I
Una voce sottile e monotona come una cantilena si dipanava dalla porta socchiusa in fondo al breve corridoio che portava agli uffici dell'archivio.
Era il tramonto, oramai, e attraverso le stanze vuote quel suono si diffondeva in un modo quasi innaturale, recando una sottile inquietudine ai pochi che erano a portata d'orecchio.
Inconsapevole di tutto ciò, la dottoressa Bizzarri, china sul tavolo ingombro di carte, con una potente luce al neon bianca accesa alle spalle, dove potesse proiettarsi sul libro senza danneggiarlo, continuava a leggere, gli occhi strizzati ad indovinare le parole là dove il tempo le aveva corrose, sillabando ad alta voce con il metodo che le era rimasto, come una pessima abitudine, dai tempi della sua adolescenza.
Non si rendeva quasi conto di farlo, non più, dopo tutti quegli anni, ma sapeva che era grazie a quella stretta collaborazione fra occhio ed orecchio se era in grado di decifrare ogni segno, ogni linea spezzata dai secoli, al punto da essere spesso chiamata in causa su testi considerati irrecuperabili.
Uno degli assistenti si sporse all'interno della stanza, guardando la sua schiena china per un momento, prima di trovare il coraggio di interromperla. Non sempre la prendeva bene, quando veniva interrotta e, sebbene fosse di norma una persona serena ed accomodante, alcune delle sue sfuriate peggiori erano entrate nella leggenda del luogo, compresa quella in cui aveva minacciato uno studente di orribili ritorsioni fisiche se non avesse scelto un campo di studi più adatto alle sue capacità, arrivando a citargli qualche esempio di settori che riteneva al livello intellettuale guisto per lui, come la tecnica avanzata della masturbazione. Il malcapitato era stato colto in flagrante mentre maneggiava una pesante edizione in folio del cinquecento a mani nude, senza i necessari guanti di cotone bianco a protezione del fragile equilibrio della pagina.
All'assistente, ancora fermo sulla soglia, sfuggì un sorriso a quel ricordo. Non correva simili rischi, certamente, nell'avvertirla dell'imminente fine della giornata lavorativa. Del resto, era noto a tutti quanto facilmente perdesse il senso del tempo lavorando.
La cantilena sottile della sua voce non si fermava mai, come se non avesse alcun bisogno di respirare, e fu con un certo sollievo che la interruppe, spezzando così il lieve senso di disagio che gli procurava.
"Dottoressa, sarebbero le sette. Noi stiamo andando a casa e il custode chiede se può..."
Lei alzò gli occhi dal libro e infilò le dita sotto le lenti, per stroppicciarli, come una bambina assonnata. Si stirò allungando le braccia all'indietro e si alzò annuendo.
"Si, Giorgio, esco anche io. Digli che può chiudere tutto. Questo" disse poi lanciando un'ultima occhiata, quasi dispiaciuta, all'imponente volume sul tavolo "lo continuerò domani."
L'assistente annuì.
"Vuole che l'aspetti, Doc? Ho notato che è arrivata a piedi stamattina." Lei gli rivolse uno sguardo ironico, inarcando le sopracciglia.
"Ma che fine osservatore. Probabilmente è perché non ho una macchina, che ne dici?" La sua espressione si aprì in un franco sorriso all'espressione stupita di lui.
"Ah. Non ci avevo fatto caso che...ma come mai, mi scusi?"
"E a cosa mi dovrebbe servire?" Gli rispose iniziando a procedere con lui lungo il corridoio "abito a neanche mezzo chilometro da qui e non mi muovo molto. E poi non so guidare."
"Ah. E come mai?" Ripeté l'assistente. L'idea che una persona sopra i trenta non sapesse guidare un'auto gli riusciva quanto meno eccentrica.
Lei rispose con uno sbuffo divertito.
"Perchè non mi serve la macchina. Perché dovrei imparare a guidare un mezzo che non ho bisogno di usare? La mente non ha mica una capienza infinita, sai? Mai letto Sherlok Holmes?"
Erano arrivati alla porta di servizio, quella in uso al personale, mentre parlavano.
La dottoressa Bizzarri scivolò fuori, camminando sicura sull'acciottolato con la noncuranza di chi conosce la strada che sta percorrendo fini all'ultimo granello di polvere, e l'assistente rimase a qualche passo di distanza, con le chiavi dell'auto strette in mano, a guardarla allontanarsi. Mentre la sua figura esile si perdeva fra la folla indifferente, si domandò cosa gli avesse preso, a tempestarla di domande in quel modo. Buon per lui che fosse di quell'umore. In fondo, si trattava comunque di una dei suoi responsabili, riflettè riscuotendosi e montando in macchina.
Il tramonto rosseggiava incendiando i cumuli di nubi che si alzavano come una mareggiata fluttuante sopra i tetti del centro storico e la cappa di afa e di smog ne tingevano i bordi di un giallastro innaturale, dando l'impressione di un incendio incontrollato che infiammasse il mondo intero.
La dottoressa Bizzarri lo osserevò per un poco, chiedendosi, come ormai si chiedeva da una vita, se anche lui lo stesse vedendo. Era bello, riflettè, gli sarebbe piaciuto.
Infilò le chiavi nella toppa del portone di casa augurandosi che quella pestilenziale creatura che la sorte aveva voluto affidargli come vicino di casa fosse occupato a fare qualsiasi cosa la tenesse lontanonda lei e poi, silenziosa come un'ombra, salì le due rampe di scale che portavano al suo appartamento.
Entrando, lasciò cadere le chiavi sul divano e scalciò le scarpe nell'angolo dietro la porta. Non l'aspettava nessuno.
Sul tavolo della zona cucina, nero sullo sfondo chiaro del legno, il suo computer portatile appariva come in attesa.
Per molto tempo, mesi, fin dall'inizio dell'anno, poco dopo aver dato l'estremo saluto a sua madre, era stato la sua unica compagnia. E di compagnia gliene aveva fatta, e molta, con l'aiuto dei più vivi dei suoi ricordi, ma, ora, quel lavoro poteva considerarsi esaurito.
Per quanto forte fosse la voglia di scrivere ancora qualche riga, di rinnovare quell'appello che le bruciava sulla punta delle dita, passò oltre, attraverso la porta che divideva la zona giorno, una semplice stanza divisa in due da un mezzo muro, con la cucina da una parte ed un divano dall'altra, appena nobilitata da un'ampia porta finestra che dava sul balcone, ed entrò nella stanza da letto per prendere la biancheria pulita. Aveva in programma una lunga doccia rinfrescante e un paio di libri nuovi, in serata. Chissà, con un po' di fortuna avrebbe potuto perfino scoprire un giallo che non le desse la sensazione di essere stato copiato di sana pianta da qualcun altro.
La stanza era rigurgitante di libri. Alti scaffali inzeppati fino al collasso di edizioni economiche, pile di volumi sulla scrivania e perfino qualche copertina che faceva capolino da sotto il letto. Tolta questa caratteristica, avrebbe potuto essere la stanza di una bambina. Il letto ad una piazza e mezza era rivestito di semplici lenzuola bianche, in accordo con il bianco delle pareti, e un minuscolo armadio a due ante se ne stava, quasi vergognoso, sulla parete di fondo. Passando accanto al comodino, diretta all'armadio, sfiorò con due dita la cornice di una fotografia ritta in modo da poterla vedere dal letto, in un gesto automatico e per nulla sentimentale. La foto ritraeva un ragazzo sui sedici anni, con l'incarnato e i capelli terribilmente chiari, che sorrideva all'obiettivo accattivante.
Entrò nel bagno, con la biancheria pulita fra le braccia, e si concesse la doccia che si riprometteva da tutto il pomeriggio.
II
La macchina rossa imboccò la strada laterale a velocità eccessiva, con un lieve stridere degli pneumatici. Non fu un problema. Era un quartiere residenziale e, a quell'ora, praticamente vuoto.
Il dottor Malatesta sibilò una parolaccia e scalò la marcia, assumendo un'andatura più consona al tempone al luogo.
Poteva dire di non aver mai visto la strada dove abitava alle de e mezzo di un giorno feriale. La trovò fin troppo silenziosa, fin troppo curata, e gli diede la sensazione di una scena abbandonata che attenda l'arrivo degli attori per animarsi.
Le case, piccole e lievemente ritirate dalla strada, si somigliavano al punto che, come faceva da un anno, dovette fare attenzione ai punti di riferimento per non parcheggiare in quella del vicino. Sarebbe stata una scena alquanto buffa, considerando che non si conoscevano affatto.
Scese dall'auto con la valigetta nera già stretta in mano e si avviò rapido verso la porta di casa.
Non riusciva ancora a sentirla casa sua, e dubitava ci sarebbe mai riuscito. Era troppo impersonale, troppo vuota per lui.
I mobili erano stati scelti in fretta e con la sola pretesa della funzionalità e non trasmettevano alcun senso di calore, rimanendo soli ed intonsi per la maggior parte del tempo.
Era comunque un rifugio, un luogo in cui né la sua famiglia né altri erano ammessi e che gli dava il conforto di una minima sicurezza.
Sorrise fra sé posando il computer sull'ampio tavolo dell'ingresso. In realtà non aveva proprio nulla di cui sentirsi minacciato, tranne qualche occasionale piagnisteo congiunto perpetrato da sua madre e da Stella, eppure non riusciva a sentirsi in pace, a tranquillizzarsi, fino a che non era solo. E sì che la solitudine la soffriva, e parecchio.
Scosse la testa per accantonare quei pensieri. Le sue mani avevano lavorato rapide e sicure come al solito, mentre era immerso nelle sue riflessioni, ed ora non gli rimaneva che da leggere.
Portò dalla cucina qualcosa da mangiare ed un alto bicchiere colmo di ghiaccio.
Mentre apriva la pagina che Vasirani aveva inserito fra i preferiti, sospirò profondamente e se ne fece scivolare in bocca un paio di cubetti, godendo come ogni volta all'ovattato scricchiolio che emisero sbriciolandosi sotto i denti.
'A noi due, nanetta.' Pensò, prendendo mentalmente la rincorsa prima di iniziare quella che sapeva sarebbe stata una lettura difficile.
Rilesse il primo capitolo, sentendo la cadenza delle sue parole nella mente e notando, dallo stile involuto, la riluttanza che aveva dovuto vincere l'autrice. Poi il cellulare alla sua destra squillò penetrante.
Con una smorfia di irritazione guardò il display. Stella.
Premette il pulsante rosso rifiutando la chiamata. Poi, preso da un momento di stizza, lo spense e lo ficcò in fondo alla borsa nera.
Lesse ancora un paio di capitoli, rivivendo scene che la sua memoria aveva quasi sopito. Sorrideva appena, senza rendersene conto.
Da quanto tempo non pensava a se stesso in quel modo? Non al suo ruolo sul lavoro, non alle sue responsabilità, ma ad un se stesso diverso. Da quelle pagine scaturiva una figura romantica, quasi eroica, a suo modo, senza dubbio avvolta in una luce che solo l'amore poteva vedergli scaturire dalla pelle. Eroe, lo chiamava. Angelo, in mille occasioni, in quelle righe.
Si passò una mano sugli occhi, sentendo la gola contrarsi in un nodo doloroso. Chi mai piu, nella sua vita, aveva avuto il coraggio o l'innocenza di vedere in lui tutto questo?
Quanti anni, quante dolorose disillusioni, aveva dovuto affrontare, per smettere di crederci lui stesso? Non avrebbe potuto contarle.
Perché ci aveva creduto, con tutto il cuore, in quelle tenere sciocchezze che ora ritrovava scritte come fossero evangeliche verità, ci aveva creduto perfino lui. E quando aveva scoperto, era stato costretto a scoprire, che altro non era che uno fra i tanti, neppure particolarmente dotato o forte, ma, a voler essere sinceri, e perché non essere sinceri con se stessi, perfino un po' vigliacco, quando era stato evidente tutto questo, qualcosa dentro di lui era finito. Supponeva si trattasse di quel passaggio, doloroso ma necessario, che segna l'ingresso nell'età adulta e richiede, come pedaggio, i sogni e le piccole vanità dell'infanzia e dell'adolescenza.
Supponeva che fosse una pelle morta cambiata al giusto tempo, una fase che, una volta superata, non si sarebbe ripresentata più. Eppure, in quel momento, arrivato ormai, divorando riga dopo riga, quasi alla metà dello scritto, sentiva una scintilla ardere nel profondo.
Si sentiva come si era sentito, un tempo, quando lo sguardo di lei lo sfiorava in ogni momento, come un carezza gentile alla sua anima. O al suo orgoglio.
Si interruppe per un attimo e constatò indispettito che tutto il ghiaccio del bicchiere si era sciolto. Solo poche scaglie galleggiavano tristi nell'acqua gelata. La giornata era torrida ed aveva passato ore su quel computer.
Si alzò stirando i muscoli della schiena e decise di concedersi una pausa, sentendosi quasi in colpa mentre si alzava dal tavolo e dandosi contemporaneamente dello sciocco per quella reazione.
Si sentiva soffocare negli abiti da lavoro e li cambiò con una maglietta di cotone ed un paio di pantaloncini corti. Poi, finalmente comodo, ridiscese al piano terra per rinnovare le scorte di cibo e ghiaccio.
Stava scendendo gli ultimi scalini, quasi saltando, sentendosi più vicino a se stesso dinquanto non gli accadesse da anni, sentendosi, così formulò il pensiero, più a fuoco di quanto non accadesse da anni, quando bussarono alla porta di ingresso.
Una smorfia gli stirò la bocca. Bussavano, non suonavano il campanello. Poteva essere una sola persona.
Aprì la porta di quel tanto che bastava per sporgere la testa e senza nemmeno guardare salutò:
"Buonasera Stella. Continui ad avere un'idea alquanto personale sul significato dell'espressione 'separazione legale', noto."
"Fammi entrare." Ribattè la donna incrociando le braccia sul petto con aria arrabbiata.
I lunghi capelli castano chiaro, lisci quanto quelli di lui e leggeri come seta ondeggiavano appena nell'aria della sera, mentre i suoi occhi scuri dardeggiavano indignati.
"No, non ti faccio entrare. Non voglio vederti, non voglio che tu entri in casa mia, e sottolineo mia, e non ho niente da dirti." Le rispose lui affettando un'aria distaccata.
"Ah, per me va bene. Se preferisci che ti parli da qui, così sente tutto il vicinato, sono daccordissimo." Lo minacciò. Poi prese fiato ed emise un crescendo di voce, acuta e ferma come quella di un soprano "la vuoi finire di fare il ragazzino alla tua età?" Non stava urlando, non esattamente. Stava parlando con lo stesso tono indignato di poco prima, solo ad un volume enormemente più elevato. Lui sparì dentro casa e spalancò la porta, sporgendo solo un braccio per trascinarla all'interno.
Era rosso in viso, un brutto rossore a chiazze che gli usciva dal colletto della maglia per spendersi sul collo e sulle guance.
"Guarda, se sempre stata insopportabile, ma stavolta..." gli si gonfiarono le vene della fronte, formando la grezza immagine di una A e le sue labbra tremerono per un attimo senza lasciar uscire alcun suono.
Stella avanzò, posando la borsetta sul tavolo e guardandosi attorno con aria seccata.
"Non farti venire un colpo apoplettico, lo sai che odio quando ti metti a fare i capricci come un bambino piccolo."
"Cosa vuoi?" Riuscì a spremersi fuori alla fine lui, respirando profondamente per calmarsi.
"Ero preoccupata per te, hai presente? È quello che succede quando decidi di fare il divo e di spegnere il telefono. Io non ti trovavo, tua madre non ti trovava e al lavoro ci hanno detto che ti sei sentito male e sei tornato a casa. Quindi, eccomi qui."
"Sto bene. Grazie. Puoi andare. Sono solo occupato. Non voglio essere disturbato." La sua voce aveva preso ad uscire in brevi frasi frettolose, telegrafiche.
"Occupato a fare cosa, rintanato un casa a luci spente come un latitante?" Chiese lei, interrompendosi subito dopo. I suoi occhi si accesero di una scintilla di interesse. "C'è una donna? Eri con una donna, di sopra?" Lui la osservò con franco sconcerto e la risposta gli uscì dalle labbra sincera, spontanea, prima che potesse frenarla.
"No, perchè? Che donna?" Stella sorrise, intenerita.
"Povero scemone, tutto solo, qui a casa. Scommetto che stai poco bene e non vuoi dirlo a nessuno, come al solito."
"No. Te l'ho detto, sono occupato. Vattene."
"Dai, dimmi cosa succede..." chiese ancora lei. Il suo tono si era fatto basso, insinuante, e un lieve sorriso le aleggiava agli angoli della bocca. Era rassicurante sapere che non c'era nessun altra. Dopotutto, era pur sempre suo marito, pensava, e, una volta che gli fosse passata questa assurda mania di volersi separare da lei, sarebbe tornato ad essere l'uomo ragionevole e affidabile di sempre. Non voleva che lui conservasse un brutto ricordo di quei mesi di solitudine. Desiderava, invece, che ricordasse quanto fosse bello avere qualcuno accanto, avere lei accanto, quando ne sentiva il bisogno. Si avvicinò e gli passò la mano sul petto, sopra la maglietta bianca.
"Stella, piantala! Non so che idee vi rimbalziate, tu e quell'altra pazza di mia madre, ma la risposta è e resta che ti voglio fuori di qui. Adesso."
"Dai, smettila di fare i capricci..." anche l'altra mano si posò sul suo petto, in una carezza possessiva. Il viso di lei, levato verso il suo, spiccava nella penombra, i tratti fini messi in risalto da un trucco sapiente. Le afferrò entrambi i polsi, allontanandola bruscamente.
"Ho detto fuori, stupida oca. Lo capisci così o devo spiegartelo in un altro modo?" La sua espressione si era alterata. Un freddo disprezzo si disegnava sul suo volto, rendendolo più cinico, invecchiandolo di colpo. Stella si liberò dalla sua presa con un gesto esasperato, senza mostrare alcuna paura.
"Non c'è bisogno di essere così maleducati." Lo rimbeccò afferrando la borsetta stizzita. "Cercavo solo di essere gentile. Cosa che ti è totalmente estranea, a quanto vedo." Si avvicinò alla porta con incedere altezzoso, facendo risuonare con forza i tacchi sul pavimento lustro.
Lui le aprì con un ironico inchino e la richiuse con forza alle sue spalle.
Appena fu uscita, si appoggiò al battente, passandosi la mano sul viso, in un gesto di stanchezza.
Poi se ne staccò e andò in cucina, per prendere quello che voleva fin dall'inizio: cibo e ghiaccio. Ne portò una buona scorta fino al tavolo e lì si sedette, riprendendo la lettura da dove l'aveva interrotta.
Uno strano miscuglio di emozioni gli ribolliva nell'anima, mentre si addentrava sempre di più in quelle righe.
Era arrabbiato, questo lo riconosceva senza alcuna difficoltà, arrabbiato con lei per aver messo in piazza cose del loro passato che avrebbero dovuto rimanere solo loro. Quando lesse della loro prima volta, la prima volta in assoluto per entrambi, dovette fermarsi per un momento, per schiarirsi la vista. La rabbia si mescolava con qualcosa di diverso, una sottile nostalgia, quella che ognuno di noi prova per la propria giovinezza. Gli sembrava impossibile essere stato tanto piccolo, tanto ingenuo, tanto fragile, eppure riconosceva ogni parola, ogni gesto che erano descritti. E questa era l'ultima delle cose che gli premevano dentro, ingrandendosi attimo dopo attimo, pagina dopo pagina.
Lei ricordava tutto. Con una precisione allucinante, ogni sua parola, ogni movimento degli occhi, delle mani. I suoi vestiti. La posizione in cui dormiva. Il suo modo di camminare. Quel suo ricordare ogni cosa, conservare quelle menorie limpide ed intatte, gli procurava un calore sottile, doloroso e struggente, dietro lo sterno.
Non riusciva a trovare un nome per quell'emozione, né se lo chiedeva.
Quando arrivò all'ultima pagina era ormai caduto il buio.
Lesse di quello che era accaduto, che lei aveva visto accadere, in quella mattina di tanti anni prima, quando erano stati separati.
Si accorse di non provare nulla, di fronte a quella cronaca fedele, di fronte a quell'ultima pagina. Era come se stesse leggendo della vita di un altro.
Lesse anche l'ultima riga, quel appello solitario, staccato dal resto, come a dargli maggior vigore.
Il tumulto che aveva provato sembrava essersi sedato col procedere della lettura.
Si alzò dal tavolo, facendo scricchiolare la schiena ed il collo, e, dopo una breve fermata in bagno, andò a prepararsi un qualche simulacro di cena.
Accese la luce della cucina e aprì il frigorifero, rimanendo per un momento ad osservarne l'interno.
Ripensava a quella frase solitaria, in fondo a tutto.
"Se l'anima non muore, allora è per sempre." Ripeté a mezza voce fra sé. Sorrise al frigorifero illuminato. "Per sempre."
Il sorriso si spense lentamente sul suo viso. Aveva letto. Ora ricordò. Ricordò la fiducia totale che leggeva nei suoi occhi quando le diceva di sapere cosa fare. La sua presenza paziente, silenziosa al suo fianco. Il bacio della buonanotte, in alto, sulla tempia.
La sua mano si alzò a sfuorarne il punto esatto.
Lasciando andare la porta del frigorifero, camminò piano fino ai piedi della scala e la salì, entrando nella sua stanza, subito di fronte. Dal cassetto del comodino estrasse un vetusto pezzo di gomma rossa, ruvida. Veniva dalla sella della sua prima motocicletta, quella che aveva ricevuto in regalo per i suoi sedici anni. Ne accarezzò col pollice il rovescio, di screpolata colla vinilica.
Nella sua mente i ricordi si affollavano, sovrapponendosi, scomponendosi, confondendosi fra loro.
Risentì la sua voce, come se l'avesse accanto. Gli sembrava di sentirla chiamare il suo nome, in mille toni diversi, divertita, assonnata, spaventata, vogliosa, allegra, piangente, seccata, seria, gentile. Il suo nome, milioni di volte.
La sua vista si scompose in una miriade di riflessi e gli parve giusto che così fosse, come stava accadendo alla sua mente.
Si sentiva diviso a metà, come se in lui albergassero due uomini distinti.
Uno, il serio, razionale lavoratore, gli stava dicendo, lo stava pregando, di affrontare la situazione con ragionevolezza. Erano passati ben più di dieci anni. Erano adulti, ora, e lui aveva lasciato sul campo un matrimonio fallito, la sua linea sottile da atleta e una buona manciata di capelli. Quello che invocava lei, disperatamente, era un ragazzo che non esisteva più.
L'altro, una persona di cui conosceva a malapena l'esistenza, ma che d'improvviso gli appariva molto forte e determinata, gli stava gridando di agire. Riusciva a sentirla urlare da ogni parola, da ogni paragrafo che aveva scritto, riusciva a sentirla urlare il suo nome. Lei lo stava chiamando. E il resto, poco importava.
Non sapeva cosa avrebbe fatto, quando uscì dalla stanza, non aveva idea di aver preso una qualunque decisione.
Solo quando fu nell'ingresso si rese conto di stringere ancora nella mano quello stupido pezzo di gomma rossa.
Recuperò il telefono dal findo della borsa e lo accese, selezionando il nome dalla rubrica e premendo il pulsante di chiamata prima ancora di pensare a cosa avrebbe detto.
"Pronto?" La voce dall'altro capo sembrava piacevolmente stupita.
"Vitto, ho bisogno di te."
"E buonasera anche a te, eh?" Rise Vittorio.
"Scusa, hai ragione tu. Buonasera, vecchio mio, come sta la tua bella ragazza?"
"Viola sta bene, ti saluta. Cosa volevi, dai?"
"Ho bisogno di sapere dove si trova una persona che ha scritto un blog. Tu puoi sapere da dove viene scritta una cosa su internet?"
"Si, se è stata scritta sempre dallo stesso posto, si può recuperare la posizione. Ma perché ti serve sta roba da film di spionaggio?" Sospirò.
"Te la ricordi mia cugina, Vitto, Beatrice? Ha scritto una cosa e io dovrei sapere dov'è senza che nessuno venga a sapere che la sto cercando, ecco."
"Stai parlando di Bea? La tua Bea?"
"Si."
"Senti, non so come dirtelo, ma...non credo che avremo bisogno di fare gli zero zero sette."
"Cioè?" Fu la volta di Vittorio per emettere un lungo sospiro.
"Beh, se hai carta e penna ti dò indirizzo e numero di telefono. Insomma, noi la vediamo abbastanza spesso. È stata anche al battesimo di Sara, sai, mia figlia?"
"Ah."
"Pensavo che tu sapessi dove..."
"No. Dove? Cioè, dove vive?"
"Vive in centro storico. Da due o tre anni, da quando lavora all'archivio storico. Insomma, saranno un venti chilometri da dove sei tu."
"Dammi l'indirizzo."
"Mi stai dicendo che non vi siete mai più visti?"
"Vitto, per cortesia, me lo dai l'indirizzo? E...puoi...sai, non dirglielo? "
"Si. Si, va bene. Vai da lei?"
"Mi sa." Ci fu un attimo di silenzio dall'altro capo del telefono, abbastanza lungo da fargli temere che Vittorio avesse cambiato idea. Poi lo sentì rilasciare il fiato in un lungo sibilo.
"Era ora, cazzo. Dai, hai da scrivere sotto mano?"
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