Beatrice rientrò a casa quando erano passate più delle due ore previste. La qualità della luce iniziava già a cambiare, dalla luminosità trasversale del mattino al pieno fulgore dello zenit.
Il caldo era soffocante, per le strette vie del centro, e una sottile patina di sudore la ricopriva da capo a piedi, ma non le importava. L'aver richiamato alla mente quel momento, il momento in cui aveva abbandonato la speranza, trovandosi d'improvviso con una vita intera da riempire che non le appariva altro che una lunga attesa della morte, ma anche il momento in cui aveva scoperto di avere, a tutti gli effetti, una madre, la rendeva quasi invulnerabile. Aveva trovato il coraggio di guardare dentro se stessa ed aveva capito che, davvero, non avrebbe potuto fare altro, non con gli strumenti di allora. Per la prima volta, da che aveva assistito al funerale di sua madre, si trovò senza nulla da rimproverarsi, o da rimpiangere.
In quello stato di grazia salì leggera le scale ed aprì la porta dell'appartamento, apettandosi di trovare Dario da qualche parte, per casa, magari ancora seduto al tavolo. Provò una vaga fitta di apprensione sentendo, a pelle, le stanze vuote, ma vide subito il biglietto sul tavolo. Nella grafia netta e lievemente sgraziata che conosceva bene, era vergata una sola parola: torno.
Scosse la testa con un sorriso. Era proprio da lui, tanta espansività, eppure era stato premuroso a lasciarle quell'appunto. In quello strano contrasto, si sentiva nel suo elemento naturale.
Si sfilò il vestito dalla testa e lo lasciò cadere sul divano, con la sola idea di una doccia rinfrescante. Era ancora sotto l'acqua quando lo sentì rientrare.
"Ciao!" Le gridò da fuori della porta. "Sono uscito a prendere da mangiare! Ma tu ti rendi conto che in questa casa non c'è cibo? Di cosa campi, si può sapere?" Bea uscì dalla doccia e iniziò a sfregarsi con un asciugamano.
"C'erano un paio di scatolette di tonno, mi pare, da qualche parte." Gli ripose, alzando a sua volta la voce per farsi sentire. Lo udì borbottare un qualche tipo di risposta, la sua voce che si allontanava in direzione della cucina. Si infilò la biancheria e, sopra, la cosa più a portata di mano, la maglietta di cotone con cui aveva dormito, e lo raggiunse.
Dai fornelli si levava un odore invitante e Dario ci trafficava attorno, con concentrata rapidità, le ginocchia appena piegate per evitare di sbattere contro i pensili, le mani indaffarate a mescolare, versare e sminuzzare, come non avesse fatto altro in vita sua. Bea lo guardò affascinata per un lungo momento. Non riusciva a credere del tutto ai suoi occhi.
"Tu sai cucinare?" Dario voltò appena la testa, con un sorrisetto compiaciuto.
"Mm. E piuttosto bene, anche se me lo dico da solo. Dai, siediti che fra dieci minuti è in tavola."
"E quando hai imparato a cucinare, posso chiederlo?"
"Dunque." Dario girò le spalle ai fornelli dopo un'ultima occhiata critica e enumerò sulle dita. "Quando mio padre ha avutoo la bella pensata di farsi arrestare hanno sequestrato quasi tutto il suo denaro, quindi niente soldi, quindi niente Dora, quindi il nostro eroe, se voleva mangiare dopo il lavoro ha imparato a usare le pentole, il minimo per non morire di fame. Poi sono stato all'università a Torino, in appartamento da solo, per cinque anni. Ammetto che i primi due anni non ho cucinato un granché, ma mi sono ripreso alla grande gli ultimi tre. Poi Stella ha deciso che dovevamo fare un corso di cucina. Lei si è stancata alla seconda lezione, ma io invece l'ho finito. E...voilà. Passami i piatti che è pronta la pappa." Terminò voltandosi. Bea aveva provato un familiare, minuscolo sussulto sentendo nominare quella che nella sua mente era e sarebbe rimasta sempre 'l'altra', ma ritenne di averlo nascosto bene.
Dario riempì i piatti e li posò con un gesto orgoglioso sul tavolo. Avevano un aspetto appetitoso ed un profumo anche migliore.
"Che roba è?" Chiese Bea punzecchiando il contenuto del suo piatto con la forchetta. Sperava di non risultare maleducata, ma quell'enorme massa fumante la intimidiva, più che tentarla.
"Crèpes salate con vedure fresche." Rispose lui infilandosi in bocca la prima forchettata "e sono ottime. Mangia, nanetta, pulisci il piatto. Sei troppo magra."
Beatrice respirò a fondo ed attaccò il cibo con determinazione, ma presto soccombette alla semplice quantità. Le pareva che più ne mangiasse, più grande diventasse nel piatto, fino a che abbandonò la forchetta, rinunciando all'impresa. Lui la guardò accigliato.
"Dai, mangia. Non sei neanche a metà. Su, animo."
"Grazie, davvero, ma per me basta così. Era buonissimo."
"Ma te ne fai un punto d'onore di sembrare un reduce dalla prigionia o c'è qualcosa che non va?" Chiese lui.
"Dario, semplicemente non me ne va più. E poi non sembro un reduce. Sto benissimo, così. Posso indossare qualsiasi cosa."
"Eh, già. Infatti, sembri malata. E puoi scegliere serenamente la maglietta di quale dei tuoi ex morosi metterti, pensa che bel risultato." Il tono di Dario era aspro, come un rimprovero. Beatrice ebbe un moto di stizza.
"Ascolta, rinfodera pure le arie, perchè guarda che non ho più sedici anni. Sono adulta e vaccinata e so io quanta fame ho e come mi piaccio. Ti ringrazio tantissimo per il pensiero, è stato davvero un bel gesto, ma non voglio sentirmi dire cosa devo fare. È chiaro?" Si rese conto della durezza che traspariva dalla sua voce, ma non sapeva come mitigarla. Davvero non voleva sentirsi dire cosa fare, nemmeno da lui.
Dario non rispose. In silenzio finì il suo pranzo e ritirò i piatti, scostandola con un gesto cortese e deciso quando lei si alzò per aiutarlo. Sempre senza dire una parola rigovernò.
Io suo silenzio lasciò attonita Beatrice, che si era aspettata ben altra reazione, da lui. Per la prima volta da che l'aveva rivisto, si trovò a pensare a quanto fosse cambiato. Non c'era astio nel suo silenzio, né alcun genere di rabbia ne traspativa. Era come trovarsi di fronte ad un muro, tanto invisibile quanto solido. Gli si avvicinò senza trovare nulla da dire che potesse servire per abbattere quel muro. Gli si avvicinò sperando che il semplice contatto potesse arrivare al di là delle parole.
Dopo aver finito di rigovernare, lui si era seduto al tavolo e stava fumando. Beatrice gli posò una mano sulla spalla e lui non diede nemmeno segno di essersene accorto. Non la respinse, non la guardò nemmeno. Con lo sguardo fisso di fronte a sé, pensoso, fumava lentamente. Beatrice deglutì a vuoto.
"Dario?"
"Dimmi?" La voce di lui era scivolata in quella pronuncia strascicata, quasi annoiata che lei conosceva bene. La usava con gli estranei, un tempo. Non l'aveva mai sentita rivolta a lei, nemmeno per un'unica patola, come in quel caso. La ferì come una scudisciata, ma rimase immobile, senza scomporsi.
"Sei arrabbiato?"
"No, mia cara. Dovrei esserlo?"
"No."
"Infatti." Beatrice prese un lungo respiro silenzioso. Non l'aveva mai visto, così. Le fece paura e, in un certo qual modo, rabbia. Non capiva per quale motivo non le dicesse ciò che aveva in mente senza altre complicazioni. Attese tutto il tempo che fu capace di attendere, prima di far scivolare la mano via dalla sua spalla e ritirarsi in camera.
Provava una profonda amarezza entrando nella stanza e pa sua sensazione di leggerezza di poco prima era già dimenticata, spazzata via come se mai fosse stata reale. Sentiva scivolarle fra le dita la possibilità, che solo quel mattino le era apparsa tanto concreta, che tutto si stesse sistemando come per magia, che il destino, o chi per lui, avesse deciso dinrenderle il suo Dario, vivo ed intatto, senza richiederle altre prove.
Desiderava solo sdraiarsi per un attimo, chiudere gli occhi e darsi il tempo di assorbire il colpo, pensando a cosa fare.
Alcune cose colpirono la suanattenzione come stonature tanto evidenti da lasciarla, per un attimo, perplessa. Il letto era rifatto, le lenzuola tirate alla perfezione, nemmeno una piccola piega che solcasse l'immacolato candore della distesa. Questa fu la prima cosa che le saltò all'occhio. In secondo luogo spiccava, sul suo cuscino, qualcosa di colorato, un indumento di un rosa infantile, ancora avvolto nel lucido della plastica. Aggrottò le sopracciglia e lo esaminò da vicino, senza prenderlo in mano. Era una camicia da notte, leggera e graziosa, sul tipo di quelle chenaveva portato, comprate da sua zia, per tutta l'infanzia e l'adolescenza. Sbuffò irritata dal naso e, cercando di non essere scortese, si sporse in sala.
"C'è una camicia da notte sul mio letto."
"Lo so. Già che ero fuori ti ho preso una cosa. Così puoi toglierti quelle...magliette di dosso." Per quanto Dario avesse mantenuto il tono indifferente di poco prima, un velo di disprezzo traspariva dalla sua voce. Beatrice prese fiato. Non voleva litigare con lui, era l'ultima cosa che desiderava.
"È stato un pensiero gentile." Gli disse. Lui annuì, senza rivolgerle lo sguardo. Riusciva quasi a sentire ciò che gli ribolliva dentro, ma la muraglia che era riuscito ad innalzare fra loro le appariva ancora invalicabile. Decise di fare un ulteriore tentativo. "Senti. Cosa pensavi di fare, oggi?"
"Mi servono dei vestiti, quindi devo per lo meno passare a casa. E poi, pensavo..." si interruppe e Bea vide con una punta di affetto il suo viso arrossire. "Sai, non siamo mai stati al cinema insieme. Insomma, non so neanche se ti piace."
"Mi piace un sacco. Quando vai da te? Subito o..."
"Se non ti secca volevo dare ancora un'occhiata alla roba che mi ha portato Andrea. Sai, per non dover tornare subito al lavoro. Se posso." Beatrice si trovò di nuovo ad aggrottare le sopracciglia. Era come parlare con uno sconosciuto che si trovasse, per una singolare casualità, a passare qualche tempo nella sua casa. Annuì, poi si rese conto che lui non la stava guardando. Sembrava fissare la striscia di muro incorniciata dai mobili della cucina.
"Fai pure. Io mi stendo un attimo." Concluse, ritirandosi.
Non riuscì a chiudere occhio, ma, del resto, non se l'era aspettato. Certo, era ovvio che in dodici anni qualcosa nel suo modo di fare fosse cambiato, ma quell'indifferenza, quel comportamento quasi elusivo, la lasciavano completamente spiazzata. Avrebbe voluto prenderlo da parte e chiarire tutto e subito, ma non sapeva come avvicinarlo.
Passò quasi due ore a rivoltarsi nel letto, finendo per ridurre quell'opera di precisione ad un arruffio disordinato, provando e riprovando nella mente tutte le possibili frasi, e probabili risposte, da dirgli quando fosse tornata di là. Alla fine, con un palpito di emicrania incipiente annidato dietro la nuca e una sete irresistibile, fece il suo ingresso in cucina.
Dario era chino sul tavolo e sfogliava un plico sottile mordicchiandosi il pollice, le caviglie agganciate alle gambe della sedia.
Cercò di non disturbarlo mentre prendeva un bicchiere dal riano sopra il lavello e l'acqua dal frigorifero. La stava versando, quando lui parlò, facendola sussultare.
"Non ti piace la camicia che ti ho preso? O è della misura sbagliata?"
"No, è a posto, credo. Perchè?" Lui indicò con un cenno della testa la sua maglietta. Non aveva visto alcun motivo per cambiarsi.
"Perché non la indossi, ecco perchè. "
"Ah, quello. Niente, avevo già addosso questa."
"Mi farebbe davvero piacere se tu la indossassi. Quella o qualunque altra cosa. Davvero, qualsiasi altra." Beatrice lo osservò, cercando di capire fino a che punto fosse serio. Le parlava sistemando in parallelo i fogli che teneva di fronte, un piccolo plico accanto all'altro, gli spazi fra essi perfettamente identici. Li aggiustava con minuscoli movimenti delle lunghe dita nervose.
"Dario, è solo una maglietta." Gli fece notare con la maggiore calma possibile.
"Te lo chiedo per favore." Ribadì lui.
"No." Dario si voltò verso di lei con gli occhi chiari densi di sfumature metalliche. Non le era accaduto spesso di dirgli di no, qualunque fosse la sua richiesta, per quanto folle o capricciosa. Forse una decina, in tutta una vita. E mai un secco diniego: gli aveva sempre presentato chiare giustificazioni di ogni suo dissenso. Ma non era disposta a lasciar dettare legge a nessuno, per quanto la riguardava, ed aveva imparato, in quei lunghi anni di solitudine, che era meglio stabilire certe cose subito, prima che si fissassero abitudini difficili da sradicare. Ricambiò il suo sguardo a testa alta, cercando di tenere le spalle rilassate e di apparire tranquilla.
"No?" Ripeté lui in quel tono strascicato.
"No. Non ho intenzione di andarmi a cambiare solo perché così piace a te. Sono in casa mia e sto bene così. Quindi, resto così." Dario passò a riordinare gli evidenziatori e le penne. Era più complesso, doveva rispettare ordini di grandezza e ordini cromatici, adesso, oltre al parallelismo. Sporse le labbra ed annuì molto lentamente.
"Forse dovremmo discutere alcuni punti." Le disse.
"Si, credo anche io. Parti tu."
"Prima quando Andrea ci ha chiesto se stiamo insieme, la tua risposta mi ha lasciato un po' perplesso."
"Noi non stiamo insieme, Dario. Non stiamo insieme da dodici anni. Non puoi pretendere di arrivare qui e riprendere semplicemente da dove ti sei interrotto. Non è così che funziona."
"Capisco." Una delle penne rimaneva ostinatamente inclinata e lui si impegnò a riportarla all'ordine. "E come funziona, dimmi? Perché dopo quello che è successo prima, pensavo che stessimo insieme."
"Stavamo solo per fare sesso. È una cosa che capita alle persone adulte, anche quando non stanno insieme."
"Probabilmente è così che ti sei abituata. Giusto?"
"Occhio, Dario. Attento a quello che dici." Lui deglutì udibilmente.
"Sto solo seguendo il tuo discorso. Che mi sembra piuttosto in linea con il fatto che mi giri attorno vestita dei tuoi, come dire? Trofei? Come le chiami quelle cose che hanno lasciato qua i tuoi uomini?"
"Te lo dico un'altra volta: attento a come parli. Non ho fatto niente che non fosse in mio diritto fare."
"Giusto. Giustissimo. Dimmi, esattamente, cosa vuoi da me, Beatrice?"
"Guarda che sei tu che sei venuto qua." Il respiro di Dario si stava facendo più breve. Non riusciva a nascondere del tutto l'ira che gli premeva dentro. Lei si avvicinò al tavolo, in due passi infuriati, senza preoccuparsi di nascondere alcunché.
"Io sono venuto qua" Ribattè lui con voce tremante "perché tu mi hai chiamato" i suoi occhi erano spalancati, fissi sul tavolo, dove tutto si stava allineando per forma e colore, sulla linea degli spazi creati dai fogli disposti con cura.
"Guardami in faccia quado litighi con me." Gli ingiunse lei esasperata.
"Io non sto litigando con nessuno." Senza sapere come altro fare per avere la sua attenzione, senza altro motivo che quello di provocare una reazione, Beatrice spazzò con la mano, in un gesto irato, le penne e gli evidenziatori, che caddero sul pavimento. Lui strinse gli occhi e le sue narici si dilatarono, mentre inspirava bruscamente, come se gli avesse provocato un dolore fisico.
"Non farlo mai più." Sibilò.
"Guardami in faccia."
"Fottiti, puttana."
"Guardami in faccia!" Gli urlò Beatrice, mandando sul pavimento, in una seconda manata, anche i fogli.
In un unico movimento fluido, Dario si alzò dal tavolo, le prese le braccia e la costrinse ad indietreggiare, quasi facendola volare al passo delle sue gambe lunghe, fino ai pensili alle sue spalle. Lì la mandò a sbattere, tanto forte da strapparle un gemito di sorpresa. I suoi occhi lampeggiavano, ad un centimetro da quelli di lei. Le sue mani la stringevano tanto da farle formicolare le braccia, come percorse da una lieve scarica elettrica.
"Non ti azzardare mai più!" Le gridò.
"Mi fai male. Dario, lasciami, mi fai male!" La scrollò, forte, abbastanza da farle perdere per un attimo l'equilibrio. Spaventata, Beatrice tirò bruscamente verso il basso una mano, riuscendo a svincolarsi e lo colpì in piena faccia, con tutta la sua forza, schiaffeggiandolo.
"Fuori da casa mia!" La rabbia si mutò rapidamente in incomprensione negli occhi di lui. "Fuori, mi hai sentito maniaco del cazzo? Fuori di qui! Vattene!"
"Bea, mi dispiace..."
"Ti vai a dispiacere da un'altra parte! Fuori!"
Lo guardò raccogliere le sue cose, rivolgendole di tanto in tanto uno sguardo di muta supplica.
Quando fu pronto ad uscire, allungò una mano verso di lei, come per toccarla, ma lei si scostò.
"Bea, ti prego, mi dispiace."
"Fuori." Sembrava la statua di una furia vindice, con gli occhi che mandavano lampi di fuoco e le braccia arrossate. Dario chinò il capo ed uscì dalla porta, sentendosi, una volta di più, sconfitto da se stesso.
domenica 27 luglio 2014
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