Non credo che i veri atti di coraggio, quelli che implicano il guardare in faccia il rischio e andarci co unque incontro, siano mai sfacciati o rumorosi come siamo abituati a credere.
Penso che il vero coraggio, come la vera generosità, richieda più determinazione che spavalderia, e si presenti più col silenzio e con la compostezza di tutti gli atti più seri e solenni della nostra vita, che non con la spudorata sbruffonaggine dei momenti di follia.
Quel pomeriggio di settembre tu avevi dimostrato più coraggio di quanto chiunque avrebbe potuto comprendere, senza conoscere i delicati meccanismi interni della nostra famiglia, e l'avevi fatto per una persona che non amavi affatto. Non tanto perché ti sentissi in debito nei suoi confronti, sarebbe stato come pretendere di vedersi ripagare una semplice cortesia con oro sonante, ma perchè vedesti quanta disperazione si nascondeva dietro il semplice fatto di essere venuto a chiedere aiuto a te.
Tanta e tale fu la tua generosità, tanto silenziosa e in un certo senso poco vistosa, che, probabilmente, fui io sola a vederla.
Negli anni che ho passato al tuo fianco, è stato sempre così. Ogni gesto che avrebbe potuto farti crescere nell'opinione altrui era circondato da un alone dimesso, in qualche modo quasi che lo volessi far passare sotto silenzio. Non ti vergognavi di far sapere a tutta la scuola che eri capace di umiliare qualcuno tanto da farlo scoppiare in lacrime o di mettere le mani addosso a chi ti contrariava senza provarne il benché mi imo rimorso, ma ti saresti fatto piccolo come un granello di riso, se qualcuno avesse parlato della gentilezza fraterna che usavi verso Vittorio o del gesto che facesti quel giono per Andrea.
Per motivi che non ho mai veramente compreso, era la parte migliore di te, quella che nascondevi sotto il velo del tuo pudore.
La madre di Andrea venne accompagnata fino alla soglia di casa, in ogni modo, e la faccenda venne seppellita sotto una pesante coltre di silenzio.
Non ne parlammo più, ne noi né i tuoi, come se non fosse mai accaduto e, credo, non per una qualche sorta di vergogna, ma perchè non lo reputavamo un avvenimento importante abbastanza per meritare di essere riesaminato.
A inizio ottobre riuscisti finalmente a fare l'esame di guida, la parte teorica non avrva presentato alcun problema, e tornasti a casa, camminando ad un metro da terra, sventolando fin dall'imbocco del viale il documento provvisorio che ti dichiarava patentato.
Eri tanto felice che sollevasti tua madre da terra, in un abbraccio da orso, facendola ridere come una bambina.
Ti corsi incontro e sollevasti anche me, stringendomi con tutta la forza, facendomi scricchiolare le ossa. Non mi importava, ero troppo felice per te per occuparmi delle mie costole, e ti strinsi le braccia attorno al collo con uguale entusiasmo.
Mio padre osservò la scena in piedi sulla soglia di casa, senza unirsi a noi, e, quando mi posasti a terra, si limitò a dire, con un sorriso ironico:
"Bene. Adesso devi solo trovare qualcosa da guidare."
Il tuo sorriso vacillò per un attimo a quelle parole, prima che tua madre attaccasse a chiacchierarti attorno, zittendolo con un gesto perentorio della mano.
"Dobbiamo festeggiare, sei stato tanto bravo, del resto dovevamo aspettarcelo, tuo padre aveva dovuto ripetere l'esame due volte, ma non dire che te l'ho detto, magari potremmo prenderti qualcosina di piccolo, niente di troppo veloce, non ci pensare neanche, ma almeno tirarti giù da quella motocicletta, che è pericolosa, l'ho sempre detto, sarei più tranquilla..."
Parlava girandoti attorno, mentre salivamo in casa ed entravamo in cucina, senza mai interrompersi, nemmeno per prendere fiato.
Tu la guardavi con un sorriso dolce, beandoti della sua gioia e della sua approvazione, e ti lasciavi lisciare la camicia e pilotare al tavolo senza opporre alcuna resistenza, per non interrompere il suo monologo.
Mi sedetti alla tua destra e lai alla tua sinistra, senza smettere ancora di parlare ed includendo Dora nel discorso. Era incredibile quello che riusciva a fare, raccontando a Dora l'accaduto, dando ordini per la cena, facendo domande a mio padre, che ci si era seduto di fronte, e continuando a seguire il filo del suo personale discorso, tutto insieme.
Con il gomito posato sul tavolo, ti guardavo godere del calore di quel momento, mentre Dora, carpiti gli elementi essenziali dell'evento, si concesse di farti una delle sue rare carezze sul capo, che ti fece arrossire di piacere.
Dicesti di avere sete e ci muovemmo tutte e tre, tutte insieme. Fu una scena comica, a modo suo, con una di noi che si affrettò a prendere un bicchiere, mentre l'altra ti chiedeva cosa desiderassi, se acqua o the freddo e l'ultima portava in tavola la bottiglia.
Ridesti rosso in viso, nascondendo gli occhi dietro le dita socchiuse.
"Oh, grazie. Ma non sono mica tornato dalla guerra."
"Stai zitto e goditela, scemo. Non ti capiterà spesso, nella vita." Commentò mio padre, sempre con quell'accenno di sorriso in faccia. Era come se stesse assistendo ad una commedia che non trovava fino in fondo di suo gusto.
Lo guardasti con la fronte appena aggrottata. C'era un qualche genere di messaggio in quel sorriso, una sorta di lettura fra le righe che non avevamo le capacità né gli strumenti per fare. Lo fece la zia, al posto nostro, e per la prima volta la vidi trattare con durezza mio padre.
"Se ti dà tanta noia vederci festeggiare, puoi andare di sopra. Ti chiamo per cena." Gli disse con la sua più algida aria altezzosa. Lui inarcò un sopracciglio e tese i palmi in un gesto di pace.
"Stavo solo scherzando, Sissi, non è il caso di cacciarmi fuori dalla stanza!" Una nota di riso coloriva la sua voce, rendendolo attraente perfino ai miei occhi "dio ci scampi e liberi dal matriarcato! È vero, Dario, mai mettersi contro alle donne di casa!"
"Mai, zio. Pessima idea." Gli sorridesti anche tu.
Passarono forse alcuni giorni, prima che l'onda di entusiasmo per il conseguimento della patente si spegnesse e incominciassi a bruciare dal desiderio di mettere le mani su un'auto, ma ti guardasti bene dal chiederlo allo zio, quando rincasò. Era sufficiente guardarlo in faccia per sapere che non era il caso di chiedergli nulla.
Era sempre più stanco e sempre più nervoso, come se non riuscisse a stare fermo, e precipitava in lunghi, cupi silenzi dai quali nessuno trovava il coraggio di riscuoterlo.
Mio padre gli stava sempre accanto, rimanendo silenzioso a fumare durante i suoi silenzi e sussurrando fittamente con lui quando riusciva a parlare.
Era come se fossero continuamente assenti entrambi.
Passavano talmente tanto tempo nello studio in fondo al corridoio di casa mia, a parlare, rendendo l'aria della stanza sempre più azzurra di fumo mano a mano che avanzavano le ore, che non riuscivamo più a trovarci, di notte. La lama di luce gialla che usciva dalla porta socchiusa e le loro voci attutite funzionavano bene quanto una muraglia, nel tenerci separati.
Passarono così più di due settimane, fra impegni scolastici e allenamenti, nella più totale purezza e castità. Zio Lucio praticamente non si muoveva più di casa, dopo tanti mesi passati a farsi vedere solo la domenica, e non avevamo il coraggio di sfidare la sorte.
Così ti vidi diventare lentamente ancor più frustrato e nervoso di quanto la sola presenza di tuo padre potesse giustificare.
Anche io ti desideravo, e parecchio, e anche io avevo nostalgia, una nostalgia quasi dolorosa, dei nostri momenti di intimità, ma tu sembravi una tigre in gabbia, preso fra l'aumento di impegno scolastico richiesto nell'ultimo anno, la preparazione delle partite, i tuoi genitori e il fatto di avermi sempre accanto senza potermi toccare.
Quanto a me, cercavo di pensarci il meno possibile, per non soffrirne troppo e per aiutarti a mantenere la calma per quanto potevo. Non mi era nemmeno troppo difficile distrarre i pensieri. La professoressa Guidi mi aveva già consegnato un intenso programma di studio per la preparazione del certamen di quell'anno ed, in sovrappiù, mi ero guadagnata un ammiratore segreto.
Ci misi almeno una settimana, in realtà, per arrivare a capirlo. All'inizio, i primi giorni, trovavo dei fogli ben ripiegati posati dove ero solita sedermi, assistendo ai vostri allenamenti, e li spostai senza degnarli di una seconda occhiata, credendoli un qualche genere di rifiuto lasciato da chi aveva usato quel posto prima di me. Poi, con mia sorpresa, su uno dei fogli, in alto, dove era certo che lo potessi vedere appena arrivata, trovai scritto il mio nome, in um regolare stampatello da lettera anonima. Nella stessa scrittura erano vergate all'interno poche parole, una frase stucchevole da incarto di cioccolatino, che misi in tasca per mostrartela tornando a casa.
Ci ridemmo sopra, insieme, e tutto parve destinato a finire a quel punto.
La volta successiva, ne trovai un altro. Stessa grafia, stesso stile. Iniziava ad essere seccante e tu dedicasti alcune delle tue parole più colorite all'anonimo autore.
"Se lo trovo gli spacco tutti i denti che ha e glieli faccio ingoiare." Brontolasti accartocciando la carta fino a ridurla ad una miniscola pallina.
La storia continuò nelle settimane successive e divenne imbarazzante per me, che ormai paventavo il momento im cui sarei salita sulle gradinate, e uma fonte di vera e propria gelosia per te.
Decisi di sedermi ogni giorno in um posto diverso, per evitare quei biglietti, ma non potevo fare a meno di vederli comunque.
Arrivato alle due settimane del nuovo regime da cugini fraterni, attendesti che tutti i tuoi compagni fossero entrati negli spogliatoi e salisti le gradinate a lunghi balzi, ghermendo la poccola busta bianca, una busta, quella volta, come se si trattasse di un nemico personale. Quando la apristi, ne caddero cinque o sei petali di rosa rossa, accuratamente esiccati per renderli perfettamente piatti, insieme ad uno dei soliti, stucchevoli biglietti anonimi.
Guardasti quell'unica righa scritta col petto che si alzava ed abbassava come un mantice, davanti agli occhi comprensivi di Vittorio. Chiudesti gli occhi, stringendoli tanto forte da farti affiorare un sottile reticolo di vene azzurrine sulle tempie.
"Giuro su dio che questo glielo faccio mangiare, quando scopro chi è."
"Dario, non lo sapremo mai, chi è." Ti feci notare, cercando di mantenere un tono neutro. Ti voltasti verso di me, ma per un momento non riuscisti a spiccicare parola, come spesso ti accadeva quando l'emozione che provavi era troppo forte. Respirasti profondamente un paio di volte prima di aprire bocca e, quando lo facesti, scandivi le parole con quel modo che appariva quasi annoiato, che io conoscevo dai tuoi peggiori momenti di ira.
"Ma lo scopriamo, chi è. Quando questo pezzo di stronzo verrà fuori per dirti qualcosa, perchè lo farà, sai, tu verrai da me e mi dirai chi è. E io prenderò questo fottuto cartoncino e tutti quelli che troverò da oggi in poi e glieli farò mangiare. Uno per uno."
"Oh, dai, calmati." Suggerì Vittorio accomodante, facendo il gesto di metterti una mano sulla spalla. Si fermò prima di toccarti, però, mentre tu, a capo chino e occhi serrati, tentavi di riprendere il controllo.
"Vado a cambiarmi." Sillabasti inespressivo, prima di voltarti e ridiscendere i gradini, per poi sparire negli spogliatoi.
Vittorio si strinse nelle spalle rivolto a me, come a dire che non c'era nulla che potessimo fare, e insieme uscimmo dalla porta a vetro della palestra, lui per fumare una sigaretta ed io per prendere un po' d'aria, di cui sentivo davvero il bisogno.
Una volta fuori, ci allontanammo l'uno dall'altra, senza parlare. Io rimasi davati alla porta, mentre lui se ne andò a passo lento per raggiungere casa sua.
Iniziavano ad uscire i tuoi compagni, a gruppi di due e di tre, chiacchierando. Mi spostai dalla porta, per non essere loro di impiccio, e stavo camminando avanti e indietro lungo il muro, quando Andrea mi salutò allegramente. Risposi al saluto e mi si stava avvicinando per scambiare due parole, quando uscisti tu dalla porta. Accelerasti il passo per venirmi incontro e non lo notasti nemmeno.
"Oh, comunque ciao, eh, a domani!" Ti salutò lui.
"Ciao." Rispondesti laconico.
"Cosa fate oggi?"
"I cazzi nostri, ci facciamo, hai mai provato, Vasirani? No, eh?" Andrea ti rispose con uno sbuffo, per nulla impressionato, e scrollò le spalle.
"Va bene, ho capito, oggi la signorina ha le sue cose." Credo che nemmeno leggendo un apposito manuale di istruzioni avrebbe potuto trovare frase peggiore da dirti. Il tono era scherzoso, ma le parole erano quelle di tuo padre.
Quasi non mi riuscì di vedere il tuo movimento. Con un verso che era per metà un ringhio e per metà un gemito di frustrazione, lasciasti cadere la sacca, ti voltasti, lo afferrasti per il petto e ruotando su te stesso, con il medesimo movimento elegante che usavi sotto canestro, lo sbattesti al muro tanto forte da fargli uscire l'aria dai polmoni. Era più basso di te, Andrea, ma anche più largo di spalle e per nulla debole; nonostante questo non ebbe tempo né modo di reagire e si ritrovò con gli occhi sgranati a pochi centimetri dai tuoi. Eravate a distanza di bacio, se mai vi foste voluti baciare.
"Non permetterti mai più nella vita di chiamarmi così."
"Tu sei matto, cazzo!"
"Mai più. Hai capito?"
"Dario..." tentai
"Zitta, Bea. Sto parlando con Andrea. Hai capito?" Lui cominciava a ritrovare un po' della sua sicurezza e cercò di svincolarsi dalla tua presa, ma senza successo. Immobile, sembravi diventato di pietra.
"No, amico mio, tu sei completamente pazzo! Lasciami subito. In questo momento."
"Dario, se per favore..."
"Ti ho detto...zitta!" Voltasti brevemente la testa nella mia direzione prima di pronunciare l'ultima parola, e me la lanciasti addosso con una rabbia che non avevi mai usato nei miei confronti. Sentii gli occhi riempirmisi di lacrime memtre tu ti rivolgevi di nuovo ad Andrea. Intorno a noi si era formato uno sparuto capannello di vostri compagni, ma nessuno di loro si fece avanti per tentare di dividervi e io li odiai. Li odiai perchè non era paura, quella che li frenava, ma attesa. Desideravano semplicemente godersi lo spettacolo.
"Dimmi che hai capito quello che ti ho detto. Mai più."
"Va bene, cazzo, ho capito! Ho capito, stronzo pazzoide malato che non sei altro, mai più. Sei contento adesso?"
Una sottile ruga di concentrazione ti attraversò la fronte e inclinasti la testa di lato, continuando a fissarlo. Con una voce che era poco più di in sussurro gli domandasti:
"Sei mancino o destrorso?"
"Cosa vuoi?" Sospirasti esasperato e lo scrollasti con tutta la tua forza. Sentii i suoi denti tintinnare.
"Con che mano ti fai le seghe, stronzo, con che mano scrivi?" Negli occhi di Andrea affiorò la paura e vi dilagò come acqua. Doveva crederti matto sul serio.
"La destra." Rispose con un filo di voce. Lo lasciasti all'istante e raccogliesti la sacca da terra. Ero di fronte a te e mi guardasti per un momento. Non mi mossi. Il capannello di gente attorno a noi si stava rapidamente sciogliendo, a spettacolo finito, ma Andrea era ancora alle tue spalle e ti fissava impaurito.
"Bea? Andiamo?"
"No." Inarcasti le sopracciglia in una muta domanda. Ero tanto arrabbiata con te per quel tuo scatto d'ira che ti avrei volentieri preso a calci.
"Dobbiamo andare a casa." Ripetesti in tono ragionevole. Puntai il dito alle tue spalle, verso Andrea.
"Non si fa." Scandii lentamente. Il tuo viso era una muta domanda. Mi avvicinai e ti abbracciai, per parlarti all'orecchio. "Lo so che ti ha fatto arrabbiare da matti, ma lui non può mica saperlo, quello che fa lo zio. Stava davvero scherzando, Darietto. Te lo giuro. L'hai spaventato da morire." Mi guardasti con un'espressione testarda.
"Io non ho fatto niente." Mi sussurrasti di rimando.
"Tu hai fatto una stupidata. E per inciso mi hai urlato in faccia. Quindi adesso fai il bravo e rimetti a posto le cose, altrimenti mi arrabbio." Non me lo sarei aspettata, ma quello che vidi nei tuoi occhi in risposta a quella minaccia fu un dolore tanto sincero che quasi mi rimangiai tutto, per poterti consolare. Annuendo, ti voltasti verso Andrea, a capo chino, come fossi in punizione.
"Forse ho un tantino esagerato." Brontolasti senza guardarlo in faccia. "Ti ho...sai...fatto male?" Lui ti guardò stupito.
"No. Ma mi hai fatto cagare addosso."
"È che mi dà un po' fastidio un certo genere di battuta."
"L'avevo intuito." Commentò lui trattenendo una risata. "Tutto a posto."
Ti voltasti a guardarmi, chiedendomi se poteva bastare. Senza dire altro, venni verso di te e ti circondai con le braccia, posandoti la testa sulla spalla. Andrea ci guardò per un momento. Dopo tanti anni che lo conoscevo, roiscivo quasi a percepire lo sforzo chenstava facendo per tenere chiusa la bocca, ed era uno sforzo titanico, date le sue idee sul funzionamento del mondi e dei rapporti fra le persone e la sua inveterata abitudine a dar voce a tutto ciò che pensava, ma riuscì nell'impresa e si limitò ad un cenno imbarazzato di saluto, prima di andarsene.
Camminasti accanto a me in un silenzio tanto perfetto da farmi capire che stavi misurando i passi, come quando ti trovavi nella stessa stanza con tuo padre. Mi sentii tremendamente in colpa per averti fatto una cosa del genere, ma ancora mi sembrava di aver fatto la scelta giusta.
Arrivammo a sederci in treno, prima che trovassi il coraggio di parlarti, scegliendo con cura le parole per evitare di peggiorare il danno.
"Sei stato molto bravo, a scusarti con Andrea." Ti dissi, posando la mano sulla tua. Alzasti lo sguardo e potei vedere quanto sinceramente spaventato tu fossi dall'eventualità della mia riprovazione. Erano occhi grandi, inermi, quelli che si fissaro o nei miei, senza alcuna pretesa, ma con la supplica di essere perdonato ed amato. Per un istante mi domandai se ci fosse una sola cosa al mondo che valesse la pena di vederti a quel modo.
"Non sei arrabbiata?"
"No. Neanche un po'."
"Mi dispiace di aver urlato con te."
"Va bene. Tutto a posto, scuse accettate." Annuisti.
"Sto diventando uguale a lui, vero?" Chiedesti.
"No. Non permetterei mai che succeddesse." La tua mano si strinse sulla mia, forte, e io ricambiai la stretta.
Quella notte, dopo un lungo pomeriggio di silenzio abbattuto, sfidai la lama di luce che proveniva dallo studio di mio padre per venire da te.
Mi fermai un momento sulla porta, aspettando di vedere se qualcuno avesse sentito il rumore della serratura, pronta a fingere una gita in bagno, e li udii parlare più forte del solito.
"Un sequestro? E di che cosa?" La voce do mio padre.
"Praticamente di tutto quello che sono riusciti ad arraffare. Registri, corrispondenza, tutto quanto. Ce l'abbiamo talmente tanto in culo che tanto varrebbe essere già in galera."
"Dio cristo, Lucio, ma sei sicuro? Voglio dire, non l'avrete mica scritto in agenda, quel che facevate, no?" Sentii lo zio prodursi in una risata strana, pesante.
"Pensi che non sappiano già tutto? Che siamo arrivati a questo punto per caso? Se l'hanno fatto, sanno cosa cercare. O chi. Cazzo, cazzo, cazzo."
Sentii qualcuno alzarsi, lo scricchiolare del cuoio del divano, e mi fermai, per paura di essere scoperta, ma i passi rimasero nella stanza, insieme ad un rumore liquido, come di qualcuno che tirasse su col naso. Stava piangendo. Zio Lucio, il padrone, il grande dittatore della casa, stava piangendo. Sentii mio padre parlargli a voce bassa, rassicurante, come faceva con me da piccola, ma il suono del suo pianto sommesso continuava.
'Bene.' Pensai con ferocia 'Molto bene. Piangi. Te lo meriti.'
Percorsi il corridoio a passi felpati e aprii piano la porta della tua stanza. Stavi dormendo, sdraiato sulla schiena con un braccio ripiegato sugli occhi. Senza svegliarti, mi infilai fra le lenzuola al tuo fianco e presi ad accarezzarti, ovunque riuscissi ad arrivare con le mani.
"Bea?"
"Fai piano, sono di là." Ti avvertii iniziando a slacciare i bottoni del tuo pigiama. Non ti diedi il tempo di fare praticamente nulla. Quando sentii sotto le dita la tua pelle nuda, il desiderio prese bruscamente il comando della mia mente, scacciando ogni sorta di pensiero, e per la prima volta dopo mesi e mesi mi permisi di affondare i denti nella consistenza meravigliosamente liscia e soda del tuo addome. Mugolasti, fra il piacere e il dolore, affondandomi le mani fra i capelli, cercando di spingermi più in giù, e io ti assecondai.
Carezzai con la lingua la superficie liscia della punta del tuo sesso e poi me la lasciai scivolare in bocca, lentamente, come sapevo che ti piaceva di più, una volta, due volte, fino a che ti sentii pulsare piano contro il mio palato.
Ti lasciai andare e mi sottomisi alle tue carezze e ai tuoi baci per qualche minuto, con il preciso intento di lasciarti calmare prima dell'amore. Ti volevo e volevo che durasse abbastanza da lasciarci sfogare almeno una parte di quello che, nostro malgrado, avevamo accumulato.
Quando ti sentii emettere quei piccoli versi urgenti che avevo imparato ad associare con ciò che desideravo, ti spinsi con tutta la mia forza contro il materasso e salii sopra di te, spogliandomi di tutto, lasciando che tu mi vedessi, mentre allungavi una mano alla cieca nel comodino, per catturare uno dei piccoli involti di alluminio dei preservativi.
Alzasti appena la testa per osservare il momento in cui entravi dentro di me, e poi ti abbandonasti sospirando all'indietro, lasciandomi padrona di decidere cosa fare di te.
Solo quando mi sentisti vicina all'estasi, mi afferrasti i fianchi e ti inarcasti verso di me, con tanta forza che per un attimo le mie ginocchia non sfiorarono più il lenzuolo, e mi strappasti um gemito che non era solo di piacere, tanto a fondo eri dentro di me, ma anche di dolore.
Raggiunsi il culmine del piacere e ti trascinai con me, sentendoti contrarre fra le mie cosce, ascoltando il tuo respiro farsi spezzato, e a quel punto ciò che provavo mi parve quasi insopportabile, tanto era intenso.
Scivolai via, sdraiandomi accanto a te, aspettando il tuo ritorno.
"Tu mi ammazzerai, prima o poi, Bea, sarai la causa della mia morte." Sospirasti con un largo sorriso svagato stendendoti al mio fianco.
"Ci sono morti peggiori." Chiosai posandoti la testa sul petto.
"Sagge parole."
Mi ricopristi premurosamente e ci addormentammo sereni, stretti in un abbraccio.
Nessun commento:
Posta un commento