sabato 16 agosto 2014

19

04/12/1992

Stella accarezzò con il palmo il tessuto luccicante della maglia nuova. La adorava, letteralmente, la faceva sentire davvero bella.
Era una serata favolosa, nonostante il velo di nevischio che ancora persisteva, era fuori, finalmente, dopo più di due settimane che non usciva ed era con i suoi amici più cari, che non mancavano mai di farla ridere. Non riusciva ad immaginare nulla che potesse rovinare quel venerdì.
Cristina non faceva che guardare oltre le sue spalle, in mezzo alla confusione, e lei, per puro riflesso, seguì il suo sguardo e sbuffò.
"Ma santa pazienza, Cri, sei ancora messa così? Lascialo perdere, quello stronzo! Non ti ha neanche salutata, quando è entrato!" Cristina la guardò e, con una certa preoccupazione, Stella vide i suoi occhi inumidirsi. Le salì alla testa un'ondata di rabbia. Aveva legato molto con lei e sapeva bene quanto stesse soffrendo per colpa di quel cretino che stava seduto dietro di loro, ovviamente vestito di nero come se si sentisse in dovere di rimarcare la sua fama di bello e dannato, ovviamente l'unico in silenzio in una tavolata di gente che rideva e scherzava, ovviamente con la sigaretta all'angolo della bocca. Una qualche sorta di residuo degli anni di 'gioventù bruciata', con tanto di capelli sugli occhi, rigorosamente spettinati.
"Pensi che dovrei andargli a parlare?" Le chiese timidamente l'amica.
"Penso che dovresti parlargli si, penso che dovresti fargli il culo, a quel bastardo! Vai e cantagliele chiare, e, per favore, togliti quell'aria da cane bastonato dalla faccia!"
Stella guardò Cristina avvicinarsi al ragazzo e parlargli. Pur non potendo sentire nulla, a causa del rumore e del volume della musica, era abbastanza chiaro come stese andando il dialogo. Cristina parlò a lungo, con aria prima arrabbiata, poi accorata. Gli altri presenti al tavolo smisero lentamente di parlare e si girarono, uno dopo l'altro, a fissarla. Molti degli sguardi saettavano da lei al ragazzo che, con le spalle appoggiate alla parete, continuava a fumare come se non avesse un problema al mondo. Non la guardava nemmeno, ostentando il più profondo disinteresse, e Stella sentì la rabbia che provava aumentare. Nessuno aveva il diritto di trattare a quel modo una persona, nessuno al mondo.
Cristina finì il suo monologo poco prima del breve intervallo fra un brano musicale e l'altro e, in quel relativo silenzio, le parole di lui, pronunciate, con un ironico sguardo obliquo, nella sua solita parlata strascicata, le arrivarono perfettamente udibili.
"Si, ho capito, ne vuoi ancora. Siediti lì da brava e se a fine serata ho voglia di scopare ti tiro su, dai. Senza dare noia." Stella lo vide sbirciare la reazione della ragazza di fra le ciocche biondo chiaro che gli spiovevano sugli occhi con aria blandamente divertita. Lei boccheggiò offesa e girò sui tacchi, allontanandosi velocemente, cercando di non fargli scorgere le lacrime che iniziavano a traboccare. Lui sorrise alla tavolata inarcando le sopracciglia.
"Non aveva voglia di aspettare, eh?" Una risata si diffuse fra gli amici riuniti al tavolo a quel commento.
Quella lunga, volgare, risata corale maschile fece definitivamente perdere le staffe a Stella che si alzò e camminò decisa fino a portarsi davanti a lui.
"Senti tu!" Lui la guardò di sotto in su, impegnato in un giro di tequila sale e limone, senza risponderle. Stella lo osservò da vicino per la prima volta. Non lo trovava particolarmente bello, ma capiva Cristina. Aveva fascino, questo era certo, nonostante il viso dai tratti troppo marcati.
"Cazzo vuoi?"
"Devo parlarti. Adesso. Quindi alza il culo."
"No."
"Non accetto no."
"Sono cazzi tuoi." Concluse lui smettendo di considerarla. Stella batté un piede, stizzita. Non era abituata a quel genere di risposta e non aveva intenzione di accettarla. Quel tizio l'avrebbe ascoltata, lo volesse o no.
Lo attese, in una fiamma di furia crescente, fino a che il locale, lentamente, iniziò a svuotarsi. Quando vide i suoi amici lasciare il tavolo, uscì e rimase sulla porta, per poterlo intercettare, ma senza successo. Erano usciti tutti, tranne lui, ed era ormai ora di chiusura.
Si affacciò all'interno e lo vide accasciato sul tavolo, la testa posata sulle braccia incrociate. Solo i capelli si scorgevano.
"Oh! Oh, guarda che chiudono!" Gli disse. Non ottenendo reazione, lo scosse appena con la mano, poi più forte. Il ragazzo scivolò dalla sedia sul pavimento,  apparentemente inanimato. Nella caduta, lo spigolo del tavolo gli aprì un graffio sulla tempia, che iniziò a sanguinare.
Lui aprì gli occhi e si portò con dolcezza la mano alla testa. Fissò Stella con sguardo vacuo e lei, istintivamente, gli porse la mano per aiutarlo a rimettersi in piedi. Non l'aveva mai visto da vicino e si trovò a piegare il collo all'indietro per guardarlo in viso. Scuotendo la testa disgustata, gli girò le spalle e si avviò all'uscita.
Lui la seguì a passi incerti che, una volta arrivati sulla sottile patina di neve, si fermarono. Si guardava intorno, cercando qualcosa.
"Scusa, ma dove vai adesso?" Gli domandò lei non riuscendo a trattenersi.
"Macchina. Casa." Rispose lui, indicandole un'auto di un giallo impossibile. Fece per muoversi in quella direzione e scivolò, finendo in ginocchio sull'asfalto ghiacciato. Stella gli si avvicinò, impressionata.
"Ma stai bene?" Si accoccolò per guardarlo in faccia e si accorse che aveva l'aria persa, imbambolata. "Dio, tu non sei ubriaco vero?"
"No. Non mi piace."
"Tu non ci monti in macchina, messo così. Dammi le chiavi." Lui scosse la testa. Stella si rese conto che era praticamente seduto in una pozzanghera di neve semisciolta e non mostrava segno di rendersene conto. Con un sospiro, si passò il suo braccio sulle spalle e lo rimise in piedi, avanzando poi verso la propria auto, dove lo costrinse ad entrare.
Mise il riscaldamento al massimo ed avanzò con tutta la velocità che le condizioni climatiche le consentivano verso l'indirizzo che lui le aveva fornito, guardandolo scivolare in uno stato che non era sonno né veglia. Quando si fermò, fu certa di aver seguito un'indicazione errata.
"Questo non è uno studentato."
"Lo so. Io abito qui."
"Va bene, adesso suono ai tuoi amici, che ti vengano a prendere."
"Quali amici?"
"Insomma, con chi dividi l'appartamento?"
"Con nessuno. È mio." Sembrava tornato un poco in sé. "Vado da solo, grazie del passaggio."
"Non ti reggi in piedi, ti accompagno." Sospirò lei vedendolo rotolare fuori dall'auto. Lo sorresse con una certa difficoltà fino al secondo piano, dove lui le indicò una porta. Preparandosi ad affrontare l'appartamento disastrato di uno studente poco morigerato, Stella trasecolò entrando. Era tutto perfettamente lindo ed ordinato, in un modo che le ricordò più le sale operatorie che una qualsiasi abitazione di sua conoscenza. Il ragazzo teneva gli occhi quasi chiusi e respirava con difficoltà, come se avesse una crisi d'asma. Lo trascinò nella camera da letto e lo lasciò andare sulla coperta perfettamente distesa e senza pieghe. Le labbra iniziavano a diventargli bluastre e lei si spaventò e gli alzò la nuca, come le avevano insegnato a primo soccorso. Gli posò una mano sulla fronte, per capire se la sua temperatura fosse a posto, e rimase sorpresa nel sentirlo strofinarsi contro il suo palmo, come un gatto.
Non aveva il coraggio di lasciarlo lì solo ed andarsene, così decise di rimanere. Mancavano poche ore, solo tre, prima di mattina, e, pensò, in quel modo avrebbe avuto un debito tale nei suoi confonti da essere costretto ad ascoltarla.
Si recò in cucina e si dispose all'attesa. Sul tavolo, una grande busta gialla ne conteneva una decina di più piccole e bianche, tutte con il timbro di respinto al mittente. Il nome sulla busta gialla, girata in modo che lei potesse leggerlo, era Dario Malatesta. Si rese conto di non aver mai sentito nessuno chiamarlo per nome, neppure la sua amica. Si preparò un caffè e diede una scorsa ai libri mentre aspettava. Chimica, chimica fisica, biochimica, fisica molecolare. Neppure un libro diverso, nemmeno un fumetto. Stava dando una scorda alle cassette, che sembravano essere in prevalenza Queen e U2, quando lo sentì piangere. Singhiozzava, come se stesse provando dolore, e lei ebbe immediatamente paura di una qualche genere di crisi. Raggiunse la camera.
Dario piangeva, nel sonno, senza nemmeno muoversi. Gli tremavano le labbra ed aveva gli occhi stretti come pugni chiusi. Non sapendo che fare, gli si sedette accanto e gli passò una mano fra i capelli. Le faceva pena.
Nemmeno allora si svegliò, probabilmente non riusciva, riflettè lei, ma si acciambellò al suo fianco, come se il semplice fatto di essere toccato gli recasse conforto. I singhiozzi si spensero lentamente, lasciando solo un quieto sgocciolio di lacrime.
Stella ripensò alle lettere che aveva visto sul tavolo e strinse le labbra. Probabilmente se la stava passando peggio di Cristina, quel lungo tizio che adesso stava scivolando in un sonno profondo, scandito da lunghi, lenti respiri di petto.
Tremava, con indosso i vestiti fradici di neve disciolta, e lei si guardò attorno nella ricerca di qualcosa con cui coprirlo. Nell'armadio trovò un intero sportello di biancheria per il letto, piegata con rigore militare, e scelse un plaid da stendergli addosso. Il tremito cessò e lei si ritirò di nuovo in cucina,  dove sorseggiò altro caffè.
Lo lasciò dormire fino all'alba, poi decise che era venuto anche per lei il momento di concedersi un po' di riposo. Alzandosi, cedette finalmente alla curiosità che la attanagliava e diede una rapida sbirciatina all'indirizzo scritto sulle buste bianche, rapida come il lampo per il timore che lui si svegliasse e la vedesse. Erano tutte indirizzate a una stessa persona, una donna. Una ragazza, fu quel che pensò.
Rientrò in camera da letto e gli posò la mano su una spalla, chiamandolo per nome. Lui aprì immediatamente gli occhi, passando dal sonno alla veglia senza alcun preavviso e facendola sussultare di sorpresa. Si sedette sul letto e la fissò con aria torva.
"Sono sveglio." Le comunicò seccamente.
"Lo vedo. Tu...stai bene?"
"Non toccarmi più." la sua voce aveva perso ogni sicumera, tremava. Stella gli si sedette accanto.
"Va bene. Sei fradicio, dovresti cambiarti."Lui annuì e, con suo sconcerto, si levò la maglia di fronte a lei. Osservò con malcelato disgusto la cicatrice rossa e netta sul suo petto. Era lo stesso nome che aveva letto sulle buste, il cognome già le sfuggiva dalla mente. "Te lo sei fatto tu quello?"
"Eh, si."
"E ti pare di essere furbo?" Lo rimbeccò lei, voltandosi poi precipitosamente, quando lo vide iniziare a slacciarsi i pantaloni. "Oh, cosa fai?"
"Cos'è, non hai mai visto un uomo svestito?"
"Non voglio vedere te, svestito. Cosa credi?"
"Volevo solo cambiarmi." Rispose lui in tono di scusa. "Ecco, puoi girarti. Sono...beh, mia madre direbbe presentabile."  In un paio di pantaloni da ginnastica e una maglietta bianca, Stella lo trovò più che presentabile. Lo trovò grazioso.
"Sia chiaro che ti ho portato fin qui perché non volevo averti sulla coscienza, non per altro." Lui annuì di nuovo. Era tremendamente pallido. "Non farti idee strane. Non sei il mio tipo. E per quanto riguarda la mia amica..." si interruppe bruscamente, vedendolo correre fuori dalla stanza. Lo sentì in bagno, mentre i conati si susseguivano. Dopo un lungo attimo di silenzio, sentì scorrere l'acqua e si azzardò ad entrare.
"Vuoi che ti accompagni in ospedale?"
"No."
"Stai molto male?"
"Niente di grave. Alcol e ketamina che fanno a botte."
"Ribadisco: ti sembra di essere furbo?"
"Ma si può sapere a te che te ne frega?" Sospirò lui accasciato sul pavimento accanto al gabinetto. Aveva l'aria stanca oltre ogni immaginazione. Sembrava fare una fatica tremenda a parlare.
"È difficile vedere qualcuno che si fa così male senza intervenire. O a te non succede?"
"No. A me no."
"Vuoi che me ne vada?" Senza alcun preavviso, Stella si trovò piantati in faccia due occhi incredibilmente chiari e grandi. L'espressione di pena e di solitudine che contenevano la intrappolò nel momento stesso in cui vi cadde, come una mosca nel miele.
"No, per favore. Scusa se sono...se sono così. Sei stata buona a portarmi a casa. Sei...gentile?" Il tono della sua voce si alzò leggermente alla fine della frase, trasformandola in una garbata domanda. Stella riflettè che sembrava molto diverso, adesso, da come l'aveva sempre visto. Molto più piccolo. Quella che era stata la bambina che portava a casa qualunque animaletto ferito per curarlo amorevolmente e l'adolescente che risparmiava la paghetta per mantenere un'adozione a distanza sospirò pesantemente. Si passò le mani fra i capelli e, cosciente del carico che si accollava, decise di rimanere.
"Dai, andiamo di là, che ti faccio qualcosa di caldo. Hai da mangiare in casa?"
"Un po'." Le rispose lui camminandole docile al fianco.
"Vuoi che ti cucini qualcosa?"
"Sarebbe bello. Io non sono tanto capace."
"E cosa ci fai qui da solo, se non sei capace neanche di nutrirti?"
"Mah, è una storia lunga."
"E tu raccontamela."
"Perchè?" Stela lo osservò occhieggiarla con aria diffidente dalla soglia della cucina e decise di dirgli la verità.
"Perchè sei appena stato adottato. E se la cosa ti offende..."
"No, no. A me va bene." Lo guardò stupita sedersi rapido in un angolo, come temesse di poterle fare cambiare idea e le venne da ridere. Forse, dopo tutto, non sarebbe stato tanto difficile. Era solo un cucciolo, anche se più grosso di qualunque altro avesse mai maneggiato.
"Avrei solo una domanda."
"Avanti."
"Hem, non per sembrare scortese, ma...chi saresti, tu?" Stella rise e si presentò.

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