mercoledì 30 luglio 2014

11

Dario uscì dalla doccia più velocemente che poté. Era emozionato, come un ragazzino.
Gli venne da ridere, al pensiero, ma dopotutto, riflettè, era normale. In fondo, non era solo questione del fatto che lei fosse chi era, ma anche della quantità di tempo che era passata dall'ultima volta che era stato con una donna. Da quando si erano lasciati lui e Stella, gli era sembrato che non ne valesse la pena. Non vedeva per quale ragione complicarsi la vita, che già di per sé gli appariva abbastanza complicata, con qualche donna e, d'altra parte, fra le molte cose che aveva ereditato da suo padre non sembrava esserci la passione per le donne a pagamento. Aveva provato, questo era ovvio, ma gli riusciva impossibile capire cosa mai ci avesse trovato, il vecchio. Dava tanta soddisfazione quanta comprare un paio di chili di mele, dal suo punto di vista, e non calcolava quel paio di fallimentari esperienze come stare con una donna. Se avesse dovuto categorizzarle, le avrebbe messe piuttosto fra le transazioni commerciali.
Uscì dal bagno e rimase un attimo fermo per lasciar adattare gli occhi alla semioscurità. Voleva vederla subito, la sua Bea, appena entrava. Si chiese se fosse stato il suo ricordo a renderla tanto focosa o se fosse così per davvero. Quello che aveva fatto prima, in cucina, lo faceva propendere per la seconda ipotesi, ma temeva che un'eccessiva quantità di speranza falsasse le sue prospettive. Non aveva che da entrare nella stanza per scoprirlo, comunque.
Entrò e la vide allungata sul letto in una posa languida, da gatta. Il suo cuore diede una brusca accelerata mentre si avvicinava e, allo stesso modo, con la stessa velocità, gli precipitò in petto quando capì il motivo della sua immobilità. Non stava affatto giocando. Quella piccola dispettosa si era addormentata.
Sospirò passandosi una mano sul viso. Negli anni in cui era stato con Stella aveva imparato che svegliare qualcuno facendoci sesso era generalmente considerato come maleducazione, perciò era da escludersi. E, poi, dopo quasi diciotto mesi, poteva permettersi di aspettare un altro paio di ore.
Se ricordava bene come dormiva e se non era cambiata molto, sapeva cosa fare.
Le sfilò le scarpe scuotendo la testa e la fece ruotare, in modo da stenderla sul letto. Nessuna reazione, come spostare una bambola di cera. Dormiva ancora e sempre come un morto.
Le si sdraiò accanto e decise di fare un piccolo esperimento, tanto per verificare fino a che punto le cose fossero rimaste uguali. Beatrice era stesa al suo fianco, sulla schiena. Le passò un braccio attorno girandosi sul fianco e attese qualche secondo. Con un lento movimento assonnato, lei gli posò la fronte sul petto, girandosi verso di lui, e gli circondò le gambe con le sue.
Dario sorrise. Tutto a posto.
Da quando Vasirani gli aveva passato quel fascio di fogli stampati, tre giorni prima, era stato difficile per lui, dormire. Era stanco e si sentiva tranquillo, con il lieve calore pulsante del respiro di Bea contro il petto. Provò a chiudere gli occhi e si addormentò all'istante.
Si svegliarono solo un paio di ore dopo, ormai ad ora di cena, e Dario cucinò qualcosa per entrambi. La guardò mangiare troppo poco e poi uscirono.
Andare al cinema insieme, lanciandosi sguardi furtivi come criminali, fu bello. Ancora non riuscivano ad abituarsi all'idea di poter stare insieme senza doversi guardare alle spalle.
Tornarono a casa presto e non tentarono neppure di fingere che li interessasse qualcosa di diverso dal letto.
Fu un timido, impacciato tentativo, molto garbato, molto prudente, per nulla soddisfacente per nessuno dei due, quello che accadde. Si addormetarono di nuovo abbracciati, però, ed entrambi dormirono come sassi.
Passarono insieme l'intero fine settimana, tornando all'appartamento di lei una sola volta, solo per pochi minuti, per prendere qualche cambio d'abito. La domenica sera, prima di cena, si trovarono a chiacchierare in cucina.
"Senti, non mi hai poi raccontato come ti è saltato in mente di farti un tatuaggio."
"Lo so. Vorresti saperlo?"
"Che domande, si! Ti sei tatuato la mia mano."
"Eh, si."
"Dai, non fare la sfinge! Primo, come hai fatto? Cioè, come ce l'avevi, l'impronta della mia mano? Hai usato i miei guanti?" Dario scosse la testa.
"Il giorno che hai fatto l'incidente, te lo ricordi?" Alzò le mani di fronte all'occhiataccia di lei. "Va bene, ti ricordi. Quello che forse non sai è che sanguinavi come una fontana. C'era quasi una pozzanghera, sotto, quando ti hanno tirata su. Un sacco di sangue. E quando ti ho preso la mano, te lo ricordi, questo, si, e me la sono appoggiata addosso, sai, è rimasta l'impronta, sulla mia camicia. E io me la sono fatta tatuare."
"Va bene, ma perchè?" Dario abbassò la testa.
"C'è una cicatrice sotto, non te ne sei accorta?"
"No. Che cicatrice? Ti sei fatto male?" Lui si sfilò la maglietta dalla testa, rimanendo a petto nudo. Nella luce cruda delle lampade al neon, la sua pelle era di un bianco innaturale. Si fece indietro sulla sedia per lasciarla vedere. Era troppo imbarazzato per parlare.
Bea avvicinò gli occhi alla sua pelle, osservandola in controluce. Davvero c'era qualcosa lì, sotto quel nero pesante, delle linee sottili ed irregolari. Le seguì con la punta dell'indice fino a capirne il senso, poi ritrasse la mano d'improvviso, come se simfosse scottata.
"È il mio nome. Ti sei..."
"Mi sono inciso il tuo nome sul cuore. Molto cretino, eh?"
"Quando?"
"Il primo anno di università. E, prima che tu mi faccia il resto dell'interrogatorio, mi mancavi, stavo male e ho fatto una cosa cretina. Quando mi sono messo con Stella, mi ha chiesto di farlo sparire e io l'ho fatto. Non le ho spiegato cosa fosse questo e perché. Altre domande?"
"Come l'hai fatto?" Dario si strinse nelle spalle.
"Con uno specchio e un taglierino. Sai, un cutter. È stato piuttosto facile, in realtà." Bea sibilò fra i denti.
"Chissà che male."
"Ecco, qui c'è una cosa che forse dovresti sapere, se vuoi, diciamo, frequentarmi. Non sentivo affatto male, Bea." Alzò un dito per zittirla. "Non sentivo male perchè ero pieno fino alle orecchie di una simpatica sostanza che si chiama PCP e che è un parente stretto della più nota ketamina, peraltro altra mia ottima amica di quegli anni. Ci ho messo un po' per smettere." Lei lo guardava, aspettando che alzasse la testa e smettesse di fissare il tavolo. Dario faticò ad incontrare i suoi occhi. Non gli piaceva parlare di quei primi anni di università, se ne vergognava, ma non trovò alcun genere di condanna ad aspettarlo. Nello sguardo di Bea, trovò solo dispiacere e, con sua enorme sorpresa, un'esile filo di divertimento.
"Tu hai assunto droghe? Tu? Sei serio?"
"Beh, si. Piuttosto serio,  per la verità." Le rispose, mentre sentiva la sua bocca tentare di sorridere.
"E adesso basta?"
"Da un sacco, basta. L'ultima volta avevo venticinque anni. C'è da dire che quello che prendevo non dà dipendenza fisica. È più una questione mentale."
"E che...cioè, che effetto fa?" Il sorriso emerse sul viso di Dario. Era difficile non sorridere, di fronte a tanta curiosità.
"Sono droghe dissociative. Cioè, ti staccano da te stesso. È un po' complicato, da spiegare, ma fai finta di prendere un'anestesia che ti anestetizza il di dentro, oltre che il di fuori. È circa così. Stavo ancora male, solo che diventava lontano, sai, come un concetto astratto. Certe volte, non so da cosa dipendesse, ma mi sembrava di rivedere dei ricordi, come un film, ma più vero. Ero lì davvero. Ed erano solo ricordi belli. Di solito, c'eri anche tu." Gli si andava spegnendo la voce, mano a mano che raccontava.
"Dario, non so cosa dire." Lui annuì.
"Dimmi solo se per te cambia qualcosa."
"No, perché? Cosa dovrebbe cambiare?" In una reazione istintiva, lui le passò una mano dietro la nuca e le stampò un bacio sulla fronte. "Tu hai passato troppo tempo con tua madre" gli disse lei ridendo "ti pare che sia un problema se a vent'anni hai passato un paio di anni sregolati? Dai, cosa vuoi che sia! Tanto più scemo di com'eri, non puoi esserci diventato!"
"Guarda che io passo per un uomo alquanto intelligente!"
"Si, lo credo, in un mondo in cui è normale finire al pronto soccorso con le cose incastrate nel sedere non potrebbe essere altrimenti!"
"Ti ricordo che sei tu la cerebrolesa, qui! E poi cosa ne sai tu di quello che succede al pronto soccorso?" Bea fece spallucce.
"Me l'ha detto uno che vedevo, lui ci lavorava."
"Dì, ma quanti ex hai avuto, esattamente, tu?"
"A te che ti frega?"
"Mi frega, tu non starti a preoccupare del perchè e rispondimi." Immediata ed invisibile, lui sentì alzarsi la sua resistenza, come un ponte levatoio rialzato in tutta fretta, e si spazientì. Avevano passato un paio di splendide giornate e davvero non aveva voglia, adesso, di ricominciare da capo. Si alzò in piedi e aprì il frigorifero, scrutando all'interno, tanto per evitare la possibilità di una nuova lite. La testa di Bea fece capolino dallo sportello.
"Dottor Malatesta, sarà mica geloso?" Lui rimase un attimo in silenzio. Non sapeva quale fosse la risposta corretta a quella domanda. Non si era mai reso conto di quanto le sue reazioni si fossero tarate sulle esigenze di Stella, in quegli anni. Da una parte supponeva di dover dire che non lo era, perchè capiva che essere geloso di qualcosa accaduto mentre nemmeno si parlavano suonava assurdo. Dall'altra, lui geloso lo era, eccome, la sola idea di un altro uomo che la toccava gli faceva accapponare la pelle. Tentò di spremersi una risposta, ma le sue corde vocali si rifiutarono di collaborare, come gli accadeva ogni volta che si agitava troppo. Era una delle cose di se stesso che odiava di più.
"Dario è geloso..." canticchiò Beatrice con un sorrisetto beffardo. "Dario è geloso..."
"Piantala, Bea!"
"Geloso geloso geloso..."
"Bea, guai a te!" Si rese conto che stavano giocando e il nodo che gli aveva stretto la gola si sciolse, come se non fosse mai esistito. Lei gli assestò una spintarella con la punta delle dita, un gesto che conservava l'ombra dei loro giochi di un tempo, con un velo di prudenza in più. Non sapeva come lui potesse reagire, ma credeva valesse almeno la pena di tentare. Con un movimento rapido, Dario richiuse il frigorifero e la spinse a sua volta, facendola indietreggiare di un passo. Doveva mettersi in testa di misurare la sua forza, dato che quella testona, a forza di non mangiare, doveva pesare si e no una cinquantina di chili. La vide camminare all'indietro fino al tavolo, sorridendogli, e, incuriosito, decise di chiederglielo.
"Ma tu quanto pesi, esattamente?"
"Oh, non saprei. Abbastanza da fare questo!" Bea afferrò il bicchiere dal piano del tavolo e gli lanciò addosso l'acqua. Era gelata e Dario si trovò a trattenere bruscamente il respiro. La guardò attonito.
"Ok, nana malefica, sei morta." Con uno squittio lei partì di corsa attorno al tavolo massiccio della cucina e poi attraverso l'ingresso. Ridevano. "Quando ti prendo ti affogo, quattro ossi!"
"Se mi prendi!" Gli gridò lei di rimando, calcando la voce sul 'se'.
Dario le tagliò la ritirata, costringendola a rifugiarsi su per le scale. La vide scivolare e posare le mani sullo scalino che aveva davanti.
"Tutto bene?" Si preoccupò. Come tutta risposta, lei si voltò veloce e lo colpì su naso con due dita, un buffetto fastidioso, che gli fece chiudere gli occhi per un attimo di riflesso e le consentì di arrivare prima di lui all'ultimo scalino. "Brava, genietto, buona idea scappare verso l'alto." Sogghignò Dario correndole dietro.
Quando la vide svoltare a destra, lungo il corridoio, diede in una breve esclamazione di gioia: si era messa in trappola da sola, lì si trovava una sola stanza, quella che in linea teorica era riservata agli ospiti, e la porta era chiusa a chiave.  Bea si rese conto subito dell'errore. Anche se fosse riuscita ad aprire la porta prima del suo arrivo, sarebbe stata comunque in un vicolo cieco. Rimase immobile, schiacciata contro il legno fin quando lo vide vicino abbastanza da toccarla, poi senza preavviso scattò, tentando di passargli accanto per guadagnare le scale. Un tempo, le finte funzionavano alla perfezione, con lui.
Dario piegò le ginocchia e l'agganciò per la vita, facendole fare un mezzo giro in aria prima di afferrarla. La stringeva, tenendola quasi orizzontale rispetto al pavimento.
"E adesso, ossicini? Come la mettiamo? Eh?" Ridacchiò vedendola contorcersi per liberarsi. Rideva anche lei.
"Lasciami andare!"
"Dipende. Tu cosa mi dai in cambio?"
"Niente, ti dò, al massimo una botta in testa! Mollami!" Si divincolava con tanta foga che quasi riuscì a svincolarsi e Dario corresse la presa, steingendo la sua schiena contro il petto. Lei si agitò ancora un attimo, prima di rendersi conto di quello che implicava la nuova posizione in cui si trovava.
"Ripeto la domanda:" disse lui abbassando la testa per parlarle nell'orecchio "cosa offri in cambio della tua libertà, donnina?" Lei smise di agitarsi e iniziò a strofinarsi contro di lui, provocandolo.
"Assolutamente niente. Tutto quello che vuoi sarai costretto a prenderlo con la forza."
"Parole grosse, bella mia, parole grosse." Rispose lui in tono falsamente minaccioso, iniziando ad indietreggiare verso la camera da letto. Quando ci arrivarono, la lanciò sulla superficie liscia delle lenzuola come una bambola di pezza, senza riuscire a trattenere una risata all'aria stupita di lei. Salì sul letto per baciarla e lei ancora lo repinse, sorridendo, scherzando, ma con tutta la forza. Dovette prendere le sue braccia e staccarsele di dosso, per riuscirci.
Finirono distesi, giocando e facendo terribilmente sul serio al tempo stesso, entrambi più eccitati di quanto volessero far vedere all'altro.
Dario si sentiva bene, veramente bene, per la prima volta da un sacco di tempo. Era bello, quello che stava succedendo, era giusto, e stavolta, lo sentiva, non con sarebbe stato quell'imbarazzo impacciato che li aveva scoraggiati. Dopo tutti quegli anni, era la prima volta che, davvero, gli sembrava di rivedere la sua Bea, quella la cui mancanza l'aveva quasi portato alla follia. Non gli resisteva più, adesso, lo stringeva, quasi troppo forte, muovendo il corpo contro il suo come una lingua di fiamma, accogliendo i suoi baci, torcendo il corpo per esporlo alle sue mani.
Aveva fame, e anche lui.
Al piano di sotto, sul tavolo dell'ingresso, il suo cellulare iniziò a suonare di un trillo stridulo e si bloccarono per un momento, gli occhi negli occhi.
"Dario, ti prego..."  mugolò lei posandogli una carezza sul viso. Dario sentì gonfiarsi il petto. Quel 'ti prego' gli suonava perfetto. Era quello l'atteggiamento giusto. Era esattamente quello di cui aveva bisogno.
Ignorò il suono che proveniva dal piano inferiore e riprese a fare quello che stava facendo.
I loro vestiti uscirono di scena alla velocità folle di una ripresa accelerata e, finalmente, furono pelle contro pelle. Sembrava che non riuscissero a smettere di baciarsi, la bocca, il collo, il corpo, e di toccarsi.
Quando entrò dentro di lei e la sentì sospirare di piacere, il senso di benessere che provava spiegò le ali finendo per occuparlo per intero. Si sentì di nuovo forte, di nuovo se stesso. E, senza rendersene conto, senza nemmeno poterlo spiegare a se stesso, si trovò a chiederle di nuovo, scivolando fuori da lei:
"Quanti, Bea, dimmelo. Quanti altri uomini ti hanno avuta?" Senza alcuna premeditazione, le patlava ad un tono di voce tanto basso da essere appena udibile, muovendo le labbra quasi a contatto della piegandelicata del suo orecchio.
Bea scosse la testa, aprendo gli occhi, e fece per alzarsi a sedere. La ributtò giù con un gesto distratto della mano.
"Vediamo se riesco a farti rispondere." Le sussurrò ancora, prima di afferrarla per le spalle e costringerla a girare su se stessa. Qualcosa nel suo profondo scattò, sentendola opporre uma nuova resistenza, ed abbandonò anche le ultime vestigia di gentilezza, trattenendola con la forza, sentendo quel fuoco vivo che da sempre gli bruciava dentro espandersi, ruggente, incontrollato, per tutto il suo corpo. La prese con forza, zittendola ogni volta che sentiva levarsi la sua voce. Sentiva le dita affondare nella carne soffice di lei, dei suoi fianchi, la pelle morbida che sembrava aderire ad ogni piega delle sue mani, le ossa sottili subito sotto, e non riusciva a saziarsi di quella sensazione.
Poi lei cominciò ad assecondare ogni suo movimento, a spingersi contro di lui, e a quel punto, sentendola vicina all'apice del piacere, la scostò bruscamente e la rigirò, senza quasi farle sfiorare il letto, per poterla vedere in viso. Gli sembrava che fosse senza peso, di poterne fare qualsiasi cosa volesse. Mugolava, abbandonata sui cuscini, chiamandolo. Le sorrise.
Bea guardò il sorriso furbesco di Dario tornare alla luce, come la nascita di un astro. Quella che aveva sempre chiamato la sua espressione da guai. Una parte di lei rabbrividì a quella vista, chiedendosi cosa potesse avere in mente, ancora.
"Dimmi quanti, Beatrice." Scosse di nuovo la testa.
"No, non mi va." Il sorriso di lui si allargò di una frazione, dandogli un'aria un po' folle.
Si chinò su di lei e la baciò con dolcezza. Poi entrò di nuovo dentro di lei, e fu come se non si fossero separati nemmeno per un attimo. I loro corpi ricordavano alla perfezione l'uno il ritmo dell'altra, e lo ritrovarono senza alcuna difficoltà. Dario le chiese ancora, senza smettere di fare quel che stava facendo, quanti uomini avesse avuto, e lei scelse di rimanere in silenzio, ancor più che per la volontà di non dirglielo, perchè, in quel momento, non voleva parlare. Era troppo occupata in quello che le stava accadendo, in quella sensazione di ritorno a casa che la stava invadendo come il sollievo che non aveva trovato per tutti quegli anni. Glielo chiese di nuovo, e di nuovo, senza mai arrendersi.
La sentì arrivare di nuovo troppo vicino a ciò che ancora non voleva concederle e si fermò,  affondandole la mano fra i capelli, sentendoli troppo corti, stringendoli forte, tirandole la testa all'indietro, esponendo la sua gola.
"Quanti, Bea? Dimmelo."
"Non lo so." Mormorò lei. Dario affondò dentro di lei, in tutta la sua lunghezza, strappandole un gemito.
"Quanti?"
"Non lo so!" Gli stava dicendo la verità, se ne rese conto. Glielo disse il suo corpo, comunicando in un modo fondamentale ed efficace che aveva quasi dimenticato. La lasciò andare e le diede ciò che desiderava, e prese per sé ciò che voleva.
Quando fu finito, scivolò silenzioso nel piccolo bagno accanto alla stanza. Si sentiva bene, ma, allo stesso tempo, non sapeva come lei avrebbe potuto prendere ciò che era accaduto. Sapeva di essere stato piuttosto brusco, ai limiti del violento, per voler essere sinceri.
'Che cazzo, hai proprio perso la testa.' Si disse cercando di calmarsi. E le aveva promesso appena un paio di giorni prima di non farle più del male. Adesso era proprio nei guai.
Si sporse appena nello specchio della porta, cercando di vedere che tipo dinsituazione sinsarebbe trovato a fronteggiare. Gli era successa una volta solamente una cosa del genere, con Stella, e ne aveva pagato le conseguenze per più di una settimana.
Beatrice era raggomitolata sul letto, con gli occhi chousi. Perfino nella penombra riusciva a scorgere le ombre rosso vivo che le aveva lasciato sui fianchi ed era quasi certo che ce ne fossero un paio anche sul seno. Deglutì e prese coraggio, prima di sedersi sul letto.
"Bea?"
"Mm?"
"Tutto...tutto bene?"
"Mm." Dario inclinò il capo, osservandola incuriosito. Non sembrava arrabbiata. Lentamente si distese al suo fianco e le accarezzò i capelli, tentando di stabilire un contatto. Quando lei prima si distese, poi si stiracchiò a lungo, fu certo che non ci sarebbero state scenate.
Bea si appoggiò sul petto di lui, ritrovando senza pensarci la stessa posizione che usava un tempo, con la guancia sul suo cuore e le gambe ripiegate sotto al busto, sentendosi, come sempre le era successo, come uno di quei grossi felini che si addormentano su un ramo con le zampe a penzoloni. Le sembrava passata una vita, dall'ultima volta in cui sinera sentita tanto bene, anche se non avrebbe saputo spiegare il perchè nemmeno a se stessa. Quel genere di cose non incontravano il suo favore, di norma. Dario era, ed era sempre stato, l'unica, grande eccezione alla regola. Era felice che fosse accaduto, si sentiva in pace, soddisfatta e sonnacchiosa, mentre, se avesse dovuto deciderlo a mente fredda, sapeva che avrebbe rifiutato.
Eppure qualcosa non andava. Rimase in ascolto per qualche ento, prima di rendersi conto, con una certa dose di stupore, che a non andare era il ritmo del respiro di lui.
"Dario, stai bene?"
"Si. Io...cioè, ti è, insomma, piaciuto?"
"Si, amore, pensavo che te ne fossi accorto." Poi un pensiero la agghiacciò. "Tu mi vuoi ancora...bene, suppongo, vero?"
"Si. Perchè?" Beatrice tentennò. Non le era facile affrontare l'argomento.
"Per via di quello chenti ho dettomprima. La risposta alla tua domanda. Era vero."
"Lo so, Bea. Per questo ho smesso di chiedertelo."
"E non ti crea un problema? Cioè..."
"Bea, mi guardi in faccia, per favore?" Lei lo fece, rimanendogli più vicina possibile. "Ti amo. Non posso farci niente. E nin pensare che nin ci abbia provato." Lei annuì seria.
"Anche io. Tutte e due le cose."
"Solo, possiamo parlarne un minuto, di questa cosa? Vuoi?" Lei annuì di nuovo, con un'espressione guardinga. "Sul serio non lo sai? Insomma, come è possibile?"
"Diciamo che ho passato un periodo un tantino sballato anch'io, va bene? Università, progetti di scambi culturali, il periodo di tirocinio a Firenze, insomma, è stato strano."
"Si, lo capisco, e capisco anche la voglia di...fare sesso, sai, ma arrivare a non tenere il conto? Quello è assurdo, dai. Perché hai fatto una cosa del genere? Eri, tipo, curiosa?"
"No. Ero sola. Appena mi ambientavo da qualche parte finivo per andarmene e alla fine non riuscivo mai a farmi degli amici, anche perché non è che avessi tutta questa esperienza, in merito. E non sopportavo di stare sola. Però non sopportavo neanche di avere vicino qualcuno...qualcuno."
"Qualcuno? Finisci la frase."
"Qualcuno che non era te, sei contento? Non ce la facevo. Non volevo le smancerie, l'affetto o come cazzo lo chiamate vuoi uomini di qualcuno che non era te! Volevo solo non stare da sola, e basta. E l'unico modo chenho trovato è stato quello. Allora? Qualcosa da ridire?" Dario prese fiato. Non si era aspettato una cosa del genere e non sapeva cosa dire. Avrebbe voluto poterla consolare, ma non aveva idea di come fare.
"Diciotto."
"Cosa?"
"Incluse te e...diciotto." Bea gli sorrise.
"Cosa succede, se la nomini, appare? Bisogna chiamarla tre volte, come gli spiriti cattivi, o ne basta una?"
"Che cretinetta!"
"Dai, allora, dimostrami che non è vero!" Dario sbuffò.
"Stella, Stella, Stella." Il campanello dell'ingresso emise un suono melodioso. Si guardarono sgranando gli occhi. "Okay, no. Questo non è assolutamente..." bussarono alla porta. Dario si alzò in titta fretta dal letto e si infilò i pantaloni. "Aspettami qui." Le disse uscendo dalla stanza.
Scese le scale in fretta e arrivò alla porta mentre il campanello squillava di nuovo. La aprì facendo attenzione a coprire lomspazio chensi venne a creare con il suo corpo.
"Ciao, Stella."
"Oh, ciao! Si può sapere dove sei..." si interruppe, come se le sue parole fossero state troncate, guardandolo ad occhi sgranati. "Dario, cosa ti succede?"
"Niente. Cosa vuoi?"
"Continui a non rispondere a tua madre. Nè a nessun altro. Siamo semplicemente preoccupati per te. Posso entrare?"
"No. E prima che ricominci, sappi che stavolta puoi urlare quanto pare a te. Qui non metti piede, chiaro?" Stella lo squadrò stranita. Qualcosa nella sua voce, nella sua postura. Era diverso.
"Senti, Dario, non è il caso che tu faccia le solite scene. Voglio solo parlarti un minuto."
"Bene, parla. Ti ascolto. Poi sii gentile, volta i tacchi e torna a casa."
"E se non lo facessi?" Chiese lei provocandolo.
"Beh, suppongo che finiresti per passare la notte qui fuori. Non c'è neanche umidità in questa stagione, non mi pare un gran danno. Cosa volevi dirmi, comunque, a parte che siete tutti preoccupati e balle varie?"
"Ma niente, benedetto uomo, solo di norma le persone parlano, fra di loro, si scambiano convenevoli, chiacchiere, sai, comunicano. Hai presente?"
"Ho letto qualcosa in merito. Una disdicevole perdita di tempo. Adesso che hai visto che sono vivo e in buona salute, direi che hai svolto la tua missione. Buona serata." Dario fece per chiudere la porta e lei la fermò col palmo della mano, offesa dal suo comportamento.
Beatrice osservava la scena dal culmine delle scale, invisibile a chiunque fosse dall'altra parte della porta. Solo che non era chiunque. Era lei, era quella che era stata sua moglie, anche se solo per qualche tempo. Quella che aveva rubato il suo sogno di bambina, indossando al fianco del suo Dario l'abito bianco che lei non avrebbe avuto mai. Che si era vista promettere dalle sue labbra eterna fedeltà ed eterno amore davanti a dio.
Se l'odio fosse stata valuta corrente, Bea sarebbe diventata ricca nel momento stesso in cui sentì la sua voce. La ascoltò trattare il suo uomo come fosse un ragazzino indisciplinato per qualche minuto.
Per una qualche ragione che non le riusciva affatto chiara, lui non riusciva ad opporlesi. Non riusciva a svincolarsi dai suoi discorsi, dalle sue provocazioni, rimanendo invischiato sempre più irrimediabilmente.
Dal punto in cui era, poteva vedere la linea della sua schiena, diritta e rilassata quando si era alzato dal letto, curvarsi in avanti, come sotto un peso. E ancora non riusciva a chiudere quella porta, a chiuderla fuori, a fermarla. La conversazione continuava, inesorabile, nonostante le sue proteste o, forse, nutrendosi di esse.
"Ma ragioni, ogni tanto, o vai avanti così, senza pensare a niente? Non puoi prenderti su e sparire, senza dare spiegazioni a nessuno! Non sei mica un fuorilegge del far west, anche se so benissimo che ti piace crederlo,  hai capito? Sto parlando a te, sai? Mi senti? Mi rispondi?" Vide le mani di Dario stringersi al legno della porta, le nocche sbiancare. E prima di poterci ragionare davvero decise di dargli una mano.
"Dario, amore?" Strillò per le scale in tono civettuolo "dove hai detto che tieni le manette?"
Dario la sentì e, al tempo stesso, vide gli occhi di Stella dilatarsi a dismisura. Aprì la bocca per imbastire una qualche sorta di scusa,  ma gli sfuggì invece un inizio di risata. Non voleva riderle in faccia, ma era davvero troppo comica, la situazione, assurda, quasi. Stella girò sui tacchi come un pupazzo a molla e se ne andò a lunghi passi sdegnati e lui richiuse la porta.
"Beatrice! Come cazzo ti viene in mente?"
"Guarda che ti ho sentito ridere, falso bugiardo che non sei altro! Dai, non ti mollava più!" Bea scese la scala di corsa e lo circondò con le braccia, rivolgendogli un sorriso tutto denti.
"Le manette?" Le chiese lui, ricominciando a ridere. "Tu sei suonata, cara la mia dottoressa Bizzarri."
"Ha parlato quello sano!" La risata di Dario esplose in un torrente irrefrenabile. Si coprì la faccia con le mani, non riuscendo a credere di trovarsi in una situazione tanto stravagante. Quando riuscì a riprendere il controllo, posò le mani sulle spalle di Bea.
"Dimmi una cosa. Adesso ti faccio una domanda seria, mi rispondi?"
"Va bene, chiedi."
"Bea, stiamo insieme? Vuoi?" Lei indietreggiò di un passo. Sentì come se qualcosa dentro di lei si stesse sciogliendo, qualcosa di grande e tremendamente freddo. Si stava sciogliendo e faceva un male d'inferno. Nin riuscì a parlare, non subito, e le toccò farlo aspettare un po', pur non volendolo. Non si fidava a guardarlo, per paura di piangere di nuovo. Alla fine, senza sapere che altro fare, annuì, con gli occhi al pavimento.
"Non sembri felice." Commentò lui preoccupato. Senza fidarsi fino in fondo della sua voce, bea tentò di spiegarsi.
"Non me lo avevi mai chiesto. Mai."
"Mi dispiace."
"Potrei piangere un pochino." Lo avvisò lei. Tremava. Dario la prese fra le braccia, lasciando che si appoggiasse al suo corpo.
"Senti, stavolta voglio farti un regalo. Uno bello, perchè non te l'ho mai potuto fare. Che ne dici? Cosa vorresti?" Chiese lui cercando di consolarla.  La risposta lo lasciò di sasso.
"Tagliati quella stupida barba. Odio non poterti vedere in faccia."
"Pensavo che mi stesse bene."
"La tua faccia ti sta meglio." Bea patlava cin il viso ancora posato sul suo petto e capì quello che stava per chiederle nel momento stesso in cui lo sentì giocherellare coi suoi riccioli. Sospirò. "Non oltre le spalle, va bene?" Gli chiese, precedendolo. Lui la strinse di nuovo.
"È accettabile."

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