Come sembrano pesanti e riottose le mie dita mentre le costringo sulla tastiera per scrivere delle ultime battute della nostra storia. Davvero non vorrei ricordare quel l'ultimo anno di scuola.
Ma, come mi dicevi sempre tu, ci sono cose che devono essere fatte e questa rientra sicuramente fra di esse.
Mano a mano che l'anno nuovo procedeva, tutto, dall'esterno, appariva normale.
Il campionato continuava, una serie di vittorie senza precedenti, e tu, insieme ad Andrea, eri ritenuto uno dei maggiori responsabili del successo della squadra. Lavoravate bene in coppia, voi due, compensando ognuno le carenze dell'altro. La vostra diversità vi rendeva una coppia quasi perfetta, sul campo, mentre nella vita di tutti i giorni continuavate nella vostra tiepida antipatia.
I bigliettini anonimi continuavano ad arrivare con cronometrica regolarità sul mio posto a sedere e, nelle settimane successive, ne trovai alcuni anche nascosti fra le pagine dei libri che posavo accanto a me in palestra. Conti iavo a guardarmi attorno per cercare di capire chi ne fosse l'autore, ma senza successo.
Iniziavano a variare, non più solo frasi fatte, ma anche banali complimemti sul mio aspetto e sui miei abiti. Gli abiti che tu sceglievi di farmi indossare, per la precisione. Chiumque fosse l'autore, era innamorato del tuo gusto.
Immersa nella preparazione del certamen, non avevo alcuna imtenzione di farmi strappare il titolo. Come diceva mio padre, arrivai al punto di lasciare un messaggio anche io al mio ammiratore, con il suo stesso metodo. Prima di uscire, lasciai ostentatamente cadere sulla gradinata un foglio ripiegato, su cui avevo scritto come intestazione 'anonimo'.
'Lasciami in pace' diceva il mio messaggio 'sono innamorata di un altro'.
Te lo raccontai camminando verso la stazione, entrambi con le mani affondate nelle tasche e la pjnta del naso rossa di gelo che spuntava dalla sciarpa, mentre la poltiglia di meve calpestata sotto i nostri piedi produceva un rumore di sciaquio.
"Hai fatto bene." Commentasti laconico. Eri geloso fino al ridicolo, per quella faccenda e continuavi a proferire orribili minacce ad ogni singolo biglietto che mi arrivava. Nonostante questo, mi avevi proibito di lasciarli dov'erano, sia perché speravi che l'autore si tradisse, dandoti modo di scoprire chi fosse, sia perchè non sopportavi l'idea che qualcuno trovasse cose del genere con sopra il mio nome.
Un paio di giorni dopo quell'eposodio, avresri avuto uma partita importante. Era fime gennaio e comimciavate ad incontrare squadre più forti.
La sera, a tavola, eri nervoso e cupo, silenzioso. Non alzavi gli occhi da piatto, neppure per rispondere alle domande di tua madre. Ad un certo pumto, lo zio lasciò cadere la forchetta e si girò verso di te sulla sedia.
"Si può sapere cos'hai?" Ti strimgesti nelle spalle e glielo spiegasti in poche parole. In buona sostanza, temevi di perdere.
"A proposito." Concludesti "domani torniamo tardi. Giochiamo verso sera e ci tocca prendere il treno delle otto, di domenica c'è l'orario ridotto."
Lo zio ti osservò ancora un attimo, memtre tu avevi già riabbassato la testa.
"È una bella rogna, eh, con questo freddo."
"Infatti."
"E cosa fate fino alle otto?"
"Mah, faremo un giro. Cosa vuoi che facciamo? Se ci fermiamo, facile che congeliamo." Tuo padre tentennò il capo.
"Non c'è proprio nessuno che vi può accompagnare?"
"Nessuno dei miei abita qua. A meno che tu non voglia venire a vedere la partita..."
"Mm." Lo zio guardò mio padre, che si strinse appena nelle spalle, com un mezzo sorriso. "Dì un po', mezza sega, ce la faresti a non fare cazzate se ti presto la macchina?"
Sollevasti la testa di scatto, con gli occhi sgranati. Stavi imgoiando un boccone e diventasti paonazzo mel tentativo di mandarlo giù. Annuivi energicamente.
"Lucio, io non lo so se ho voglia di mandare mia figlia in giro in macchina con lui." Commentò mio padre.
"No, sul serio, è bravino. Altrimenti col cazzo che gli davo in mano la mia macchina, ti pare?"
"Vado piano, zio, te lo giuro, mi faccio scambiare per un vecchio. Se vuoi mi metto anche il cappello, guarda." Nonostante tutto, mio padre non poté fare a meno di sorriderti.
"Va bene." Disse. Sentivo il mio cuore sollevarsi dalla giooa. Era una vita che desideravamo fare un giro in macchina da soli, io e te.
"Oh, bada bene" puntualizzò zio Lucio "niente stronzate. Se ci fai anche solo un graffietto, è la volta che te le suono, intesi?"
"Chiarissimo."
"E vediamo di fare in modo che torniate prima di quando sareste arrivati in treno e non dopo."
"Certamente."
"E vedi di vincere, se ti riesce." Rimanesti stupito, senza riuscire a spiccicare parola. Era la prima volta in quasi quattro anni che tuo padre ti faceva in un qualche modo gli auguri prima di una partita. Annuisti.
Quella sera, in barba a qualunque rischio, scivolasti nella mia stanza non appena tua madre andò a dormire. Eri tanto felice di ciò che era successo a tavola, che me lo raccontasti per filo e per segno due volte, nonostante io fossi stata presente, prima di riuscire a calmarti.
"E mi ha detto di vincere. Ma l'hai sentito?"
"Si, Dario, l'ho sentito."
"Cioè, sai, è stato gentile, no?"
"Direi di si." Riconoscesti la freddezza nella mia voce.
"Ce l'hai ancora con lui?"
"Io non ce l'ho con lui."
"Mm."
"Sul serio. Solo che non mi fido. Sai come si dice, no? Il diavolo, quando ti accarezza vuole l'anima."
"E neanche male. Potrebbe prendersela a legnate, l'anima, invece ti accarezza. Dai, Bea, è un coglione, ma non è poi così cattivo."
"Va bene. Come vuoi tu. Io continuo a non fidarmi, comunque."
"Intanto domani abbiamo la macchina. Quella macchina mi arrapa da pazzi."
"Fine!" Ridesti piano.
"Sei gelosa?"
"Si. Abbastanza."
"Ma anche tu mi arrapi da pazzi, lo sai. Vuoi una dimostrazione pratica?" Mi sussurrasti accarezzandomi il seno.
"Cos'è, devi calmarti prima della partita? Come hai fatto a me prima del certamen l'anno scorso?" Scherzai.
"Eh, non sarebbe male. Ho uma mezza idea che mi frulla in testa..."
"Capisco, un'idea. E di cosa si tratterebbe?" Me lo spiegasti abbastanza chiaramente. Poi io spiegai le mie opinioni a te e poi strisciasti fuori dal mio letto.
"Vado a dormire." Sussurrasti nel buio. Rimanemmo immobili per un momento, io in ginocchio sul letto, a fissarti, e tu in piedi sul tappeto, a fissare me. Eri solo un contorno senza colori, un gioco di ombre appena delineato dalla debole luce notturna della finestra e immagino di essere stata la stessa cosa anche io per te, eppure in quel momento mi sembrava di non poterti lasciar andare, di stare esplodendo d'amore.
Non dissi nulla, non feci un gesto. Cosa ti fermò, impedendoti di dare seguito alle tue parole, uscendo dalla stanza, non lo seppi mai. Sentivo il tuo sguardo sfiorarmi il volto, mentre ti guardavo come ad imprimermi nella mente ogni particolare, la tua figura snella e diritta, il biancore niveo della tua pelle, la testa appena reclinata da un lato, in una posa quasi di ascolto e, appena visibili nell'ombra, i tratti tanto amati del tuo viso, con gli occhi che riflettevano appena la luce scarsa, come metallo freddo.
Allungasti la mano e mi accarezzasti il viso, seguendone il contorno, in un gesto che conoscevo bene quanto il mio nome.
"Se ti chiedo di preparare le valige e di andare via adesso, stanotte, finché ho le chiavi della macchina, cosa mi rispondi?" La tua voce era un basso, morbido mormorio.
"Si." Sospirasti e ti avvicinasti a me, le gambe premute contro la sponda del letto, attirandomi sul tuo petto. Sentivo il tuo cuore battere veloce e leggero, come dopo una corsa.
"Vorrei tanto poterlo fare."
"Facciamolo, Dario. Io ci vengo, con te. Il tempo di prendere due cose e infilarmi un paio di jeans. Se facciamo piano fino a domani non se ne accorge nessuno."
Ti sentii tentennare. Qualcosa dentro di te desiderava realmente farlo, lo potevo letteralmente udire nel ritmo del tuo respiro, lasciare tutto, farla finita, volare via senza più guardarci indietro. Per una volta, guardasrti in faccia questa possibilità. Potevi farlo. Eppure la tua natura razionale non poteva accettare una simile soluzione. Non eri il tipo da fare pazzie, non tu. Ogni cosa a suo tempo e ogni cosa al suo posto, questo era il tuo modo di vivere.
"Non posso." Sussurrasti alla fine, quasi gemendo le parole. "Perdonami, amore mio, ma non posso. Non è così chendeve essere fatto."
"Dario..." iniziai. Ma non potevo finire. Non potevo cercare di forzare la tua natura. Sarei stata come tutti gli altri, come tuompadre che non sopportava l'avere un figlio sensibile e tranquillo, come i tuoi compagni che non sopportavano il tuomessere introverso e taciturno. Sarebbe stato un pessimo inizio, per una vita insieme. Così mi limitai a stringerti più forte. "Il mio Dario." Ripetei. E ti lasciai andare. Lasciai che tu uscissi dalla mia stanza e te ne andassi a dormire, senza forzare la mano su quel tuo unico momento di pazzia.
Ogni giorno, da dodici anni, me ne pento con tutto il cuore.
Ti lasciai andare.
Arrivammo alla partita del pomeriggio in qiel che si suol dire grande stile, sulla bmw cabrio di tuo padre.
Eravamo in largo anticipo e nel parcheggio accanto alla palestra c'era solo un capannello di ragazzi della tua squadra, tutti attorno ad Andrea. Per natale, sua madre aveva realizzato uno dei suoi più grandi desideri, regalandogli un motorino. Era uno di quegli affari esili, parenti stretti delle biciclette, che tanto si vedevano in mezzo al trafficondella città in quegli anni, e lui chiacchierava standoci a cavalcioni, evidentemente fiero del suo possesso, con un sorriso da un orecchio all'altro.
Era troppo perché tu riuscissi a resistere. All'ingresso del parcheggio mi strizzasti l'occhio, sorridendo nella tua espressione furbesca.
Fin lì avevi rispettato gli accordi alla lettera, senza mai violare un limite, prudente fino all'eccesso, attento quanto umanamente avevi potuto esserlo. Svoltando, accelerasti di colpo, sogghignando, e facesti ruggire il motore. Facemmo tutto il giro del parcheggio, che era quasi vuoto, fino a fermarci bruscamente e di lato, 'si chiama freno a mano, amore mio', proprio accanto ad Andrea. I vostri compagni si girarono guardando con tanto d'occhi quel macchinone incongruo e diedero in esclamazioni riconoscendoti alla guida.
Scendesti dall'auto srotolandoti lentamente, con un sorriso strafottente appiccicato in faccia.
"Oh, scusa Andrea, non ti avevo visto." Annuisti rivolto a suo motorino "bello, davvero. Devi andarne fiero." Commentasti, voltandoti per estrarre la borsa dal sedile posteriore. La verità era che non riuscivi a rimanere serio. Andrea non la prese bene e smontò con aria tutt'altro che amichevole.
"Se hai finito di fare lo spaccone..." annuisti, ancora rivolto verso di me, la sacca nella mano destra, il braccio sinistro appoggiato all'auto. Ti tremavano violentemente gli angoli della bocca. "Oh, guarda che parlo con te. O sei troppo in alto per voltarti a guardarmi?" Era davvero inviperito. Chiudendo gli occhi per un attimo, riacquistasti il controllo dei muscoli del viso e ti girasti veso di lui con ostentata alterigia.
"Scusa, non ti stavo ascoltando. Hai detto?" L'espressione di Andrea si rabbuiò ancora di più e i ragazzi attorno a voi iniziarono ad eclissarsi. Raccolsi la mia borsetta, una recente acquisizione frutto delle compere di zia Sissi, e girai attorno all'auto per portarmi al tuo fianco. Lo guardavi col capo eretto, un sopracciglio inarcato e le labbra atteggiate a un sorriso ironico, l'immagine stessa della superbia.
"Dai, piantala di fare il cretino, guarda che questo qui ci crede veramente. " ti dissi scuotendo la testa. Andrea si voltò verso di me accigliato.
"Vorresti dire che sta scherzando?" Si rivolse a te "stai scherzando?" Ti chiese con aria sconvolta. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Ti appoggiasti all'indietro contro lo sportello e iniziasti a ridere, una risata vera, delle tue, da cui era impossibile non farsi contagiare.
"Questa qui sarebbe la tua versione di umorismo?"
"Dio, dio, la tua faccia! La tua faccia!"
"La tua faccia e il mio culo, coglione!" Ti rispose lui iniziando a ridere a sua volta.
Eravate belli, lì nel mezzo di quel parcheggio semivuoto, sotto il cielo grigio e basso, a ridere come pazzi l'uno dell'altro. Non ti avevo mai visto fare così con nessuno che nin fossi io e quella scena mi provocò uno soasmo di dolore e di gioia insieme. Ero quasi gelosa, eppure ero anche felice. Mi sembrava che, forse, ci fosse una speranza per noi, in quel momento.
Tirando su con il naso e sbuffando ancora le ultime risate, raccoglieste le vostre sacche. Ti girasti verso di me con il braccio teso ed io mi ci infilai sotto, lasciandomi circondare le spalle.
"Posso anche salutare Beatrice, o abbiamo esaurito la scorta dei miracoli, per oggi?" Chiese Andrea.
"Ah, se non lo sai tu. Sei tu il santo, no? Allora, spacchiamo qualche testa, oggi, santissimo Vasirani?"
"Direi di si. Sei carico?"
"Oddio, no! Con tutta la fatica chenfacciomper arrivare alle partite bello tranquillo, sarebbe un bel casino se fossi carico."
"Cioè quando sei in campo tu saresti rilassato? Stai continuando a scherzare, vero?"
"No, no, sono serissimo. Mi ci impegno."
"Testimone io!" Confermai. Lui si fermò a guardarci attonito.
"E quando sei um pochino su di giri, come sei, scusami?" Gli sorridesti a piena bocca, un largo sorriso inquietante da folle.
"Te lo ricordi l'altro giorno quando ho un tantino perso la pazienza?" Scrollò le spalle con aria costernata.
"Lo dico sempre io, che sei matto. Comunque, ciao Bea."
"Beatrice." Lo corressi per l'ennesima volta.
"Io la chiamo Bea. Io e suo padre."
"Ho capito, ho capito, che palle! Ciao, Beatrice!"
"Ciao Andrea. Come va?"
"Insomma. Un pazzo su una cabrio ha appena rischiato di investirmi." Sbuffasti disgustato.
"Che balla! Mi sono fermato ad almeno tre metri, cagasotto."
Chiacchieravamo ancora quando entrammo in palestra. Sparisti negli spogliatoi ed io andai a sedermi sulle gradinate. Prima che voi usciste, arrivò Vittorio, tenendo per mano Viola, e mi si sedette accanto.
Mi sembrava incompleto, il quadro, senza Gregorio seduto accanto a fare commenti cretini, e chiesi notizie di lui.
"Boh" rispose Vittorio confuso "sono due giorni che è tutto abbacchiato e non esce neanche per fare due passi. Non lo so se viene." Mi strinsi nelle spalle. Non avrei certo pianto per la sua assenza, anzi, ne ero ben contenta. Finalmente avrei potuto godermi un po' di tempo per conto mio, dato che Viola e Vittorio non interagivano granché con il resto del mondo, quando erano insieme e che a casa, dato il continuo stato di tensione in cui vivevamo, non potevo semplicemente seguire il corso dei miei pensieri in pace.
Mi misi a riflettere sulle cose che avevo sentito dire ai nostri padri, mentre aspettavo che scendeste in campo, e iniziai a collegare fra loro molte cose.
L'improvviso cambio di lavoro di tuo padre di qualche anno prima era sicuramente il punto di partenza. Era sempre stato un pezzo grosso, da che lo conoscevo, o, meglio, da che potevo ricordare, ma da quando aveva iniziato il nuovo lavoro pareva che avesse fatto um salto di qualità. Tante e tante volte l'avevo sentito dire di quamte responsabilità comportasse il suo lavoro e di quamti e quali benefici economici fosse foriero, e in quel momemto mi pentii di non averlo ascoltato con maggiore attenzione. Poi c'eramstato quel lumgo periodo di nervosismo nero, un paio di anni prima, quando aveva finito per metterti le mani addosso, questo lo ricordavo fin troppo bene. Dopo quello, le cose non erano più tornate come prima.
Cercavo affannosamente di ricordare se i cambiamenti riguardassero il reale comportamento dello zio o se fossero dettati dal solo deterioramento dei vostri rapporti, quando Gregorio mi si lasciò cadere pesantemente accanto.
Sinera di nuovo vestito a tua imitazione e la cintura lo strozzava a mezzo, creando un'onda di carne che tendeva la camicia sulla pancia ed un'altra che sbucava come un manicotto da sotto, nonostante il tessuto spesso dei jeans chiari.
Era tremendo, vestito a quel modo, ma non credo se ne accorgesse. Credo che desse per assunto che, se quegli abiti rendevano attraente te, altrettanto avrebbero fatto per lui.
"A cosa pensavi, così concentrata?" Mi chiese a mo' di saluto. Era davvero pallido e un alone rossastro gli circondava gli occhi, come se avesse un brutto raffreddore.
"A niente."
"Scommetto che pensavi al tuo ragazzo." Mi sorrise, cercando di assumere un modo complice, con pessimi risultati. Imvece di rispondere alla sua domanda gli chiesi:
"Greg, ma ti senti bene? Sei malato? Hai una brutta cera." Mi guardò.
"Sto bene. Allora, pensavi al tuo ragazzo?"
"Lo sai, non ce l'ho il ragazzo." Tagliai corto, seccata.
"A quello che ti piace, allora?" Come evocato dalle sue parole, facesti il tuo ingresso in campo, insieme al resto della squadra. Gli spettatori applaudirono educatamente. Quando l'applauso si spense, lui posò una mano sudaticcia sul mio polso. Quel giorno avevinoptato per farmi indossare un maglione morbido, scuro, con un'ampia scollatura che scopriva appena l'attaccatura del seno. Sentii il suo sguardo frugarmi e mi sottrassi al suo tocco, affrettandomi a tirarmi l'orlo dello scollo più in su che potevo. Si accorse di ciò che stavo facendo e distolse il viso rapidamente, come fosse qualcosa di sconveniente.
Rimase zitto per un bel pezzo e questo fu un grande sollievo per me, ma non riuscii a recuperare il filo dei miei pensieri.
Nell'intervallo fra il primo e il secondo tempo, Vittorio uscì per fumare e mi chiese se volessi andare con loro. Anche Viola aveva iniziato a fumare, a forza di stargli accanto. Accettai con piacere.
Fuori, il tempo era sempre un manto grigio come la polvere spessa dei luoghi abbandonati, ma il chiacchiericcio allegro attorno a me mi distrasse. Si avvicinava il tramonto.
Mi resi conto che Gregorio tentava di isolarmi per parlare con me, probabilmente altre domande imbarazzanti, pensai. Non capivo il motivo per cui era tanto interessato alla mia vita privata, con quel suo fare paternalistico. Presa dalla disperazione, mi infilai nel bel mezzo della coppia felice.
"Senti, Viola, mi fai provare anche a me?" Chiesi, accennando con la testa alla Winston che teneva fra le dita. Annuì e me la porse.
Ricordavo fin troppo bene qunto fosse stato sgradevole quell'unica volta che avevo provato, ma non mi venne in mente nessun'altra maniera per sfuggire a quella conversazione, così, titubante, tentai di fare un tiro.
Non era malaccio, pensai, molto meno male di quanto ricordassi. Ridendo, Vittorio mi fece vedere come aspirare il fumo e tentai anche quello. Avevo preso una boccata piccolissima e riuscii a non tossire, ma quandomprovai ad espirare non uscì assolutamente nulla.
Stavamo ridendo come matti, quando vedemmo gli altri iniziare a rientrare e gettammo via tutto.
Nel caldo della palestra sentivo le guance bruciarmi.
Rientraste in campo e mi stupii nel vedere che era ancora il quintetto iniziale a giocare, senza sostituzioni. La partita era piuttoso combattuta e l'allenatore aveva deciso di non rinunciare a nessuno dei suoi pezzi forti.
"Non dovresti fumare, sai? Non sta bene che una ragazza fumi."
"Greg, dai, non sei mica mio padre!"
"No, però mi dispiace se fai certe cose. E poi fa male."
"Si, va bene, ma sono fatti miei." Sibilai irritata.
"Bea, non ti devi arrabbiare con me." Pronunciò quella frase in un tono talmente strano che mi voltai verso di lui, perdendo di vista il gioco.
"Si può sapere cosa ti prende?"
"Niente."
"Si, niente. Come no? Mi fai le prediche come fossi uno dei miei e poi tutte quelle domande su chi mi piace...ma a te cosa te ne frega?"
"È che ho saputo che hai un ammiratore. Sono curioso." Feci una smorfia.
"Si, c'è uno che mi lascia dei bigliettini. Anonimi."
"Sono belli?"
"No, sono banali e smielati, roba da incarto dei cioccolatini. Perchè?" Gregorio si fissò le mani, che teneva intrecciate sulle gambe, senza rispondere.
"Pensavo che lo considerassi un bel gesto. Romantico."
"Bella roba, scrivere lettere anonime come la mafia. Non dimostra un gran coraggio, o sbaglio?"
"E quello che piace a te è coraggioso?"
"Ma tu cosa ne sai che a me piace qualcuno? Cosa ne sai che non sono solo una secchiona che vive per Cicerone?"
"Me l'ha detto Dario." Riflettei per un momento. Era anche possibile che tu gli avessi detto qualcosa del genere, tanto per spiegare per quale motivo non degnassi di uno sguardo nessuno.
"Si, è molto coraggioso." Annuì, come se si aspettasse quella risposta e si leccò le labbra, preparandosi a dire qualcosa.
In quel momento gli spettatori emisero un grido, come un sol'uomo, e mi rivolsi di nuovo al gioco.
Vi avevano segnato un brutto canestro e stavate ripartendo in attacco. Nemmeno il tempo di vedere la palla passare di mano e tu partissi, correndo leggero e veloce, quasi senza sfiorare terra coi piedi. Sotto canestro, iniziasti a farti spazio, aspettando Andrea. Era jncredibile il modo jn cui la palla sembrava seguirlo di sua volontà, come un cane fedele, a dispetto di ogni tentativo di prendergliela. Arrivò al margine dell'area dei tre punti prima di trovarsi in una situazione senza uscita.
Ti guardò e si esibì in un passaggio alto. L'avevi preso e stavi per tirare, momentaneamente solo, quasi come per um miracolo, quando, a metà del salto, umo dei giocatori avversari ti arrivò addosso come un treno i corsa. Cadesti di schiena, senza riiscire ad attutire l'impatto in alcun modo, e riuscii a sentire il suono cupo del tuo brusco atterraggio fin dove mi trovavo.
Saltai in piedi, con il cuore che mi balzava in petto. Ti stavi rialzando, ma molto lentamente, e la partita attorno a te si era fermata.
Il vostro allenatore si avvicinò trotterellando e ti mise uma mano sulla spalla. Potevo seguire il dialogo senza nemmeno sentirlo.
Stavi bene? Annuisti cin convinzione, accennando al campo da gioco. Volevi rimanere, com'era prevedibile per chiunque ti conoscesse.
Volevi rimanere e rimanesti. Il gioco riprese e, con fredda determinazione, spimto anche dal dispetto, finisti per segnare tre canestri comsecutivi.
La partita era vostra, non c'era più possibilità di scampo. Solo allora tornai a sedermi.
"Certo che siete davvero molto uniti voi due, eh?" Chiese Gregorio.
"Ovvio."
"Senti, Bea..." la partita finì in quell'istante. Tutti impresenti si alzarononper applaudire. Eri l'eroe della serata, il campione della partita e tutti tinsi affollavano attornomper complimentarsi. Scesi di corsa per farmi trovare sulla strada per gli spogliatoi. Passando mi strizzasti l'occhio e accennasti con la testa alla porta. Aspettai con calma che passasse il tempo che sapevo corrispondere alle tue necessità e poi risalii.
Tornai a recuperare la giacca e, con la scusa di volere una boccata d'aria fresca, uscii, portandomi in fretta in un angolo poco visibile. Era calato il buio e solo la luce incerta dei lampioni del parcheggio e delle fimestre della palestra rischiarava la tenebra.
Nelle zone illuminate, piccoli gruppi di spettatori e giocatori iniziavano a fermarsi per scambiare qualche parola. Vidi uscire Gregorio, Vittorio e Viola, che, non vedendomi, presero a parlare fra loro.
Rimasi nel mio angolo, certa che mi avresti trovata, e così fu.
Uscisti dalla porta, il giubbetto slacciato, bello ed elegante perfino con l'aria stanca ed esaltata che ti davano le partite, e, senza nemmeno esitare, ti svicolasti dai complimenti del tuo gruppetto per venire diritto verso di me.
"Da chi ti nascondi?"
"Dal tuo amico. Mi ha attaccato un bottone che non finiva più." Ridesti.
"Ti sei fatto male, prima? Stavo morendo di paura."
"No, non è niente, solo una caduta. Tu mi hai fatto di peggio, quando giocavamo alle tigri di Mompracem." Ridemmo imsieme, ricordandoci nei panni dei pirati indiani.
"Sei stato bravissimo, lo sai? Una cosa fenomenale." Ti vidi arrossire nella luce scarsa.
"Merito un premio?"
"Certo! Quello che vuoi." Con un sorriso iniziasti a spingermi indietro e, quando rischiai di inciampare, mi prendesti per mano, pilotandomi fino all'albero accanto alla rastrelliera delle biciclette. Era tanto buio, lì sotto, che non riuscivo nemmeno a vederti. Mi ritrovai con la schiena appoggiata all'albero e le tue labbra sulle mie, prima di rendermi conto di dove fossi.
"Dario, smettila, ci vedono!"
"No, no, qui no. Devonomproprio venirci a cercare, per vederci." Mi baciasti di nuovo, con violenza. La tua lingua entrava ed usciva dalla mia bocca. Ti schiacciasti su di me e sentii quanto eri eccitato.
"Piantala! Ma che idee? Cosa vorresti?" Sentii la tua mano fredda infilarmisi sotto la gonna e fra le gambe.
"Questo, voglio. Non lo sai? Voglio questo."
"Va bene, ma non qui. No, Dario."
"Ma tu non puoi dirmi di no. In primo luogo perché si capisce benissimo che ti piace, quello chensto facendo. E poi perché sei mia. Sei mia, vero?"
"Si."
"Solo mia. Tutta quanta."
"Si, amore."
"Dimmelo, ti prego." La tua voce stsva prendendo quel tono trasognato che preludeva alla totale incapacità di controllarti.
"Dario, non qui. Si, si e subito, ma non qui. Ho freddo." Ti ritraesti, a malincuore.
"Va bene."
"Sono solo tua. Tutta, dentro e fuori. Per sempre."
"Per sempre." Ripetesti tu, come officiando un rito.
Tornammo alla luce, in mezzo agli altri, e passammo qualche minuto a chiacchierare.
Poco prima dei saluti, guardandoti attorno, domandasti dov'era Gregorio. Volevi ringraziarlo di essere venuto.
"Ah, non lo so." Rispose Viola "secondo me si è sentito poco bene. Prima è venuto a cercarti di là, dove eri andato, ma poi è tornato indietro da solo e ha detto che doveva andare a casa."
"Si, anche secondo me non stava bene. È jn paio di giorni che è fuori squadro." Commentò Vittorio.
Mi si gelò il sangue. Non mi fidavo di quel ragazzo e l'idea che potesse averci visti mi riempiva di un freddo sgomento. Un'occhiata bastò a confermarmi che avevi oensato alla stessa cosa.
Confeziomammo sorrisi e saluti per tutti e finalmente fummo in auto.
"Domani ci parlo." Mi dicesti appena ebbi chiuso lo sportello, senza darmi il tempo di chiederti nulla.
Tornando a casa, facesti una deviazione sulla strada che girava attorno al paese, fermandoti in uno spiazzo isolato. Ti voltasti lentamente verso di me.
"Non ce la fai ad aspettare di essere a casa?" Risi prima ancora che tu facessi un gesto. Spalancasti gli occhi con aria supplice.
"Ti prego...non mi dire di no!"
"Io vorrei sapere chenrazza di idee hai sul...sul fare l'amore." Ti stavi già sfilando il giubbetto, felice come un bambino.
"Più o meno le stesse che ho sul mangiare, sai. Tanto, caldo e subito. Il resto non conta."
"Come sei romantico." Ti canzonai, accogliendo i tuoi baci carichi di urgenza sul collo e sul seno.
Scoprii, quella sera, quanto potesse essere difficile, per una persona della tua stazza, muoversi agevolmente dentro un'automobile.
Mentre mi sfilavi le mutandine, allungasti una mano alla mia destra e girasti un qualcosa che fece sdraiare il mio sedile. Diedi in una piccola esclamazione di sorpresa.
"Questo è un sedile reclinabile, amore. E, a proposito, non serve che stai zitta, stavolta."
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