alcun bisogno di trovare a tutti i costi un risvolto romantico."
"Dario?"
"Cosa?"
"Ti amo." Lui le passò la mano sul braccio, in una carezza frettolosa.
"Dio sa perché."
"Si risponde 'anch'io', rimbambito."
"Anche io ti amo, Bea. Ma tanto." Rispose obbediente lui. Si sdraiò di nuovo e la accolse nell'incavo della sua spalla.
"E poi cosa vorrebbe dire 'dio sa perché', scusami bene?"
"Che non so perché mi ami. Sono una persona incasinata, noiosa e un po' vigliacca." Questa volta fu lei a sbuffare.
"Si, e nessuno ti vuole bene perché sei piccolo e nero. Sei intelligente, determinato e premuroso. E mi fai ridere. E poi non è vero che sei um vigliacco, da cosa ti viene questa idea?" Lui sospirò.
"Forse dal fatto che ogni volta che potevo sono scappato più veloce che potevo nella direzione più facile. Anche se sapevo che era un ripego." Bea annuì contro la sua spalla.
"Si, infatti. Chi non ripiega sulla blabla molecolare, se appena può?"
"Biologia molecolare, Bea."
"Quella. Ah, e poi, sta a sentire, sei rimasto molto legato alla tua famiglia giusto perché sono persone facili, giusto? Con cui convivere è uno spasso!"
"Okay, questo è vero."
"Anche rimanere lì per aspettare che quello squinternato di tuo padre uscisse di galera, deve essere stato molto più semplice che, che ne so, andare a militare e poi trasferiti, per dire. E non parliamo del fatto che quando si cerca una scelta di comodo, buttare alle ortiche tutte le proprie certezze, prendersi un mese di ferie e partire alla ricerca della propria ex dell'adolescenza sia sicuramente la cosa migliore."
"Bea, dai, detta così..."
"Zitto, zitto, me ne viene in mente un'altra, questa è proprio evidente: credo che se dovessi fare la scelta più comoda, nel momento in cui sto davvero male e decido finalmente di curarmi per un problema che mi fa, con tutto il rispetto, cagare addosso dalla paura, inizierei una nuova relazione, da zero, partendo dal nulla con una convivenza. E per essere sicuro di stare proprio comodo, lo farei con qualcuna sbiellata di testa almeno quanto me. Tu che ne dici? Giovane genio della canchera molecolare del cazzo?" La voce di Bea era andata assumendo un tono sempre più arrabbiato mano a mano che parlava ed ora era simile ad un ringhio sommesso. Dario tacque, impressionato. Quando la raccontava lei, la sua vita sembrava sempre un tantino più eroica di quanto non la vedesse dai propri occhi. Conoscendola, sapeva che non aveva ancora finito di arrabbiarsi, ma le mancavano le parole.
"Bea?"
"Cosa?"
"Dici che sei sbiellata di testa quanto me?" Le chiese.
"Mm."
"E pensi di farci qualcosa, prima o poi?"
"Io ci sto già facendo qualcosa. Sto con te. Quando starò con te per abbastanza tempo, tornerà tutto a posto." Rispose lei con sicurezza.
"Secondo me la stai prendendo un po' sottogamba, sai?" Le disse in tono calmo.
"Può essere. Facciamo un patto, ti va? Se per natale non sto meglio, proviamo qualcos'altro." Dario sorrise, col viso rivolto al  soffitto.
"Guarda che io poi mi ricordo, eh?"
"Lo so."
"Accetto il patto, ma pongo una clausola: domani andiamo in una bella scuola guida e fai tutto l'iter per prendere il foglio rosa. Devi imparare a guidare, amore mio. Non puoi vivere così." La sentì ranicchiarsi contro il suo fianco, cercando il conforto del contatto, e la strinse leggermente, senza parlare. Non avrebbe ceduto su quel punto, per nulla al mondo.
"Dario, ma io ho...come dire..."
"Paura. Ecco come si dice. Non devi, sai? Non c'è niente di cui aver paura. Ti insegno io." La sentì tirare un lungo respiro.
"E se non sono capace?" Chiese sottovoce.
"Impari, amore. Nessuno è capace, prima di imparare." Voltò la testa verso di lei e trovò i suoi grandi occhi a fissarlo, intimiditi. Ancora non erano a posto, si rese conto con una fitta di tristezza, ancora non c'era fra loro quella fiducia assoluta e totale di un tempo. Si domandò se mai sarebbe tornata, se due adulti erano in grado di provare uno per l'altra una cosa del genere. Poi le labbra di Bea cercarono le sue e la sua piccola lingua ruvida, come quella di una gatta, gli saettò in bocca. Fecero l'amore piano, gentilmente, prima di riaddormentarsi.
Dario attese l'arrivo del foglio rosa di Bea quasi con la stessa trepidazione con cui, un tempo, aveva atteso il proprio, mentre le giornate di lavoro si sussegivano sempre più pesanti e angosciose.
L'autunno iniziava ad arrivare, rosso e croccante come una mela, e, mano a mano che i giorni si sussegivano, gli effetti personali di lei si trasferivano nella casa di lui. Non ci fu mai un vero trasloco.
Passavano a prendere oggi una borsa di vestiti, domani un po' di libri, in sordina, senza che nemmeno paresse loro di fare qualcosa di definitivo.
Stella non era più tornata a casa di Dario e questo costituiva un sollievo incalcolabile. Non lo chiamava nemmeno più, almeno non la sera, quando era con Bea. Aveva imparato in fretta che non avrebbe ricevuto alcuna risposta.
A sua madre, invece, doveva proprio rispondere, se non voleva ritrovarsi entrambi i genitori alla porta. Erano telefonate periodiche, brevi ed estremamente difficili, per lui. La voce querula che usciva dal ricevitore non faceva che richiamarlo alla vecchia casa, alla vecchia vita, a presunti doveri di figlio e marito, senza lasciargli spazio di replica. Il messaggio era sempre lo stesso, espresso con ossessiva insistenza: torna a casa, congeda chiunque ci sia con te e torna con tua moglie, fai quello che mi aspetto da te, non dire nulla, non ribellarti. Fai ciò che voglio. Sii ciò che voglio.
Dario la ascoltava per il tempo minimo che la sua educazione gli consentiva, prima di sottrarsi a quella pioggia di rimproveri lamentando lo scarso tempo a sua disposizione, e, di norma, trovava Bea già pronta a consolarlo non appena chiudeva la chiamata. Capiva sempre quando era al telefono con sua madre.
"È perché è l'unica persona con cui non parli, amore. Fai 'mm' per tipo dieci minuti di fila, non è difficile da capire." Gli spegava lei ridendo, mentre lo ascoltava brontolare in giro per casa dopo quelle conversazioni.
Era la sua gioia, il rifugio nel quale ritemprava la sua anima, la risata pronta di lei, dopo ogni giornata passata ad azzuffarsi con troppe scatoffie e a sopportare troppe persone. Non appena la vedeva uscire dalla porticina laterale dell'archivio, la figura esile che si muoveva armoniosa e la sigaretta già pronta ad essere accesa fra le labbra, gli pareva che un po' della sua stanchezza lo abbandonasse, forse bruciata dal fuoco che aveva ripreso a brillargli dentro. Bastava che si lasciasse cadere sul sedile accanto al suo, con quell'aria di placido affetto che le irraggiava il volto quando lo guardava, e tutto gli sembrava meno difficile. Si sentiva felice, in quei momenti, tanto da non sentire nemmeno il bisogno di parlare. La ascoltava, lasciandosi cullare dal ritmo allegro e tintinnante delle sue parole, senza desiderare altro al mondo.
Tutto sembrava aver preso la direzione giusta, quella direzione che avrebbe dovuto avere fin dall'inizio, da cui non avrebbe mai dovuto deviare.
Quando, un giovedì, Vasirani entrò nel suo ufficio senza bussare, Dario non alzò nemmeno gli occhi dal lavoro.
"Cosa vuoi, rompicoglioni?" Gli domandò in tono distratto.
"Ho portato la pappa, compare! Su, metti via i compitini e mangia tutto da bravo!" Rispose Andrea con aria entusiasta. L'altro alzò la testa con aria sorpresa, vedendolo estrarre da una busta di plastica piatto e forchetta, seguiti da un pantagruelico contenitore ermetico.
"Sei entrato nella FAO?"
"Dai, coglione, è gratis! Oggi offro io, va bene? È buono. Couscous di verdure." Dario spostò in fretta la tastiera del computer e il notes che occupavano la superficie lustra della scrivania e guardò con un piccolo sorriso il cibo che gli venne spinto davanti. Andrea si sedette dall'altra parte della scrivania e lo guardò assaggiare la prima forchettata, sfoderando un ampio sogghigno al suo verso di apprezzamento. "Brava la mia mamma eh?"
Dario posò istantaneamente la forchetta e si sforzò di ingoiare velocemente il grosso boccone che stava masticando.
"L'ha fatto tua madre?"
"Si, perché?" Rispose Andrea.  L'altro spinse delicatamente il piatto verso di lui, con aria di rimpianto.
"Allora dovresti mangiarlo tu, credo." Una grassa risata accolse questa affermazione. Andrea estrasse il contenitore dalla busta e glielo mostrò. Era costretto a tenerlo con due mani.
"Ho mangiato io, se n'è portata Elena al lavoro e..." scosse il contenuto osservandolo critico "siamo circa a metà. Porzioni da mamma, hai presente?" Dario si strinse nelle spalle recuperando piatto e forchetta e si rimise al lavoro di buona lena, facendo sparire il cibo a ritmo serrato. Andrea lo fissava affascinato. Non aveva mai visto nessuno mangiare im quel modo. Dava l'idea di un qualche macchinario per la triturazione che lavorava a pieno regime. Passò qualche minuto prima che il piatto fosse vuoto e lustro come appena lavato e lui si rilassasse contro lo schienale della sedia, con un sospiro soddisfatto.
"A cosa devo tanta cortesia?" Gli chiese, alzandosi.
"Mah, niente, conoscendoti mi facevi un po' pena, senza la pappa. Dove stiamo andando?" Chiese Andrea alzandosi a sua volta.
"Ah, tu non lo so, io a fumare una sigaretta. Comunque non è che stia senza mangiare. Mi porto qualcosa da casa. Niente di così elaborato, ma qualcosina da mangiare mentre lavoro..."
"No, no, no, spiega bene: avevi già mangiato?" Andrea ridacchiò seguendolo oltre la porta che dava sul parcheggio, dove era sistemato un grosso posacenere colmo di sabbia. Molti dei colleghi levarono un saluto vedendolo e lui ripose ad ognuno di loro, prima di rivolgersi di nuovo a Dario. "Si può sapere perchè non saluti la gente? Paghi un tanto a persona?"
"Ma loro mica salutano me. È con te che ce l'hanno. E comunque si, avevo già buttato giù qualcosa, perchè?"
"Perché sembravi il manifesto della fame nel mondo, ecco perché. Comunque guarda che potresti anche abbassarti a salutare tu. Oh, io faccio un'ipotesi." Dario scrollò il pacchetto e ne sfilò una sigaretta tenendola fra i denti.
"Non cambierebbe un cazzo. Io non piaccio alle persone, Vasirani. Rassegnati. Io l'ho fatto." Andrea fece una smorfia.
"E chissà come mai..."
"Già, ottima domanda. Io ad esempio non l'ho mai capito. Tu hai qualche idea in proposito?"
"Mah, potrebbe essere perché sembra sempre che tu abbia una scopa nel culo e sei affabile come una pantera incazzata? O magari perché tratti sempre tutti come se fossero delle merde? Dici che sono cose che possono influire?" Dario inclinò la testa.
"Io non tratto male la gente. Non l'ho mai fatto. E poi, scusa, se sono così perché a te piaccio?"
"Malatesta, tu tratti la gente dall'alto in basso da che ti conosco. Ho dovuto tenerti sulle croste fino a diciott'anni prima che mi parlassi come una persona normale. E, si, ammetto che quando ti dai una calmata mi sei anche simpatico."
"Saresti così cortese da spiegarmi in quali modi io tratterei la gente dall'alto in basso?" Domandò l'altro raddrizzando la schiena piccato.
"Ecco. Appunto. Guardati. Sull'attenti perfetto, sopracciglio inarcato, aria di nobile sdegno. E poi per lo più è il tuo modo di parlare. Quel modo che hai di strascicare le parole, cazzo, tu non parli: sillabi, come se pensassi che siamo tutti una manica di cretini. Me la spieghi sta cosa? Perché quando vuoi non fai così." Dario sporse le labbra e abbassò gli occhi. Sembrava offeso e non parlò, limitandosi a prendere un'altra boccata di fumo. "Oh? Ci sei?"
"No, sono a Pisa a farmi tua nonna."
"Quanto sei! Me l'hai chiesto tu! Cosa fai, mi chiedi le  cose e poi non vuoi sapere la risposta?" A quel punto Andrea si sentiva davvero irritato. Incrociò le braccia sul petto e fissò l'amico diritto in volto. Quando l'altro si voltò, sottraendosi al suo sguardo, gli girò attorno e riprese a fissarlo. Non aveva intenzione di lasciarlo scappare. "Malatesta? Pronto? Sto parlando con te." Dario annuì, chinando la testa, e a quel gesto Andrea sentì montare la sua irritazione in ira. Era il genere di cosa che non aveva mai sopportato di lui, quel suo ignorare le persone come se non fossero degne nemmeno di una risposta. "E quando ti parlo, mi fai il santo piacere di guardarmi in faccia. E di rispondermi."
"Smettila." Gli rispose Dario a voce bassa. Gli altri, ad uno e due alla volta, erano rientrati,  mentre parlavano. Si trovavano soli, esposti al sole autunnale, accanto all'uniforme muro grigio chiaro.
"No, che non la smetto, porca troia. È una questione di rispetto per il prossimo, riconoscere che esiste, lo capisci? Adesso tu mi guardi in faccia, altrimenti mi incazzo sul serio. Non chiedo tanto."
"Ti ho detto di smetterla di fare così." La voce di Dario era bassisima e sibilante. La collera si avvertiva chiaramente, eppure i suoi occhi rimanevano fissi sul grande posacenere di metallo e il suo viso perfettamente calmo e composto. Andrea perse definitivamente la pazienza, percependo il tono di comando delle sue parole. Gli posò la mano sulla spalla e lo spinse, per indurlo a girarsi verso di lui. Il suo gesto era stato brusco, spazientito, ma privo di violenza. Rimase stupito e addolorato quando Dario scostò la sua mano con un gesto rabbioso e lo fronteggiò con aria bellicosa. Lo vide fare un passo avanti, riducendo la distanza fra loro a pochi centimetri, gli occhi piantati nei suoi. In quegli occhi Andrea lesse la medesima furia incontrollabile che lo aveva turbato da ragazzo.
"Ecco, adesso ti sto guardando. Allora? Che cazzo vuoi, eh? Dai, parla!" Lo aggredì sempre in tono sibilante. La risposta di Andrea fu dettata più dalla sorpresa che dalla ragione.
"Toh, ma allora sei ancora così!" Dario deglutì e parve tornare alla ragione. Indietreggiò un poco, con aria quasi imbarazzata. "E mi pareva strano, vederti sempre tanto tranquillo! Ti mancava la cuginetta? Senza non riesci a imcazzarti come si deve?" L'altro si passò le mani sul viso, tirando un respiro profondo. Guardò sconsolato il mozzicone di sigaretra che ancora stringeva fra le dita e, infilzatolo ben diritto nella sabbia che riempiva il posacenere, ne accese un'altra.
"Vasirani, tu finirai per prenderle, prima o poi. Dì, ma com'è che non ce la fai a lasciarmi in pace?" Andrea si strinse nelle spalle.
"Mah, sarà che ormai mi sono affezionato." Di nuovo Dario gli volse le spalle.
"Secondo me è perché ti diverti a vedermi saltare i nervi." Commentò scrollando il capo.
"Però ti porto il cibo." Dario annuì.
"Vero. Se avessi anche la figa saresti perfetto."
"Fine. Davvero, si vede che sei cresciuto in un ambito signorile." Lo guardò spegnere la sigaretta, ancora a metà,  sempre conficcandola in perpendicolo perfetto nella sabbia.
"Dai, ti offro il caffè." Gli disse Dario aprendo la porta per rientrare.
Andrea ripensò a lungo a quel momento. Era stato come fare un salto indietro nel tempo e rivedere in faccia la stessa persona che aveva conosciuto quando, ragazzino esaltato ed intimidito, era entrato per la prima volta in classe al liceo. Lo ricordava ancora, già seduto, solo, la schiena che nin sfiorava la sedia, diritto e sottile come una verga d'acciaio, con le mani giunte sul banco e la testa china, come se stesse pregando. Unico fra tutti, non si era nemmeno guardato attorno, non aveva tentato di parlare con nessuno. Ricordava di essersi chiesto se fosse sordo o muto o, magari, straniero, per non cercare nemmeno lo sguardo altrui. Quel comportamento gli era parso tanto innaturale da procurargli un'istantanea e insana curiosità. Aveva desiderato, e parecchio, di poter diventare suo amico. Di poter essere la persona che avrebbe spezzato quel cerchio di silenzio e gelo che sembrava circondarlo in eterno. Si vedeva, nella sua mente, ad essere l'unica persona gradita a quello strano ragazzo. Immaginava gli sguardi ammirati dei compagni che avrebbero visto la sua espressione compita sciogliersi in un sorriso chiacchierando con lui e, per questo, aveva sfoderato tutte le sue armi. Si era messo in mostra, aveva tentato di fare da paciere fra lui ed i compagni, quando lo reputava necessario, aveva tentato di apparire intelligente ed equanime. Col solo risultato di scatenare in lui un odio tanto feroce da riuscire a percepirlo in ogni suo sguardo. E, ripensando a quanto c'era rimasto male, a quanto bruciante fosse stata per lui la delusione di essere detestato fino a quel punto da qualcuno senza un motivo, un sorriso gli salì alle labbra.
"Fai ridere anche me?" Chiese Elena. Stava rientrando dal lavoro.
"Oggi a momenti le prendevo  da quello stronzo di Malatesta." Le rispose lui, schioccandole un bacio sul  collo.
"E questo ti rende felice?"
"Direi di si. Non lo riconoscevo più, ultimamente. Continuavo a pensare che prima o poi si sarebbe sparato un colpo in bocca, ti giuro. Sembrava...spento, come dire." Cercò di spiegarle, gesticolando per chiarire il concetto. Elena emise uno sbuffo, sorridendo. Andrea era un buon compagno, gentile e sempre pronto a coprirla di premure, ma la sua eccessiva preoccupazione nei confonti di qualunque persona attirasse la sua attenzione risultava esasperante, alle volte, soprattutto perché ad attirare la sua attenzione era praticamente qualsiasi essere umano che capitasse alla portata dei suoi occhi. Quanto a Dario, lei proprio non riusciva a pensare a lui come al dottor Malatesta, dopo aver letto tutte quelle cose al suo riguardo, ne sentiva parlare dal momento in cui avevano iniziato a frequentarsi ed in un modo talmente contraddittorio da scatenare nel suo profondo un senso di affettuosa irritazione. Sembrava, a sentir lui, che quell'uomo racchiudesse in sé ogni possibile difetto che la natura potesse instillare in un carattere umano: freddezza, arroganza, supponenza, crudeltà, indifferenza verso il prossimo, l'elenco era smisurato ed oni singola caratteristica era stata lungamente sviscerata durante le loro chiacchiere serali. Al tempo stesso, però, era sempre Andrea a prendere le sue difese quando i colleghi ne parlavano male o, dio non voglia, lo trattavano con freddezza e antipatia. Quell'ennesima tirata non era che l'ultima di una lunga serie di sciocchezze che sentiva dire su di lui.
"Perchè non te lo sposi e non la fate finita?" Lo canzonò porgendogli il guinzaglio del cane.
"Perchè sospetto che lui sia etero." Le rispose Andrea.
"Ah, tu no?" Lui spalancò gli occhi con aria sbalordita e la scrutò ostentatamente da capo a piedi.
"Vorresti farmi credere che sei una donna?" Elena gli assestò una pacca sulla nuca.
"Vattene, somaro!" Lo congedò sottraendosi con un'abile gimcana ai salti festosi del loro grosso boxer. Andrea uscì dalla porta ridacchiando.
Agganciò la spessa treccia di cuoio al collare di Jocker senza riuscire ad evitare un paio di sbuffi bavosi sul viso e, dopo un breve ma intenso viaggio in ascensore, uscì camminando piano alla volta del piccolo parco ad un paio di incroci di distanza.
Mentre il grosso cane annusava in giro, infastidendo solo l'erba stenta delle aiuole a bordo strada, lasciò vagare i ricordi, fino al momento in cui aveva notato per la prima volta Beatrice. L'aveva colpito come un colpo in piena fronte, allo stesso modo in cui gli era capitato, anni più tardi, con Elena. Nessun altra donna aveva avuto su di lui il medesimo effetto, all'infuori di loro due. Avrebbe dovuto cogliere al volo la sottile somiglianza fra lei e Dario, ora se ne rendeva conto, una somiglianza data più dell'atteggiamento che dall'aspetto, almeno all'epoca, quando ancora lei sfoggiava qualche curva femminile; invece, come una falena attratta dalla luce, non aveva visto altro che la sua aria di distanza dal mondo, quella sensazione che fosse cosa a parte, che non partecipasse in alcun modo alla vita che le scorreva attorno. Alla sua mente erano balenati racconti di fate e folletti, di creature che umane lo sembrano solamente, nel vederla di lontano. La sua pelle candidppena rosata, i ricci scuri come un'onda attorno, i tratti infantili, quasi da bambola, del viso. Ne era rimasto tanto affascinato da desiderare, istantaneamente, di poterla proteggere da ogni cosa. E quando si era sentito rifiutato a causa di Dario, allora, forse, per un poco l'aveva odiato anche lui. Non per molto, però. Non era tipo da odio, lui. Più che altro aveva desiderato di liberarla da quella che, all'epoca, gli pareva una cieca fedeltà ai valori della sua educazione e della sua famiglia. Si sentiva nei panni dell'ardito cavaliere, che, scalata la torre, fugge con la principessa verso il suo regno.
'Se avessi saputo allora come stavano le cose' pensò per l'ennesima volta, scambiando un gesto distratto di saluto con uno degli altri frequentatori abituali del parco 'magari li avrei anche aiutati, poveracci.'
Ma per venire a conoscenza della storia in cui era andato ad inciampare, aveva dovuto attendere fino all'estate scorsa.
Scrollò la testa. Erano due pazzi, niente da dire, in proposito. Tutti suonati. Più di dieci anni senza vedersi né sentirsi, con tutto che gli sarebbe bastato un elenco del telefono e un gettone, senza voler essere fantasiosi, e adesso, guardali là, tempo di rimettersi insieme e stavano tornando uguali a prima. Andrea sorrise al cane, non avendo altri a disposizione, e Jocker rispose al suo sorriso con uno sciocco sorriso cagnesco.
"Tu cosa ne dici, amico, è meglio se stanno insieme, no?" Jocker sbuffò la sua approvazione, staccando dal muso un lungo filo di bava, ed emise un singolo latrato, prima di riprendere la strada di casa.
Qualche sera dopo, allo stesso orario, Beatrice fissava riluttante la portiera aperta dell'auto di Dario. Quell'enorme mostro color ciliegia sembrava pronto a fagocitarla, dopo averla allettata coi suoi interni eleganti.
"Nanetta, salta su. Questa si guida da dentro, sai?"
"Ma, Dario...e se iniziassimo domani? Piove." Tentò lei.
"Pioviggina appena appena. È ottobre, è normale, e poi i tergicristallo ci sono apposta. Sali."
"Ma, Dario..."
"Monta su e falla finita, Bea. Oplà." Gli occhi chiari di lui brillavano di cupa determinazione fissi nei suoi. Bea deglutì udibilmente e si calò al posto di guida. Dario le si sedette accanto, girando rapido atrorno all'auto, ed iniziò ad elencarle i comandi sfiorandoli con l'indice mano a mano che li nominava.
"Adesso gira la chiave. È in folle, non succede niente." Aveva il tono paziente e rassicurante di chi ha a che fare con un bambino. Bea allungò la mano e girò la chiave di accensione. Il motore si mise in moto obbediente, con un basso borbottio. "Okay, bene così. Adesso giù la frizione." attese che lei eseguisse prima di parlare ancora "prendi il cambio e inserisci la prima."
"Io preferivo la moto..." Protestò debolmente lei. Non le prestò alcuna attenzione.
"Mani sul volante, adesso. Come ti ho spiegato prima, va bene? Mentre premi l'acceleratore, molli la frizione. Uguale, come fosse um'altalena a fulcro." Lo sguardo spaventato di lei lo trafisse.
"Una che?"
"Un pinco panco, dottoressa. Dai. Avanti, con calma. Ci sono io, va tutto bene." La macchina si staccò dal marciapiedi lentamente, dolcemente. Si immisero sulla carreggiata semideserta. "Okay, brava. Piano piano, visto? Non succede niente di male. Se fai la brava e impari questo ti insegno anche slla TDM."
"La moto nuova?"
"Proprio lei." Rispose Dario con un sorriso nella voce. Sapeva qua to la tentasse l'idea di poterla guidare, anche se non si era azzardata a chiederlo. Glielo vedeva negli occhi oogni volta che la guardava. Bea aggrottò le sopracciglia e si spinse gli occhiali all'insù, concentrandosi sul tenere la carreggiata. Non sembrava poi tanto difficile. Con la moto era stato più complicato. Almeno non doveva tenersi in equilibrio.
Aveva sempre pensato che avrebbe avuto uma paura del diavolo, a ritrovarsi di nuovo alla guida di qualcosa, invece stava andando piuttosto bene. Inserì la seconda e poi la terza, girando per le strade tranquille del quartiere , pressoché spopolate. Gli abitanti delle case che fiancheggiavano i due lati delle vie erano seduti a cena, a quell'ora, e il silenzio, interrotto solo dai brevi, secchi comandi di Dario e dal ritmico spostarsi del tergicristallo, la aiutava a concentrarsi. Non si rese conto di essersi spostata verso il centro della strada, mentre Dario era impegnato a spiegarle come leggere il contagiri, fino a che il suono improvviso di un clacson le mozzò il resiro. Si vide di fronte, le parve praticamente addosso, un paio di fari enormi, altissimi, impossibili.
Con un piccolo grido di sorpresa, lasciò il volante e si ritrasse sul seggiolino, abbandonando i comandi dell'auto, che si spense con un violento sussulto.
"Cosa cazzo fai?" Urlò Dario. Mentre il furgone rosso dava in un'altra salva di colpi di clacson, lui esplose in una scarica di parolacce. "Riaccendila, spostati, gesù cristo! Veloce!" Bea scosse la testa, impaurita,  e lui si sganciò la cintura di sicurezza, continuando a sibilare imprecazioni, e scese, per portarsi allo sportello dalla parte del guidatore. Lo aprì e la spinse di malagrazia su quello accanto, riaccese l'auto e la accostò al marciapiedi. "Si può sapere cosa cazzo ti passa per la testa, a fare una cosa del genere?" Stava gridando, al punto che l'intera macchina pareva tremare. Bea prese fiato e gli rispose a tono.
"Piantala di urlare!"
"A momenti vai a sbattere, brutta scema!" Gridò ancora lui.
La lieve pioggerella autunnale si era addensata in una pioggia vera e propria, ma a Beatrice non interessava. Aprì lo sportello e scese dall'auto tanto rapidamente da inciampare nel cordolo del marciapiede, finendo per essere costretra ad un lungo, comico passo avanti per non cadere.
Dario si proiettò fuori della portiera e la raggiunse quasi saltando. Le si parò davanti.
"Dove crederesti di andare, tu?" Le domandò in tono basso e quasi minaccioso.
"Dove mi pare, va bene? Non sono costretta a stare qua a farmi urlare addosso da te!" Urlava ancora. Il suo autocontrollo aveva subito un fiero colpo. "Te l'avevo detto che non sono capace, va bene? Ma tu no, non il signo so tutto, perché ascoltarmi, in fin dei conti? E poi ti incazzi se le cose vanno come ti dicevo io! Ma tu non puoi incazzarti con me, è chiaro? Non ti permetto!" Dario strinse le labbra. Odiava sentirla urlare in strada, era fin troppo facile immaginare che li stessero sentendo, e in quel momento l'avrebbe volentieri schiaffeggiata.
"Piantala con queste sceneggiate." Le ordinò seccamente.
"Io faccio quello che voglio! E vaffanculo! Non puoi comportarti così, mi hai capito? Non sei nessuno, per dirmi cosa devo fare! Nessuno! E poi che cazzo ne sai tu che cos'è una sceneggiata? Tu, che hai passato la vita fra zia Sissi e la sua sosia scopabile!"
"E questo cosa c'entra?" Ora era francamente arrabbiato.
"Che non sai neanche quello che dici, ecco cosa c'entra! E non ti permettere mai più di darmi ordini! O di urlarmi addosso! Altrimenti me la paghi!"
"Ah, si? E cosa mi fai, sentiamo? Dai, fammi ridere, acconto di bibliotecaria!" Ringhiò Dario a denti stretti. Sentiva la furia dentro di lui montare a livelli vertiginosi, fin dove nemmeno ricordava potesse arrivare. Gli sembrava di avere il fuoco, dentro, e di essere sul punto di esplodere in un'unica vampata di collera accecante. Gli occhi di Beatrice lampeggiarono velenosi, una frazione di secondo prima che la sua mano scattasse. Dario l'acchiappò al volo, prima che potesse colpirlo, le le piegò bruscamente il braccio verso il basso.
"Tu a me non me le metti, le mani addosso." Gli si dibatteva fra le mani, con una forza che non le avrebbe mai sospettato, ma anche la sua forza era amplificata dall'adreanlina. La sollevò da terra, tenendola discosta dal corpo, e la ricacciò nell'auto."Tieni indietro le zampe, se no te le rompi." Disse girando il sottile piolino rosso nel meccanismo della portiera prima di sbatterla.
Beatrice si avventò contro la maniglia, ma senza ottenere alcun risultato. Il blocco della serratura faceva si che si aprisse solo dall'esterno.
"Fammi uscire, stronzo bastado!" Gli gridò.
"E dove credi di andare, a piedi? Dove? Eh?"
"Lontana da te!" Dario respirò a fondo, parcheggiando davanti a casa. Erano a pochi metri di distanza, per fortuna. La afferrò e la trascinò fin dentro l'ingresso, mentre lei continuava a dibattersi come una furia.
"Adesso parliamo." Le disse, appoggiandosi alla porta.
"Vaffanculo! Ecco cosa devo dirti!"
"Bea, piantala! Cosa ti piglia, sei indemoniata? Va bene, ho alzato la voce, scusa, ma ti vedi? Sembri matta!"
"No! Mi sono solo stufata di sentirti urlare e incazzarti e cercare di dirmi cosa devo fare! Perché pensi di potermelo dire? Eh? Dov'eri tu, quando io non lo sapevo, cosa fare? Te lo dico io! A giocare alla famiglia felice, eri! E allora adesso non ti permettere di darmi ordini!" La sua voce si spezzò,  pronunciando le ultime parole, ma la maschera di rabbia quasi sovrumana che portava sul volto resistette. Dario aprì la bocca e la richiuse, senza dire nulla. Sentiva il cuore pompargli in petto, tanto forte da fargli male, ma anche nella sua rabbia cieca riusciva a sentire il dolore sotto le sue grida. "Quando io non sapevo cosa fare, dove sbattere la testa" continuò lei sempre a voce altissima "tu non c'eri. Mio padre non c'era. Neanche quel cazzone di tuo padre, c'era. Cera mia mamma che, guarda caso, non sapeva cosa fare neanche lei! E allora? A chi gridi in faccia, tu? Chi cazzo credi che io sia? Ho dovuto imparare a stare da sola! O non lo riesci a capire? Ci arriva, quella tua testa bacata, che non ti puoi permettere di trattarmi così? Ce la fai? A capire che decido io per me e che esigo il rispetto che si deve a chi sa cavarsela da sola?"
"Bea, porca puttana, mi sono semplicemente spaventato!"
"E io no? Ti sembravo tranquilla, serafica? Pensavi che stessi scherzando?" Dal profondo della pozza di fiamme in cui si trovava in quel momento, le parole di Bea gli giunsero fin nell'anima. Era stata sola, troppo sola, a rimpiangere la guida e il consiglio che aveva sempre trovato attorno a sé. Aveva dovuto prendere le armi, armi troppo pesanti per lei, e imparare ad andare avanti sotto quel peso.
Mentre lui viveva la sua vita, zio Dolfo aveva escogitato per sua figlia una versione più complessa e definitiva di quella stanza chiusa che era stata la sua punizione da bambina. E, per quanto avesse gridato, quella volta nessuno le aveva aperto. E nemmeno bussato al battente per consolarla un poco. La sua ira si volse bruscamente, cambiando direzione. L'avrebbe fatta pagare a quell'uomo. Tese le mani verso Bea.
"Ma adesso sono qui. E non me ne vado. Mai più." La vide arretrare, come se l'avesse colpita.
"Tutti se ne vanno, Dario. Magari il tuo culo resterà di fianco al mio, ma prima poi te ne andrai anche tu. Comincerà a interessarti di più una moto nuova, o una qualche altra cosa, di me. E pian piano te ne andrai. E io finirò per trovarmi di fianco uno, come succede in tram." Ora parlava ad un tono di voce normale, un po' arrochita per il troppo gridare, e una disperazione tanto profonda trasudava da quelle parole, una condanna tanto definitiva, che Dario non poté fare a meno di comprendere che quella maledetta stanza chiusa, oramai, ce l'aveva dentro alla testa.
"Non succederà." Le disse in tono sicuro. Lei scosse le spalle, sfilandosi gli occhiali.
"Si che succederà. Ti è già successo con Stella, no? Mi hai detto che la amavi." Non piangeva. Appariva al di là del pianto, come se non stesse mostrando una ferita, ma una cicatrice antica e dolente.
"Non succederà. Non con te. C'è stato un motivo, con Stella. Una causa. Non permetterò che accada." Parlava lentamente, lasciandole il tempo di capire.
"Non ci riuscirai. Perché dovresti riuscirci? Non ci riesce nessuno." Dario staccò la schiena dalla porta e si avvicinò lentamente,  fermandosi ad un passo da lei. Non voleva forzarla a toccarlo.
"Perchè,  Bea, io sono un maniaco ossessivo. Il che, fra le altre cose, signifca che sono molto bravo a tenere fissi gli obiettivi." Lei lo guardò, cercando di capire fino a che punto scherzasse, per scoprire che non scherzava affatto. Una sottile linea verticale le apparve fra le sopracciglia.
"Ah, si?" Chiese diffidente. Lui annuì.
"Bea, non vado via. Sono qui, adesso. Sono diventato grande. E sono forte. Puoi smettere."
"Cosa cavolo..." lui sollevò un sopracciglio, annuendo di nuovo.
"È finita. Puoi smettere, adesso. È tutto finito." Vide le labbra di lei tremare appena.
"Stai male."
"Guarirò."
"E io ho il mio carattere."
"L'hai sempre avuto." Bea respirava leggera, come se avesse un peso sul petto. La sua voce si era fatta acuta.
"Te ne andrai."
"No." Una singola lacrima le si staccò dall'angolo dell'occhio.
"Ho paura." Disse poi alzando lo sguardo in quello di lui. E nella vastità della paura che vide nei suoi occhi, si rafforzò il proposito di vendetta di Dario. Zio Dolfo, suo padre, sua madre. Tutti quanti. Avrebbero pagato fino all'ultimo palpito di terrore che vedeva e qualcosa in più per ciò che avevano fatto a lui. Senza dire altro, allargò le braccia e rimase immobile mentre Bea si avvicinava, esitante, e si posava leggera contro il suo petto. Solo quando la sentì immobile contro il suo cuore, le richiuse in un abbraccio.

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