mercoledì 16 luglio 2014

3

I

Sibilando una raffica di male parole sui parcheggi del centro, spense la macchina. Era passato più tempo di quanto ricordasse, dall'ultima volta che era stato in quei paraggi. Scese e guardò verso l'alto. La giornata volgeva al termine.
Sentiva la mani malferme e, nonostante fosse profondamente consapevole che quello che stava facendo era un atto irrazionale, ai limiti dell'assurdo, non riuscì a trattenersi dal camminare per qualche tempo lungo la stretta stradina acciottolata, avanti e indietro, come un malfattore in attesa del momento propizio per compiere un crimine.
Un peso che era a metà disagio e a metà anticipazione lo opprimeva all'altezza dello stomaco, rendendogli difficile respirare.
Più avanti, ancora in vista del portone di fronte a cui aveva parcheggiato, spiccava scabra l'insegna di una tabaccheria. Scosse la testa. Erano due anni che non toccava una sigaretta.
Entrò comunque e ne comprò un pacchetto, sentendo scivolargli fuori il nome della sua marca abituale come se non fosse passata più di mezza giornata dall'ultima volta. Brutta bestia, la dipendenza.
Uscì prima di renderi conto di non aver acquistato un accendino. Insultandosi mentalmente, camminò di nuovo fino alla macchina e la aprì, sporgendosi all'interno per accendere il quadro elettrico. Usò l'accendisigari del cruscotto e, mentre si riscaldava, strappò coi denti la sottile linguetta che chiudeva il pacchetto.
Nonostante lo detestasse, non poté fare a meno di sentir risuonare nella mente le proteste sdegnate di Stella a quel suo gesto.
'Mamma mia, che animale che sei! Fallo almeno da persona civile, se proprio devi fare qualcosa di così stupido!'
Scacciò il pensiero scrollando il capo e premette le punta della sigaretta sulla resistenza incandescente. I primi due tiri gli fecero girare la testa e spense l'auto, appoggiandosi con le spalle al muro accanto.
Alzò di nuovo lo sguardo. L'ampia finestra che dava sul balcone era illuminata contro il  tramonto.

II

Era una pessima serata, per la dottoressa Bizzarri.
Aveva di nuovo battibeccato con quel poco di buono che viveva nell'appartamento sopra il suo e, rientrata in casa, aveva avvertito i primi sintomi di un raffreddore estivo. La gola le doleva leggermente e gli occhi le bruciavano, anche per effetto delle lunghe ore passate china sui registri ecclesiastici i cui contenuti andava lentamente recuperando.
Si infilò in un'enorme maglia a maniche corte da uomo, che la copriva fino a mezza coscia, e iniziò a disporsi per la cena. Non aveva fame, come sempre di quei giorni, ma avrebbe comunque mangiato qualcosa. Le restava da decidere cosa. Il frigorifero non offriva grandi alternative. La piccola dispensa nemmeno. Sbuffò irritata e richiuse i pensili, sbattendone le ante.
In quella casa non trovava mai niente.
Si passò le mani fra i capelli, corti e ricci, scompigliandoli ancora di più. Le sarebbe toccato ordinare qualcosa. Una pizza era la scelta migliore.
Si, avrebbe ordinato una pizza.
Bussarono alla porta, pochi colpi netti. Era di certo quella piaga del suo vicino.
"Ma non ce l'hai una casa tua?" Gridò rivolta al battente.
Bussarono di nuovo. Tre colpi, non troppo forti. Aggrottò le sopracciglia. Non sembra il modo di bussare del suo vicino. Eppure, era l'unica persona che avrebbe potuto bussare direttamente alla porta, senza suonare da sotto, per farsi aprire.
"Ho detto che non ho intenzione di continuare a discutere." Gridò di nuovo. "Trova pace."
Senza darsi per inteso, chiunque fosse bussò ancora una volta.
Irritata, camminò rapida fino alla porta. Non aveva spioncino, era troppo vecchia. Girò la maniglia e la spalancò di colpo.
"Ciao, Bea."

III

Aveva pensato e ripensato a cosa dirle quando se la fosse trovata davanti, mentre cercava di prepararsi a vederla cambiata, e poi se ne era uscito con quello stupido 'ciao'. Deglutì a vuoto, lasciandosi osservare. In un solo colpo d'occhio registrò ogni mi imo cambiamento di lei. I capelli, dio, quanto erano corti, la magrezza, le lenti degli occhiali che le contornavano come aureole argentate gli occhi color caramello. Era ancora più bella di quanto la ricordasse, lì,  di  fronte a lui, fragile in quella maglietta bianca e con quell'espressione abbacinata, da bestiola investita dai fari, che le sgranava il volto.
Rimasero immobili per qualche istante. Lui, in piedi, con aria timida e un piccolo sorriso interrogativo, entrambe le mani occupate e lei, con la maniglia della porta ancora stretta nel pugno.
"Dario?" La sua voce era un filo sottile quanto quello di una ragnatela e gli apparve altrettanto fragile e prezioso. Annuì appena, cercando di respirare lentamente per contenere l'emozione. Sporse in avanti la mano destra, occupata da un largo cartone bianco.
"Ti ho portato una pizza." Le disse, sorridendo malcerto.
Lei rimase immobile ancora un istante. Aveva la sensazione che il cuore non le stesse battendo affatto. Lo guardò ancora un momento, ritto sulla soglia, a occuparla quasi per intero. Santo cielo, era possibile che fosse ancora più alto di come lo ricordava? Eppure, era lui. Ne cercò di nuovo conferma, riguardando ogni linea del suo viso, del suo corpo, del suo  portamento.
Quando la  conferma venne, quando la ragione le assicurò che ciò che le diceva il suo istinto fin dal primo sguardo era vero, solo allora la  sua paralisi si ruppe.
Con una serie di gesti tanto rapida da apparire comica, lasciò andare la porta, schiaffeggiò con forza la scatola di cartone,  mandandola a  cadere nel  mezzo del pianerottolo e lo spinse indietro, con entrambe le mani, prima di richiudere la porta.
Con mani che tremavano tanto da renderglielo difficile, girò il pomolo di sicurezza fino in fondo e  poi appoggiò la testa sul battente. Ora il suo cuore batteca e  come, batteca tanto veloce e tanto forte da scuoterla, come se qualcosa la stesse prendendo a  pugni dall'interno.
Dario sospirò e chiuse gli occhi per um attimo. Sapeva fin dall'inizio che non sarebbe stata una cosa semplice. Posò la cartelletta di pelle nera che teneva nella sinistra appoggiandola alla porta, in modo che rimanesse in piedi, e andò a raccogliere il cartone da terra.
Si riavvicinò alla porta.
"Mi fai entrare, per favore?" Chiese con voce controllata. Sapeva che lei era appena lì dietro. Lo sentiva, senza capirlo. Atrese la risposta per quasi um minuto.
"No. Cosa vuoi?"
"Beh, cenare non mi sarebbe dispiaciuto, per cominciare. E poi volevo  parlare con te."
"E chi te lo dice che io voglio parlare con te?" Un mezzo sorriso gli affiorò in viso.
"Tu vuoi parlare con me,  Bea."
"Ah, se sei convinto tu..."
"Io lo so. Ho le prove." Un altro mi uto di silenzio accolse la sua risposta. Alzando gli occhi al soffitto, si sedette sullo zerbino, con la schiena appoggiata alla porta.
"Che prove?"
"Se apri questa stramaledetta porta te le faccio vedere." Dopo un momento di silenzio, si udì la serratura girare e la porta si aprì di qualche centimetro, lasciando passare una mano aperta. La mano era a al livello della sia spalla. Anche lei era seduta a terra, dietro la porta.
Dario sfilò un plico di fogli dalla cartelletta e lo mise nella mano tesa, che subito si ritirò all'interno. La porta non si richiuse.
"Questa roba l'hai scritta tu, mi pare. O sbaglio?"
"L'ho scritta io." Ammise la voce di lei in um mormorio colpevole.
"Ho evidenziato in giallo i passi in cui dici quanto ti manco. In verde trovi quelli in cui mi dichiari sempiterno amore." Silenzio. "Adesso, per cortesia, posso entrare? Bea? La pizza si raffredda.
"Che pizza è?"
"Olive e salsiccia."
"Sei arrabbiato?" Quella domanda lo colpì come una lama.
"No, Bea. Non sono arrabbiato per niente."
La sentì alzarsi e si alzò anche lui, poi la porta fu spalancata e la vide avviarsi a lunghi passi verso il tavolo.
Si voltò, le anche appoggiate al piano di legno chiaro, e lo guardò entrare ed esplorare l'ambiente con gli occhi, curioso. Quando i suoi occhi si posarono su di lei, il primo istinto fu nascondersi, ritrarsi. Non voleva che lui la vedesse così, ora, come era diventata. Le sembrava di non avere più nulla da offrirgli.
Alzò il mento, invece, e ricambiò lo sguardo, cercando di evitare il contatto con quegli occhi che più di ogni altra cosa le erano mancati.  Non sentiva la forza, dentro al cuore, di sopportarne la vista. La forza di affrontare quelle acque limpide e profonde, senza crollare sotto il peso di tutti quegli anni.
"Comunque non me ne frega niente, se ti sei arrabbiato. Ho tutto il diritto di parlare della mia vita."
"Infatti." Rispose lui paziente, posando la pizza sul tavolo.
"E il fatto che io abbia deciso di scrivere certe cose non vuol dire che hai qualche diritto su di me."
"Lo so." Il tono di Dario era tranquillo, rassicurante. Era terribile sapere che quell'uomo era lui, senza aver modo di verificare se lui ci fosse ancora, dentro quell'uomo. Era ri, asto in
Piedi, accanto al tavolo, in atteggiamenmto di attesa. Bea riflettè per un momento, cercando di capire cosa mai stesse aspettando. La risposta le esplose nella mente sotto forma di ricordo. Sua zia, la madre di lui, che dava agli ospiti il permesso di accomodarsi, con un gesto elegante della mano.
"Dario, siediti, per favore."
"Grazie." Mormorò lui, accomodandosi. Guardò con desiderio il cibo, ma non iniziò a mangiare e, invece, spostò lo sguardo su di lei.
"E mangia, santo cielo, cosa aspetti, il permesso?"
"Tu niente?"
"Non ho fame." Un ruga sottile si formò fra le sopracciglia di lui, mentre armeggiava per arrivare alla cena. Quell'espressione era talmente tanto simile a ciò che animava i suoi ricordi, che Bea quasi ne soffrì.
"Se non sei qui per farmi uma scenata per quello chenhonscritto, allora cosa ci fai?" Gli chiese. Lui si strinse nelle spalle, masticando.
"Mi hai chiamato, sono venuto. Basta."
"Basta."
"Mm." Bea annuì sporgendo le labbra.
"Ti ho chiamato e sei arrivato, è così? Insomma, hai mollato tutto e ti sei catapultato da me."
"Beh, si." Dario la vide annuire di nuovo e sentì suonare parecchi campanelli di allarme nel suo profondo. Era in piedi, accanto al tavolo, con le mani posate sulla spalliera di uma sedia, lo sguardo perso nel vuoto, di fronte a lei. Sembrava che tesse riflettendo profondamente.
"Quindi in tutto questo tempo, stavi solo aspettando che ti chiamassi. Sai, in tutto il tempo fino a ieri. Hai presente? Negli ultimi dodici anni?" La voce di lei si fece sempre più tesa.
"Bea, non è andata proprio così. Non è che io..."
"Dodici anni." Scandì lei. "E ti ripresenti con il coraggio di prendermi per il culo, tu e i tuoi evidenziatori colorati di merda, per il fatto che ho scritto che ti amo." La sua voce si alzava, lentamente, impercettibilmente, di volume.
"Ascolta, amore..." Bea levò su di lui uno sguardo di fuoco e diede fiato a tutta la potenza della sua gola.
"Amore un cazzo!" Dario allungò la mano verso di lei, alzandosi, cercando di toccarla, di calmarla, ma lei arretrò bruscamente. "E non ti azzardare a toccarmi! Te le tronco, quelle mani!"
"E si può sapere perchè?" Si ritrovò a gridarle lui di rimando. Era furioso. Aveva davvero mollato tutto pe correre da lei, come un ragazzino innamorato, ed ecco il ringraziamento.
"Perchè sei un uomo sposato! Sposato, hai presente, brutto bastardo che non sei altro? O non te lo ricordi più?"
"Io non sono sposato!" Urlò lui con le vene del  collo  che si gonfiavano.
"Ah, no? Ma davvero? Peccato che io abbia perfino ricevuto le partecipazioni del tuo schifo di matrimonio! Un invito! Brutto testa di cazzo!" Dario afferrò la cartelletta e la aprì con tanta forza da metterne a dura prova le cuciture, estrendone un foglio che, nella foga, accartocciò per metà nel puno, prima di metterlo di fronte agli occhi di lei.
"Tieni, cretina, guarda! Lo sapevo, tanto, che andava a finire così. Guarda."
Beatrice gli strappò il foglio di mano con aria di sfida e prese a leggere. Era un documento che sanciva la separazione fra Dario Malatesta e Stella Verdesi.
La rabbia che le stava bruciando nella mente non si spense, a quella vista, ma, al contrario, sembrò rinfocolarsi. Appallottolò il documento con forza e glielo lanciò addosso, come fosse un proiettile. La pallina di carta rimbazò sul suo torace.
"Te lo farei mangiare, se potessi! Cosa credevindinfare, a sbandierarmelo davanti, eh? Cosa credi di ottenere?"
"Niente! Ma lo sapevo che avresti tirato fuori questa storia! Che non ti saresti fidata della mia parola!"
"Ah, bella roba, la tua parola. Lo stesso che doveva amarmi per sempre, quello che 'stai lì, vengo a prenderti', giusto?"
"Sono qui, no? Almeno a questo ci crederai, strinza svampita!"
"Primo: io non so tu chi cazzo sei, secondo: dodici anni! Neanchense tu fossi arrivato a piedi da Mosca! I reduci della russia ci hanno messo meno tempo!"
"Cosa cazzo vuol dire che non sai chi cazzo sono?"
Fu a quel punto che bussarono di nuovo alla porta. Era un bussare insistente e prolungato. Da dieteo il battente venne una voce sguaiata.
"Oh, non gliene frefa niente a nessuno delle vostre stronzate! Piantatela di gridare come due deficienti!"
Prima che Dario riuscisse a reagire, Bea corse alla porta, la spalancò e fronteggiò aggressiva il vicino del piano superiore, che la sopravanzava di almeno una decina di centimetri in altezza e una trentina di chili di peso.
"Adesso la finisci di rompermi i coglioni, hai capito?" Gli urlò in faccia muovendo un passo avanti. L'uomo, preso alla sprovvista, indietreggiò. "Fai casino da mattina a sera, urli, parli a dei volumi di voce tali che so dei problemi di stitichezza di tua nonna e hai anche il coraggio di bussarmi alla porta!" Bea continuava ad avanzare e l'uomo ad indietreggiare, fino a che non si trovò io muro alle spalle. "Non ti permettere mai più!" Gli ringhiò in faccia, sxhiaffeggiandogli a mano aperta il bicipite flaccido.
La mano di Dario le calò sulla spalla.
"La scusi, le capita sempre così con la luna piena." Bea si voltò su se stessa rapida e improvvisa.
"No che non mi scuso! Scusi un gran cazzo! Se ci riprova lo butto dal balcone!"
"Okay, Bea, penso abbia capito." Le labbra di lui erano compresse in una linea sottile.
Bea si lasciò ricondurre attraverso il pianerottolo, scostando la sua mano con rabniosa impazienza, fino a che non notò che l'altra porta che vi si affacciava era socchiusa e attraverao lo spiraglio spiava l'inquilina. Si rivolse a lei con uno scatto folle.
"Cosa guardi? Cosa? Vai dentro, che se hai del cervello è unma roba da nascondere!"
"Bea..." Dario non finì la frase. Rientrò invece in casa di lei in pochi, lunghi passi affrettati e lei lo seguì, chiudendosinlamporta alle spalle.
Stava appoggiato al muro accanto alla porta finestra e sulle prime non capì cosa glinstesse succedendo. Poi lui si voltò nella sua direzione e la sua risata prese l'aere.
Rideva come aveva sempre riso, con le mani sulla bocca e le spalle che sussultavano, mentre la sua buffa risata acuta gli zampillava dalla gola in sbuffi e rivoletti, come una cosa viva.
Se Bea aveva pensato di ricordare ogni cosa e che ricordare fosse un peso, l'impatto con quel suono che aveva tanto amato la pose brutalmente di fronte alla verità. Il ricordo, semplicemente, sbiadisce, anche il meglio coltivato, perfino quello che rivediamo tutti i giorni, come un rito.
Quello che aveva di fronte non era un ricordo, né la sua immaginazione. Quello che aveva di fronte era Dario, il suo Dario, vivo e vero, che, appoggiato al muro, rideva.
Era forse appena più alto, era certamente più pesante, era più grande. Ma era lui.
Sentì spezzarsi come ghiaccio sottile quella furia che l'aveva sostenuta e le labbra presero a tremarle, incontrollabili.
Cercò dentro di sé il coraggio di allungare la mano e di toccarlo, fosse pure una sola volta ancora, una sola, per tutta la vita intera.
Prima che potesse trovarlo, sentì la prima lacrima traboccarle dagli occhi e, senza aggiungere altro, indietreggiò verso la sua stanza.
Quando Dario alzò lo sguardo, sentendola allontanarsi, e fece per seguirla, si ritrovò di fronte ad un'altra porta chiusa.
Scosse la testa e ricominciò da capo.

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