martedì 5 agosto 2014

15

Rientrarono a casa in un silenzio di pietra. Non sembrava provenire alcun suono neppure dall'ambiente circostante. In quel tardo pomeriggio di martedì, l'intera via in cui abitava Dario pareva addormentata.
Beatrice si sfilò casco ed airicolare e glieli porse con un gesto meccanico, prima di rientrare in casa. Non lo aspettò, per farlo, usando le sue chiavi per aprire la porta d'ingresso.
Era come raggelata. La sensazione che aceva provato nei giorni precedenti, che qualcosa dentro di lei si stesse sciogliendo, si era bruscamente invertita, dando luogo ad una glaciazione totale. Se avesse dovuto dire ciò che provava, in tutta sincerità non avrebbe potuto che rispondere 'nulla'.
Si sedette sul largo divano scuro e prese in grembo uno dei cuscini che Dario aveva comprato per lei. Era rosso ciliegia da un lato e rosa albicocca dall'altro, soffice, perfetto per accoccolarsi con un buon libro in una mano e qualcosa da sorseggiare nell'altra. Lo osservò come se si trattasse di un manufatto di origine sconosciuta. Nella sua mente, all'infinito, in un infernale montaggio ad anello, si ripetevano le parole che le aveva detto, sul motivo che lo aveva spinto a lasciare Stella. Non il fatto di non amarla più, o di essersi reso cinto di non averla mai amata, come una parte alquanto meschina di lei aveva segretamente sperato, ma il solo desiderio di cautelarla dai suoi eventuali futuri scoppi d'ira. Un istinto di protezione, in altre parole. Il tipo di cosa che si fa nei confronti di chi si ama, e molto, abbastanza da considerarne il benessere come più importante del proprio.
Lo guardò entrare. Le rivolse solo un'occhiata furtiva, prima di mettersi a fare mille piccoli aggiustamenti, intorno, nella stanza.
Bea non notò quanto fosse buffo il suo modo di starle accanto, fingendosi occupato nello spostare oggetti che poco dopo rimetteva esattamente nel medesimo posto, né le altre, saettanti occhiate che lui le diede, tentando di saggiare il suo stato d'animo.
Con gli occhi sul cuscino che teneva sulle ginocchia, in perfetto silenzio ed oltremodo composta, Bea ascoltava il ghiaccio avanzare implacabile dentro di lei, come una marea mortifera. Passarono così una mezz'ora,  prima che lui decidesse che, bene o male che andasse, doveva finire quella scena da operetta.
Dario si schiarì la voce. Sentiva gravargli addosso, come fosse un peso d'acqua che aderiva a tutto il suo corpo, la disapprovazione di lei. Non vedeva come avrebbe potuto essere altrimenti. In fondo, le aveva appena rivelato di aver picchiato una donna, e non una donna qualsiasi, ma quella che allora era sua moglie, per motivi che definire futili sarebbe stato un eufemismo. C'era di più, dietro quel gesto infame, ma raccontarlo gli sarebbe parso come un tentativo di giustificarsi, di prendere la parte della vittima, quando sapeva, nel profondo, che accampare giustificazioni di fronte ad un atto del genere non era che un'aggravante.
"Bea." Iniziò. La voce gli si spezzò e prese un secondo prima di riprovare. "Bea, vogliamo parlarne?" Lei alzò finalmente gli occhi dal cuscino per incontrare i suoi e, d'istinto, Dario fermò il passo che stava per fare verso di lei. Si era aspettato disapprovazione, condanna, forse perfino qualche lacrima o strillo. Invece, quello che vedeva era niente. Come guardare nell'acqua del pozzo.
"Si. Siediti, parliamo." Perfino il suo tono di voce era radicalmente mutato. Ora suonava asettico come un messaggio registrato.
"Ascolta, quello che ti ho detto prima, sai, è normale che ti abbia un tantino sconvolta. Voglio che tu sappia che farò in modo che non accada mai niente del genere, fra di noi. Insomma..." lei sollevò una mano, interrompendolo, prima di parlare.
"C'è una cosa che voglio sapere."
"Chiedi."
"La amavi come amavi me?" Di tutte le domande possibili, Dario questa non se la sarebbe mai aspettata. Non ne capì nemmeno il senso, il nesso, come se lei gli avesse chiesto la formula chimica dell'ubichinolo dopo essere rimasta scioccata da un film sui vampiri. Si mise comunque di impegno per risponderle sinceramente.
"Ecco, se mi chiedi se l'amavo come te, nel senso del modo, no. Proprio no, due cose diverse. Se la domanda invece era sull'entità del fenomeno, in questo spcaso, direi che ci avviciniamo. Più o meno." Lei riportò gli occhi sul cuscino che teneva in grembo, senza altra reazione. Restò silenziosa ancora un attimo, mprima di chiedergli:
"La ami ancora?"
"Cosa? Io? Ma chi, Stella?" Protestò scandalizzato lui. Capì immediatamente di aver dato la risposta sbagliata. Lei posò con grabo il cuscino al suo fianco sul divano e si alzò, dirigendosi al piano superiore.
Dario le tenne dietro.
"Bea? Bea?" Nessuna risposta. "Bea, porca miseria, no! Che domande fai? No, che non la amo. Beatrice?" La guardò ripiegare i suoi vestiti per quasi cinque minuti di orologio prima di rendersi conto che si stava preparando ad andarsene. Sentendo il viso che gli si faceva improvvisamente freddo, Dario le si parò davanti, frapponendosi fra lei e cio che stava facendo.
"Guarda che non puoi andartene." Le disse con una punta di panico nella voce. Sentiva la situazione sfuggire al suo controllo troppo velocemente.
"Si, che posso. Sono adulta e libera. Decido io."
"No, Bea, dai, non fare la cretina. Parliamone, vuoi? Tu mi dici che cos'hai e io ti prometto che metto tutto a posto. Dai, sii ragionevole, è solo un malinteso."
"Nessun malinteso." Rispose lei nella sua voce piatta.
"Ma mi vuoi dire almeno qual è il problema? Me la merito, almeno, questa cortesia, boia d'un mondo?" Beatrice sollevò su di lui uno sguardo asettico che gli diede i brividi. Non fosse stato per la faccia che c'era attorno, non l'avrebbe nemmeno riconosciuta. I suoi vestiti, quei pochi che aveva con sé, erano sul letto, malamente piegati, raggruppati in una pila sghemba.
"Vado a casa, Dario. Mi accompagni tu o chiedo a qualcuno di venirmi a prendere?" Gli parlava lentamente, come si fa coi bambini piccoli e le bestie. Nessun accenno né di affetto né di collera trapelava dalle sue parole, che aleggiarono nell'aria fra loro come un annuncio impersonale. Lui allungò la mano per toccarla e lei non mosse un muscolo, nemmeno per seguire il movimento con gli occhi. Arrivato a metà strada verso la sua spalla, la lasciò ricadere, senza riuscire a sfiorarla.
Come il giorno in cui gliel'avevano strappata di prepotenza dalle mani, riuscì a udire lo schiocco assordante della porta che si chiudeva. Solo che quella volta non avrebbe potuto nemmeno sbatterci contro i pugni. Quella volta, la porta era dentro di lei. Gli si annodò la gola, provocandogli un familiare dolore sordo dietro il pomo d'adamo, e seppe che, anche tentando, non sarebbe riuscito a parlare.
Beatrice lo guardò boccheggiare, senza trovare nulla da dirgli. Quel poco che era fiorito nell'ampia pianura sterile dentro il suo petto era rimasto bruciato dal gelo che si era impossessato di lei.
Guardava i suo volto, i tratti che aveva sempre amato ben più dei propri, e subito la sua mente le rimandava l'immagine della schiena diritta di suo padre, che si allontanava, in direzione dell'auto parcheggiata lungo la strada, lasciandola nella casa sconosciuta in cui era condannata a trascorrere gli anni successivi.
Un unico pesiero campeggiava dentro di lei, iscritto in ampie lettere della durezza della pietra. Un unico comandamento, che aveva imparato a prezzo della sua innocenza e di buona parte della sua vita. Mai fidarsi. Mai. Non capiva come avesse potuto contravvenire, dopo tutto quello che aveva passato, dopo tutto quello che le aveva raccontato sua madre, nei lunghi, infiniti giorni in cui la malattia se la stava mangiando dall'interno e ogni inibizione, ogni pudore, sembrava essersi sciolto nella  sua mente, ma, probabilmente, era dipeso dal fatto che lui appartenesse a quell'epoca in cui ancora credeva nelle persone, in cui ancora pensava che avere qualcuno che ti stia accanto, che si prenda cura di te, fosse un diritto di ogni essere umano, a prescindere da quanto vecchio fosse o da cosa avesse fatto della sua vita. Prima che imparasse cosa gli esseri umani fanno ai loro simili, facendolo passare  per normalità.
Attese pazientemente la sua risposta, senza mettergli alcuna fretta. Aveva tempo. Quando Dario fu di nuovo in grado di parlare, pigolò che non l'avrebbe portata via. Che non voleva. La cosa non costituiva un problema, era stata ovviamente prevista. Aveva già mandato un messaggio a Viola, che era in attesa della sua chiamata. La chiamò in quel momento, dandole l'indirizzo preciso, e poi iniziò ad infilare i suoi abiti nella misera borsa che aveva con sé.
"Beatrice, non andare via." Le chiese ancora una volta. Non sapeva come fermarla, a meno di prenderla a pugni, e quello non gli pareva un granché di piano. Lei si fermò, per un attimo, ancora fissando il letto, e Dario sentì una fitta di speranza. Senza guardarlo, gli chiese:
"Perchè? Non vado in capo al mondo, sai. Solo a casa. Sai dov'è."
"Perchè adesso sei..." si fermò non trovando la parola. Non pareva arrabbiata, né sconvolta. Non pareva niente. In un lampo di illuminazione capì che quello era ciò che vedevano gli altri quando lui decideva di chiudersi e si pentì profondamente di averlo mai fatto. "Perchè vorrei che mettessimo a posto le cose." Terminò.
Beatrice finì di mettere i vestiti nella borsa, pigiandoli forte, e poi si voltò verso di lui.
"Non c'è niente da mettere a posto. C'è un'altra persona, fra noi due, e da quel che ho capito ci sarà sempre. Devo solo capire se è una cosa che posso accettare, che voglio accettare, o no."
"Bea, non c'è nessuna altra persona. Ti giuro. Mi vuoi credere?" Lei scosse lentamente il capo.
"Sii sincero. Ci tieni, a lei? Le vuoi bene? Guardami in faccia e rispondimi."
"Bea, per dio, non puoi pretendere che..."
"Allora non c'è nessun malinteso. Ho capito benissimo. Devo vedere se mi sta bene o no. Nel frattempo, se ogni tanto vuoi passare, fai pure."
Dario sospirò e il fiato uscì tremando dal suo petto. Cercò affannosamente qualcosa da dire e non trovò altro che il vuoto, tutte le parole sembravano essersi rifugiate in porti più sicuri dell'interno della sua mente. Avrebbe voluto mentirle, ma era certo che se ne sarebbe resa conto all'istante e che la situazione sarebbe ulteriormente precipitata. Si sentiva impotente, come legato da una moltitudine di sottili lacci invisibili, che gli sarebbero penetrati nella carne se solo avesse tentato il minimo movimento.
Il piccolo cellulare di lei diede un unico squillo e la vide sollevare la borsa coi vestiti e scendere le scale.
La seguì passo a passo, desiderando sopra ogni altra cosa afferrarla, fermarla, costringerla a rimanere, e sapendo che non sarebbe valso a nulla. Quando posò la mano sulla maniglia, si voltò appena, per un momento.
"Bea, resta. Resta con me." Vide le sue labbra tremare, appena un accenno, ma abbastanza da fargli capire che anche lei avrebbe voluto rimanere. Poi aprì la porta e se ne andò.
Fuori, ad attenderla a motore acceso, c'era la piccola utilitaria di Viola. In uno dei suoi rari sprazzi di umorismo, il marito, Vittorio, un tempo uno dei più cari amici di Dario, le aveva comprato un'auto dello stesso colore del suo nome, ordinandola espressamente dalla casa produttrice.
Bea salì sull'auto viola di Viola, proprio mentre il suo controllo cedeva e grosse lacrime iniziavano a caderle sulla faccia. L'amica la osservò emettendo piccoli versi di consolazione.
"Parti, per favore. Se lo vedo un'altra volta non ce la faccio." Implorò Beatrice, coprendosi il viso con le mani.
"Cosa ti ha combinato, ancora, quello lì?" Le chiese comprensiva.
"Niente, ha combinato, niente. Prova ancora qualcosa per...per lei."
"E quindi cosa voleva da te, che facessi il ruotino di scorta?" Commentò acida Viola "ha letto che eri ancora innamorata e ha deciso di risparmiarsi la fatica di rimorchiarne una, dato che eri già lì, tu?"
"Lascialo stare."
"Si, tutti così, con quello. E lascialo stare, e poverino, e non è colpa sua...lo sai che era almeno un anno che non chiamava Vitto, prima di questa faccenda con te? Non gli serviva! E se poi mio marito gli vuole bene e lo cerca due volte al mese come minimo, chi se ne frega, vero? Sai cos'è? Che quello lì la gente la cerca solo quando ha bisogno!"
"Viola, smettila, per favore. Davvero, non è una colpa, la sua. È stato sincero, non mi ha detto balle. Solo, credevo che quando è venuto da me..." la voce di Beatrice si spezzò e rimase in silenzio, tirando piano su col naso. L'altra sbuffò irata continuando a guidare.
"Che quando è venuto da te fosse per stare con te, credevi! E cosa avresti dovuto credere? Se vuole quell'altra che se la sbrighi con lei, dico io! È una questione di rispetto per i sentimenti altrui! Guarda qui come ti ha ridotta in meno di una settimana! Lui che ti tratta come una vecchia, scusami sai, mignotta e tu che lo difendi. Ah, ma prima o poi mi sente, quello lì." Beatrice alzò gli occhi, preparandosi a perorare la causa di Dario con Viola, che da anni l'aveva in antipatia per il suo atteggiamento distante nei confronti del marito, e vide che avevano preso la strada sbagliata.
"Guarda che di qui non si va a casa mia, Viola."
"Lo so benissimo. E tu in quello sgabuzzino dove vivi, da sola e in questo stato non ci torni, quanto è vero dio. Adesso te ne vieni a cena da noi, ti sfoghi, chiacchieri un po', cerchi di buttare giù qualcosa e poi, se vuoi, ti accompagno a casa." Viola mise in quelle parole tutto il peso dell'autorità materna che era abituata ad esercitare e Bea cedette senza discutere. Per quanto fosse una donna senza particolari velleità intellettuali, cosa che in un primo momento l'aveva spinta a respingerla, era anche una persona forte, testarda e straordinariamente generosa. L'aveva presa a cuore, quando si erano riviste dopo qualche anno dalla sua separazione da Dario, e non aveva minimamente ceduto a nessuno dei suoi tentativi di allontanarla, fino a che, suo malgrado, Beatrice si era trovata a telefonarle, quando avvertiva troppo acutamente il peso dell'isolamento che si era autoimposta. Era stata lei, molti anni prima, l'artefice dell'inizio della storia fra Viola e Vittorio, anche se mai avrebbe immagimato una casa, un matrimonio e una figlia come esito dell'impresa, e aveva finito per considerarli quasi parte della sua famiglia, tanto che la piccola Sara, loro figlia, la chiamava abitualmente 'zia'.
Si lasciò portare, continuando il suo pianto sommesso, fino alla piacevole, bassa palazzina dove vivevano. Il loro ampio appartamento, frutto delle fatiche informatiche di Vittorio, si affacciava su un piccolo parco con altalene e scivoli, dal quale ora si udivano i richiami acuti della bambina e le risposte pacate del padre.
Era un luogo sereno, pieno di luce, senza angoli bui pieni di cose nascoste, e, come ogni volta, Beatrice sentì rilassarsi la tensione che la accompagnava in perpetuo, arrivandovi.
Viola si sporse dal piccolo balcone e lanciò un richiamo al resto della famiglia, mentre la faceva accomodare con un cenno sulla poltrona che preferiva.
"Vitto, venite su! C'è Beatrice!"
Arrivarono in pochi minuti, e Bea accolse volentieri l'assalto volenteroso e pieno di impeto della piccola Sara che le si arrampicava in grembo,  mentre salutava Vittorio. Viola recuperò la bambina e veleggiò verso un rapido cambio di abiti con annessa pulizia e lui le si sedette accanto.
"Ma non eri da Dario, tu? Pensavo che..."
"Sono venuta via. Abbiamo avuto un problema."
"Ah. Capito. Un problema sul tipo 'vattene' o un problema sul tipo 'me ne vado'?" Bea scosse la testa.
"Sul tipo 'me ne vado', temo. Mi sa che quando è destino, è inutile per quanto uno si impegni, eh?" Sentiva i suoi occhi minacciare un nuovo pianto. Vittorio se ne accorse e le batté fratenamente sulla mano.
"Su, su. Casomai è destino che stiate assieme, voi due, se proprio dobbiamo tirare in ballo il destino. Vedrai che si sistema. Insomma, cosa ti ha mai fatto?"
"Niente."
"Ecco, vedi? È già un passo avanti. E come mai a farti niente ti ha fatta andar via?" Dalla porta fece capolino Viola.
"Perchè ha ancora in testa quella bella lana di sua moglie e le è piombato a casa, a lei, giusto per vedere cosa poteva rimediare. Ecco, come mai. E questa qui che son dieci anni che sta male per quel buon da niente!"
"Viola, basta, per favore." La rimproverò Bea.
Le due amiche continuarono a parlare, fra commenti e domande, spostandosi man mano che la conversazione proseguiva, per tutta la casa.
Vittorio si ritirò sul balcone e trasse il cellulare dalla tasca dei jeans. Gli occorse meno di un minuto, per comporre il messaggio ed inviarlo, poi tornò in casa ad aiutare per la cena.
Il display si illuminò, portando alla luce una minuscola porzione del disastro in cui si era trasformato l'ampio ingresso di casa di Dario.
Il divano era stato spinto da parte e occludeva parzialmente la porta della cucina, mentre, lungo la parete opposta, giaceva sul fianco il lungo tavolo scuro. Sul pavimento fra questi due voluminosi relitti, grosse e pesanti schegge di legno in cui erano ancora riconoscibili le modanature delle sedie e grossi cocci che un tempo costituivano il lampadario. I cuscini colorati che avecano adornato il divano per un paio di giorni facevano bella mostra di sé, in una pila ordinata, da un canto.
In mezzo a tutto questo, sdraiato, perfettamente composto con la schiena aderente al tappeto e le mani posate sul torace, era Dario.
Solo il suo studio era sfuggito alla distruzione metodica, perfino organizzata, che aveva operato sulla sua casa, partendo dall'alto, per avere la certezza di terminare in quella stanza.
Ogni luce interiore si era spenta. Dopo tutti gli anni che erano passati dal giorno in cui aveva deciso di ricominciare, di uscire dallo stato di disperazione in cui l'aveva gettato il periodo in cui ogni sua certezza si era frantumata, dopo tutti quegli anni passati a cercare di fare il bravo, di comportarsi come una persona responsabile, ragionevole, civile, ora aveva deciso che non gli importava.
Era stato cortese, aveva fatto il suo lavoro, era stato puntuale ed attento e si era comportato da persona educata. Quasi sempre, per lo meno. Non ne aveva ricevuto in cambio altro che una serie di colpi, piccoli affondi feroci, da ogni lato. Dovendo pensare alla sua vita negli ultimi dieci anni, non poteva fare a meno di paragonarla a quelle scene che lo affascinavano tanto quando le vedeva, in qualche film, da ragazzino, quelle scene in cui un grosso animale veniva lentamente calato in un fiume infestato dai piraña. Pesci minuscoli, grandi forse un centesimo della bestia, ma che attaccavano insieme, continuamente, fino a far ribollire l'acqua. Ognuno di quei pesci non poteva strappare che un minuscolo brano delle carni dell'animale, ma, tutti insieme, lo riducevano al solo scheletro che, pulito e biancheggiante, veniva rialzato dalle acque. Quei pesci avevano sempre fame. Allo stesso modo, lui, come una bestia legata ed immersa nell'acqua, non aveva potuto che lasciarsi strappare ben più di un pezzo. E ancora non erano sazi.
Sdraiato lì, a respirare, immobile, decise che non ne valeva la pena. Non aveva più intenzione di fare nulla. Non aveva più voglia, energia, per fingere di condividere le loro regole. O per fingere che qualcosa lo interessasse, in fin dei conti. Una sola cosa gli era stata a cuore veramente, rimettere a posto le cose, riavere indietro quella che aveva sempre considerato la sua vita, poterla ricominciare da dove quella stessa gente che l'aveva sbranato fino a quel giorno l'aveva interrotta, e quell'unica cosa l'aveva persa, una volta per sempre.
Quello sguardo, nei suoi occhi. No, anche se l'avesse seguita, se avesse fatto casino, non avrebbe potuto sanare una frattura del genere, non me sentiva le forze.
Per la prima volta dopo tutti quegli anni, non aveva idea di cosa fare. Scoprì, senza alcuno stupore, che non gli importava nemmeno. Lasciò che il buio di fuori raggiungesse il medesimo punto di colore di quello che sentiva dentro, poi chiuse gli occhi.
Era tardi, quasi mezzanotte, quando Bea sentì squillare il cellulare dal fondo della borsa.
Si drizzò a sedere strappata violentemente da un sonno leggero. Scoprì di essersi assopita sul divano della casa di Vittorio e Viola. Loro erano andati a dormire, lasciandola riposare in pace.
Frugò sul fondo della borsetta per qualche secondo, sperando freneticamente che il suono acuto non svegliasse la bambina. Non conosceva il numero sul display.  Rispose d'istinto, con voce bassa e seccata.
"Pronto!"
"Beatrice, sono Andrea, mi passi il gemello cattivo?" Si stroppicciò gli occhi, cercando di raccapezzarsi.
"Andrea? Andrea."
"Si. Proprio io. Passami Malatesta, per favore. Non risponde al telefono e devo parlargli. Cioè, scusa per l'orario, ma è stata una giornata abbastanza piena."
"Perchè tu hai il mio numero di telefono?" Chiese lei, ancora confusa.
"Perchè ce l'hai come riferimento nel profilo dei contatti dell'archivio, rintronata. Dai, dove l'hai messo il cuginetto?"
"Non sono con Dario."
"Oh, però, e cos'è successo per separare il duo meraviglia? Chi è morto?"
"Da quando non ti risponde, Vasirani?"
"Boh, provo a chiamarlo dalle setre, le otto di sera. Volevo dirgli che..."
"Zitto!" Beatrice sentiva un campanello d'allarme trillare nel profondo. "Hai provato solo al cellulare o anche al telefono di casa? Lo sai chenha un telefono a casa?"
"Ovvio che lo so, è sulla sua scheda. E poi è una cosa obsoleta, salta subito all'occhio."
"Dimmi se ci hai provato e piantala di fare scena, testa di cazzo!"
"Ci ho provato, ci ho provato. Non risponde. Perché c'è da preoccuparsi?" Bea prese fiato, cercando di riordinare le idee. Odiava comportarsi esattamente come aveva visto fare dalla sua ex moglie, d'altro canto non si sentiva tranquilla.
"Andrea, ho bisogno di te." Gli disse.
"Ah, quando hai bisogno sono Andrea, eh? Mica Vasirani."
"Smettila si scherzare, deficiente, ci abbiamo cacciato una litigata della madonna e lui è sparito! Mi serve un passaggio. Devo ameno controllare. Ti prego."
"Bea, quanto della madonna, precisamente?" Ogni ombra di sorriso era scomparsa dalla voce di Andrea.
"Della madonna che l'ho piantato. E adesso non so come andare da lui. Non ho la macchina. E lui non sta tanto bene..."
"Direi che è un eufemismo. Quel coglione è a un passo dall'autismo. Senti, sto arrivando. Bea? Beatrice?" Andrea guardò il cellulare cercando di capire cosa fosse quel rumore, poi lo riaccostò all'orecchio. "Piantala di piangere e dimmi se devo venire a casa tua o dove."
Dopo aver dato indicazioni ad Andrea, Beatrice chiuse la chiamata e cercò di alzarsi dal divano. Cadde faccia a terra emettendo un poco dignitoso grugnito di dolore all'impatto col suolo ed, immediatamente, iniziò ad infilare alla rimfusa nella borsetta sigarette, accendini e qualumque suo avere su cui posasse gli occhi.
Vittorio si sporse dalla porta, svegliatondal baccano.
"Tutto bene?"
"No. Dario. È che...non lo so. Non risponde a nessun telefono e oggi..."
"Oggi ci sei andata giù un tantino dura?"
"Anche peggio. Senti, non dirmi niente, io vado a controllare. Se vedo che è uscito, magari, vado via, non gli dico niente. Ma se è in casa...ho le chiavi. Ecco. Gli dico che sono andata a ridargli le chiavi. E poi vado via. E..." Vittorio le posò le mani sulle spalle e la fermò nel suo nervoso andirivieni.
"Senti, vai solo là e digli quello che hai detto a me. Che cinsei andata giù pesante e volevi vedere se era a posto." Beatrice scrollò le spalle, irritata.
"Insomma, con quello che mi ha detto..."
"Bea, ascolta, io non sono un grand'uomo, ma se vuoi darmi retta ti dò un consiglio. Piantala. Non è che se fai la dura e piangi qui, dove non ti può vedere, poi le cose vanno meglio. Non è una gara, in cui c'è uno che vince perché è più forte. Decidi se vuoi avercelo vicino o no, e poi fai quello che ti senti." Lei lo osservò stupita. "Vedi, adesso state male tutti e due. Hai fatto quello che fai di solito, hai chiuso la faccenda di botto, ma intanto ci stai male. Perché tu quella faccenda lì non volevi chiuderla. E allora, renditi conto che non sei obbligata."
"Beh, cosa avrei dovuto fare, se lui..." Vittorio strinse le labbra, come spiegando un concetto elementare ad uno stupido.
"Io non dico di tacere. Ĺitigaci, prendilo a schiaffi, se credi, ma se vuoi stargli vicino, stagli vicino. Lo sai com'è brutto veder andare via una persona a cui tieni. Lo sai." Lei deglutì e abbassò lo sguardo. Nonostante le mille proteste, le risposte taglienti che le venivano in mente, sentiva che era lui ad avere ragione.
"Non so se ci riesco." Mormorò. Le rispose la voce assonnata di Viola.
"Beh, dai, prendo la macchina che andiamo a vedere. Tanto sei come le capre, che finché non ti scorni..." le scappò un sorriso a quelle parole.
"No, non serve. Mi sta venendo a prendere un suo amico. Andrea Vasirani, te lo ricordi?"
"Ah, si frequentano ancora?"
"Lavororano insieme" puntualizzò Vittorio. "Va bene, dai, ti accompagno giù ad aspettarlo. Tanto ormai sono sveglio."
Scesero in strada, davanti casa, e si accesero entrambi una sigaretta. Dopo un attimo di silenzio, lui le chiese:
"Ma possibile che dopo tutti questi anni, siate ancora tanto..."
"Cretini?" Chiese lei sottovoce.
"Volevo dire innamorati, ma, si, direi che anche come dici tu fila." Le sorrise. Gli stringeva il cuore vederla tanto disfatta e sulle spine, ma sapeva che non c'era modo di aiutarla, non in quella situazione.
La macchina grigia di Andrea si fermò di fronte a loro.
"Eccomi qui, cuginetta. Dai, andiamo dal principe, che non può essere lasciato solo." Si sporse appena dal finestrinone osservò Vittorio da sotto in su, socchiudendo gli occhi. "Oh, ma tu non eri una delle fedeli guardie del principe?"
"Ciao Andrea. Ancora un paio e poi facciamo una cena di classe, vero?"
"Altro che. Però magari un'altra sera."
Bea salì sull'auto in tutta fretta. Durante il breve viaggio fino a casa di Dario, non fece che rimanere in tensione, tanto da non toccare nemmeno il sedile con la schiena, presa a guardare attraverso il parabrezza, come se in quel modo avesse potuto costringere l'auto ad andare più veloce.
Dopo pochi, infruttuosi tentativi, Andrea smise di tentare una conversazione. Riflettè che raramente glinera capitato di cedere una persona in un tale stato di angoscia e si domandò se lei non avesse motivi a lui sconosciuti, per sentirsi tanto preoccupata. Le sue mani stringevano la cintura di sicurezza tanto forte da apparire non più che una serie di nocche lustre ed ossute e tremava appena, come chi è percorso dalla febbre.
Si fermò di fronte alla casa buia con un senso di sollievo. L'ansia di Beatrice lo aveva contagiato.
"Non c'è." Disse, dopo una rapida occhiata ai vetri scuri. Lei scosse la testa.
"È lì." Lo contraddisse cercando dimslacciare la cintura. La visione della casa buia, come abbandonata, aveva aumentato la sua preoccupazione.
"E come lo sapresti, sentiamo?"
"Quella lì è la sua macchina. E non ce lo vedo a stare fuori con la moto fino a quest'ora." Andrea annuì. Era un discorso sensato. Finalmente il meccanismo di ritenzione lasciò andare la cintura, che si avvolse con un sibilo sottile. "Per favore, mi aspetti un momento? Non so se posso rimanere."
"Non ce lo vedo il cuginetto a sbatterti fuori."
"Guarda che tu non ce lo vedevi neanche a fumare." Andrea sospirò.
"Va bene, ti aspetto. Basta che non ti dimentichi che sono qui. Anzi, fra un po' se non sei uscita ti chiamo, va bene?"
"Bene." Bea scese dall'auto. Aveva francamente paura di quello chensarebbe potuto accadere. Avrebbe davvero potuto sbatterla fuori. O arrabbiarsi con lei, sul serio.
Ma doveva vedere, doveva sapere se stava bene. Doveva vederlo.
Prese coraggio e salì sul marciapiede, diretta alla porta della sua casa.

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