La luce entrava piena dalla finestra della stanza, che non era velata da tende, quando Beatrice si svegliò. Fu un risveglio lento, graduale, che la condusse alla superficie senza bruschi strattoni, lasciando che tornasse a percepire se stessa e ciò che la circondava poco poco.
Si sentiva avvolta in un abbraccio morbido, accogliente, e fu il suo odore ad accoglierla nel nuovo giorno insieme al ritmo del suo respiro. Erano allacciati nell'intreccio di braccia e gambe di sempre, come non fosse passato nemmeno un giorno senza che accadesse, e questo la fece sorridere. Nel sonno, il viso di Dario era tanto simile a quello del suo ricordo da non lasciare spazio ad alcun dubbio. Si domandò come avesse potuto dubitare di lui, mentre sgusciava fuori dal letto, badando di non svegliarlo. Non le fu difficile, l'aveva fatto tante volte, in passato, con in aggiunta l'ingombro di quella enorme massa di capelli che portava allora.
Raggiunse la cucina e aprì gli scuri per lasciar entrare la luce. Si vestì con gli abiti che trovò sparpagliati per la stanza, benedicendosi per il proprio inveterato disordine, che le permetteva di farlo senza dover rientrare in camera da letto, e poi entrò in bagno.
L'immagine nello specchio era quella di una donna graziosa, che appariva più giovane dei suoi anni, dalla pelle liscia e il naso corto e schiacciato, con grandi occhi lanceolati, dell'identica forma di quelli di lui, che, ancora gonfi di sonno, le rimandavano uno sguardo giallastro.
Era 'nocciola', l'aveva imparato anni prima, il nome di quel colore, ma quando la luce era molta, come quel mattino, apparivano gialli davvero. Si passò le dita aperte fra i capelli corti, che, al solito, sembravano incuranti delle leggi della fisica e pensò con astiosa nostalgia a quanto apparisse grazioso ed ordinato, quel taglio a caschetto, nel negozio del parrucchiere appena un paio di settimane prima. Scrollò le spalle.
'Chi si contenta gode'. Si disse.
Ritornò in cucina per sbrigare alcune faccende. Anzitutto, doveva chiamare al lavoro. Che Dario facesse quel che più gli aggradava, ma lei quel giorno non se la sentiva proprio di rinchiudersi all'archivio. Per quanto amasse i libri, quelli che nella sua mente si ostinava a chiamare i suoi libri, ricavando un senso di possesso dall'aver restituito loro la voce dopo centinaia di anni di silenzio, quel giorno era tutto per lei. C'erano state emozioni, e tante, che voleva smaltire con una giornata di pace.
'Certo' riflettè mentre apriva gli sportelli uno dopo l'altro, richiudendoli tutti dopo un breve ispezione 'se lui resta qui, mi sa che la pace me la posso scordare. Tante belle cose si possono dire di lui, ma non che sia un portatore di pace.'
Poverino, non era nemmeno colpa sua. I guai, e del tipo peggiore possibile, sembrava attirarli come i magneti attirano il ferro. Scrollò la testa delusa. Non c'era praticamente nulla da mangiare, in quella casa. Sicuramente nulla che potesse essere usato per una colazione. Del resto, per lei la colazione consisteva abitualmente in un paio di tazze di caffè nero e quante più sigarette era in grado di fumare sulla strada per il lavoro.
Scrisse rapidamente un biglietto per Dario e lo lasciò sul tavolo, dove potesse vederlo, prima di uscire frettolosamente di casa. Tornò carica di buste di cibo, per scoprire che lui stava ancora dormendo beatamente, con le braccia rovesciate sugli occhi.
Beatrice si strofinò le labbra con la punta delle dita.
'Come se non fosse passato neanche un giorno'. Pensò. Ritornò in cucina per fare la sua telefonata, accostando la porta.
Quando Dario si svegliò, la prima cosa che lo colpì fu la luce. Sulle prime, rimase disorientato. Lui dormiva, da ormai molti anni, solo se avvolto dal buio più totale, con le finestre chiuse e ben oscurate da tende pesanti. Sussultò, colpito in pieno viso dalla piena luce solare e sbattè malamente la testa sulla testiera di ferro battuto del letto. A quel punto gli fu tutto chiaro.
'Stupido letto da nani!' Pensò massaggiandosi il cranio. Posò i piedi a terra e si stirò a lungo, voluttuosamente. Si sentiva straordinariamente riposato, per aver dormito tanto poco. Si rivestì prima di andare in cucina, dove la sentiva muoversi. Non sopportava di portare addosso i vestiti di un altro uomo, di uno dei suoi uomini. Preferiva i vestiti del giorno prima. Abbottonò la camicia e la infilò nei pantaloni, chiudendoli rapidamente. Non portava cintura. Non la portava mai.
Sedette al tavolo della cucina, dove Bea, appollaiata su una sedia, stava col viso affondato in un pesante tomo dall'aria seriosa.
"Buongiorno." La salutò, toccandole appena la mano con la punta delle dita. Non sapeva bene come comportarsi, dopo la notte prima.
Lei si alzò ed iniziò a portargli la colazione, posandogliela di fronte, sul tavolo.
"Lascia, non mi piace essere servito." Disse Dario alzandosi.
"Ah, si? E da quando?"
"Da un sacco di tempo. Dove tieni i piatti?" Seguì la direzione indicata dal suo dito e ne prese uno dal pensile, posandolo sul ripiano per riempirlo di cibo. Chinandosi, sbattè la testa sull'anta del mobile e gli sfuggì un'imprecazione. "Fottuti mobili da nani! Ma c'è un negozio speciale, dove li andate a comprare?"
"Vorrei farti notare che io sono di altezza media. Sei tu lo spilungone, sai?"
"Seh, seh, di altezza media...come no?" Bea lo guardò con i pugni sui fianchi.
"La piantiamo con questa storia? Sono un metro e sessanta! Sono normale, io! Non sono io quella che deve essere presa in giro!"
"Perchè, vuoi prendermi in giro?"
"Non serve. Ci ha già pensato la natura! Stupido spilungone." Dario sorrise e la abbracciò. Era bello, sentirsi a casa.
Passarono qualche ora a chiacchierare delle loro vite e dei loro problemi, e ad un certo punto si trasferirono sul vecchio divano dalla parte opposta della stanza, prima che il cellulare dentro la cartelletta nera si mettesse a squillare. Dario lo ripescò e fece una smorfia colpevole.
"Cazzo, mi sono dimenticato di chiamarlo..."
"Chi?"
"Lavoro. Il nostro responsabile delle risorse umane è un rompicoglioni." Rispose in fretta prima di ricevere la chiamata. "Buongiorno. Lo so. Lo so, non serve che tu ti faccia venire una crisi isterica. No, sono...diciamo in vacanza?" Bea ascoltava affascinata la metà della conversazione che poteva sentire, divertendosi ad immaginare l'altra metà. "Senti, no. Ho detto che sono in vacanza, in ferie, mettila come ti pare a te, non sono in servizio. Chiaro? Non lo so." A quell'ultima risposta la persona all'altro capo del telefono reagì con tanta veemenza che perfino lei riuscì ad udirne la voce. "Ah. Ecco, si, questo potrebbe essere un problema. Senti...ecco, sai cosa facciamo? Me li mandi qui. Tu me li spedisci, casomai per corriere, e io te li rimando firmati. Okay? Così ti quieti, razza di suocera che non sei altro?" Volse gli occhi verso Bea, stringendosi nelle spalle in un gesto di scusa e lei gli fece cenno di procedere. Non le importava che lui ricevesse lì dei documenti. Le andava bene, se questo fosse servito a far tacere quel maledetto telefono.
La chiamata finì.
"Mi dispiace, ma ti giuro che quando ci si mette è insopportabile. Arriverà un plico, nel pomeriggio. Ah, e non ti ho detto chi..." si interruppe bruscamente a metà frase.
Beatrice lo guardava con un'espressione particolare, protesa in avanti verso di lui, con le labbra ppena socchiuse. Non gli era mai parsa tanto bella, con quel viso dai tratti delicati e regolari che si volgeva al suo, fiducioso, e il seno, rimpicciolito dalla magrezza eccessiva, che si intravedeva appena dalla scollatura.
"Non mi hai detto chi?" Ripeté lei invitandolo a terminare.
"Bea, posso baciarti?" Lei gli sorrise.
"Un uomo grande e grosso come te dovrebbe essere in grado di scoprirlo da solo." Gli rispose.
Dario lasciò scivolare la mano dietro la sua nuca e la attirò a sé, senza trovare alcuna resistenza. Quando le loro labbra si aprirono, per scambiarsi un vero bacio, non riuscì a trattenersi dall'accarezzarla, temendo di essere respinto, sentendo che così non sarebbe stato.
Beatrice assaporò quel bacio, senza fretta, godendosi il momento. Come sempre le era accaduto, non sapeva dove volesse arrivare. Lasciò decidere al suo corpo e, quando il suo corpo decise che rivoleva indietro Dario, che lo voleva almeno una volta, ma senza mezze misure, non ebbe alcuna esitazione.
Posò le mani sulle sue spalle e scivolò a cavalcioni sulle sue gambe, ricominciando a baciarlo. Sapeva benissimo come ottenere ciò che desiderava.
Dario seguì incredulo il suo movimento deciso e sentì il peso leggero di lei, poco più di quello di una bambina, piovergli addosso come una benedizione. Era da molto tempo che non si ritrovava in quel genere di situazione, o, almeno, a lui sembrava molto tempo.
Le loro mani, come dotate di volontà propria, iniziarono a scivolare sopra e sotto i vestiti. La lingua sottile di Bea tracciò il contorno delle labbra di lui, soffermandosi appena sulla cicatrice che le segnava, in una provocazione che un tempo le era stata abituale e che le venne spontanea, pur non avendola mai usata su nessun altro uomo.
Era un ritrovarsi, un riscoprirsi, che richiedeva tempo, nonostante le proteste dei loro corpi affamati, ed entrambi, percependolo, cercarono di mantenere la calma il più possibile.
Dario scivolò più in basso sul divano, per permetterle di baciarlo con suo agio e lei inziò a sbottonargli la camicia, lentamente, dolcemente.
Lui la fermò, ad un certo punto. Non voleva che vedesse, non ancora, non era pronto a questo, ma lo era per tutto il resto. Più che pronto, gli sembrava di impazzire, tanto la desiderava.
I vestiti iniziarono a cadere, i loro corpi a muoversi all'unisono, precorrendo ciò che stava per accadere, promettendo, pregustando. Alla fine, Dario si tolse la camicia, desiderando il contatto con la pelle di lei.
Beatrice guardò affascinata il largo tatuaggio nero che gli spiccava sul petto, incongruo. Era la forma di una mano, in alto, sul cuore. Senza dire una parola, Dario prese la mano di lei e ce la posò sopra. Combaciavano alla perfezione. Rimase un attimo immobile, attendendo la sua reazione, senza sapere quale sarebbe stata. Lei lo respinse all'indietro ed iniziò a baciargli la gola ed il petto, provocandogli un'onda di piacere. La strinse, toccò il corpo che gli era stato tanto familiare, sentendo il delicato rilievo delle costole premergli sulle dita, pensando che era davvero troppo magra, pensando che era splendida, pensando che la voleva.
Beatrice fece scorrere i palmi sul torso nudo di lui, registrando in un angolo della mente ogni differenza, la sottile linea di peluria bionda che gli percorreva il petto, la lieve rotondità dei fianchi che solevano essere magri e diritti come il legno, e desiderando pazzamente di gustare la sua pelle, di provare di nuovo la sensazione inebriante della sua consistenza sotto i denti, il suo sapore sulla lingua.
Al primo morso, entrambi abbandonarono i buoni propositi ed iniziarono a fare sul serio.
Con un movimento elastico, Bea si allungò per raggiungere il mobiletto accanto al divano e gli passò un preservativo.
Suonò il campanello.
"Fregatene, non aspetto nessuno." Sussurrò lei. Si concessero ancora qualche bacio, le mani di lui che le stringevano il seno.
Il campanello suonò di nuovo. Questa volta, era quello della porta di casa. Si guardarono interdetti per un lungo istante, prima che bussassero alla porta.
"Oh? Di casa?"
Dario si premette le mani sugli occhi, in un gesto esasperato.
"No, lui no, dio ti prego, cosa ho fatto di male?"
"Lui chi?"
"Oh, cerco il dottor Malatesta. Aprimi, testa di cazzo. Ti sento parlare."
Beatrice si rivestì in tutta fretta e scavalcò la spalliera del divano per arrivare alla porta, mentre Dario, pur con tutta la sua buona volontà, era arrivato appena ad allacciarsi i pantaloni. Spalancò la porta, pronta a prendere a male parole chiunque li avesse interrotti e si bloccò, stupita.
"Andrea?" Lo fissò, senza invitarlo ad entrare. Poi si volse verso Dario che guardava oltre la spalliera del divano con aria astiosa. "È Andrea. Andrea Vasirani."
"Lo so."
"Buongiorno, Bea. Quanto tempo, eh?"
"Mi chiamo Beatrice." Lo rimbeccò meccanicamente lei, tornando subito a rivolgersi a Dario, che si stava alzando dal divano. "Perchè c'è Andrea Vasirani sulla mia porta?"
"Ti ho portato i documenti, coglione. Ci voleva meno tempo che col corriere."
"Io ti odio, lo sai, si?" Gli chiese Dario infilando la camicia. Gli occhi di Andrea si dilatarono.
"Hai un tatuaggio! Tu! Da quando hai un tatuaggio?" Beatrice indietreggiò dalla porta, pemettendogli di entrae e la richiuse alle sue spalle. Dario si era avvicinato al tavolo e si accese una sigaretta, appoggiando poi le spalle al sottile spicchio di muro accanto alla porta finestra aperta.
"Da quando avevo ventiquattro anni. Si può sapere cosa fai qui?"
"Tu fumi?" Dario chiuse gli occhi irritato.
"Si, sono tatuato, fumo e bevo abitualmente superalcolici, vuoi sapere altro?" Andrea lo fissava stranito. Fece per posare sulla spalliera del divano, accanto a lui, il plico di documenti che teneva in mano e scorse il preservativo, ancora incartato, sul sedile. Lo guardò ironico.
"Ho interrotto qualcosa?"
"Si." Gli rispose seccamente Beatrice, dandogli le spalle per andare alla cucina. Un momento di silenzio seguì quell'unico monosillabo. "Te lo chiedo ancora una volta: cosa ci fa Andrea Vasirani a casa mia, Dario?"
"Ecco, quando ci siamo interrotti, ti stavo giusto per dire che è lui il responsabile delle risorse umane dell'azienda per cui lavoro."
"Ma che carini. Sempre insieme, come Pinco e Panco, allora?" Dalla voce di Beatrice emergeva chiara tutta la rabbia che provava. Non solo era stata interrotta bruscamente mentre stava per avere qualcosa che desiderava da dodici anni, ma d'improvviso la porta di casa sua sembrava essere diventata una sorta di macchina del tempo, che rigurgitava impazzita, nella sua sala con angolo cottura, tutte le persone di cui aveva scritto negli ultimi mesi. Mentre accendeva il fornello sotto la macchinetta del caffè e si girava per fronteggiare la situazione, si augurò spazientita che, al prossimo suono del campanello, non le apparisse davanti tutta la famiglia al gran completo.
Andrea fissava Dario con aria censoria, mordendosi le labbra. Il suo volto era incredibilmente serio. Dario ricambiava il suo sguardo con aria interrogativa, fumando lentamente, senza muoversi.
"Oh, mezzogiorno di fuoco! In più di dieci anni ancora non l'avete finita di giocare a cane e gatto?" Li apostrofò lei tagliente. "Dov'è il problema, Vasirani, si può sapere?" Andrea prese fiato, gli angoli della bocca volti verso il basso, con aria di profonda disapprovazione, e si rivolse a Dario.
"Tu sei un uomo sposato." Gli disse severo.
"Separato." Puntualizzarono entrambi, Dario e Beatrice, all'unisono. Le sopracciglia di Andrea si sollevarono all'istante.
"Ah. E da quando?" Dario sbuffò irritato.
"Da un anno e mezzo. Da quindici mesi, se proprio vuoi saperlo, e tre settimane. Anzi, fanno tre settimane domani. Contento adesso? Vuoi sapere come vado di corpo, se piscio in piedi o seduto, dimmi, Vasirani, sfoga finalmente la tua curiosità!"
"Un anno e mezzo? E non hai detto niente a nessuno?"
"Cosa vuol dire che non ho detto niente a nessuno?" Si inalberò Dario "l'ho detto al mio avvocato, ai miei e a quella con cui ero sposato! A chi lo dovevo dire, al fruttivendolo, che mi volevo separare? Ma sei scemo o ci fai?" Andrea si sedette sul divano. Era sinceramente perplesso. Era arrivato a quell'indirizzo aspettandosi di riportare Malatesta al lavoro, magari di doverlo convincere, magari di vederlo abbattuto per quello che gli aveva mostrato un paio di giorni prima, e già leggendo il nome sul campanello si era sentito turbato. Aveva pensato di essere capitato sulla scena di um chiarimento, di una riappacificazione familiare, ed invece aveva trovato quella che per lui era sempre stata la persona più piana e prevedibile della terra che stava per fare sesso con la cugina come fosse un ragazzino in fregola, tatuato e per di più con una sigaretta in bocca. Era come veder crollare le certezze di una vita. Lo guardò ed eccolo lì, camicia aperta, strafottente, che lo fissava con un accenno di sorriso agli angoli della bocca. Lui lo sapeva, cosa stava pensando, ci avrebbe scommesso.
"È pronto il caffè. Sbrigatevi a prendervene un po' o altrimenti lo bevo io." Ringhiò Beatrice di malagrazia. E anche lei era ben diversa da quel che Andrea aveva immaginato leggendo le pagine che poi aveva mostrato a Dario. L'aveva creduta fragile, disillusa, cambiata, ed invece eccola lì, sempre pronta a difendere il cuginetto, aggressiva, ancora con quel lampo di sfida negli occhi che le ricordava dai tempi del liceo, anche più bella, ora che si era fatta donna. Scosse la testa e si avvicinò al tavolo, sedendosi insieme a loro, con un senso di irrealtà che gli ronzava in testa.
"Oh, riprenditi, dai, sembra che tinsia morto il gatto! Non credevo di essere tanto importante, per te, rompipalle." Lo canzonò Dario.
"Quindi, dopo che ti ho fatto vedere il blog..."
"Ah, te l'ha fatto vedere lui?" Chiese Bea incuriosita. Dario annuì e le toccò la mano. Gli sembrava di non poter fare a meno di toccarla, ogni poco.
"Sono venuto qui." Terminò lapidario. Prese la tazzina che Bea gli porgeva e la mise davanti ad Andrea. In um certo senso era quasi commosso, dal suo essere venuto a cercarlo. Non se lo aspettava.
"E voi vi siete, come...rimessi insieme?" Risposero entrambi nello stesso tempo.
"Beh..." iniziò Bea
"Si." Affermò Dario. Si guardarono.
"Va bene, ho capito, dovete ancora mettervi d'accordo. Senti, dì, ci sono altre cose che non so di te?"
"Eh, ovvio. Cioè, non è che io ti sia mai venuto a raccontare i fatti miei, dai, siamo sinceri. Piuttosto, sul serio, cosa ci fai qua?" Fu la volta di Andrea di inalberarsi.
"Cosa cazzo vuol dire cosa ci fai qua? Prendi su a metà di una giornata di riunione, sparisci, mi dici che telefoni per dare direttive e non telefoni, ti cerco e mi vieni a raccontare che sei in ferie, così, a cazzo, in ferie, tu, che non hai saltato un giorno di lavoro in cinque anni, e quando ti chiedo quando torni mi rispondi 'non lo so'. Non lo so. Ti rendi conto?"
"Va beh, dai, non ci avevo ancora pensato..."
"Ma porca puttana, Malatesta, io ti conosco da diciassette anni e non ti ho mai sentito rispondere 'non lo so' a niente! È una delle certezze della vita! Sei l'unica persona al mondo che si segna in agenda la pausa caffè! E mi rispondi 'non lo so'! Mi sono preoccupato, va bene? Pensavo che ti fosse venuta una depressione, un crollo, che ne so? Che ti avesse finalmente dato di volta il cervello!" Dario lo guardava in silenzio, quasi ritraendosi fisicamente dalle sue parole. Solo alla fine del discorso un lieve colore rosato gli si spanse sul viso.
"Va bene, mamma. Scusa. Sto bene, okay?" Solo a quel punto Andrea li guardò e si rese conto che lo fissavano entrambi attoniti. Fu Beatrice a rompere il silenzio. Con una risata che le si nascondeva in fondo alla voce domandò:
"Ma state insieme, voi due, o cosa?" A quel punto anche Dario prese prima a ridacchiare, poi a ridere francamente.
"Certo che me l'ero quasi dimenticato, quanto siete simpatici, voi due messi assieme." Brontolò cupo Andrea.
"Dai, Andrea, non ti arrabbiare..." riuscì a dire Bea mentre rideva.
"Si, dai, davvero!" Rincarò Dario, cercando una parvenza di serietà. La mantenne molto poco, scoppiando nuovamente in una risata sussultante.
Con un mezzo sorriso che, suo malgrado, non riuscì a trattenere, Andrea si alzò per recuperare i documenti che aveva portato con sé.
"Dai, poco di buono, che c'è da lavorare!" Disse tornando al tavolo. Istantaneamente, come rispondendo ad un riflesso condizionato, Dario si ricompose e si raddrizzò sulla sedia.
Bea riflettè che era bello rivederli insieme, dopo tanto tempo. Che c'era qualcosa di toccante, nel modo in cui erano legati, quasi senza rendersene conto. L'espressione concentrata di lui, mentre sfogliava i documenti, la intenrì, riportandola ancora una volta, l'ennesima, indietro con la memoria. Si alzò in piedi, sapendo, per esperienza, quanto fosse inutile rimenere nei paraggi quando il lavoro assorbiva la sua attenzione. Forse, dopotutto, avrebbe potuto concedersi qualche attimo di pace, per riordinare i pensieri, e, chissà, magari più tardi avrebbero potuto riprendere ciò che il campanello aveva interrotto.
Toccò appena la spalla di Andrea, ancora divertita e irritata dalla sua intempestiva entrata in scena.
"Per quanto ne avete, qui?" Gli chiese sottovoce.
"Ah, boh, bisognerebbe chiedere al grande capo, qui." Bea scosse la testa, insofferente alla sua ironia come lo era sempre stata.
"Dario? Dario?" Attese che lui alzasse la testa prima di parlargli. "Sto uscendo a fare due passi. Dimmi quanto ci metti, così so quando rientrare." Lui valutò con occhio critico lo spessore del plico.
"Paio d'ore?" Mugugnò interrogativo. Bea annuì ed entrò in camera per mettersi qualcosa di più fresco. La giornata si stava scaldando rapidamente.
Prima di uscire, pescò un esile mazzo di chiavi dalla ciotola accanto all'ingresso e le posò sul tavolo.
"Nel caso doveste uscire." Disse. Sapeva che almeno Andrea l'aveva sentita e, da quel che aveva visto, si sentiva abbastanza tranquilla a lasciarli soli.
'Dopotutto, non sempre il tempo rovina le cose' riflettè fra sé scendendo le scale 'a volte, a quanto pare, le aggiusta anche.'
Le lunghe camminate erano diventate un'abitudine per lei, negli ultimi anni. Quando camminava riusciva senza sforzo a lasciar scorrere i suoi pensieri, permettendo loro di mescolarsi e trovare un ordine da soli, senza interferire. Quasi sempre, aveva su di lei l'effetto di um calmante, immergersi in qualche fantasia o ricordo mentre i suoi piedi la portavano in giro e, spesso, perdeva il senso del tempo facendolo.
'Non importa' pensò accogliendo la luce e l'aria dell'esterno con gratitudine. 'Non credo che se ne andrà.'
mercoledì 23 luglio 2014
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