Mentre Bea camminava, senza pensare a nulla, fu un ricordo ad impossessarsi della sua mente, tanto vivido da apparirle quasi come un film. Per averne parlato di recente, affiorò chiaro il momento in cui aveva smesso di credere che lui sarebbe arrivato, come un principe delle fiabe, cavalcando il suo bianco destriero per portarla lontano lontano.
07/09/1990
Beatrice era in camera, stesa sul letto, vestita, sveglia. Era così che passava la maggior parte delle sue giornate, ora che non aveva nemmeno più da studiare.
Si alzava, si vestiva, rifaceva il letto, cosa su cui Isabella, quella che avrebbe dovuto chiamare mamma, era rigorosa, e poi ci si stendeva sopra, aspettando il momento in cui avrebbe dovuto sedersi a tavola, anche se non riusciva a buttare giù nulla, e rimanervi seduta fino alla fine del pasto. Poi si tornava a sdraiare, aspettando il momento successivo in cui l'avrebbero costretta ad alzarsi.
Aspettava. A dispetto di tutto ciò che le aveva detto sua madre, aspettava qualcosa. Non necessariamente qualcosa di eclatante. Un segno, un evento, un qualcosa qualsiasi che le permettesse di sapere di lui.
Nessuno sembrava farsi scrupolo di parlare di lui in sua presenza. Non sapevano o, forse, sapevano fin troppo bene quanto male le facesse il solo sentirne pronunciare il nome. Come una manciata di sale strofinata su una ferita aperta. Sua madre, sua zia, ne parlavano come se nulla fosse. Non suo padre. Non aveva più voluto vederlo, suo padre, dal giorno in cui l'aveva portata lì, lasciandocela come un oggetto ingombrante. L'aveva supplicato di non lasciarla, almeno lui, di tenerla con sé, di non andare. Si era aggrappata piangendo al suo braccio, ma lui l'aveva staccata, un dito per volta, ed era uscito dalla porta come nulla fosse, sordo ai suoi richiami.
Quando lui oltrepassava la soglia, e solo in quei momenti, chiudeva la porta della stanza. La chiudeva a chiave.
Sentì la porta d'ingresso aprirsi, ai piedi della breve rampa di scale che iniziava poco oltre la soglia della stanza in cui dormiva, e sua madre scambiare qualche parola con qualcuno. Era zia Sissi. Doveva essere di nuovo martedì. Le accedeva di frequente di perdere il conto dei giorni.
"Beatrice, scendi, c'è Silvana!" Sua madre era forse l'unica di famiglia a non chiamarla Sissi.
Si guardavano con diffidenza, le due sorelle, impuntando lievi sorrisi di circostanza sul volto, silenziose, ora che avevano dato fondo ai convenevoli. Isabella sapeva, era cosciente, che il pretesto accampato da sua sorella per venire fin lì, che la figlia che aveva cresciuto come fosse sua le mancasse, era inconsistente. Non la amava, la sua bambina, non l'aveva mai amata, quella donna troppo rigida. E come avrebbe potuto amarla, quella ragazza tanto focosa e testarda, che perfino lei, che quasi non riusciva a credere di poterla finalmente riavere per sé dopo tutti quegli anni, faticava a non prendere a schiaffi ogni volta che apriva la bocca? Era difficile da amare, la sua piccola Beatrice, che rifiutava perfino di mangiare e dormire, adesso che qualcosa a cui teneva davvero le era stato negato. Isabella ne era esasperata e innamorata e incredibilmente orgogliosa. Mostrava la durezza del diamate grezzo e, ne era certa, una volta che avesse preso una strada migliore, meno dolorosa e distruttiva per se stessa, avrebbe fatto grandi cose.
Bea scese le scale in lenti passi prudenti. Era ridotta a poco più di un fantasma, oramai, dopo mesi e mesi in cui il cibo non rappresentava che un doloroso dovere ed il sonno una rara benedizione che troppo spesso le veniva negata, ma teneva diritti il collo e la schiena, in una posa di orgoglio. Salutò sua zia con un breve cenno del capo, sedendosi al tavolo della cucina, accanto a lei.
"E allora, come stai oggi, cara? Un po' meglio?" Le domandò posando la mano curata sulla sua. Isabella storse la bocca.
"Sto benissimo, zia, ti ringrazio." La voe di Bea sembrava arrugginita per il troppo inutilizzo. Il suo viso era smagrito, i suoi capelli inerti come stoppa, la pelle tesa e quasi grigiastra, ma i suoi occhi erano limpidi e lampeggiavano una sfida inespressa, da cui Sissi si ritrasse all'istante.
Isabella mise in tavola il caffè ed un dolce squadrato, fatto in casa. Si era rimessa a cucinare, di recente, sperando di riuscire a tentare l'appetito della figlia. Bevvero il caffè in silenzio, nel quieto rintoccare acustico della lancetta dell'orologio a muro.
Quando finirono, Sissi scambiò con isabella uno sguardo di intesa.
"Bella, scusa, ti dispiace se dico due parole a Beatrice? Le volevo parlare di una cosa di famiglia, sai, sono venuta apposta." Isabella prese fiato, pronta a ribattere a quella frase melliflua che la escludeva, una volta di più, dalla compagine della famiglia, quando Bea parlò con voce secca.
"Sono qui di fianco a te, zia. Se puoi parlarmi dovresti chiederlo a me."
'Brava, bel colpo!' Pensò Isabella, limitandosi ad annuire seria alla sorella che si era rabbuiata in viso.
Sissi strinse la bocca e tirò su con il naso, riprendendo contegno, prima di rivolgersi di nuovo a Beatrice.
"Molto bene, allora. Vorrei scambiare due parole con te, cara, ti dispiace?"
"No, zia, affatto. Non c'è nessun problema." Guardò Isabella, dall'altra parte del tavolo. Le riusciva così difficile chiamarla mamma, ma lei rifiutava di risponderle ogni volta che la chiamava per nome. "Ti secca lasciarci un momento, mamma?" Le era uscito abbastanza naturale, questa volta, ed ebbe in premio uno sguardo soddisfatto. Isabella si alzò con un sospiro e sparì oltre la soglia, diretta alla sua stanza da lavoro.
Bea rivolse lo sguardo alla zia. Le era difficile farlo, ora. Il suo istinto sarebbe stato quello di cercare da lei la consolazione di cui sentiva il bisogno, di piangere, attendendo le sue patole di conforto come faceva da bambina, sperando forse addirittura in una delle sue rare carezze, ma aveva fin troppo chiaro in mente il giorno in cuinsuompadre l'aveva portata lì; quella mattina, mentre livida e disperata la caricavano in macchina come fosse un deportato, lei le aveva negato perfino il saluto, volgendo il capo al suo passaggio. Non avrebbe pianto, in sua presenza, si ripetè ancora una volta, non l'avrebbe supplicata per avere qualcosa che le voleva negare. Le rivolse uno sguardo di muta domanda.
"Vedi, cara, sono venuta per parlarti di una cosa un tantino particolare." Esordì Sissi nel suo tono più calmo. Bea annuì, una sola volta, per invitarla a continuare. "Vorrei parlare con te di Dario."
"Parla." Rispose Bea. La voce era ferma, ma le labbra insensibili, come se fosse stata esposta al vento di gennaio troppo a lungo.
"Non è facile per me, devi capire, Beatrice, dirti quello chenti devo dire. Lo faccio per lui, poverino. E per te, naturalmente. Vedi, il fatto è che tu, questa storia del vostro....della vostra...come dire? Di questa cotterella che vi eravate presi uno per l'altra, la stai prendendo un po' troppo sul serio, da quel che vedo. Insomma, si, lo capisco, sono cose che capitano fra ragazzini giovani come voi, ma, vedi, cara, io ti vedo stare tanto male, me ne accorgo, sai, e invece dovresti proprio superarla questa cosa. Prendi Dario, per esempio, lui l'ha superata da un pezzo, oramai. Ecco. Questo ti volevo dire. Perché, guarda, non tinposso proprio vedere, cosi, lo sai che sei come una figlia per me, cara." La mano di Sissi ricoprì ancora una volta quella di Bea, che la fissò senza muoversi.
"L'ha superata?" Chiese, dopo un momento di silenzio. Sissi annuì.
"Se devo dirti proprio tutta la verità, amore, è lui che mi ha chiesto di parlarti. Ha sentito me e tuo padre discutere di te, del tuo stato, come dire, ed è rimasto molto dispiaciuto. Insomma, non è che non ti vuole più bene, lo sai. Ma lui, passato il primo momento di sconcerto, l'ha capito, che non poteva andare, e se n'è fatta una ragione. Insomma, adesso è sempre fuori casa, anzi, da quando riesce ad andare in giro da solo si è fatto qualche amico, qualche amica, è sereno. Certo, gli manchi, è normale. Ma più come uma sorellina, ecco."
L'assolita immobilità di Beatrice si estendeva anche al suo interno. Tutto quello che di norma riempie una persona, pensieri, idee, sentimenti, si era come inceppato, congelato, e lei non provava nulla.
"E perchè non è venuto a dirmelo lui, zia?" Chiese alla fine. Assurdamente, Sissi nitrì una risatina sommessa.
"Ma, Beatrice, nin lo capisci che si sente in imbarazzo, con qiello che c'è stato fra voi due? Si vergogna, povero caro."
"Si vergogna?"
"Ma si, adesso che vede le cose un po' più...obiettivamente, come dire, si vergogna di quello che è successo. Di essersi preso una cotta per te e tutto il resto. Anzi, voleva appunto che ti raccomandassi anche di non dirlo in giro."
Beatrice si alzò, con calma, e, senza ascoltare più nulla, salì in camera e si sedette sul bordo del letto.
Sentì la zia chiamare, sua madre parlare, la porta d'ingresso aprirsi e richiudersi. Registrava ognuno di questi fatti, come fosse un automa.
Isabella era fin troppo abituata al suo silenzio per farci caso, dopo più di un anno, ma passando davanti alla porta aperta la vide seduta e si fermò sulla soglia.
"Tutto bene?" Chiese, sentendosi ridicola. Quella ragazza tutto stava, fuorché bene.
"Io vado." Le annunciò Beatrice, immobile.
"Ah, bene. E dove vai, posso saperlo?"
"Io vado da Dario." Isabella annuì. Aspettava quella frase dal giorno stesso in cui sua figlia aveva messo piede un casa sua. La guardò alzarsi ed avvicinarsi, ma non le diede il tempo di dire altro e si scostò dalla soglia, lasciandola passare. Beatrice la guardò stranita. Si era aspettata una resistenza, da parte sua.
"Vado da Dario." Le ripetè. Isabella annuì di nuovo.
"L'ho capito la prima volta."
"Non vuoi fermarmi? Cioè, posso andare?" Era forse il discorso più lungo che fosse intercorso fra loro, dal giorno successivo al suo arrivo, quando Isabella le aveva illustrato le regole di casa.
"No, non voglio fermarti. Anzi, guarda." La accompagnò di sotto, mentre sua figlia la osservava perplessa, come un canarino che d'improvviso trova aperta la porta della gabbia in cui ha trascorso la vita intera. Arrivata all'ingresso, prese la borsetta dall'attaccapanni e, dopo averci frugato brevemente dentro, le porse uma banconota gualcita. "Così ti paghi l'autobus, andata e ritorno, e ci rimane anche qualcosa se ti viene sete. O fame, lo volsse dio." Bea prese la banconota dalle sue dita quasi con reverenza. Guardò la porta d'ingresso e poi di nuovo sua madre. "Quando torni, suona. Non ce l'ho un altro mazzo di chiavi da darti."
"Davvero posso andare?"
"Certo che si. Sei maggiorenne e adulta. Io alla tua età mi sono sposata, pensa un po'. E poi se devo essere sincera se lo merita, quella piccola testa di cazzo del figlio di Silvana, se la merita proprio una botta nei denti del genere." Beatrice aggrottò la fronte.
"In che senso?" Isabella diede in una breve risata.
"Come in che senso? Pur di avere quel che voleva se n'è fregato di tutto e di tutti, ti ha ridotta a uno straccio, guarda qui, e mi chiedi in che senso? Se lo merita eccome!" Bea sbuffò irritata.
"In che senso una botta nei denti? Io mica vado a sgridarlo."
"Ma non cambia niente. Se è vero qiel che dice sua madre, e non ci giuro, è sempre stata una bugiarda, quella lì, fin da bambina, allora capitargli davanti, e poi ridotta così, è il più grosso dispetto che gli puoi fare; se invece è ridotto come te e Silvana sta cacciando balle, allora è logico che gli fa piacere vederti. Del resto, poi, tu puoi tornare qui a casa e nessuno ti tocca, lui, invece, deve rimanere là con mia sorella e tuo padre e ti assicuro che ogni singola occhiata che ti dà gliela fanno purgare. Quindi, in fin dei conti si becca una lezioncina coi fiocchi sulle conseguenze a lungo termine delle cazzate che si fanno." Concluse stringendosi nelle spalle.
Da cinereo che era, il viso di Beatrice si fece ancora più pallido. Non aveva minimamente pensato alle conseguenze su di lui. In un modo o nell'altro, aveva ragione lei, l'avrebbe ferito. D'improvviso non seppe più che fare. Isabella la fissava in attesa, con il capo inclinato, come fosse già in ascolto.
"Allora, vai o no?" Beatrice guardò di nuovo la banconota che teneva in mano. Poteva salire su un autobus, con quella, scendere alla fermata sulla via grande e arrivare da lui in un'ora. Poteva farlo. Poteva almeno rivederlo un'ultima volta, sentire dalla sua voce quale fosse la verità. La zia diceva che Dario si vergognava di lei. Immaginò la sua espressione, nel vederla così, se questo fosse stato vero. Il senso di colpa che avrebbe provato. L'imbarazzo. Vide nella sua mente, fin troppo chiaramente, i suoi occhi che la evitavano, le mani affondate nelle tasche. Ma non poteva essere vero. Sarebbe stato felice di vederla, l'avrebbe abbracciata, stretta al suo petto. Il solo pensarlo le fece dolere il cuore. E, ancora una volta, sua madre aveva ragione. Nè la zia né suo padre l'avrebbero picchiato come aveva fatto Lucio, ma certo gliel'avrebbero fatta pagare. Perché lui sarebbe rimasto lì, di questo era cosciente, fino al ritorno di suo padre. Se avesse voluto andarsene, l'avrebbe fatto da tempo e una cosa del genere lei la sarebbe venuta a sapere.
Isabella la guardava combattere contro se stessa. Provava pena, per lei, comprensione. Sapeva cosa stava passando, riusciva ancora a ricordare fin troppo bene la sensazione di assoluta impotenza che si prova nel rendersi conto che quello che il cuore desidera, anzi, vuole, anzi, di cui ha assoluto, totale bisogno, semplicemente, non si può avere. Doveva uscirne da sola, o non ne sarebbe uscita mai. Per quanto doloroso fosse, non poteva aiutarla, se voleva vederla star bene, prima o poi.
Dopo parecchi minuti, Bea le riconsegnò la banconota e risalì le scale, lentamente, come una vecchia. Isabella riflettè che, tolto il momento in cui quella bestia di Rodolfo se l'era scollata di dosso senza dirle nemmeno una parola, non l'aveva mai vista piangere. Non sapeva se questo fatto dovesse destare in lei ammirazione o preoccupazione. La seguì di sopra, decisa a non perdere l'occasione per spronarla a reagire.
"Allora che fai, resti qui?"
"Si."
"E come mai? Pensavo che non vedessi l'ora." Beatrice non le rispose. Isabella rincarò la dose. "Allora, questo fantastico Dario, questa perla rara, non lo vogliamo rivedere?"
"Piantala."
"Non credo proprio che tu sia nella posizione di darmi ordimi in casa mia. Piuttosto, dimmi, tu cosa credi? A quello che dice tua zia o che lui si sciolga d'amore per te in giro per casa?" Beatrice mormorò qualcosa di inudibile. "Cosa?"
"Ho detto che non lo so!" Le gridò contro. Isabella si sputò mentalmente nelle mani. Bene. Iniziava a scaldarsi. Era ora.
"Allora sei più stupida di quel che sembri dalle pagelle. È un uomo. Finita scopata, finito amore. Ci scommetto quanto ti pare che ha già qualcuna nel letto. Del resto, è anche bellino, da vedere."
"Sta zitta, ti avviso."
"Perchè se no? Cosa vuoi fare? Guarda che lo so che ti brucia, ma ti brucia perché in fondo sai che è vero. È passato più di un anno, Beatrice. Sedici mesi. Non mi pare di averlo mai visto sotto la tua finestra, né di avervi sentiti parlare al telefono, né di averti visto leggere una sua lettera. Neanche un bigliettino di auguri per il tuo compleanno ti ha mandato. O no? Hai il coraggio di negare anche questo?"
"No."
"Brava. E dimmi, secondo te per quale motivo? Insomma, suo padre dal carcere riesce a telefonare a casa, oh, dal carcere, non dalla riviera, e lui non ce la fa a chiamare qua? Siamo seri? Dai, arrivaci. Fammi questo favore."
"No! Cosa vuoi, tu? Perché ti ci accanisci tanto?"
"Perchè lo sapeva, quel cretino disgraziato, che finiva così. Lo sapeva e se n'è sbattuto, perchè, perdonami figlia mia, tu tenevi le gambe aperte!"
"Smettila! Dario non è cosi! Non è vero!" Ormai Bea urlava e parecchio. In piedi, a gambe larghe e pugni stretti, sembrava pronta ad uno scontro fisico. Isabella respirò. Finalmente sembrava viva e presente a se stessa.
"No, cosa dico, lui non è così. Non lo sapeva, che stava facendo uma cosa proibita."
"Lo sapevo anche io."
"Giusto. E io ti ho fermata non meno di quattro volte mentre cercavi di metterti in contatto con lui, mi pare. O sbaglio? Sveglia, ragazzina. Eri tu quella innamorata. Non lui."
"No!"
"Si! Ed è ora che ci sbatti il naso! Non ti ama! Lo vuoi capire? Si vergogna di te! Ti ha mollata! E crepare fame facendo la parte dell'eroina tragica non cambia il fatto! È adulto, maggiorenne, ha una macchina sua, porca troia, e non venirmi a dire che se non è già venuto a prenderti ci può essere un altro motivo! Non gliene frega un cazzo di te! Sei solo quella cazzata imbarazzante che ha fatto da ragazzino e basta, per lui."
Isabella guardò la figlia crollare, come un fagotto di stracci, di fronte ai suoi occhi. Sapeva di non essere stata meno falsa di sua sorella, ma non ne provava alcun rimorso. Sapeva anche che non c'era nessuna possibilità per quei due. La famiglia di lui non l'avrebbe mollato, a qualunque costo, e non voleva fare di sua figlia una reietta. In famiglia, una sola era sufficiente.
La lasciò sfogare, si lasciò prendere a male parole. Solo quando lei cercò di chiudere la porta, la fermò, minacciandola di staccarla dai cardini. Nella sua casa, le porte rimanevano aperte. Aveva già accettato un'eccezione per le sporadiche visite di Rodolfo e non era disposta a concedere altro.
Quella sera, non la costrinse a scenderena cena.
Mangiò sola e si ritirò nel salotto, a guardare la televisione, mentre aspettava di vedere come se la sarebbe cavata. Faceva il tifo per lei, con tutto il cuore, ma non poteva fare altro.
Si addormentò così, addossata alla spalliera del divano, con lo schermo che spandeva luce azzurrina nella stanza buia, per risvegliarsi di colpo poco prima della mezzanotte.
Aveva sentito un passo leggero. Seguì sua figlia, silenziosa come un'ombra, e la vide entrare in cucina.
'Vuoi vedere che non campa d'aria, in fin dei conti?' Pensò sorridendo fra sé. Fece per tornare in salotto, non aveva intenzione di farla vergognare scoprendola intenta a mangiare di nascosto, quando la vide aprire il cassetto sbagiato. Era il cassetto dove Isabella riponeva i lunghi coltelli che raramente le occorrevano in cucina. Le si mozzò il fiato e sperimentò un istante di orripilata parlaisi vedendola alzare il più affilato, una sottile lama per disossare, all'altezza del collo. Partì a passi silenziosi dalla porta, attenta a non farsi vedere, a non spaventarla, cercando di essere il più veloce possibile, sentendosi lenta, come in un brutto sogno.
Non riuscì ad arrivare prima che lei, rapida e decisa vibrasse il colpo, e le sfuggì un verso strozzato, che fece girare Beatrice con un sussulto stupito. La sua lunga treccia scura giaceva a terra, come una cosa morta, e i suoi capelli, brutalmente scorciati, pendevano in disordine. Piangeva.
Posò il coltello sul ripiano.
"Erano suoi. Suoi di lui." Sussurrò con uma piccola voce tremante.
Isabella la prese per le spalle e le assestò due schiaffi di puro spavento, a cui le reagì iniziando a singhiozzare.
"Non farmi mai più prendere una paura del genere! Mai più! Mi hai sentito?" Le gridò in faccia. Beatrice piangeva ora senza alcun ritegno, con gli occhi strizzati e il petto che sussultava e Isabella se la strinse contro, ricordando le lunghe notti insonni seguite alla sua nascita. Le risalirono alle labbra, spontanee, le stesse sciocchezze che le diceva allora, quando la cullava nell'appartamento vuoto, poco più grande di quanto lei fosse ora, chiedendosi come fosse arrivata a quel punto.
"Sst, sst, buona bambina, la mia brava bambina, calma, calma, brava." Le ripeteva senza fermarsi. Piano piano, il piano di Beatrice si aquietò rompendosi in singhiozzi isolati.
"Mamma..."
"Dimmi, cosa c'è?"
"Aiuto. Aiutami." Senza smettere di abbracciarla, Isabella le accarezzò i ricci mutili e disordinati.
"Certo che ti aiuto, amore mio, certo che la mamma ti aiuta." Le sussurrò piano.
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