Durante quella lunga, soffocante giornata, Dario si svegliò spesso, ogni paio di ore. Non sembrava migliorare. Verso metà pomeriggio, quando il giorno si fece caldo davvero, Beatrice gli passò un asciugamano baganto sul corpo, cercando di procurargli un qualche sollievo.
Manteneva un controllo che stupiva lei per prima. Il suo unico pensiero, la sua unica preoccupazione, era riuscire a farlo stare meglio, non abbandonarlo.
Dario continuava a non reagire. Sentiva caldo, ma non gli importava. Era più comodo, sul letto, ma nemmeno quello gli sembrava importante.
Non voleva nulla. Non si dispiaceva di nulla. Gli sembrava finalmente, dopo tanto tempo passato nello sforzo perpetuo di essere ciò che volevano gli altri, di essere qualcuno di diverso per ciascuno degli altri, di mantenere il controllo, di non lasciar sfuggire nessun particolare, di essere riuscito a lasciar andare tutto, senza alcun rimpianto.
Gli faceva piacere che Bea fosse lì. Era bello che fosse tornata e ancor più bello che si prendesse cura di lui. Era bella la sensazione di averla attorno, il calore nella sua voce, sentirla mentre si muoveva per casa. Accettava quel fatto come una semplice sequenza di eventi gradevoli, senza cercarvi né attribuirvi alcun significato.
Respirava, i suoi occhi erano aperti, era in grado di dare una risposta ragionevole se prestava attenzione alla domanda. Per tutto il resto del tempo, registrava, come una macchina, senza porre su nulla di quanto veniva alla sua attenzione alcun giudizio. L'unica cosa che davvero sentiva era una stanchezza profonda, fondamentale, che non lasciava spazio a niente altro.
Dormire era forse la cosa più piacevole in assoluto. Riposare.
Nel suo campo visivo riapparve Bea, con in mano un bicchiere d'acqua e una scatola bianca e verdina.
"Tesoro, credo che dovresti prenderne un altro. Sei sempre stanco?"
"Si."
"Ascolta, fammi un piccolo favore. Devi bere. Non puoi andare avanti solo con il ghiaccio, amore mio. Adesso mi siedo qui e ti dò l'acqua, va bene? Tu devi solo farmi il piacere di berla." Era davvero preoccupata per quella faccenda. In un paio di punti le screpolature sulle sue labbra si erano trasformate in minuscoli taglietti e, con la temperatura che continuava a salire, avrebbe avuto bisogno di liquidi. Non sapeva se per i corpi umani valesse una qualche sorta di regola volumetrica, ma, se così fosse stato, un uomo delle sue dimensioni doveva aver bisogno di parecchia acqua. Per quella che era forse la quinta volta in meno di ventiquattro ore, accostò alle sue labbra una tazza d'acqua. Nessuna reazione. Nessuna risposta. Prima di dargli qualcosa per pranzo aveva tentato anche con un cucchiaio, con il medesimo risultato.
Mangiava solo se era lei a porgergli il cibo, a piccolissimi bocconi, ma non beveva affatto. Si sporse su di lui, posando le mani ai due lati della sua testa, per guardarlo negli occhi.
Non l'aveva ancora fatto. Da una parte le sembrava quasi scortese, una sorta di prepotenza, dall'altra temeva quello che avrebbe potuto vedere, nei suoi occhi.
Erano del solito tono di azzurro chiarissimo di sempre, color della tela stinta, e dentro, con suo infinito sollievo, non vi lesse nulla di tremendo. Era stanco, quello si, ma per il resto pareva ricambiare tranquillamente il suo sguardo. La vedeva, per lo meno. Continuando a fissarlo negli occhi gli parlò molto lentamente, con voce ferma.
"Dario, se non bevi muori."
"Okay." Ricevuta quella risposta, Bea tentò di nuovo di accostargli la tazza alle labbra, sollevandogli appena la testa con l'avambraccio. Di usare le mani, nemmeno a discutere. Facevano troppo male. Di nuovo, lui rimase immobile.
"Dario, non è okay, se muori. Ti prego, ti scongiuro, te lo chiedo in ginocchio, bevi questa cazzo di acqua prima che ti spacchi la tazza in testa." Disse lei in un mormorio scoraggiato, che non trovò risposta.
Posò la tazza sul mobiletto posato direttamente a terra, cui non si poteva più attribuire il nome di comodino. Se voleva tenerlo lì, nella sua casa, dove lui si sentiva al sicuro, e tentare di aiutarlo con le sue sole forze, doveva trovare modo di farlo bere. Altrimenti, le sarebbe toccato rivolgersi a qualcuno. A un qualche professionista. E lui si sarebbe sentito tradito, abbandonato, una volta di più. E, forse, non si sarebbe più limitato a distruggere una marea di oggetti gradevoli, forse avrebbe finito per fare lo stesso lavoro su di sé.
Impressionata da quelle considerazioni, resa più sensibile dalla tensione nervosa e dalla costante, pesante penombra sanguigna della casa, istintivamente si chinò di nuovo su di lui per dargli un bacio.
Una minuscola, remota parte della sua mente si esibì nella commovente speranza che quel bacio, come quello dei principi nelle fiabe, potesse svegliarlo dall'oscuro maleficio che lo imprigionava e, sebbene lei non ci credesse affatto, non vide nulla di male nel dargli un bacio vero, invece di sfiorare appena la sua bocca.
Dischiuse appena le labbra e, sorpresa, lo sentì fare lo stesso. Stava ricambiando il suo bacio. Torpido, esitante, ma lo stava facendo. Era la prima cosa normale che faceva, dopo essersi recato in bagno quella mattina, e Bea riflettè che, quando avesse dovuto raccontare a Viola quella storia, l'avrebbe raccontata fasulla di certo. Del resto, 'ho capito che poteva uscirne' era una frase che suonava meglio se completata con 'quando ha ricambiato il mio bacio', invece di 'quando è andato a pisciare sui suoi piedi', e, se proprio doveva vivere una realtà brutta, non c'era ragione al mondo per non abbellirne almeno il ricordo.
Sentì la punta della lingua di lui sfiorare la sua e si ritrasse, passandogli il palmo sul viso, in una carezza amorevole. Era accaldato e sudaticcio e la consistenza e la temperatura della sua pelle le ricordarono quella delle estati della loro adolescenza. Aveva sempre sopportato male il caldo.
Per associazione, le tornò alla mente anche la sua antica abitudine di nutrirlo dalla sua bocca, come un uccellino, e un'idea prese forma nella sua mente.
Prese una sorsata d'acqua dalla tazza e si chinò di nuovo a baciarlo. Quando lui dischiuse le labbra, lo fece bere.
Dario spalancò gli occhi con aria sdegnata a quella sua trovata e lei si ritrovò a sorridere. Era un'espressione, una qualsiasi espressione, e la stava guardando, volontariamente.
"Allora, bevi da solo o devo fare così? Perché io lo faccio, sai?" L'espressione di Dario tornò lentamente a sparire, lasciando il suo volto nudo ed immobile.
"Ancora." Le rispose con voce sommessa.
I successivi tre giorni furono lunghi e durissimi, per lei.
Passava ore tentando di sistemare il disastro in cui si era trasformata la casa, e finì per accostare una lunga fila di sacchi dell'immondizia, enormi, ricolmi e neri, lungo il muro del salotto. Non si azzardava ad uscire di casa e lasciarlo solo, neppure per un minuto.
Dario sembrava non migliorare mai, non fare alcun passo avanti. Anzi, dopo le prime ventiquattro ore, in cui aveva per lo meno risposto se interpellato, si chiuse in un mutismo quasi assoluto.
Bea lo faceva dormire, somministrandogli le compresse con timorosa parsimonia e passando lungo tempo a fargli semplicemente scorrere le mani sul corpo, per aiutarlo a prendere sonno, quando non era certa che potesse assumere altro farmaco.
Dormiva accanto a lui, la notte, di un sonno leggero, svegliandosi ad ogni suo movimento, sempre pronta a dargli conforto, quando le sembrava che potesse servire. Non che fosse facile capirlo, data la mancanza di espressioni e parole.
Fu solo al quarto giorno, che iniziò di nuovo a bere senza aiuto, quando lei gli accostò la tazza alle labbra. Quella notte aveva dormito per quasi quattro ore filate, una specie di primato, dopo quello che era accaduto.
Beatrice gli diede qualcosa per colazione, lo fece riaddormentare e scese di sotto. L'ingresso era inondato di luce, rispetto al piano superiore, e lei passò in rassegna le scorte alimentari, che si andavano assottiliando. Era preoccupata. Avrebbe dovuto per forza coinvolgere qualcuno, se avessero voluto continuare a mangiare, e non sapeva cosa dire né a chi. Osservò con rabbia e disgusto le chiavi della bmw, che ora, dopo una breve permanenza dietro il lavello, erano ordinatamente riposte nella ciotola, e di nuovo imprecò contro la sua stupida testardaggine, a causa della quale non aveva la patente, né tanto meno sapeva guidare, poi scosse la testa rassegnata. Se non aveva il coraggio neppure di recarsi a piedi ai cassonetti all'angolo, era inutile fantasticare di supermercati rigurgitanti di cibo. Per loro, era come se fossero su un altro pianeta.
Si passò le mani sul viso e le allontanò con un sibilo sommesso. Le dita le erano diventate rosse e pulsanti, irrigidite. Le disinfettava regolarmente, ma, come per le cure che prestava a Dario, la sua azione non pareva sortire alcun effetto.
'Proprio non sono portata per questa cose' riflettè amaramente mentre si succhiava la punta dell'indice, dove l'unghia iniziava ad assumere una tinta violetta.
Stava ancora macinando l'elenco, spaventosamente povero, di persone cui avrebbe potuto rivolgersi per ottenere un qualche aiuto, spuntando mentalmente dalla lista ciascuno di loro per la marea di informazioni che avrebbero preteso, quando sentì bussare alla porta.
Si bloccò, schiacciando la schiena contro il mobile, come un ladro colto sul fatto, prima di recuperare razionalità sufficiente a capire che si stava comportando da sciocca.
Chiunque fosse, doveva evitare che si attaccasse al campanello, svegliando Dario, che dormiva di un buon sonno, profondo e tranquillo, al piano superiore.
Sentendosi in imbarazzo, quasi un'estranea invadente, andò ad aprire.
Stella aspettava, spazientita, davanti alla porta. A quell'ora del mattino il sole batteva in pieno sul punto in cui si trovava, e già iniziava a sentirsi fastidiosamente attaccaticcia.
Scostò una lunga ciocca di capelli castani dalla spalla e riprovò. Era davvero esasperante, il comportamento di quell'uomo, negli ultimi tempi. Sembrava in preda ad una crisi adolescenziale in piena regola, col suo rifiuto di rispondere al telefono e il suo rintanarsi in quella stupida casetta, senza che a nessuno fosse permesso entrarvi. Sua madre era disperata e, riflettè bussando di nuovo, stavolta più forte, sua madre non sapeva nemmeno tutto. Aveva tutta l'aria di starsi cacciando di nuovo nei guai e, come al solito, sarebbe toccato a lei, poi, tirarlo fuori. Doveva chiarire quella faccenda, una volta per tutte. Quella e anche la faccenda della donna che aveva sentito dentro casa sua la settimana prima. Una qualche puttanella senza cercello, senza dubbio, tirata su giusto per farle rabbia. Sbuffò rivolta alla porta. La sua macchina era lì fuori e, a meno che non fosse uscito su uno di quegli aggeggi infernali, altro evidente segno di rigurgito adolescenziale, doveva averla sentita. Quando sentì la porta aprirsi, si dispose allo scontro. Vide il battente scostarsi e sollevò lo sguardo, per essere pronta ad incontrare i suoi occhi.
"Desidera?" Le chiese una voce sommessa ed educata. Ed indiscutibilmente femminile. Stella trasecolò. Possibile che quella donna fosse ancora lì?
Beatrice ebbe tutto l'agio di osservare, per la prima volta da vicino, la donna che lui aveva scelto per essere sua moglie. era più alta di lei, almeno una decina buona di centimetri, e la differenza di statura era ulteriormente evidenziata dai tacchi che portava. Tacchi morigerati, che si abbinavano alla perfezione con il vestito al ginocchio, color pastello. La lunga cascata di setosi capelli color castano miele incorniciava un viso dai tratti fini ed eleganti. Non le occorse molto, per sentirsi perdente su tutta la linea. Paludata in una canottiera stinta e un paio di pantaloncini di lui, coi capelli aggrovigliati e il viso sudato, le pareva di essere una sguattera un presenza di una regina. Buttò indietro le spalle e sporse il mento, aggressiva, aspettando che lei finisse il suo esame e le desse risposta.
Covando la vaga impressione di aver già visto quella faccia da qualche parte, Stella schiarì la voce, un piccolo suono garbato, e sfoderando tutta la freddezza della sua buona educazione le rivolse un sorriso falso.
"Vorrei parlare col Dottor Malatesta, per cortesia. Sono la Moglie. E lei sarebbe?" chiese sollevando appena un sopracciglio.
"Dario sta dormendo. Io sono la sua ragazza." Scandì Beatrice sentendo un senso di violento trionfo invaderle la voce "e tu" continuò poi sorridendole di rimado, con aria sprezzante "sei la sua ex moglie." Se appena le fosse stato possibile, avrebbe volentieri chiuso quell'affermazione con una prolungata pernacchia. Non lo fece, limitandosi ad osservare gli effetti di quanto aveva detto far vacillare la maschera regale dell'altra.
"Bene, chimamelo. Devo parlargli." Ordinò Stella seccamente. Bea scosse la testa e lei la osservò di nuovo. Davvero le pareva di averla già vista, solo non ricordava dove. Quel modo di sorridere, quell'inclinazione arrogante della testa, le risultavano decisamente familiari.
"Senti, facciamo così. Tu adesso vai a casa e per tornare qui aspetti che ti inviti lui. Come fanno le persone normali, hai presente? Quelle che per andare a casa d'altri aspettano di essere invitate?" La voce di Bea era rimasta prudentemente sommessa, abbastanza da essere certa di non disturbare il sonno di Dario, ma il tono era tanto decisamente battagliero da far saltare i nervi all'altra.
"Ascoltami bene, tu, 'ragazza', adesso ti dò due alternative: o ti sposti e mi lasci parlare con mio marito" enunciò Stella "o mi attacco al campanello finché non arriva. Vedi tu." Stava letteralmente fremendo di rabbia. Non era semplice portarla a quei livelli. Solo una persona ci riusciva regolarmente e, per un qualche scherzo del destino, aveva finito per sposarsela. La donna parve comprendere. Annuì sporgendo appena le labbra all'infuori, come se stesse per baciare qualcuno, un altro gesto che scatenò in Stella la sensazione di essere sul punto di ricordare chi fosse, dove l'avesse già vista, e poi fece un passo indietro.
"Ho capito. Aspetta solo un secondo." Disse, prima di riaccostare la porta con una certa gentilezza e sparire nella penombra all'interno. La casa sembrava parecchio buia e questo preoccupò Stella ancora di più. Sapeva bene come il rifiuto di stare alla luce corrispondesse coi ciclici cambiamenti di umore di Dario, cosa che quella tizia, che con tutta probabilità lo conosceva solo dalla cintola in giù, non poteva sapere. Quando spariva la luce, si preparava burrasca, nel personale universo del Dottore. Si morse l'interno delle labbra, impaziente di vederlo, di verificare fino a che punto ci fosse già scivolato dentro. Se fosse stato necessario, l'avrebbe trascinato a casa dei suoi. Non doveva stare solo, quando stava così. Nè con qualcuno che non lo conosceva. Aveva bisogno dell'affetto e della guida dei suoi cari, per rimanere in carreggiata. Ad ogni modo, adesso che quella donna era andata a chiamarlo, avrebbe avuto una bella sorpresa. La sua 'ragazza'. Sbuffò dal naso, disgustata. Avrebbero parlato anche di quello, a suo tempo.
Finalmente la porta si riaprì. Stella era certa che sarebbe arrivato Dario, ma fu sempre quella donna ad affacciarsi, chiedendole cortesemente permesso, sullo zerbino dell'ingresso. Aveva in mano un arnese lungo ed appuntito e, per un attimo, Stella temette un'aggressione fisica, ma l'altra non pareva minimamente interessata a lei.
Beatrice soppesò il lungo cacciavite dal manico rosso nella mano. Non era vissuta tutti quegli anni da sola senza imparare nulla, anzi, aveva scoperto, con un certo stupore, che i piccoli lavori di bricolage non so la rilassavano e le davano una certa soddisfazione, ma la divertivano enormemente e le riuscivano incredibilmente semplici.
Con gesti precisi e misurati, svitò le due lunghe viti dalla testa d'ottone che trattenevano al suo posto la piastra del campanello e la estrasse dal suo alloggiamento, facendo poi leva con la punta dell'attrezzo per scalzare il pulsante rotondo che era rimasto nel meccanismo. Dove prima c'era il campanello, ora rimaneva una zona più chiara, con un piccolo avvallamento al centro. Bea, appena impacciata da ciò che teneva in mano, estrasse dalla cintola dei calzoncini un rotolo di nastro adesivo marrone e largo e con poche mosse coprì quanto rimaneva con tre strati sovrapposti, prima di voltarsi verso Stella che, attonita, era rimastana fissarla. Senza complimenti, le piazzò fra le mani la piccola piastra di ottone col nome di Dario inciso in un vezzoso corsivo ed il pulsante.
"Ecco, adesso puoi attaccarti al campanello, comodamente, anche da casa tua. Buona giornata." Le disse in tono conclusivo e rientrò in casa. Le tremavano le mani, tanto era nervosa. Non fece a tempo ad arrivare a metà dell'ingresso prima che l'altra ricominciasse a bussare, colpi forti e perentori, tanto da farle temere che il loro suono potesse raggiungere Dario e svegliarlo. Riaprì la porta con violenza.
"Allora, patti chiari: o tu fai come Dorothy e te ne torni a casa tua, o quelle che non ti ha dato lui te le dò io. Intesi?" Le sibilò. Fedele all'insegnamento materno, colpire sempre per prima, più duro e più basso possibile, vide l'altra boccheggiare. Il fatto che lei fosse a conoscenza di certe cose l'aveva palesemente sconvolta. Senza darle il tempo di replicare richiuse la porta e andò a spiare la sua reazione di fra le tende della cucina.
Stella abbassò gli occhi sui pezzi del campanello che ancora reggeva in mano e li scagliò, infuriata, contro il muro della casa. Poi se ne andò.
Beatrice trasse un lungo, tremante respiro a bocca aperta. Poche volte nella sua vita era stata tanto arrabbiata e spaventata insieme. Eppure, anche quella era finita.
Cacciò la testa sotto il rubinetto sottoponendosi al getto freddo per qualche secondo e si scrollò energicamente prima di salire a controllare come stesse Dario. Non aveva bisogno di strapazzi.
Mentre saliva le scale, ebbe la sensazione, per la prima volta da che era cominciata quell'assurda situazione, di aver fatto qualcosa di buono. L'aveva difeso. Lui non poteva difendersi, ora, e lei l'aveva protetto.
Lo guardò dormire e un piccolo sorriso le sfiorò il volto. Teneva un braccio rovesciato sugli occhi, come se il buio della stanza non fosse sufficiente, come l'aveva sempre visto fare da che lo conosceva. Forse c'era, qualche speranza.
Il giorno prima aveva approfittato di uno dei suoi momenti di lucida assenza per aprire la porta della stanza degli ospiti, lì accanto, e, in quel momento, in cui desiderava concedersi una pausa per calmarsi, fu in quella stanza che andò. Non voleva disturbarlo.
Si sedette sul letto e lasciò che la sua mente rielaborasse quanto era appena accaduto.
Prima di ogni altra riflessione, non poté fare a meno di considerare la semplice superiorità fisica di lei. Era bella, fine, elegante, alta. Era una signora, nel senso della parola che usava zia Sissi. Era quello che lei non sarebbe mai stata, neppure in mille anni, per il semplice fatto che non voleva esserlo. Eppure, non era difficile immaginare quanto potessero essere belli insieme, lei così signorile accanto a lui, che per portamento e apparenza pareva un nobile. Una coppia perfetta.
Poi, un pensiero orribile le sbocciò nella mente come un fiore velenoso: e se lui avesse voluto vederla? Se la presenza di Stella avesse potuto recargli un qualche conforto, un qualsivoglia miglioramento della condizione in cui era sprofondato? Del resto, Bea non aveva dimenticato il motivo per cui se n'era andata da quella casa qualche giorno prima.
Poteva avergli negato, per gelosia, qualcosa che gli avrebbe giovato. Qualcosa di cui avrebbe potuto perfino avere bisogno. Era un'idea che la gettava in una cupa angoscia, ma sapeva, senza dubbio, che non avrebbe potuto resistere vedendola lì, accanto a lui, sentendola magari rivolgergli parole affettuose o alla vista delle sue carezze. Non poteva affrontare una cosa simile. Desiderò che Dario potesse dirle cosa doveva fare. Se voleva che lei se ne andasse o rimanesse, ad esempio. Se desiderava avere accanto Stella.
Senza che riuscisse ad evitarlo, grosse lacrime di sgomento iniziarono a caderle dagli occhi sul copriletto. Producevano un minuscolo rumore ovattato, perfettamente udibile nell'assoluto silenzio della casa. Sentiva acutamente la mancanza di sua madre. Avrebbe voluto poterle chiedere consiglio. Lei era sempre stata tanto forte, tanto adamantina ed indipendente, ed avrebbe saputo cosa fare. Le sarebbe bastato, comunque, avere qualcuno con cui poter parlare della responsabilità che sentiva gravarle addosso, ma sapeva di non potere. Chiunque, ne era conscia, le avrebbe detto di prendere di peso il suo Dario e, volente o nolente, portarlo dove potesse ricevere aiuto.
Pensò al suo corpo steso in un letto di ospedale o di una di quelle strutture, che pur sempre ospedali rimanevano, in cui stoccavano chi, come lui, perdeva contatto con la realtà e rabbrividì. No, non poteva. Non ora che era così indifeso, che dipendeva dagli altri, da lei, per ogni cosa. L'avrebbe ucciso, tradendo la sua fiducia in quel modo.
E, forse, lo stava uccidendo anche tenendolo lì con sé, cercando di fare qualcosa che non sapeva fare. Forse, qualcuno che sapesse cosa fare l'avrebbe già potuto aiutare. Forse, se avesse avuto l'aiuto giusto, sarebbe stato già bene.
Il suo pianto aumentò, rompendo in singhiozzi senza speranza di consolazione. Scivolò dal letto e seppellì il viso nel materasso perché il suono che emetteva piangendo non lo svegliasse.
Qualsiasi decisione avesse preso, rischiava di perderlo per sempre. Le restava la possibilità di tentare, perdendolo, di preservare la sua salute e la sua vita. Ma chiederglielo, chiederle di rinunciare, cosciente di ciò che faceva, alla persona che riuniva in sé la sua famiglia ed il suo amore, era davvero troppo.
Portò i polsi sopra la testa, come nascondendosi da tutto. Nel giro di quei pochi giorni, solo cinque, nonostante le fossero parsi molti di più, era già diventato un riflesso condizionato il proteggere le sue povere dita martoriate da ogni contatto. Ciò che aveva fatto prima di fronte a Stella, usare un cacciavite con fluida rapidità, era stato solo l'effetto dell'onda di furia che le montava in petto.
"Ciao." La salutò Dario passando, diretto al piccolo bagno lì di fronte. Bea nemmeno lo sentì, persa nel proprio pianto.
Dario si sentiva decisamente meglio. Gli pareva di cominciare a pensare di nuovo, come se il sistema, dopo un momento di buio, si stesse riavviando.
Chiuse la porta del bagno con un gesto distratto e contemplò i segni rimasti del suo momento distruttivo. Scosse la testa. Non capiva cosa gli fosse passato per il cervello, in quel momento. Insomma, aveva sempre avuto problemi a gestire la rabbia, ma quello era un vero capolavoro, quanto ad esplosioni.
Sapeva di non essere a posto. Si sentiva stanco e torpido, confuso, con un bel guazzabuglio di cose da sistemare, prima di tutto nella sua vita, ma si sentiva anche più forte di quanto gli fosse capitato negli ultimi anni.
Aprì il getto della doccia e regolò la temperatura. Era appiccicoso di sudore e detestava sentirsi sporco. Si diede una bella lavata, strigliandosi poi con l'asiugamano fino a ridursi rosa come un porcellino, prima di uscire.
Bea era ancora nella stanza degli ospiti. Quando era passato, prima, non ancora del tutto sveglio, non si era chiesto cosa stesse facendo, ma lo capì ora, all'istante, aprendo la porta. Piangeva, ecco cosa faceva.
Del resto a lei non era mai capitato di vederlo crollare come un castello di carte. Ad essere sinceri, fino a quel punto non era mai capitato neppure a lui. Conservava un ricordo piuttosto nitido di quanto gli fosse stata vicino negli ultimi giorni e ripensò con un certo imbarazzo al fatto di essersi fatto nutrire come un bambino in fasce. Era stato gradevole, per lui, ma non era il genere di cose che avrebbe mai fatto da lucido e non osava immaginare cosa potesse essere stato per lei. Avrebbe voluto sprofondare, al ricordo.
Entrò nella stanza. Bea continuava a piangere, soffocando il suono, col viso premuto sul letto e le braccia intrecciate sul capo. Come due mazzetti di rami rossi e contorti, le sue dita sporgevano irrigidite alle estremità. Fu quello a colpirlo come una scudisciata e a rendergli quel tanto di lucidità che bastava per parlarle.
"Cosa cavolo hai fatto alle mani?" Le chiese. Era strano, ma gli sembrava di faticare a dare alle sue parole un'intonazione, al suo viso un'espressione. Fece comunque del suo meglio.
Bea si girò lentamente, come se non credesse del tutto alla sua presenza. Dario era di fronte a lei, in piedi, sveglio e cosciente, anche se pareva ancora mezzo addormentato, nudo e fresco di doccia. Rimase a boccheggiare come un pesce fuor d'acqua, senza riuscire a dargli risposta. Si alzò e gli si avvicinò. Odorava di sapone. E di se stesso.
Dario fece appena in tempo ad aprire le braccia, prima che lei gli piombasse addosso, stringendolo tanto da mozzargli il respiro. Quasi riuscì a sollevarlo da terra, tanto fu il suo empito, nonostante la differenza di peso fra loro dovesse aggirarsi sui cinquanta chili.
Le accarezzò i capelli e ripescò con delicatezza gli occhiali che lei vi aveva spinto in mezzo prima che cadessero a terra. Sentiva le sue lacrime scorrergli addosso.
"Dario! Dio mio!"
"Eh, esagerata. Diciamo che sono il tuo ragazzo, dai." Tentò lui in un tono che risultò troppo piatto. La allontanò con delicatezza e le prese i polsi. Osservò le sue mani da vicino. "Abbiamo bisogno di un medico. Tutti e due, mi sa."
"Un medico?"
"Mm. Tu per queste e io...beh, io magari mi faccio dare una revisionata. Insomma, non sto tanto bene."
"Lo so. Sei sicuro che..."
"Si."
"Allora va bene. Tu...ce la fai a vestirti? Io mi organizzo, va bene? Tu...come stai, tu?" Dario scrollò le spalle.
"Ce la faccio a vestirmi." Rispose semplicemente. Arrivò fino alla stanza da letto e si fermò. Bea, che lo seguiva, lo osservò preoccupata. Si guardarono negli occhi e si sentì sollevata dalla presenza che vide in quelli di lui. Era lì, malconcio, ma era con lei. "Cosa vuol dire che ti organizzi?"
"Amore, è meglio se non guidi. Senza offesa, ma sei un po'...."
"Uscito di testa. Lo so, Bea." Terminò lui lapidario. Poi la guardò interrogativo. Bea arrossì violentemente.
"Io non guido. Non...non sono capace. Devo chiamare qualcuno."
"E poi sono io, quello matto. Gesù! Non guida! Trenta e rotti anni e non sa guidare." La riprese, dandosi una pacca sulla coscia mentre si sedeva sul letto. Bea gli porse la biancheria e i vestiti puliti, dopo averli rapidamente prelevati dalla cassettiera. L'avrebbe volentieri preso a pugni, per quel modo di farsi beffa di lei e, allo stesso tempo, ne era tanto felice che l'avrebbe coperto di baci. Per la prima volta si rese conto che la follia è contagiosa e, sorridendo a quella considerazione, chiamò Viola.
In poche patole, le spiegò che Dario si sentiva poco bene e lei si era tagliata, senza specificare altro, se non che stava bene, ma avevano bisogno di un passaggio per il pronto soccorso. Viola disse che avrebbe mandato Vittorio di lì ad un'ora, raccomandandole di richiamarla se la situazione si fosse aggravata, e Bea scherzò con lei, rassicurandola. Quando chiuse la comunicazione, Dario la stava fissando ad occhi socchiusi.
"Certo che sei una brava bugiarda, eh?" Commentò.
"Piantala, deficiente, non ho detto balle. Tu non stai bene. E io mi sono tagliata. Un bel po' di volte, anche." Dario annuì. Era bello, davvero, averla attorno.
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