Continuava a rimandare il momento di parlare con Stella, se ne rendeva conto. Erano passati giorni, ormai, dalla sera in cui li avevano affrontati insieme, i loro genitori, fianco a fianco, in una coordinazione perfetta che aveva prodotto un effetto devastante. Ora tutti i legami che li avevano avvinti alla loro vecchia famiglia, alla lpro vecchia vita, erano stati rescissi, come da un rapido, impietoso colpo di coltello. Tutti, tranne quello.
Lo vedeva sobbalzare ogni volta che sentiva squillare il cellulare, spiare nervoso dalle finestre prima di aprire la porta ogni volta che qualcuno, di solito Viola o Andrea, bussava. Aveva pensato molte volte di domandargli qualcosa, ma il suo silenzio nervoso, teso, rappresentava per lei un segnale che era impossibile ignorare. Non era mai stata una buona strategia, con lui, incalzarlo e mettergli fretta. Era meglio dimostrarsi di umore quieto, perché sentisse di potergli parlare, quando avesse deciso di farlo.
Beatrice espirò una lunga boccata di fumo azzurrino, rimuginando su queste cose, mentre, seduta sul piano della cucina, con i piedi che penzolavano a diversi centimetri dal pavimento, aspettava che venisse l'ora di uscire per andare al lavoro.
Si svegliava presto, negli ultimi tempi, proprio lei che non aveva mai amato le levatacce di prima mattina, e non riusciva a capirne il motivo. Si addormentava ogni sera nel calore dell'abbraccio di Dario, spesso appagata dopo aver fatto l'amore con lui, e tutto andava alla perfezione, fin verso le sei del mattino. A quell'ora, come se qualcuno avesse regolato una qualche sorta di sveglia interiore che non sapeva di possedere, di solito apriva gli occhi, senza più alcun residuo di sonno.
Usava quell'ora in più per rinchiudersi in quella che un tempo era stata la stanza degli ospiti e che ora era, a tutti gli effetti, il suo studio, e leggere e rileggere libri che oramai conosceva a mente. Non ne traeva alcuna soddisfazione e spesso si trovava a lanciarli con un gesto esasperato dalla parte opposta della stanza, scartandoli uno dopo l'altro, senza nemmeno darsi la pena di rimetterli in ordine.
Li ritrovava puntualmente sugli scaffali, ciascuno al suo posto, tornando a casa la sera, e Dario non faceva alcun commento sul caos che trovava.
Non le chiedeva nulla, rispettando il suo silenzio come lei rispettava quello di lui. Bea sapeva che era solo questione di tempo, prima che la sua naturale curiosità avesse la meglio, ma non aveva fretta che questo accadesse. Ancora non avrebbe saputo cosa rispondergli. Non ancora.
Spense la sigaretta sotto il getto del lavandino prima di gettarla via e sorrise fra sé, rendendosi conto che andava prendendo le abitudini di Dario. Ed era quasi certa, non più tardi del giorno prima, di averlo colto in flagrante mentre sonnecchiava sul divano, come lei faceva sempre, nonostante lui avesse protestato che aveva solo chiuso gli occhi a causa di un lieve mal di testa.
Lasciò un biglietto col suo buongiorno accanto alla colazione pronta per lui sul tavolo, prima di uscire. Le piaceva, andare al lavoro così, con la sua macchina.
Swiffer lo svegliò guaendo proprio furi dalla porta della camera. Dal tono, si sarebbe potuto credere che l'avesse dato per morto, pensò Dario stirandosi voluttuosamente fra le lenzuola. Beatrice si era già alzata, come succedeva da qualche giorno. Gli dispiaceva sempre un po' non trovarla al suo fianco quando apriva gli occhi, ma era gentile da parte sua, lasciarlo dormire in pace. Diede un'occhiata all'orologio e soffocò un'esclamazione di stupore: erano quasi le nove del mattino. Non ricordava, letteralmente, da quanto tempo non gli capitase di svegliarsi tanto tardi. Per forza il povero Swiff era sconvolto. Si alzò dal letto e sorrise con aria divertita al sottile tintinnio di metallo che provenne dalla coperta arrotolata. Ne scostò il lembo e recuperò le manette, riponendole nel cassetto prima di uscire dalla stanza. Quello stava rapidamente diventando uno dei suoi giocattoli preferiti. Certo, non poteva pretendere che quell'aggeggino da due soldi durasse ancora a lungo, aveva già visto gli anelli della catena che iniziavano ad allentarsi, in un paio di punti, ma era certo di avere un'idea su come provvedere. Le avrebbe sostituite con qualcosa di migliore, si disse grattando il cagnetto fra le orecchie per rassicurarlo, mentre gli versava i croccantini nella ciotola, qualcosa di più robusto. D'acciaio di quello serio, magari. Di quelle per cui c'era bisogno delle chiavi. Due sarebbe stato l'ideale. Doveva solo trovare un posto in cui ne vedessero di abbastanza piccole da adattarsi ai polsi sottili di Bea. Accarezzò leggero con l'indice la scritta sul biglietto accanto al piatto e iniziò a mangiare. Mentre masticava, allungò la mano e prese il voluminoso tomo delle pagine gialle, iniziando a sfogliarlo con calma. Aveva in mente qualcosa che voleva sperimentare breve e non vedeva alcun motivo per cui non avrebbe dovuto provvedere subito all'acquisto. Bea si sarebbe divertita almeno quanto lui. Una volta superata la paura iniziale, ovviamente, ma, in fondo, faceva anche quella parte del gioco.
Finì di mangiare e, preso il cellulare dalla mensola dell'ingresso, fece qualche telefonata ai negozi che parevano più promettenti, assumendo il suo miglior tono distaccato mentre chiedeva della merce che gli interessava. Ebbe fortuna al terzo tentativo. Mentre ascoltava il negoziante parlare, salì le scale e selezionò con cura gli abiti per la giornata. Sorrideva, un sorriso calmo e aperto che Dora avrebbe riconosciuto senza alcuna difficoltà come identico a quello che lo illuminava da piccolo, quando gli veniva offerto un dolce fuori programma o qualcosa di colorato e rumoroso con cui baloccarsi.
"Ne abbiamo anche che si adattano a misure molto piccole" stava dicendo la voce al telefono "ma non so se le possono interessare, sono di acciaio temprato, a catena corta, insomma, più sul tipo quelle da arresto che quelle..., a scopo ludico, diciamo." Il sorriso di Dario si allargò di una frazione.
"Lei non si preoccupi. La ringrazio delle informazioni, per ora." Disse, chiudendo senza altri convenevoli la conversazione. Le sue mani agili facevano tutto il lavoro necessario alla sua preparazione mattutina senza impegnargli il cervello. Pensava a Bea, in quel momento, a come sembrasse covare qualcosa, allo scenario scompigliato che trovava sulla sua scia da qualche giorno. Conosceva bene l'aspetto che aveva il disordine abituale, normale, per così dire, di Bea, e quello non lo era. Quello somigliava maledettamente a ciò che faceva lui quando veramente perdeva la testa. Si, c'era qualcosa che la rodeva, ne era certo, ma non era detto che fosse un male. Magari, dopo tutto quel tempo passato a vivere in un certo senso nell'ombra, iniziava a starci stretta. Iniziava a sentirsi frustrata. Capiva bene la sensazione, perfettamente, solo gli dispiaceva che non gliene volesse parlare. Magari non era il momento. No, era certamente perché lo vedeva sulle spine. A volte, doveva ancora ricordare a se stesso che lei si accorgeva fin troppo bene di quel genere di cose.
Era pronto, ormai.
Non gli restava che prendere la macchina e andare a farsi un bel giretto in centro. Avrebbe portato Swiff, così al ritorno avrebbero potuto fermarsi a fare due chiacchiere con quella piaga di Vasirani, che gli aveva telefonato giusto la sera prima per chiedergli notizie. Poi, a ora di pranzo, avrebbe fatto una bella sorpresa a Bea e la sarebbe andata a prendere al lavoro, per mangiare con lei. Viola, una volta tanto, avrebbe dovuto mettersi in coda.
Infilò il cappotto scuro e ne controllò i risvolti, rimuovendo con la punta delle dita un paio di bruscoli che ne guastavano l'uniforme superficie grigio piombo, poi richiamò il cane con uno schiocco della lingua. Il programma della mattinata era più che soddisfacente e, chissà, magari nel pomeriggio avrebbe trovato la calma necessaria per chiamare Stella. Quella faccenda lo stava mettendo più in agitazione di quanto fosse disposto ad ammettere. L'idea di sentire la sua voce e di trovarsela davanti, di doverle spiegare le cose, lui che già riusciva ad immaginare le sue risposte punto per punto, come se l'avesse di fronte, gli procurava una fitta sottile e costante di ansia, come una scheggia affilata. Sapeva di doverlo fare, soprattutto ora che i suoi sapevano tutto, ma faticava a sopportare l'idea delle sue rimostranze, che sarebbero state seguite dalle lusinghe, poi dalla rabbia e, infine, dal pianto. Era quello il copione, qualunque cosa avesse mai deciso di fare in contrasto con la sua volontà, una sorta di doccia scozzese emotiva, il colpo e poi la carezza, sempre, da che la conosceva. Doveva farlo al più presto, riflettè. Via il dente, via il dolore.
Avviò l'auto e si diresse verso il primo incrocio, scivolando, come spesso gli accadeva quando guidava, in una sorta di rilassata assenza di pensiero, il cui procedere pareva andare di parinpasso con l'aumentare della velocità che teneva. Arrivò in centronprima ancora di rendersene conto e fece scendere il cagnetto dalla macchina dopo avergli assicurato il guinzaglio. Come sempre, si rendeva perfettamente conto dell'immagine stravagante che doveva costituire con quel batuffolo dinpelo che gli trotterellava accanto e, come sempre, cercò si non incrociare lo sguardo di nessuno, camminando. Ma Swiff era un bravo cane e non era colpa sua, se era venuto al mondo così, con quell'apetto da pupazzo, nonostante il suo carattere fiero ed indipendente. Un po' come era successo a lui, il suo unico reato era quello di non corrisponedere alle aspettative della gente.
Represse un sorriso a quel pensiero e raddrizzò le spalle, procedendo come una nave rompighiaccio atrraverso l'aria fredda e la folla grigia del marciapiede.
La mattinata filò liscia, lasciandosi docilmente dare forma secindo i suoi piani, e fu con una notevole dose di soddisfazione che si mise ad aspettare di fronte alla piccola porta laterale dell'archivio che abitualmente usava Bea, dopo essersi congedato da casa di Vasirani. Toccò con la punta delle dita il pacchetto nella tasca interna del cappotto, che conteneva il loro giocattolo nuovo, e si lasciò sfuggire un accenno di sorriso. Non subito, non in quel paio d'ore risicate che avevano per il pranzo, ma quella sera certamente glielo avrebbe mostrato. Già pregustava, quasi sentendolo fisicamente, il momento in cui si sarebbero dilettati in quei nuovi passatempi. Per ora, desiderava solo concedersi il piacere della sua compagnia, ascoltare le sue chiacchiere, sdraiarsi una mezz'ora con lei sul divano, con Swiffer sulla pancia, lasciando che il calore della presenza reciproca li confortasse, ricaricando le loro energie.
La giacca nera di Beatrice sbucò fuori della porta. La vide notare la macchina rossa, poi sforzarsi di vedere all'interno, corrugando le sopracciglia, e la salutò con la mano. Lei si illuminò di piacere e di sorpresa.
"Dario!" Squillò entrando come una ventata gelida nell'auto.
"Ma quante bmw berlina rosso cicloegia ci sono, qua untorno, spiegami? Chi volevi che fosse, nanetta?" La prese in giro lui, godendo del bacio che gli posò sul viso.
"Mah, data la macchina, magari era un magnaccia!"
"Che somara!"
"Io? Ma mica l'ho comprata io, la macchina, cosa c'entro, scusa?" Dario scosse la testa.
"Posso pranzare cin te o tua moglie si arrabbia?" Le chiese, riferendosi ironicamente alla sua amica Viola, con cui pranzava ogni giorno.
"La chiamo e la avverto al volo. Dove vuoi pranzare?"
"A casa. Ti va? Ti riporto in tempo, giuro." Bea sollevò lo sguardo su di lui, quasi accarezzandolo con gli occhi. Le stava rivolgendo un'espressione in cui alla domanda si mescolava una certa aria di contenuta mascalzonaggine. Gli sorrise. Non poteva farne a meno, quando la guardava in quel modo, con gli angoli della bocca che gli si arricciavano testardamente nonostante tutti i suoi sforzi per apparire serio.
"Andiamo a casa, allora. Ma niente scherzi."
"Dottoressa, sono un uomo serio. Un uomo di scienza." Replicò Dario nel suo più serioso tono pedantesco.
"Tu sei un somaro, ecco cosa. Chiudi la bocca che devo chiamare Viola." Lui partì, senza più proferire parola. Non parlarono più, durante il tragitto. Guardavano attraverso il parabrezza limpido con identici sorrisi di soddisfazione sul viso, crogiolandosi nella reciproca presenza.
Scesero dall'auto e girarono attorno al cespuglioso sempreverde che nascondeva l'ingresso di casa spintonandosi a vicenda, come una coppia di ragazzini, ridendo senza suono. Dario camminava con la testa girata verso di lei, stuzzicandola, divertito dal gioco. Arrivò fin quasi addosso a Stella, che li osservava ferma sullo zerbino, prima di accorgersi della sua presenza.
"Oh, buongiorno." Lo salutò freddamente lei, guardandolo con rabbia.
Dario si sentì morire la voce in gola. Era da tanto che non gli succedeva, talmente tanto che quasi si era scordato la sensazione, quel dolore sordo che pareva schiacciargli le corde vocali sulla superficie calda della laringe. In un gesto istintivo, ruotò il corpo, frapponendosi fra lei e Beatrice, che si era improvvisamente irrigidita, gli occhi fissi all'altra e il corpo teso come quello di un animale prima del balzo. "Apri la porta, dobbiamo parlare." Disse ancora Stella. Il suo tono non ammetteva repliche e, infatti, lui non replicò, limitandosi a cercare le chiavi in tasca. Fu la voce di Bea a tagliare l'aria fredda, affilata e greve di minaccia inespressa.
"Per favore." Stella inclinò il capo per vederla dietro la spalla di lui e inarcò un sopracciglio con fare ironico.
"Per favore cosa?"
"Si dice 'apri la porta per favore'. Non è casa tua. E lui non è alle tue dipendenze." Dario chiuse gli occhi. Si sentiva come qualcuno che lotta per mantenere l'equilibrio sull'unico pezzetto di roccia solida fra un incendio e un baratro. Si chiese per quale motivo non gli fosse mai riuscito di avere accanto una di quelle donne arrendevoli e un po' timide che parevano, invece, tanto comuni.
Stella e Beatrice continuavano a fissarsi. Nessuna delle due voleva cedere per prima, nessuna delle due voleva essere la prima a dire la parola successiva. Poi l'abbaiare acuto di Swiffer lascerò l'aria in tre precisi latrati. Aveva freddo e voleva entrare dentro casa. Probabilmente si stava domandando per quale motivo al mondo quegli umani non si sbrigavano. Bastò quello per riscuotere Stella, sviando la sua attenzione dalla lotta di volontà con Bea, dandole un buon motivo per distogliere lo sguardo senza apparire debole. Emise un ostentato sospiro di sopportazione e si rivolse a Dario.
"Potresti aprirmi per favore?" Chiese calcando la voce sulle ultime parole. "Dobbiamo parlare. E lo sai."
Dario annuì brevemente e aprì la porta. Entrarono nell'ingresso.
Stella si guardò attorno stupita. Era molto cambiato, quel posto, dall'estate precedente. C'erano dei cuscini sul divano, dei soprammobili sulle mensole del mobile e, perfino, una sorta di allegro disordine. O, per lo meno, quello che lui avrebbe chiamato disordine. Un libro posato sul tavolo, una palla di gomma verde acido ai piedi del divano, una totale asimmetria nella disposizione degli oggetti. Le pareva perfino che le sedie fossero scompagnate al tavolo, riflettè quasi attonita.
Li guardò togliersi la giacca con identici gesti coordinati e sentì il controllo che stava mantenendo allentarsi sensibilmente.
"Non mi presenti alla tua amica?" Gli chiese, alzando il mento. La vide prendere fiato come per controbattere e si preparò ad uno scontro verbale che desiderava fin dal giorno in cui l'aveva cacciata di lì dopo aver smontato il campanello perché non potesse suonare, ma Dario le mise la mano sulla spalla, fermandola. Stella aggrottò la fronte.
"Stella, lei è Beatrice, la mia fidanzata. Bea, lei è Stella, la mia ex moglie." Calò un attimo di silenzio. Poi Stella non fu in grado di tacere.
"Beatrice?" Chiese con voce insolitamente acuta. Lui la guardò negli occhi e annuì lentamente.
"Si, Ste. Beatrice. Proprio quella Beatrice che pensi tu."
"Adesso tu ti siedi e parliamo." Rispose lei seccamente. Dario volse lo sguardo verso l'altra donna, verso Beatrice. Si guardarono per un momento, prima che lei annuisse e lasciasse la stanza, salendo le scale per poi sparire di sopra. Nemmeno una parola, le aveva detto. L'aveva solo guardata in faccia.
"Era questo che ti mancava? Una bamboccia da comandare a bacchetta, così ti senti un vero uomo?"
"Stella, siediti. Per favore. Dammi la giacca, sei...agitata."
"Sono agitata si! Telefono a mia suocera e mi dice che mio marito vuole sposarsi con sua cugina! Cosa dovrei fare, secondo te? Stare calma? Insomma, tu..." la sua voce si smorzò, come perdendo intensità. "Beatrice è tua cugina?"
"Eh, si."
"Quella cugina? Quella che è cresciuta con te ma poi è dovuta andare da sua madre perché aveva una relazione che..." Dario annuiva, le labbra compresse in una linea sottile. "Oh. Eri...tu? La relazione?"
"Ero io."
"La stessa Beatrice a cui hai scritto per tutta l'università?"
"Proprio lei." Dariomle prese le mani e la fece sedere, con dolcezza. Non voleva farle male. Riusciva quasi a sentire il suono delle tessere che andavano a posto nella mente di lei, restituendole, per la prima volta, l'intera immagine della persona che aveva di fronte. Dell'uomo che aveva sposato. Stella perse lentamente l'aria aggressiva, per acquisire un volto smarrito, incerto.
"E adesso?"
"Ste, mi dispiace. Lo so che ti hai sempre pensato che saremmo tornati insieme, ma non posso. Davvero, non posso. Neanche se Bea non ci fosse..."
"Ma c'è. È questo il punto, non è vero?" Lui scosse la testa.
"No. Non è vero per niente. Il punto è che non voglio tornare con te. Mi dispiace, sul serio, di darti un dolore. Ma quando sarà il momento, voglio il divorzio."
"Perché? È ancora per quella cosa che è successa? Per quello stupido incidente?"
"Stella, non è stato un incidente. Mi hai fatto arrabbiare, ho perso il controllo e ti ho picchiata. Credimi, ho le idee chiare sull'argomento: picchiare una persona non è un incidente."
"Ma non hai fatto apposta, no?" Lui sospirò a fondo.
"È una cosa che non mi perdono. Non penso che esistano scuse per un gesto del genere. E non penso che si possa fare involontariamente. "
"Io...io ti ho perdonato." Sussurrò lei.
"Grazie. Sei gentile. Ma non voglio tornare con te."
"Allora cosa vuoi fare?"
"Lo sai già. Sei venuta qui apposta, o sbaglio? Quando sarà il momento, sposerò Bea. Credimi, è meglio così anche per te." Stella alzò su di lui uno sguardo di puro sconcerto. La voce con cui le aveva parlato era calma, serena e terribilmente decisa. Ciò che aveva detto era definitivo, non negoziabile, e lei questo doveva averlo capito. Dario si sentì a disagio. Sapeva cosa sarebbe accaduto adesso. Questo era il momento del pianto. Si dispose ad ascoltare i suoi acuti pigolii colpevolizzanti, deplorando se stesso per il fastidio che provava.
"Dario, ma io sono disposta a riprenderti con me."
"Vedi, il fatto è che io non voglio davvero tornare con te. Non è una specie di autopunizione, questa, Ste. Sono felice, con Bea, sul serio. Io...credo che sia quello che ho sempre voluto."
Fu a quel punto che la scena deviò bruscamente dal copione che entrambi si aspettavano, a causa di quelle parole. Stella rivide nella mente la cicatrice sottile col nome di lei, quella che lui portava sul petto. Rivide se stessa che girava le buste bianche una dopo l'altra, per un tempo apparentemente infinito, come in un incubo, e su ciascuna trovava quel nome. Si rivide svegliarsi nel cuore della notte, di molte notti, per trovarlo a dormire in quella assurda posa sul fianco, un braccio teso e uno raccolto al petto, e domandarsi perché mai dormisse a quel modo, come abbracciando qualcuno, lui che detestava essere toccato nel sonno. Si rivide guardata da quegli occhi chiari in mille occasioni, in cui le era parso di scorgervi in fondo il baluginare di un paragone da cui lei usciva sempre perdente. E si infuriò, con tutta la forza del suo notevole cuore.
"Bene." Gli disse quasi in un sibilo "molto bene, allora, se è quello che hai sempre voluto. Ma ti auguro di godertela fino a che dura, deficiente che non sei altro. Perché non sono molte le persone che possono sopportare a lungo di stare di fianco a te."
"Stella..."
"Silenzio, sai? Credi che io non sappia che non hai più neanche un lavoro? Eh? Questo con cosa ti lascia? Cos'hai da offrire a quella troia e al suo cane? Guardati! Sei mezzo sciroccato, non sei mai stato capace neanche di trovarti degli amici con cui toglierti dai piedi una sera a settimana e, permettimi di dirlo, adesso sei anche senza il becco di un quattrino. Quanto pensi che reggerà? Quanto potrebbe reggere, una qualsiasi donna, a uno che un giorno si sveglia e non riesce neanche a sopportare la luce accesa? Quanto?"
"Adesso smettila. Capisco che sei arrabbiata, ma..."
"Ma niente!" Lo zittì lei, ancora a voce bassa. "Creperai da solo e ti sta bene! Io ci ho provato, a starti vicino, a farti del bene, ma se è questo, quello che vuoi, allora vai! Vai, se sei tanto sicuro di essere capace! Non sei in grado di tenerti una donna."
"Mi pare che con te sia stato in grado."
"No! Io sono stata in grado, io. Non tu. L'unica cosa che hai fatto tu, pezzo di cretino, è stato lasciar fare me. E non credere che ti ricapiti, sai? Guardati! Sei molle, pelato e non sei neanche un uomo! Lo sa, almeno, la tua Bea" disse, rifacendogli crudelmente il verso "che non si può aspettare neanche questo, da te? Neanche che tu riesca a fare quello che fanno le bestie più schifose, di riprodursi?" Gli chiese, alzandosi in piedi. Dario si alzò di riflesso. Era arrabbiato, tremendamente arrabbiato, ma non voleva lasciar andare la sua rabbia, doveva tenerla ben a freno, perché sentiva che, se l'avesse lasciata divampare, a quel punto nin sarebbe stato in grado di controllarsi. Con la voce spezzata dai tonfi del suo stesso cuore, le narici che palpitavano, avvicinò il viso al suo.
"Mi sembra una bella lista di difetti, per uno che rivolevi a tutti i costi, no?" Stella afferrò la borsetta guardandolo schifata.
"Santo dio, ancora non l'hai ancora capito, che mi facevi pena?" Gli domandò.
Uscì, sbattendosi la porta alle spalle, senza dargli il tempo di formulare una qualunque risposta.
Dario rimase immobile, lo sguardo al battente di legno scuro, le braccia abbandonate lungo i fianchi. Le parole di Stella non erano andate a vuoto: lo conosceva abbastanza bene da sapere quali punti colpire. La rabbia che lo aveva pervaso, tanto ruggente da fargli temere che gli scappasse di mano come un animale selvaggio, era scomparsa, rimpiazzata da un sordo dolore che si diramava da dietro lo sterno fin in gola. Umiliazione, certo, ma anche semplice, profonda tristezza. L'aveva amata veramente, a lungo, e al meglio delle sue capacità. E, in fondo al cuore, iniziava a spandersi il timore che una parte, non sapeva quanto grande, di ciò che lei aveva detto, potesse essere vera.
Un passo leggero alle sue spalle precedette di un momento l'abbraccio di Beatrice.
Gli abbracciò prima la schiena, poi, quando lui si voltò fra le sue braccia, gli affondò il viso sul petto, stringendolo con tutte le forze. Dario tremava appena, come un motore al minimo.
"Ha detto..."
"Lo so. Ho lasciato la porta aperta. Non è vero niente, amore, sono solo cattiverie e bugie."
"Ma ha detto..." Dario deglutì a vuoto e si sedette sul divano, pesantemente, afflosciandosi come un sacco vuoto. Bea prese la sua testa sul petto ed iniziò a cullarlo appena, avanti e indietro, come fosse un bambino malato. Non gli disse nulla, quando cominciò a piangere, prima in silenzio, poi a lunghi singhiozzi accorati.
Gli accarezzò piano i capelli, lasciandolo sfogare in pace.
"Bea." La chiamò lui, soffocando di pianto, senza staccare il viso dai suoi vestiti.
"Dimmi, amore."
"Io le volevo bene davvero."
"Lo so, amore. Lo so. Va tutto bene."
"La amavo, prima."
"Lo so."
Beatrice riprese a muoversi dolcemente, avanti e indietro, senza mai stancarsi. Nella mente, riascoltava ciò che aveva sentito attraverso la porta lasciata aperta, le loro parole che avevano salito le scale per arrivare a lei. Non le importava che lui stesse dicendo di averla amata, queto lo sapeva già. Importava invece che quella donna, da allora un poi, stesse lontana. E a questo avrebbe pensato lei.
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