Ritrovarsi in camera insieme, a prepararsi insieme per il sonno, fu una sensazione al tempo stesso familiare e bizzarra.
Bea scovò nel mobiletto del bagno uno spazzolino nuovo, ancora avvolto nel suo incarto, e finirono per lavarsi i denti fianco a fianco, lei china in avanti sul lavandino e lui diritto e concentrato. I loro occhi si incrociarono nello specchio e si sorrisero. Era lo stesso modo in cui l'avevano fatto ogni sera, per tutta la loro infanzia.
Quando finirono, Bea fece un rapido giro della casa per assicurare le finestre e spegnere le luci. Lui la guardava dalla soglia della stanza da letto, con aria imbarazzata.
"Cosa c'è?" Gli domandò lei, passandogli accanto.
"Niente. Io...pensavo, non è che ne hai un'altra di quelle magliette? Mi sembra circa della mia misura. Sai, per dormirci." Lei lo osservò con aria incuriosita. Avrebbe voluto chiedergli per quale motivo si sentisse in imbarazzo a dormirle accanto senza la maglia addosso, non solo in considerazione del loro passato, ma anche del fatto che, fin dal momento in cui era entrato in casa sua, lei gli girava attorno praticamente in mutande, ma, invece, decise di tenere per sé quelle considerazioni. Non voleva aggravare lo stato di evidente disagio che gli leggeva scritto in volto.
"L'armadio ha due cassetti, sotto. Le trovi in quello più in basso. Vuoi che esca, mentre ti cambi?" Lui annuì, voltandosi per andare all'armadio e Bea, per quanto quel suo pudore la ferisse, facendola sentire una completa estranea, si ritirò in silenzio, sedendo al tavolo della cucina, per concedersi un'ultima sigaretta.
La fumò con calma, cercando di rasserenarsi, di sedare il turbamento che ancora provava ripensando alle parole dure che lui le aveva rivolto. Non poteva nemmeno dargli torto, dal suo punto di vista. E poi, anche se gli avesse dato torto, non ne avrebbe ottenuto nulla, fuorché un ulteriore scontro. Per quanto anche lei avesse avuto i suoi motivi, per comportarsi come aveva fatto, per quanto sapesse di aver fatto del proprio meglio, durante tutti quegli anni, negare il profondo dolore che gli aveva arrecato non avrebbe potuto far altro che esasperarlo.
Si sentì rimescolare, pensando al fatto di avergli provocato un dolore tanto grande. Se conosceva Dario, se non era cambiato a livello fondamentale, le poche, scarne frasi in cui le aveva riassunto l'evento nascondevano mesi, forse anni, di sofferenze. Se così non fosse stato, le avrebbe raccontato ogni cosa, tanto per dimostrarle che era colpa sua.
Spense la sigaretta con attenzione e gettò il mozzicone fra i rifiuti.
Dario era steso sul letto, tanto lungo da sfiorarne le testiere con i piedi e i capelli, le braccia tese all'indietro, intrecciate sotto al cuscino.
Era talmente tanto lui, era così dariesca, quella posa, che Bea non riuscì a non sorridergli. Gli si stese accanto, dopo aver spento la luce ed avviato il ventilatore a pale che pendeva dal lampadario. Il suo odore, identico a quello che ricordava, le permeò la pelle e le narici immediatamente. Quel buon odore pulito, candido, che emanava dalla sua pelle. Si arrese, a quel punto, all'evidenza. Non le importava un accidente del se e del quanto lui fosse cambiato. Era suo, e lei lo voleva per sé. E dopo tutti quegli anni passati a desiderare, ogni notte, di averlo accanto, si rese conto, in un grido di protesta mentale, di non poterlo toccare, se non voleva rischiare una miriade di pessimi fraintendimenti.
I pensieri di Dario avevano seguito un corso tanto simile che ne sarebbero rimasti entrambi stupiti, se l'avessero potuto sapere. L'avere di nuovo accanto quella donna gli faceva provare emozioni forti, tanto che quasi non c'era più abituato, ma non tutte quelle sensazioni erano belle sensazioni. La amava, quello l'aveva sempre saputo, faceva parte di lui tanto quanto il fatto di riempirsi di lentiggini se rimaneva troppo esposto al sole, ma era anche parecchio arrabbiato con lei. Per tutto quello che aveva dovuto passare, innanzitutto. Ma anche per quello che aveva passato lei, si era accorto senza alcuna difficoltà dello stato di prostrazione in cui si trovava, per quello che si erano persi, per tutto quanto. Avrebbe voluto fargliela pagare, punirla, piegarla e costringerla ad ammettere che era stata colpa sua. Se solo lei avesse avuto fiducia, se avesse creduto in quello che le aveva sempre detto, che sarebbe arrivato a prenderla, per quanto tempo gli fosse occorso, gli ultimi dieci anni sarebbero stati molto diversi, molto meno tristi per entrambi. Era solo colpa sua, della sua stupida impazienza, se erano finiti in quel casino. E gliel'avrebbe fatto ammettere, e si sarebbe fatto chiedere scusa, a costo di farle del male. Se lo meritava. Di più, ne aveva bisogno. La ascoltò respirare al suo fianco. Era sveglia, quanto lui. Nonostante l'amaro furore che lo invadeva, desiderò stringersela al petto, come aveva fatto prima, stringerla e farle capire che era tutto finito, tutto passato, tutto a posto. Rimase immobile, aspettando il sonno che non voleva venire.
Bea spiava il suo profilo attraverso gli occhi socchiusi, cercando di stabilire se fosse sveglio. Era sveglio, ne fu subito certa. Perché mai fingevano entrambi di dormire? Che senso poteva avere, quella commedia? Sentiva che non sarebbe riuscita a dormire affatto, non con il pensiero di tutto il male che gli aveva procurato a girarle nel cervello scavando solchi sempre più profondi. Quando si risolse a parlà, le tremava la voce.
"Dario, senti."
"Mm" rispose lui senza girarsi.
"Devo dirti una cosa." Dario sospirò, come preparandosi ad un'incombenza sgradevole, e si girò sul fianco, trovandosi viso a viso con lei, che ancora non riusciva a guardarlo negli occhi. Attese, domandandosi cosa aspettarsi. Il tono di voce con cui gli si era rivolto lasciava presagire cose serie. "Io sono felice che tu sia venuto qua. Penso che sia stato bellissimo, da parte tua. Davvero. E te ne ringrazio."
"Ti stai preparando a sbattermi fuori?" Le domandò lui. Ostentava uma distaccata indifferenza, ma era conscio che, se davvero era quello che stava per accadere, sarebbe stato un colpo violento. Forse, perfino più violento di quello che le aveva appena recriminato.
"No!" Protestò lei indignata "lasciami finire. Volevo chiederti scusa. Insomma, mi sento una persona orribile per quello che mi hai raccontato. Se penso che se solo avessi seguito il mio istinto, invece di dar retta a quello che mi dicevano, si sarebbe risolto tutto allora, mi sento morire. E non riesco neanche a pensare a quello che devi aver passato tu. Se non vuoi più vedermi, dopo oggi, lo capisco. Solo, per favore, ti chiedo di perdonarmi. Lo so che è una frase cretina, ma non volevo che andasse così. Non l'ho mai voluto." Era umile, la voce con cui pronunciò quelle parole, una piccola voce pentita. Dario deglutì, spiazzato. Fra tutte le coae che avrebbe potuto dirgli, quella non sarebbe mai arrivato ad immaginarla, abituato com'era a dover strappare la ragione a forza da chi gli stava intorno. Si rese cinto che le parole di lei ricalcavano il corso dei suoi pensieri di poco prima, quasi perfettamente e la pelle gli si accapponò in minuscole bollicine sulle braccia.
Ancora non lo guardava in faccia, o, meglio, negli occhi. Se ne stava lì, un poco ranicchiata, come a difendersi da un probabile assalto, aspettando il suo verdetto. Le accarezzò il viso, seguendone il contorno con la mano, risentendo la forma di sempre. E gli parve che qualcosa, dentro di lui, tornasse al suo posto con un lieve scatto ovattato.
"Certo che ti perdono." Le disse con la voce più dolce che riuscì a trovare. "Però ci sono due cose che vorrei sapere. Che mi farebbe stare meglio sapere. Ti va di dirmele?" Lei annuì, sfiorando appena gli occhi con i suoi. Era un inizio. "La prima cosa che vorrei sapere è perché non mi hai aspettato. Almeno un po' di più, voglio dire." Bea respirò a fondo e lasciò andare il respiro in uno sbuffo dolente.
"Vedi, lo so che tu mi hai cercata, mi hai scritto e tutto il resto, Dario. Ma io queste cose le vengo a sapere oggi. Per me, dopo che ci hanno divisi...sei sparito. Semplicemente. Sparito nel nulla. Non una chiamata, non un biglietto di buon compleanno, niente di niente. E tua madre che mi veniva a dire che mi avevi rinnegata, sai, in quelle condizioni suonava realistico. L'aveva fatto mio padre, perchè non avresti dovuto farlo tu? Ero sola. Mi sentivo sola, mi sembrava che tutti mi aveste abbandonata. Dopo avermi detto quella cosa su di te, neanche tua madre è venuta più. L'ho rivista solo per la storia del matrimonio e al funerale di mamma, insieme ai nostri padri. Mamma non faceva altro che ripetermi che dovevo rifarmi una vita, mi riempiva casa coi figli delle sue amiche, mi costringeva ad uscire, con lei se non volevo uscire con qualcun altro. E, alla fine, mi è sembrato più sensato così. L'unica altra alternativa che vedevo era ammazzarmi, ma pensavo che poi ci saresti stato male. Insomma, che si sarebbe capito perché l'avevo fatto saresti sentito in colpa. Pensavo che fossi felice, sereno, pieno di ragazze. Non volevo che dovessi pensare che mi ero uccisa per colpa tua. Ecco. Tutto qui." Dario accusò il colpo in silenzio. Non ci aveva mai pensato. Due anni, due anni e tre mesi, per la precisione, sono tanti e a diciannove anni sembrano anche di più. E, effettivamente, lei non poteva sapere quanto freneticamente lui stesse cercando di contattarla, né quanto costantemente pensasse a lei. E si era trovata sola, lontana da casa, con una donna che nemmeno ricordava, di cui aveva paura. Dopo tutta una vita passata sotto la protezione della famiglia, con sua madre che non permetteva nemmeno che si parlasse di denaro, in sua presenza, che neanche le lasciava scegliere i vestiti da sola. E poi, tutto a un tratto, era stata gettata via, come un pezzo difettoso, allo sbaraglio. Quanto aveva potuto sentirsi abbandonata? Fino a che punto, lei che dell'affetto e della fedeltà aveva fatto una sorta di credo, aveva potuto essere ferita da tutto questo?
Dario strinse le labbra, sentendosi un egoista per non aver mai pensato a tutto questo. Le passò una mano sui capelli, cercando di consolarla per un dolore vissuto troppi anni prima, e, senza preavviso, si ritrovò a cercare le sue labbra. Si scambiarono un bacio casto, a labbra chiuse, ma non di meno tenero. Le braccia di lei scivolarono attorno al suo collo, cingendolo mollemente e, finalmente, i loro sguardi si intrecciarono. Era facile affogare in quelle iridi color miele, che contornavano come un anello le pupille di lei, ingigantite dalla semioscurità della stanza.
"Allora, la seconda domanda?" Gli chiese Bea dopo poco, obbligandolo a riscuotersi.
"Vorrei sapere come mai hai un cassetto pieno di maglie da uomo taglia extralarge. Da quando hai abbandonato le camicie da notte?" Le domandò lui soridendo. Lei gli sorrise a sua volta.
"Sono del mio ex storico. Le ha...diciamo dimenticate da me."
"Ah. Capisco. E di che quota di ex stiamo parlando? Cioè, quanti...? E poi, scusa, in che senso 'storico'?" Bea rise sommessamente.
"Non sarà mica geloso, dottor Malatesta? Cosa pretendevi, che rimanessi sola a vita? Comunque, anche se non sarebbero affari tuoi, 'storico' perché è stato la mia stori più lunga. Tolto te, naturalmente."
"Durata?"
"Tre anni. Dario, sul serio, non sono affari tuoi." Lo rimproverò lei, senza smettere di sorridere.
"Dimmi solo l'ultima cosa. L'ultima. Perchè vi siete lasciati?"
"Te lo dico se tu mi dici perchè hai lasciato tua moglie."
"Mm. Okay."
"Mi ha chiesto di sposarlo. Gliel'avevo detto che non era il caso, ma ha avuto la bella pensata di farmi la proposta, con tanto di cena fuori ed anello."
"E tu gli hai detto di no?"
"E cosa dovevo dirgli, di si? Io non lo volevo sposare, Max."
"Max." Ripeté Dario con aria sprezzante "sembra il nome di un cane."
"Molto maturo, complimenti. Dimmi di tua moglie, adesso."
"Non andavamo più daccordo" rispose lui stringendosi nelle spalle. "Lei voleva delle cose, io delle altre. Nella vita, intendo. E iniziavo a sentirmi un tantino, come dire, troppo stretto. E basta. Non ce la facevo più."
"Mm. Mi suona riduttivo, ma per ora mi accontento."
"Non mi va di parlare di lei con te, va bene?"
"Va bene. Dario?"
"Cosa?"
"Buonanotte." Quella volta fu lei a baciarlo, un minuscolo bacio che gli si posò sulle labbra leggero e tiepido. E poi lei si scostò, ritirandosi in modo da non toccarlo affatto e si addormentò rapidamente.
Si sentiva in pace con se stessa, ora, e fu facile per lei scivolare in un sonno liberatorio, con le presenza di lui accanto.
Dario rimase sveglio, al suo fianco, a guardarla per un po'. Ritrovava ricordi che credeva perduti per sempre, ascoltando il ritmo del suomrespiro e percependo il calore lieve che emanava. Tanto diversa dalla dinna che aveva deciso di sposare, tanto uguale a se stessa, tanto giusta nel suo essere ciò che era. Giusta. Era questa la parola che gli risuonava nella mente, che si lasciava rotolare nei pensieri come assaporandone la liscia rotondità di bilia.
Cercando di non svegliarla, si mosse nel letto fino ad accostarsi il più possibile al suo corpo e ne assaporò il profumo dolce, come di frutta. Inclinò il capo per posare il mento sulla sua testa, e lentamente, quasi senza rendersene conto, si addormentò.
Più tardi, mentre la notte cedeva il passo all'aurora, i loro corpi ritrovarono senza fatica l'incatro perfetto, nella medesima posizione in cui avevano dormito per anni.
lunedì 21 luglio 2014
6
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento